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Riassunto esame microeconomia, prof Staffolani S., libro consigliato Microeconomia. Introduzione all'economia politica di S. Staffolani Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di istituzioni di microeconomia e del prof. Staffoloni, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Microeconomia. Introduzione all'economia politica di S. Staffolani, dell'università degli Studi di Bolzano - Unibz. Scarica il file in PDF!

Esame di Istituzioni di microeconomia docente Prof. S. Staffolani

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ESTRATTO DOCUMENTO

Il monopolio fino adesso dipende dall’intervento pubblico. Nel controllo esclusivo è lo Stato che permette che quel

fattore sia di proprietà di un unico agente (per esempio un minerale). Anche nelle altre due è lo Stato che permette il

monopolio.

Il monopolio naturale. È un caso indipendente dall’intervento pubblico. È caratteristico di settori con

 rendimenti di scala crescenti, economie di scala. I costi medi sono decrescenti rispetto al livello di produzione

dell’impresa. Le imprese più grandi riescono a produrre il bene a costi medi più bassi, in modo da guadagnare

quote di mercato fino a quando non conquista tutto il mercato e diventa monopolista.

Un caso simile è quello con la presenza di economie di rete: quando un certo prodotto incrementa il proprio valore (in

termini di utilità) se lo stesso è utilizzato da molti consumatori. Si ha nel settore dell’informatica e delle

comunicazioni.

Nelle situazioni in cui per i consumatori è preferibile condividere uno standard, nelle comunicazioni, il sistema porta

al monopolio.

Se un settore è caratterizzato da rendimenti crescenti o da economie di rete è di monopolio naturale, dove naturale

significa che non dipende dall’intervento pubblico ma da tecnologie ed è l’esito logico delle economie di scala o di

rete. 6.2 IL COMPORTAMENTO DELL’IMPRESA MONOPOLISTA

L’impresa monopolista fronteggia l’intera domanda di mercato. La domanda di mercato e quella della singola

coincidono. Il monopolista quindi sa che se vuole aumentare la quantità venduta dovrà diminuire il prezzo. L’impresa

privata cerca sempre il massimo profitto e i suoi ricavi sono dati da un prezzo che dipende dalla quantità prodotta, non

più da un prezzo fisso.

UN ESEMPIO NUMERICO

La funzione di domanda di mercato presenta per ogni possibile livello di prezzo la quantità di bene che sarà acquistata.

Se l’impresa opera in monopolio la quantità domandata nel mercato coincide con la quantità domandata all’impresa.

Se fissa prezzi più elevati ottiene vendite più basse.

È importante il ricavo marginale, cioè l’incremento di ricavo dovuto all’incremento della quantità venduta. Questo

risulta essere sempre inferiore al prezzo e addirittura negativo, perché se l’impresa vuole vendere di più, deve ridurre

il prezzo. Il prezzo è però unico, quindi deve ridurre il prezzo anche su quelle quantità che già vendeva prima a un

prezzo superiore. Viene visto come somma a cui si vede l’ultima unità meno la riduzione di prezzo che si deve

sopportare sulle unità già vendute.

L’imprenditore sa quanto incassa in più se produce un’unità aggiuntiva. Produrrà una quantità aggiuntiva se il ricavo

da questa copre i costi necessari per produrla, quindi se il ricavo marginale è superiore al costo marginale. È questa la

situazione di massimo profitto del monopolista.

LA SCELTA OTTIMALE DELL’OUTPUT DEL MONOPOLISTA

La differenza tra monopolio è concorrenza è che nel monopolio la quantità che può vendere l’impresa dipende

dy

Y p con 0

( ) p= p(Y

=Y < )

negativamente dal prezzo. . In forma inversa le variabili di scelta sono quindi il

dp

prezzo oppure la quantità venduta, perché scegliendone una l’imprenditore sceglie anche l’altra.

MR Y

( )=MC (Y )

Dalla derivata del profitto ricaviamo . Basandosi sul concetto di elasticità, si scrive il prodotto

dp Yp

( ) p=MC

+1 (Y )

nella sua definizione e derivando la funzione si trova , ma il primo addendo della

dY

parentesi non è altro che l’inverso dell’elasticità della domanda al prezzo, indicata con -μ(p). μ(p) deve essere positivo

e dipende dal prezzo del prodotto. Quindi possiamo anche scrivere

μ p

( )

p= MC (Y )

μ p

( )−1

In monopolio il prezzo non è più uguale al costo marginale ma deve essere sempre superiore. Il primo termine è

definito mark-up e indica di quanto i prezzi sono più alti rispetto ai costi marginali.

−μ

Y p

=

Se la funzione di domanda fosse , -μ sarebbe l’elasticità che non dipende dal prezzo ed è costante. In

μ

questi casi l’impresa applica sempre un mark-up fisso da che non dipende dal prezzo. Questo è tanto più

μ−1

~ ~

22

μ μ

elevato quanto più la domanda è rigida, cioè tanto più è vicino all’unità; ed è tanto più basso quanto più è

grande. μ

In concorrenza perfetta, tende a infinito e il mark-up è uguale a zero, per questo p=MC(Y), dove il prezzo è

uguale al ricavo marginale.

Le imprese monopolistiche realizzano ricarichi sui costi tanto più elevati quanto più la domanda di mercato è rigida,

cioè tanto più il bene è necessario per gli individui.

Il ricavo marginale in monopolio ha la stessa intercetta e pendenza doppia della funzione di domanda espressa come

p=a−bp (Y ) ovvero in funzione lineare.

La scelta ottimale è scegliere Y* tale che il ricavo marginale è uguale al costo marginale e fissare p*. Il profitto è visto

( )

π p(Y AC Y Y

= )− ( )

come differenza tra prezzo e costo medio, moltiplicato per la quantità prodotta . Il prezzo è

sempre maggiore del costo medio in monopolio: i consumatori pagano il bene a un prezzo superiore al costo di

produzione e le imprese ottengono sempre extra-profitti anche nel lungo periodo.

LA PERDITA DI EFFICIENZA IN MONOPOLIO

Il surplus dei consumatori è differente da un’impresa monopolista alla concorrenza perfetta. Il prezzo in monopolio è

superiore al minimo del costo medio. L’impresa ottiene sempre extra-profitti anche nel lungo periodo, mentre in

concorrenza perfetta questo non è possibile a causa della libertà d’ingresso delle imprese.

Tutto questo porta a una redistribuzione del benessere dai consumatori ai produttori: i consumatori pagano prezzi più

alti e le imprese ottengono extra-profitti. Questa è una situazione non desiderabile dai consumatori.

Il surplus dei consumatori, dalla concorrenza al monopolio si riduce e gli extra-profitti aumentano. La quantità

scambiata in monopolio è più bassa perché il prezzo è più elevato. Questo causa una riduzione del surplus sociale,

come somma tra gli extra-profitti e il surplus del consumatore.

Questo danneggia i consumatori e avvantaggia l’impresa, ma riduce il surplus sociale perché l’incremento dei profitti

non è sufficiente per compensare la riduzione del surplus dei consumatori, perché viene scambiata una minore

quantità.

Figura 6.4

IL MONOPOLIO NATURALE

In monopolio naturale costi medi e marginali sono decrescenti: le imprese grandi sono più efficienti delle piccole. In

assenza di regolamentazioni si ha il monopolio naturale. Non esistono differenze tra le scelte ottimali con rendimenti

di scala costanti e con rendimenti crescenti. Dal punto di vista del benessere dei consumatori e del benessere sociale ci

sono delle implicazioni.

Con rendimenti crescenti in sistema concorrenziale la produzione sarebbe parcellizzata in un numero elevato di

imprese caratterizzate da costi medi elevati. Tanto più numerose sono le imprese in economie di scala, quanto più i

costi e i prezzi sono elevati. Quindi non esiste una garanzia che il prezzo in concorrenza sia più basso del prezzo in

monopolio, in una situazione con economie di scala.

Un eventuale intervento pubblico, quindi non dovrebbe mirare a rendere il settore concorrenziale.

6.3 IL MONOPOLIO E L’INTERVENTO DELLO STATO

In monopolio naturale la via è la nazionalizzazione. Settori caratterizzati da rendimenti crescenti son gestiti non da

imprenditori privati, ma dallo Stato. È il caso dell’energia elettrica, dell’acqua o dei trasporti ferroviari.

L’obiettivo dello Stato è quello di massimizzare la quantità venduta con vincolo di profitti non negativi. Quindi

p Y AC

( )= (Y ) . Quindi: MR=MC

Nel caso di gestione privata, si ha con Y* e p*;

 p= AC s s

Nel caso di impresa pubblica, si ha con Y e p .

Dalla figura 6.6 vediamo che la gestione pubblica porta a un prezzo più basso e una quantità più alta. Quindi in tutti i

settori di monopolio naturale dovrebbe esistere una sola impresa pubblica. Ma queste sono state privatizzate, la

spiegazione sta nel concetto di “inefficienza X”. Questa dipende dal lassismo organizzativo, l’uso inappropriato che

porta a uno spostamento verso l’alto dei costi medi e marginali, perché queste non rappresentano più il costo minimo,

ma rappresentano gli sprechi nella gestione, eccessive assunzioni di personale, difficoltà a incentivare i lavoratori

pubblici, clientelismo, collusione. ~ ~

23

Dal punto di vista grafico l’inefficienza X porta a una nuova curva di costo medio più in alto, se l’impresa è gestito

dallo Stato. Il prezzo, poi potrebbe essere ancora più basso dell’impresa privata, quindi converrebbe lo stesso, ma se

l’inefficienza fosse più forte, la curva AC si sposterebbe ancora più in alto e il prezzo crescerebbe ancora. Se l’impresa

x

fosse fortemente inefficiente, la curva AC si sposterebbe in AC1 e l’impresa pubblica dovrebbe uscire dal mercato

(con profitti sempre negativi), ma se il bene deve essere per forza prodotto, l’impresa opererebbe in perdite coperte

dallo Stato.

Per concludere: i settori con economie di scala dovrebbero essere gestiti dallo Stato, ma se lo Stato è troppo

inefficiente può essere conveniente privatizzare il monopolio o attuare altre forme di controllo.

Lo Stato può intervenire con altre modalità:

Lasciare l’impresa ai privati, ma fissare dei prezzi massimi;

 Obbligare a produrre una certa quantità del bene;

 Costringere l’impresa a dividersi in diverse imprese.

Le prime due forme hanno conseguenze sia di prezzo che di quantità: tendono ad avere gli stessi effetti in un settore

monopolistico.

Ci sono casi in cui il monopolio ha causa proprio nell’intervento pubblico come i brevetti e le concessioni

governative, perché si ritiene che i danni alla collettività sono compensati dai benefici.

Per esempio per investire in ricerca e garantire un ritorno economico, lo Stato usa i brevetti. L’alternativa sarebbe la

ricerca pubblica organizzata dallo Stato o da altri Enti Pubblici.

Nelle concessioni se lo Stato vuole edificare un’opera di utilità delega la costruzione a privati che gestiscono i

proventi. Quindi: tranne che in monopoli naturali, le altre forme non dipendono da motivazioni tecnologiche o

economiche, ma dallo Stato.

Nel monopolio naturale il mercato porta a inefficienze: la produzione del monopolista è più bassa di quella ottimale e

il surplus sociale è più basso. Il monopolio naturale è una delle cause di fallimento del mercato nell’allocazione

ottimale delle risorse e richiede un intervento dello Stato.

6.4 LA DISCRIMINAZIONE DI PREZZO

Per discriminazione di prezzo si intende che il prezzo sia differenziato tra consumatori. Se l’impresa monopolista

fosse in grado di far pagare prezzi differenziati, potrebbe fissare prezzi più elevati per i clienti che sono disposti a

pagare di più e prezzi più bassi per quelli disposti a pagare di meno. ¿ ¿

π p AC Y

( )

= −

Si fissa sempre la quantità ottimale facendo MR=MC. I suoi profitti sarebbero più alti. Ma il

monopolista deve riconoscere chi è disposto a pagare di più e chi no. Otterrebbe profitti massimi se vendesse il bene a

ogni consumatore al prezzo massimo che è disposto a pagare: il prezzo di riserva. Si parla di discriminazione di

prezzo per indicare che un prodotto non ha più un unico prezzo, ma un prezzo differente per diversi consumatori.

LA DISCRIMINAZIONE PERFETTA

Un’impresa continuerebbe a vendere il bene fino a quanto trova consumatori disposti a pagare un prezzo superiore al

costo marginale. Il surplus del consumatore sarebbe pari a zero, perché paga la somma massima a cui è disposto. Il

surplus sociale è pari alla concorrenza perfetta, solo che in conc. tutto il surplus sociale è dei consumatori e i profitti

sono pari a zero, mentre in monopolio tutto il surplus sociale è dei venditori e il surplus dei consumatori è pari a zero.

Quindi il surplus sociale corrisponde al profitto dell’impresa. Per poterla attuare bisogna conoscere i prezzi di riserva.

LA DISCRIMINAZIONE CON MERCATI SEPARATI

Esistono situazioni in cui lo stesso bene è venduto a prezzi diversi per categorie o a seconda delle caratteristiche

personali dei compratori. Le funzioni di domanda sono diverse tra loro: c’è quella più elastica e quella più rigida. La

politica di prezzo ottimale si basa sull’uguaglianza MC=MR in ognuno dei due mercati. Una domanda più rigida paga

un prezzo più alto e viceversa. Sono necessarie due condizioni:

1. Le differenti tipologie siano riconoscibili. Quindi per gli studenti è richiesto un documento, altrimenti tutti si

dichiarerebbero studenti.

2. Non esista un mercato secondario dove chi paga di meno il bene lo rivenda agli altri a un bene superiore ma

sempre inferiore all’impresa. Questa discriminazione si applica infatti ai servizi (cinema, stadio, discoteca).

LA DISCRIMINAZIONE CON TARIFFE FISSE

Per alcuni servizi le imprese offrono contratti dove si paga un fisso e si può utilizzare il servizio per tutto il tempo.

Per ottenere profitti più alti, attraverso lo strumento di tariffa fissa, si estrae tutto il surplus del consumatore perché si

fa pagare una tariffa che è pari al surplus. I costi marginali devono essere pari a zero e la funzione di domanda è quella

~ ~

24

di un singolo individuo. Se l’impresa la conosce è razionale chiedere una tariffa pari a tutto il triangolo scuro (fig.

6.11) con MC=0.

Così il monopolista si appropria di tutto il surplus e ottiene profitti più alti possibili. Dato che MC=0, MR=MC porta a

p* e Y* e i profitti sarebbero stati solo l’area più chiara.

L’impresa dovrebbe conoscere la domanda di ogni consumatore e non è possibile, quindi propone tariffe differenziate

e spinge i consumatori a auto-selezionarsi, oppure effettua tariffe a diverse categorie di utenti.

Quindi la tariffa fissa è uno strumento per max i profitti a scapito del surplus dei consumatori.

6.5 IL MONOPSONIO

È un mercato in cui ci sono molti venditori e un compratore. La totalità dell’offerta è assorbita da un'unica impresa. Si

analizza il mercato del lavoro. Una sola impresa assume lavoratori: tutti si devono rivolgere a quell’impresa.

L w A+ Bw

( )=

Si analizza la funzione aggregata di lavoro crescente rispetto al salario e lineare. L’impresa

π py L

( )

= −wL(w)

produce y usando solo lavoro. Il profitto è . La quantità di lavoro dipende dal salario: con

salari più alti si ha un maggior numero di ore lavorate. Il salario non è più esogeno. È necessario il costo marginale

[ ]

TC=w L L → TC a+bL L dato w=( a+bL e quindi MC

( ) =( ) ) =a+2bL

del lavoro. Da . Il costo marginale è

L L

più alto del salario perché si devono pagare di più anche le ore di lavoro che già si utilizzavano. MC ha stessa

intercetta e pendenza doppia della funzione di offerta. dy

π py L a+bL L facendola derivata=0 → p

( ) −( )

= =a+2bL

Il profitto sarà dato da . Da fig. 6.13 L* viene

dL

fuori da quest’ultima equazione e w* si calcola sull’offerta. L’equilibrio è inferiore all’equilibrio concorrenziale. Se il

mercato fosse conc. l’occupazione sarebbe data da domanda=offerta di lavoro. L’utilizzo di lavoro in conc. è maggiore

di quello in monopolio, quindi il salario in monopolio deve essere minore.

Il monopsonio crea inefficienze: riduce il surplus dei venditori e quello sociale perché si riducono le q. scambiate. un

C

intervento pubblico fissa w sopra w* e sotto w aumenta l’occupazione perché a w>w* l’impresa sceglie l’occ. Lungo

C

la funzione di domanda di lavoro. Se lo Stato fissasse w= w l’occupazione sarebbe pari alla concorrenziale.

CAPITOLO 6: La concorrenza monopolistica

In concorrenza monopolistica ci sono molte imprese che vendono prodotti non perfettamente omogenei. Rispetto alla

concorrenza perfetta, cade l’omogeneità dei prodotti che sono differenti da quelli venduti dalle imprese concorrenti.

La diversità può dipendere da caratteristiche del prodotto, o dalla localizzazione dei venditori. Le imprese possono

decidere il prezzo, hanno cioè potere di mercato. Se i prodotti sono differenziati ogni impresa è consapevole che se

aumenta il prezzo perderà qualche cliente, ma non tutti come in conc. perf. .

Le imprese sono libere di fissare il prezzo ma consapevoli che prezzi più elevati riducono la quantità venduta.

Affrontano una curva di domanda inclinata negativamente, come nel monopolio.

In conc. mon., come in conc. perf., esiste la libertà d’ingresso delle imprese che entreranno dove le imprese già

esistenti ottengono extra-profitti. La conseguenza è che, come in conc. perf., nel lungo periodo gli extra-profitti

saranno zero. 7.1 L’EQUILIBRIO DI BREVE PERIODO

p=a−bY

Si prenda una domanda lineare , dove a e b sono parametri. Se il mercato è in equilibrio (q. off e q. dom

Y p=a−bNy

=Ny

sono uguali) e se esistono N imprese allora vale , quindi la funzione di domanda diventa .

Ogni impresa massimizza il profitto con MR(Y)=MC(Y). Se la funzione di domanda è lineare il ricavo marginale avrà

MR Y

( )=a−2bNy

stessa intercetta e doppia pendenza quindi . La produzione ottimale è simile al monopolio. Le

imprese sono consapevoli che se vogliono vendere di più devono fissare prezzi più bassi.

Il profitto dell’impresa nel breve periodo è l’area più scura della fig. 7.1 vista come differenza tra prezzo e costo

¿ ¿ ¿

π p AC y

( )

= −

medio per la quantità prodotta . In breve periodo ogni impresa ottiene degli extra-profitti quindi.

La concorrenza monopolistica nel breve periodo si differenzia dal monopolio solo perché la domanda si rivolge alla

singola impresa, non a tutto il mercato e dipende dal numero di imprese presenti.

7.2 L’EQUILIBRIO DI LUNGO PERIODO

~ ~

25

Esiste libertà d’ingresso, quindi le imprese entreranno sul mercato fino a quanto i profitti saranno positivi. La

p=a−bY → p=a−bNy

domanda di mercato data da descrive che un aumento di N aumenta la pendenza della

funzione.

Dalla fig. 7.2 le rette più chiare sono il prezzo e il MR di breve periodo. La curva di domanda ruota fino a quando

entrano nuove imprese cioè fino a quando i profitti saranno positivi (prezzo è maggiore del costo medio). Quindi

¿

AC y p

( ) =

l’equilibrio di lungo periodo è definito da . Quando si ha N tale che la domanda si trovi in una

situazione in cui il prezzo è uguale al costo medio, le imprese non entreranno più. Quindi la domanda deve arrivare

fino alla retta scura. L’impresa sceglie y=y e p =AC(y ). Questo equilibrio è analogo alla concorrenza perfetta.

LP LP LP

Si costruisce un sistema dove:

• il prezzo è uguale al costo medio. Il prezzo dipende dalla quantità prodotta e dal numero delle imprese.

p y , N AC y)

( )= (

• la pendenza della curva di domanda, che dipende da N, deve essere uguale alla pendenza del costo medio.

dp( y , N dAC( y)

) = .

dy dy

{ p y , N AC y)

( )= (

dp y , N dAC y

( ) ( )

Impostando il sistema: . Le variabili endogene sono il numero d’imprese e la produzione di

=

dy dy

ogni impresa e il prezzo di equilibrio da p=AC. Queste dipenderanno dalla forma delle funzioni di costo medio e

marginale. Il prezzo di equilibrio di lungo periodo è dato dalla tangenza tra curva di domanda e curva di costo medio.

Il prezzo di lungo periodo deve essere maggiore del costo medio minimo. In conc. mon. il prezzo è maggiore del costo

minimo e dipende dalla differenziazione del prodotto. I prezzi rimangono un po’ più alti di quelli corrispondenti al

minimo di costo medio, anche nel lungo periodo.

In concorrenza monopolistica il prezzo è più alto di quello perfettamente concorrenziale perché i consumatori pagano

la varietà dei prodotti. Capitolo 8: L’oligopolio

É un mercato in cui esistono poche imprese che, pur avendo il solito obiettivo della massimizzazione dei profitti,

tengono comportamenti non coerenti con monopolio, concorrenza monopolistica o perfetta. Detengono la quasi

totalità delle vendite di un certo mercato e si chiamano oligopolistiche. Hanno le seguenti condizioni:

1. esiste un numero limitato di imprese e ognuna detiene un certo potere di mercato: non fronteggia una curva di

domanda perfettamente elastica.

2. I beni e servizi sono sostituibili fra loro o addirittura identici

3. Le imprese considerano il comportamento delle altre imprese: questo vuol dire adottare delle strategie che

dipendono dalle strategie che si ritiene adotteranno gli altri. In oligopolio esiste interdipendenza strategica.

8.1 IL GRADO DI MONOPOLIO E IL MARK-UP

È importante capire come il comportamento delle imprese concorrenti sia rilevante nella definizione delle strategie

ottimali di ogni singola impresa. Il profitto atteso dipende dalle aspettative che l’impresa pone sul comportamento

delle concorrenti. Si definisce con Y la produzione totale e con N il numero delle imprese. Curva di domanda

aggregata è una relazione negativa tra quantità domandata e prezzo. In forma inversa p=p(Y): il prezzo di mercato è

funzione della quantità prodotta da tutte le imprese. L’impresa decide quanto produce e la vende al prezzo p(Y) con la

consapevolezza che la quantità complessivamente venduta dipenderà dalle sue scelte di produzione. Y=Y(y). Il nostro

imprenditore ragiona: “il prezzo che dipende dalla quantità totale dipende dalla quantità che decido di produrre”. Se

vuole individuare il livello di prezzo del bene sull’intero mercato deve fare previsioni sul comportamento dei

concorrenti. [ ]

TR y p Y y y

( )= ( )

Il ricavo totale deve essere scritto: . Il prodotto tra il prezzo di vendita che dipende dalla

quantità prodotta dalle imprese Y, che dipende dalla quantità prodotta dalla nostra impresa, e la quantità prodotta dalla

nostra. ~ ~

26

[ ]

Eπ= p Y y y−TC y

( ) ( )

Il profitto atteso è . Derivando la funzione e ponendola uguale a zero si ha:

dp Yp dYdy y

( ) p=MC

+1

dY Y Y

N=

Con N imprese identiche che producono la stessa quantità . Dalla definizione di elasticità della domanda

y

dY p

−η= : si nota che η(p) è sempre positivo.

dp Y Nη p

1 dYdy ( )

( ) p=MC ,risolvendo p → p= MC y

+1 ∈ ( )

dY

p)

−Nη( .

Nη p

( ) − dy

Nη p

( )

dY

Il termine indica quanto la singola impresa riesca a ricaricare i prezzi di vendita del prodotto rispetto

Nη p

( )− dy dY Nη( p)

<

ai costi marginali: mark-up. η(p)>0 e dato che dovrà valere altrimenti i prezzi sarebbero negativi, il

dy dY

prezzo deve essere superiore al costo marginale. Ma di quanto? Dipende dal valore di . Questo termine

dy

definisce quanto il singolo imprenditore si aspetta che cambi la produzione totale nel caso decida di cambiare la sua

produzione. Ma questo dipende dalla decisione delle altre imprese.

Si guardano quindi due risultati:

• Il prezzo di vendita è maggiore del costo marginale, se l’elasticità della domanda al prezzo non tende a

dY

infinito, se il numero di imprese non tende a infinito e se il termine è maggiore di 0 (in conc perf vale

dy

zero) allora le imprese fissano i prezzi applicando un mark-up sui costi marginali;

• Data l’elasticità della domanda e dato il numero di imprese, il ricarico dipende dalla reazione delle altre

imprese. Ogni impresa terrà conto delle reazioni delle altre imprese alle sue decisioni.

−η

Y p

=

Considerando una particolare forma di domanda (a elasticità costante) cosicché η(p)= η: l0elasticità non

dipende dal prezzo. Si considera un mercato oligopolistico in cui ci siano due sole imprese (N=2): duopolio. Si fa

l’ipotesi che i costi marginali siano identici e costanti e pari ai costi medi (c). quindi

-------- 2η dY

dY

Il mark-up con il termine z è . Z è crescente in . Quindi p=z. Dato Y=y1+y2, deve valere

2η− dy

dy

dY dy2

/dy =1+ /dy1 . Z= ------ .

¿

La variazione della quantità complessiva dipenderà dalla reazione dell’impresa concorrente. Si hanno tre modelli

dy2

dipendenti dal valore di , cioè dalla reazione che l’imprenditore 1 si aspetta da parte dell’impresa 2.

dy1

1. Collusione: ognuna si aspetta che l’altra segua i suoi comportamenti: le due imprese si mettono d’accordo.

η−1 η

z= p= c

dy2=dy1

Quindi e e il prezzo . Il prezzo quindi è lo stesso del monopolio.

η η−1

~ ~

27 dy2 =0

2. Cournot: l’impresa 1 si aspetta che l’impresa 2 mantenga costante la produzione. Quindi , perché

dy1

2η−1 2η−1

z= p= c

l’altra non reagisce in termini di quantità. Vale e . I prezzi sono maggiori dei

2η 2η

costi marginali ma minori della collusione.

3. Bertrand: l’impresa 1 si aspetta che l’impresa 2 mantiene costante il prezzo. Ma deve mantenere costante la

quantità complessiva venduta: solo se l’impresa 2 riduce la quantità venduta quanto l’impresa 1 aumenta.

dy2

dy2=−dy1 , cioè =−1 . Il mark-up è uguale all’unità. I prezzi sono uguali ai costi marginali p=c.

dy1

I prezzi in Bertrand sono minori della collusione e di Cournot.

A seconda dell’ipotesi rispetto al comportamento della concorrente, si ottengono livelli di prezzo pari a quelli della

concorrenza perfetta, del monopolio o intermedi. I profitti dipendono dal tipo di modello che si considera.

8.2 I MODELLI TRADIZIONALI DELL’OLIGOPOLIO

Si considera una funzione di domanda lineare.

LA COLLUSIONE

Due imprese colludono quando si accordano sul prezzo di vendita del prodotto e sulla quantità che ognuna delle due

deve produrre. Formano un cartello, come se fossero un’unica impresa. Il comportamento ottimale non è diverso dal

monopolista.

PER TUTTE LE FORMULE GUARDARE SU APPUNTI O SU LIBRO.

Scegliere congiuntamente y1 e y2 equivale a scegliere Y: stessa scelta del monopolista. Quindi con l’uguaglianza

MR=MC.

Anche la collusione da un esito inefficiente e deve essere combattuta perché riduce il benessere dei consumatori. Le

imprese ne hanno interesse, i consumatori sono contrari. Il prezzo sarà più alto possibile, quindi il surplus il più basso.

Si istituisce una normativa antitrust che tende a eliminare la possibilità che le imprese colludano.

COURNOT

La caratteristica è che ogni impresa assume che la concorrente mantenga costante la quantità venduta. Per

l’imprenditore 1 la domanda dell’intero mercato è soddisfatta per una quantità fissata della produzione dell’impresa 2

che lui ritiene costante. L’impresa 1, supponendo y2 costante, considera solo una parte dell’intera curva di domanda:

quella a destra di y2. Rispetto alla curva di domanda normale questa ha un intercetta verticale più bassa e la stessa

pendenza.

L’equazione esplicitata in y1 è detta funzione di reazione dell’impresa 1 perché dice quanto è ottimale produrre per

l’impresa 1 per ogni possibile livello di produzione dell’impresa 2.

L’equilibrio si raggiunge quando le due equazioni sono soddisfatte: le aspettative dell’impresa 1 sul comportamento

dell’impresa 2 sono realizzate. Sull’asse delle ordinate la produzione 2 e sulle ascisse la produzione 1.

Le due funzioni sono rette decrescenti nello spazio y2 e y1. Dipende dal fatto che quanto più è elevata la produzione

dell’impresa 2, tanto più per l’impresa 1 è razionale produrre di meno. L’intersezione definisce l’equilibrio.

Quindi le imprese in Cournot:

a) Producono di più che se avessero formato un cartello

b) Fissano prezzi più bassi

c) Ottengono extra-profitti, ma più bassi del cartello.

BERTRAND

Ambedue le imprese assumono che l’altra impresa mantenga costante il proprio prezzo. Se in un mercato con prodotti

omogenei, un’impresa si aspetta che il concorrente mantenga costante il prezzo, ha sempre interesse a ridurre il prezzo

sotto del concorrente: ci sarà una guerra dei prezzi. Le imprese abbasseranno sempre di più il prezzo fino a quanto il

prezzo sarà uguale al costo medio. Se si hanno rendimenti di scala costanti (MC=AC), l’equilibrio è dato da p=c, e la

quantità prodotta sarà a metà nell’intero mercato tra le due imprese. I profitti saranno negativi perché il prezzo è

uguale al costo medio.

Questo è paradossale, ma le imprese possono usare altre strategie per guadagnare quote di mercato. Si differenziano i

prodotti, si investe in pubblicità. ~ ~

28

Un riepilogo

Dalla collusione, a Cournot, a Bertrand:

• La produzione cresce;

• Il prezzo si riduce;

• I profitti si riducono.

L’oligopolio ha esiti che variano da quelli della concorrenza perfetta al monopolio.

I comportamenti delle imprese definiscono il benessere dei consumatori, attraverso il surplus dei consumatori. I

modelli tradizionali sono caratterizzati però da “aspettative” che non è detto siano rispettate.

Le aspettative non sono quelle ottimali. Un imprenditore razionale dovrebbe aspettarsi che anche il concorrente si

comporti in modo razionale. Dovrebbe assumere che l’altra impresa si comporti nel modo ottimale.

Per considerare comportamenti ottimali si deve ragionare in termini di teoria dei giochi.

8.3 LE DECISIONI STRATEGICHE E LA TEORIA DEI GIOCHI

Leggere tutto l’esempio sugli appunti.

L’esito del gioco è che ambedue le imprese giocano Cournot. L’equilibrio è chiamato equilibrio di Nash: situazione in

cui tutti i giocatori seguono la strategia che è la migliore risposta rispetto alle migliori strategie altrui.

Si parla di efficienza in senso paretiano: un equilibrio è inefficiente se qualcuna delle parti interessate può star meglio

senza che altri stiano peggio.

Si nota che Nash non è pareto-efficiente. Ambedue starebbero meglio se colludessero, ma perché non colludono? Se

un’impresa osserva che la concorrente collude per lei è più conveniente fissare prezzi più bassi per guadagnare quote

di mercato: defezionare. Ognuna delle due sarebbe incentivata a non rispettare l’accordo collusivo. Si tratta del

“dilemma del prigioniero”. Basta introdurre interazioni e l’esito di un sistema non è più efficiente.

Quindi: la collusione non è un equilibrio di Nash: le imprese in oligopolio non dovrebbero colludere, anche se la

collusione resta la forma di mercato che permette profitti più elevati e sarebbe pareto-efficiente.

TEORIA DEI GIOCHI: UNA BREVE INTRODUZIONE

Situazioni con interazioni strategiche sono situazioni in cui il payoff di un agente dipende dal comportamento di altri.

La teoria dei giochi analizza situazioni di conflitto: interazioni tra due o più soggetti, tali per cui le decisioni di un

soggetto influiscono sui risultati di un rivale e dipendono dal comportamento del rivale.

Un gioco è una qualsiasi situazione in cui ognuno degli n giocatori dispone di m strategie e dove i payoff ottenuti

dipendono dalla strategia scelta da lui ma anche da tutti gli altri. Gli elementi sono quindi i giocatori, le strategie e i

payoff. L’esito atteso è l’equilibrio di Nash, che emerge quando ogni giocatore si aspetta che tutti gli altri tengano il

comportamento ottimale.

I giochi possono essere a somma zero (quello che guadagna uno deve essere perso dall’altro, ma la somma dei payoff

è sempre la stessa), e a somma non nulla (i payoff totali sono maggiori che negli altri casi: collusione).

I giochi possono essere a informazione completa (le parti dispongono delle stesse informazioni), o asimmetrica (le

informazioni non sono comuni a tutti i giocatori).

Si può giocare una sola volta, oppure essere consapevoli che il gioco sarà ripetuto un numero indefinito di volte.

I giochi possono essere a mosse sequenziali (scacchi, briscola), o simultanee (ogni giocatore deve decidere la sua

strategia contemporaneamente all’altro). L’esito di un gioco a mosse simultanee può essere diverso dallo stesso gioco

a mosse successive, ma non è detto. Il gioco a mosse simultanee si rappresenta con la tabella a doppia entrata,

definita anche matrice dei payoff.

La metodologia per l’equilibrio di Nash è basata sulle stesse ipotesi del gioco a mosse successive: ogni giocatore si

aspetta che il rivale giochi la strategia migliore.

Si stabilisce il maximin che è la strategia che massimizza il minimo payoff di un giocatore. L’equilibrio di Nash è

quello dove le frecce convergono. Può essere, oppure non essere pareto-efficiente. Non lo è se nella matrice esistono

altri equilibri in cui ambedue stanno meglio.

Un modo alternativo per definire l’equilibrio di Nash è la strategia dominata. È dominata se, indipendentemente dal

comportamento dell’altro, do sempre un payoff più basso. Per esempio la collusione è dominata perché ognuno,

giocando Cournot, ottiene un payoff più elevato, sia se l’altro gioca Cournot che collusione. La collusione non sarà

mai scelta per entrambe. La teoria dei giochi è usata in tutte le situazioni con comportamenti strategici da parte degli

agenti. I comportamenti degli individui e delle imprese sono caratterizzati da strategie.

IL DILEMMA DEL PRIGIONIERO ~ ~

29

Si ha il dilemma del prigioniero se due agenti:

Massimizzano i payoff congiunti se riescono a accordarsi su una strategia pareto-ottimale comune;

 Ognuna ha interesse a non rispettare la strategia perché non rispettandola avrebbe profitti più alti a discapito

 dell’altro.

L’OPPORTUNISMO

È una situazione in cui due agenti potrebbero ottenere payoff più alti possibili se si accordassero per una strategia, ma

ognuno dei due preferirebbe che l’altro proponesse la strategia perché chi propone ha costi più elevati. Così però

nessuno dei due farà la proposta, e l’equilibrio sarà sub-ottimale.

SFRUTTAMENTO ECCESSIVO DI RISORSE

Le risorse naturali possono essere rinnovabili o non rinnovabili. Gran parte delle rinnovabili richiede tempo per

“ricrescere”. Chi sfrutta una risorsa di questo tipo sa che il rendimento della risorsa dipende da quanti agenti stanno

sfruttando la risorsa. Si arriva a uno sfruttamento eccessivo perché nessuno è disposto a ridurre la sua attività perché

sa che l’altro non lo fa. Si avrà quindi un Autorità esterna che limita l’accesso.

EQUILIBRI MULTIPLI

I giochi possono non avere nessun equilibrio, averne uno che è anche pareto-efficiente, oppure possono averne due.

DETERRENZA ALL’ENTRATA

In mercati monopolistici o oligopolistici il prezzo può tendere alla concorrenza quando è possibile e conveniente per

nuove imprese l’ingresso nel mercato.

Accade quando un bene o servizio può essere prodotto senza incorrere a investimenti iniziali troppo elevati. Per

esempio il mercato del trasporto aereo è considerato un mercato contendibile, dato che è facile spostare un aereo da

una rotta all’altra.

Se esiste minaccia di ingresso di nuove imprese quelle già operanti si comportano in modo differente per evitare che

nuove imprese entrino nel mercato perché ridurrebbero i profitti. Potrebbero erigere barriere all’entrata: ovvero porre

in essere comportamenti che scoraggino l’entrata di nuove imprese, fissando prezzi più bassi e ottenere profitti

inferiori di quelli massimi.

Per tutti i mercati caratterizzati da concorrenza potenziale di nuovi entranti, le imprese monopolistiche pongono questi

comportamenti chiamati deterrenza all’entrata. Le conclusioni sono che in mercati con poche imprese i prezzi

possono essere simili alla concorrenza perfetta se esiste libertà e facilità di ingresso: questo ridurrebbe la necessità

dell’intervento pubblico.

I GIOCHI RIPETUTI E LA COLLUSIONE

La collusione non rappresenta un equilibrio di Nash, anche perché se due imprese facessero un accordo collusivo,

ognuna avrebbe interesse a non rispettarlo. Allora perché le imprese nella realtà colludono?

Si introduce il concetto di gioco ripetuto: quando i giocatori sanno che il gioco si svolgerà altre volte in futuro per un

numero indefinito di volte e non sanno per quante volte lo faranno ancora.

Questo rende differente il gioco ripetuto dal gioco one shot. La strategia di ogni giocatore non è più una singola

mossa, ma una successione di mosse.

Ambedue dispongono di tutte le informazioni e sanno di dover ripetere tutti i giorni lo stesso gioco. Come è razionale

comportarsi?

Il massimo payoff sarebbe se tutti e due colludessero. Ma sono consapevoli che il rivale guadagna più se gioca

Cournot. Si mette in atto la strategia tit for tat “colludere al primo tentativo, osservare se anche l’altro collude,

continuare a colludere se l’altro collude. Se l’altro defeziona (gioca Cournot), giocare Cournot da quel momento per

sempre”.

Per ambedue sarà ottimale continuare a colludere.

È fondamentale non conoscere quale sia l’ultimo round perché se fosse noto all’ultimo round i due giocatori

giocherebbero Cournot, e per induzione retroattiva giocherebbero Cournot anche al penultimo, al terzultimo e così via.

Se uno dei due giocatori vuole guadagnare il massimo al primo round, essendo disinteressato a quelli successivi? Se

ritiene che l’altro usi la tit for tat giocherà Cournot. Dal secondo round otterrà un payoff minore, ma non è interessato

ai payoff futuri. Per far si che la tit for tat sia ottimale, ambedue devono preferire guadagnare in ogni round 18

piuttosto che guadagnare 20.25 al primo e 16 dal secondo in poi.

Il payoff atteso è il valore attuale di una rendita di infiniti termini generata dal colludere. Confrontando i payoff attesi

generati dalla strategia Cournot aspettandosi che l’altro colluda si nota una cosa.

~ ~

30

Se il saggio di preferenza intertemporale non è troppo alto (i due non sono troppo impazienti), l’equilibrio è la

collusione “folk theorem”. Le imprese in oligopolio sono consapevoli di dover giocare le proprie strategie anche in

futuro. Le loro strategie ottimali non sono quelle del gioco one-shot, ma quelle che emergono da giochi ripetuti.

La collusione, secondo il folk theorem, è un esito possibile in mercato oligopolistici.

8.4 IL PREZZO IN OLIGOPOLIO

In oligopolio il prezzo può variare da quello perfettamente concorrenziale (p=mc) a quello in monopolio (mr=mc).

Il livello di prezzo dipende:

Dall’elasticità della domanda del bene. Tanto più la domanda è rigida, tanto più è facile fissare prezzi più alti

 dei costi medi. In mercato molto rigidi per le imprese è facile colludere.

Dal numero di imprese operanti nel mercato. Tanto più imprese esistono, più è difficile pensare a accordi

 collusivi.

Dall’entrata di altre imprese sul mercato. L’entrata di nuove imprese è più probabile se i costi fissi di ingresso

 sono bassi. Tanto più si ha libertà di ingresso, tanto più il prezzo si avvicina a quello concorrenziale, perché le

imprese che operano in quel mercato, per erigere barriere all’entrate, fissano prezzi non troppo elevati.

Dalla differenziazione di prodotto. Tanto più i prodotti sono differenziati, tanto più le imprese assomigliano a

 monopolisti. Quando non sono differenziati, una politica di prezzo aggressiva spinge a conquistare quote di

mercato.

Dalla sostituibilità del bene con altri beni simili da imprese concorrenti. Prodotti abbastanza sostituti fanno sì

 che sia difficile che i prezzi tendano a quelli del monopolio.

Dalle capacità di controllo delle autorità alla “garanzia della concorrenza e del mercato”. E della normativa

 antitrust nei vari sistemi economici.

Capitolo 9: Le asimmetrie informative

Le asimmetrie informative si hanno quando due parti che stipulano un contratto non dispongono delle stesse

informazioni in relazione alle caratteristiche della controparte e alle azioni poste in essere dalla controparte.

La parte che dispone di minori informazioni è svantaggiata, perché la parte più informata utilizza le informazioni a

proprio vantaggio, e la parte meno informata deve cercare di fare delle azioni che spingano l’altra parte a rivelare le

informazioni o che incentivano l’altra a svolgere l’azione nel modo migliore.

Le asimmetrie informative possono essere causa di fallimenti del mercato.

9.1 TIPI DI ASIMMETRIE INFORMATIVE

Informazione nascosta e azione nascosta si hanno quando:

1. Un principale redige un contratto,

2. Almeno un agente è interessato,

3. Il principale sceglie l’agente,

4. L’agente accetta,

5. L’agente esegue il contratto,

6. L’agente può impegnarsi di più o di meno nell’esecuzione,

7. Eventi esogeni incidono,

8. Il principale e l’agente ottengono dei payoff.

1,2,3: sono una situazione di informazione asimmetrica, perché il principale, nella scelta dell’agente, ha minori

informazioni rispetto alle caratteristiche.

5,6: sono un’azione nascosta: l’agente può impegnarsi di più o di meno e incide sui payoff.

7: per il principale è difficile valutare la bontà della scelta fatta e il comportamento dell’agente perché eventi esogeni

incidono sull’esito del contratto. 9.2 L’INFORMAZIONE NASCOSTA

Esiste informazione nascosta quando una parte dispone di informazioni relative alle proprie caratteristiche di cui

l’altra parte non dispone. Per esempio in un colloquio di lavoro, si sa quanto si è bravi e durante il colloquio si cerca di

farsi passare come il miglior venditore. Se si è assunti l’imprenditore alla fine osserva quanto si è venduto, ma non sa

~ ~

31

quanto dipende dalla bravura e quanto dalla fortuna. L’imprenditore cerca di capire la bravura e l’intenzione, ma non

saprà mai di aver scelto bene.

L’informazione asimmetrica sulle caratteristiche potrebbe ridurre la produzione complessiva dell’impresa, e quindi

anche quella dell’intero sistema economico.

Se sapete di essere molto bravo nelle vendite, si preferisce lavorare in un’impresa che da incentivi sulle vendite come

retribuzione. Se sapete di essere poco bravo nelle vendite, si preferisce in un’impresa con retribuzione fissa.

Tutti quelli che cercano lavoro nelle vendite, se sono molto bravi cercano di lavorare nella prima impresa. Quindi se

esistono due imprese che offrono questi due contratti, uno con retribuzione fissa e uno con retribuzione commisurata

alle vendite, nell’impresa con retribuzione fissa ci finiscono i lavoratori peggiori.

Questo è un tipico caso di autoselezione e di selezione avversa per l’impresa che offre retribuzione fissa.

Quindi:

• Autoselezione: situazione nella quale il principale, proponendo contratti con date caratteristiche, cerca di

spingere gli agenti a separarsi in gruppi differenti a seconda delle loro caratteristiche;

• Selezione avversa: situazione nella quale partecipano a un contratto solo gli agenti con caratteristiche peggiori

rispetto a quelle desiderabili dal principale.

• Segnalazione: situazione in cui quella parte di agenti che è maggiormente dotata delle caratteristiche

apprezzate dal principale pone in essere delle azioni finalizzate a “segnalare” le proprie caratteristiche.

L’AUTOSELEZIONE E LA SELEZIONE AVVERSA

Il principale riesce a distinguere tra categorie di agenti. I contratti devono essere strutturati in modo tale che gli agenti

si selezionino a seconda delle preferenze del principale: non sempre è possibile farlo, e neanche spingere gli individui

a auto-selezionarsi in modo positivo per il principale.

La selezione avversa è una forma particolare di auto-selezione: le condizioni di un contratto provocano una selezione

dei contraenti sfavorevole per chi ha redatto il contratto.

Un tipico caso è il contratto assicurativo. Si supponga un contratto per il rischio di incidenti con una probabilità media

di 50%.

L’asimmetria informativa si manifesta perché l’impresa assicuratrice non conosce la probabilità di subire incidenti per

il singolo individuo che si presenta a sottoscrivere il contratto assicurativo. Ogni individuo conosce la propria

probabilità, ma l’impresa assicuratrice non la conosce: conosce solo la probabilità media.

Il vincolo di partecipazione è soddisfatto soltanto per alcuni individui. Il problema della selezione avversa emerge

perché sono gli individui con probabilità di incidente più alta che decideranno di assicurarsi, quelli meno desiderati

dalla compagnia perché più a rischio. Quelli più desiderati, perché meno a rischio, non si assicureranno.

In media, chi effettivamente si assicura, ha una probabilità media del 69,5%.

L’impresa assicuratrice avrà una perdita che dipende dalla selezione avversa. Quindi un contratto assicurativo genera

selezione avversa perché il vincolo di partecipazione è soddisfatto soltanto per gli individui meno desiderati. Cosa può

fare l’impresa assicuratrice?

• Potrebbe aumentare il premio. Ma a questo nuovo livello non si assicurano più le stesse persone, ma di meno.

Il mercato assicurativo contro questo tipo di incidenti può allora essere destinato a scomparire, a causa della

selezione avversa e quindi la strategia di aumentare il premio è una strategia che non può funzionare.

p

• Potrebbe sfruttare le informazioni passate. Infatti per un premio pari a , l’impresa assicuratrice ha

2

comunque un equilibrio separatore, perché alcuni individui hanno sottoscritto il contratto e altri no. L’impresa

è in grado di separare gli individui. Potrebbe sfruttare queste informazioni proponendo contratti con premi più

bassi per chi non ha sottoscritto prima, perché l’impresa è a conoscenza che chi non ha sottoscritto il primo

contratto è a più basso rischio di incidente.

• Potrebbe cercare di ottenere informazioni sulla probabilità di ogni individuo, ma è costoso e non sempre si

possono ottenere.

• Potrebbe valutare il rischio medio di differenti categorie e proporre premi differenziati. Il premio dipende dal

rischio medio della sua categoria e si hanno premi diversi per età, per zona di residenza, sesso.

• Potrebbe proporre differenti contratti con lo scopo di spingere gli individui ad auto-selezionarsi tra i diversi

tipi di contratto. ~ ~

32

L’ultimo punto è importante perché porta all’analisi degli agenti e mette in evidenza come a fronte di contratti che

danneggiano il principale, ce ne sono altri che sono redatti dal principale proprio per ottenere informazioni sugli agenti

e evitare la selezione avversa.

Consideriamo un’impresa che offre contemporaneamente i due contratti: uno con retribuzione fissata a priori e uno

proporzionale alla performance. Pur non conoscendo le capacità sa che gli individui più bravi si proporranno per il

contratto con retribuzione proporzionale alle vendite.

Il principale riesce a separare i candidati all’assunzione tra i bravi e i meno bravi. Anche le imprese di assicurazione

possono proporre contratti differenziati.

In generale, contratti tendenti a spingere gli individui all’auto-selezione, la raccolta di informazioni sugli individui,

l’utilizzo di altre informazioni derivanti da quali contratti erano stati sottoscritti in passato dagli individui, possono

portare le compagnie, o in generale il principale, a superare il problema della selezione avversa. Ma il principale deve

comunque sostenere costi per ottenere informazioni.

LA SEGNALAZIONE

Consideriamo un individuo che ha probabilità 1% di subire incidenti, ma vuole comunque assicurarsi se gli si

proponesse un contratto equo. A questo piacerebbe far sapere all’agenzia che il suo rischio è dell’1%, perché

pagherebbe un premio molto basso.

Tutti gli individui hanno interesse a far ritenere alla compagnia che il proprio rischio è basso e tutti vorrebbero passare

come individui a basso rischio.

Per questo si parla di modelli di segnalazione: ogni individuo con caratteristiche desiderabili per la controparte ha

l’interesse a segnalare le sue qualità. Per esempio far vedere alla compagnia la cartella clinica dalla quale emerge che

non si ha mai avuto incidenti nella vita. Questo vuol dire proporre un segnale che sarà accettato solo se credibile. Ma

questi segnali devono essere prodotti solo da individui che effettivamente hanno quelle qualità. Si suppongano

individui bravi e individui somari. Secondo la teoria dei segnali, un segnale importante è l’istruzione: chi ha il titolo di

laurea è più bravo, perché è stato in grado di superare un percorso formato da esami e tesi. Gli studenti non

frequentano l’università per diventare più bravi, ma per mostrare che sono più bravi di chi non ha la laurea.

Ma sotto quali condizioni è credibile? È credibile se esistono delle ragioni che spingono gli individui bravi a produrre

il segnale e che spingono gli individui somari a non produrlo. Deve emergere un equilibrio separatore. Solo i più

bravi hanno interesse a conseguire la laurea.

Le imprese assumono esista un equilibrio separatore in cui i lavoratori con laurea sono più bravi e più produttivi. Si

forma un equilibrio separatore perché solo i più bravi producono il segnale e la produzione del segnale permette di

distinguere tra bravi e meno bravi.

Se si suppone che il tempo di studi debba essere compreso tra 2.5 e 5 anni, la lunghezza minima di 2.5 è anche quella

ottimale: se lo studio è utile solo come strumento di produzione del segnale, studiare più di 2.5 rappresenta uno spreco

di risorse. Se la durata degli studi fosse 2 anni anche i somari avrebbero interesse a proseguire gli studi. Se fosse

invece di 6 anni anche i bravi non avrebbero interesse a continuare gli studi. In ambedue i casi si trova un equilibrio

non separatore, perché tutti si comporterebbero allo stesso modo. Le imprese offrirebbero un salario medio: i bravi

guadagnano di meno e i somari guadagnano di più a conferma che solo i bravi hanno interesse per il segnale.

L’equilibrio separatore in cui tutti producono il segnale sarebbe inefficiente: tutti spendono per laurearsi, ma il sistema

sarebbe nella stessa situazione in cui nessuno spende per laurearsi. In ambedue i casi le imprese pagano a tutti lo

stesso salario: nessun individuo è incentivato a non laurearsi. L’assenza del titolo di studi sarebbe un segnale negativo.

Se l’equilibrio separatore esiste allora i bravi investono negli studi solo per far conoscere la bravura. I costi per

l’istruzione non aumentano la capacità degli individui, ma servono solo per risolvere un’informazione asimmetrica: le

imprese non conoscono la bravura degli individui e si affidano ai segnali. Comunque la segnalazione comporta dei

costi: anni di studio, anni nei quali non si percepiscono redditi.

La segnalazione è efficiente per la collettività?

Cosa succede se nessuno produce il segnale, perché una legge lo vieta? Le imprese non riconoscerebbero i lavoratori e

tutti avrebbero lo stesso salario medio. È sicuramente maggiore della retribuzione media con segnalazione perché

nessuno ha prodotto un segnale costoso.

I lavoratori somari stanno meglio se l’equilibrio è non separatore, perché si appropriano di una parte della produttività

dei bravi. L’equilibrio non separatore da un reddito più alto per i bravi (quindi i bravi stanno meglio) se la loro quota

nella popolazione è abbastanza bassa. Se i somari fossero una bassa quota allora anche i bravi starebbero meglio se la

segnalazione non esistesse.

Quindi: ~ ~

33

• Se la quota di bravi è abbastanza bassa, un equilibrio separatore sulla segnalazione riduce l’utilità dei somari

ma aumenta l’utilità dei bravi rispetto l’equilibrio senza segnalazione;

• Se la quota di individui bravi è alta, un equilibrio separatore con segnalazione riduce l’utilità dei somari, ma

riduce anche l’utilità dei bravi rispetto l’equilibrio senza segnalazione.

Ogni bravo è incentivato a produrre il segnale perché altrimenti egli rimarrebbe confinato tra i somari. Cioè,

l’equilibrio con separazione è ottimale per i singoli bravi ma inefficiente socialmente: potrebbe capitare che tutti

starebbero meglio se il segnale non esistesse.

9.2 L’AZIONE NASCOSTA E L’INCENTIVAZIONE

L’impossibilità per il principale di controllare con certezza l’operato (azione) dell’agente è molto frequente nei

rapporti di lavoro: è difficile per l’imprenditore capire quanto si impegni ogni dipendente, ma deve comunque

retribuire tutti.

Queste azioni procurano dei danni alla controparte che dovrà sempre cercare di fare delle azioni che fanno si che

l’agente sia incentivato a comportarsi nel modo desiderato.

Tutte le relazioni nelle quali il principale non può osservare il comportamento dell’agente sono azione nascosta.

Genera disutilità all’agente e invece utilità al principale. Il problema è “come si può strutturare il contratto per fa si

che l’agente si comporti nel modo migliore?” Come si può incentivare l’agente?

Si consideri una relazione di lavoro tra impresa (principale) e lavoratore (agente). Il lavoratore sceglie quanto

impegnarsi e il datore non può controllare perfettamente quanto si impegni. Tanto meno il lavoratore si impegna, più il

suo benessere è alto e i profitti dell’impresa sono bassi. Si ha un conflitto di interessi tra agente e principale. Il

principale può monitorarlo ma solo con una certa probabilità scopre se il lavoratore si impegna o no. Con q probabilità

di monitorare. Se viene monitorato e non si impegna viene licenziato. Con w il salario, con e l’impegno (effort). Se il

lavoratore se impegna e viene monitorato, non viene licenziato.

L’utilità del lavoratore dipende positivamente dal salario e negativamente dall’impegno. Se il lavoratore viene

licenziato rimarrà disoccupato ma percepirà un sussidio di disoccupazione B. considerando un neutrale al rischio la

u=w−e u= 1−q w

( ) +qB

sua utilità se si impegna sarà . Se non si impegna . L’imprenditore conosce queste

e

w=

S N +B

u ≥ u

funzioni e dovrà far si che il lavoratore si impegni, quindi . Risolvendo in w si trova che

q

rappresenta il vincolo di incentivazione: se è soddisfatto l’agente si impegna. Il principale dovrà corrispondere un

salario tanto più alto, quanto più l’impegno richiesto sul posto di lavoro è alto, la probabilità di monitoraggio è bassa e

il sussidio è alto. Se esistesse la possibilità di controllare perfettamente si avrebbe che q=1: il lavoratore è sicuro di

essere licenziato se non si impegna. Il salario sarebbe solo quello che lo compensa dell’impegno e del sussidio di

disoccupazione (e+B)

Il salario che rispetta il vincolo di incentivazione è maggiore di e+B perché q<1: le imprese devono pagare salari più

elevati se vogliono incentivare i lavoratori. Di quanto più elevati? Dipende da q: se l’imprenditore controlla di più i

salari sono più bassi. Ma controllare il lavoratore procura dei costi. Questi sono dei costi che il principale deve

sopportare per far fronte a asimmetrie informative da azione nascosta.

Capitolo 10: Le esternalità

Quando un agente tiene dei comportamenti che hanno effetti indesiderati su altri agenti si parla di esternalità. Se gli

effetti sono positivi ovvero aumentano il benessere, sono esternalità positive. Se gli effetti sono negativi sono e.

negative.

Non tengono conto tra loro i costi dei danni creati agli altri, neanche dei benefici generati per la collettività. Le

esternalità hanno a che fare con danni o benefici da un agente a favore o non di altri agenti senza che l’autore del

danno o beneficio abbia intenzione di crearli. Si parla di esternalità solo se l’agente non considera nella sua funzione

di utilità i danni o i benefici generati. Dal punto di vista della collettività bisogna tenerne conto. Il comportamento

ottimale non coincide con il comportamento ottimale per la collettività. Se una certa azione procura danni la quantità

di quella azione va ridotta e viceversa. Si distingue in:

• Esternalità nel consumo: se il consumo del bene di un individuo influenza il benessere dell’altro.

• Esternalità nella produzione: l’attività di produzione di un’impresa può danneggiare o avvantaggiare la

produzione di un’altra: tipico esempio impresa di produzione di miele vicino a impresa di produzione di fiori,

o impresa che inquina un fiume dove ci sono pescatori;

~ ~

34

• Esternalità di rete: il benessere dal consumo di un bene a un individuo dipende dal numero di individui che

consumano lo stesso bene. Per esempio il cellulare, o l’eccesso di traffico sulla rete.

10.1 L’ESTERNALITA’ E L’INEFFICIENZA DEL MERCATO

Si pensi a un fornaio che producendo fumo infastidisce gli abitanti. Il fornaio non conteggia tra i costi il danno ai

vicini. I vicini hanno dei danni derivati da attività di cui non sono responsabili: tipico caso di esternalità negative. C’è

una differenza tra i costi privati e i costi sociali: quest’ultimi conteggiano il danno creato dal fumo.

Si noti una conseguenza: il prezzo per il pane non tiene conto dei costi arrecati agli agenti. Il prezzo riflette quindi il

costo privato, non il costo sociale. I prezzi non riflettono più i costi totali di produzione, e il pane viene venduto in

quantità superiori a quelle socialmente efficienti. Per analizzare gli effetti dell’esternalità si consideri che il costo

SMC y y

( )= +θ

marginale sociale (social marginal cost) è dato da . Se l’impresa vende a un prezzo dato (mercato

conc.) nel breve periodo sarebbe opportuno produrre la quantità dall’eguaglianza tra prezzo e costo marginale sociale,

non privato. Quindi la produzione totale sarebbe più bassa. Nel lungo periodo, dall’ingresso di nuove imprese, la

quantità è data dall’eguaglianza tra prezzo e minimo del costo medio sociale. Il prezzo nel lungo periodo è più elevato

θ

se si considerano le esternalità, perché al costo medio dell’impresa si deve aggiungere . Quindi nel lungo periodo

il prezzo d’equilibrio è minore del prezzo che emerge se le esternalità vengono contate. Quindi il prezzo che non tiene

conto delle esternalità dà luogo a una quantità scambiata più alta di quella socialmente ottimale.

Dato che l’imprenditore considera il costo privato e non quello sociale, se esistono esternalità negative il prezzo è

troppo basso e la produzione totale è più alta di quella ottimale, sia nel breve che nel lungo periodo. (fig. 10.1)

Si definisce allora il benessere sociale SW (social welfare) come il profitto ottenuto dall’impresa al netto della

variazione dell’utilità degli individui generata dalle esternalità negative. La quantità che massimizza il benessere

sociale è quella ottimale per la collettività.

10.2 SOLUZIONI ALLE ESTERNALITA’: IL TEOREMA DI COASE

Come si può affrontare il problema? Si suppongano tre casi:

1. Non esiste nessuna legge che regoli l’emissione di fumi,

2. Esiste una legge che la permette,

3. Esiste una legge che la vieta.

Si supponga sia possibile utilizzare un camino più alto che porti i fumi sopra il condominio e nel caso venga installato,

i fumi non danneggiano più.

Nel caso 1. La situazione difficilmente avrà soluzione. Il fornaio non ha nessun incentivo a installare il camino più

alto.

Nel caso 2. Per il fornaio è lecito produrre fumi, quindi i condomini dovrebbero mettersi d’accordo per installare il

camino. Ma lo fanno se il beneficio dall’eliminazione dei fumi è maggiore del costo necessario a installarlo. Se

installare è moto costoso, si potrebbe convincere il fornaio a chiudere remunerandolo per la perdita di profitti. È

difficile perché ogni condomino potrebbe disinteressarsi e non pagare il costo. Si dice che ogni condomino avrebbe

interesse a tenere un comportamento di free riding.

Nel caso 3. Il fornaio dovrà scegliere: continuare l’attività installando il camino a sue spese, oppure se l’installazione è

troppo costosa, chiudere l’attività.

Da qui emerge il teorema di Coase: se i diritti di proprietà sono ben definiti e se le parti possono contrattare senza

eccessivi costi di transazione, il problema è risolto attribuendo i diritti di proprietà. Secondo questo teorema, le

esternalità creano inefficienze solo se non è attribuito a qualcuna delle parti in causa il diritto di proprietà relativo al

bene che è soggetto alle esternalità.

ESEMPIO SU APPUNTI (SPLENDOR, COOP PESCA)

Una volta che i diritti di proprietà sono stabiliti, il fanno che il depuratore sia installato o meno non dipende da come i

diritti di proprietà sono attribuiti, ma dal costo del depuratore rispetto ai profitti delle imprese. Alla fine si farebbe la

scelta più conveniente per la collettività. Quello che cambia è il soggetto che deve sostenere il costo.

Nel caso in cui il diritto all’acqua pulita non esista, i costi delle esternalità gravano sui pescatori; se il diritto esiste i

costi gravano sulla Splendor.

Il teorema di Coase dice che l’attribuzione dei diritti di proprietà permette di far considerare i costi (benefici) delle

esternalità quando non esistono costi rilevanti di transazione.

~ ~

35

Se la Splendor inquinasse tante città e tanti abitanti, chi farebbe valere i propri diritti? Per il comportamento dei free

rider nessuno. E se ogni cittadino farebbe valere i propri diritti quanto costerebbe alla Splendor contrattare con

ognuno? Qui è necessaria la rappresentanza collettiva di chi è danneggiato: lo Stato.

Il teorema di Coase, che, grazie alla definizione dei diritti di proprietà, attribuisce al mercato il compito di risolvere il

problema, è applicabile solo nel caso in cui le esternalità coinvolgano un numero limitato di parti che non hanno

eccessivi costi di transazione.

10.3 L’ESTERNALITA’ E L’INTERVENTO PUBBLICO

Quindi, in presenza di esternalità, l’attribuzione di diritti di proprietà permette il raggiungimento di ottimalità. Si nota

che è necessario che i costi non siano eccessivi e che ci sia relativa facilità di accordarsi. Gran parte però coinvolgono

molte persone. In questi casi è difficile pensare che l’attribuzione dei diritti risolva il problema, perché esistono molte

parti e la contrattazione porta a costi eccessivi. Si pensi all’inquinamento ambientale che coinvolge tutta la

popolazione mondiale. In questi casi è pensabile che le imprese che inquinano rimborsino ogni cittadino per i danni?

Sicuramente no, i costi sarebbero spropositati e sarebbe difficile. In casi come questo è necessario l’intervento

pubblico, sia di Stati che di organi internazionali. Lo stato può intervenire in 3 modi:

1. Regolamentando e limitando le attività negative; definito come norme di “controllo e comando”;

2. Tassando le attività che producono esternalità negative (e detassando quelle che producono est. positive: tassa

pigouviana o tassa ambientale;

3. Istituendo un mercato dei diritti alla produzione di esternalità negative, cioè un mercato di diritti di

inquinamento o diritti di emissione.

LA REGOLAMENTAZIONE

La regolamentazione delle attività inquinanti è la via maggiormente seguita dagli Stati industrializzati ed è soggetta a

specifiche normative. In questo modo gli Stati riducono le esternalità riducendo la fonte che le crea. Le imprese che

inquinano vedono aumentare i loro costi di produzione e “internalizzano” i costi generati dalle esternalità. Lo Stato

decide quanto è lecito inquinare e così riesce a tenerlo sotto controllo. Si noti però che una regolamentazione

generalizzata non tiene conto del fatto che in certi settori è possibile ridurre l’inquinamento in costi più bassi che in

altri. La regolamentazione può portare a esiti inefficienti se proposta in modo uniforme nell’intero sistema economico.

LA TASSAZIONE DELLE PRODUZIONI INQUINANTI

Tassando le produzioni industriali si parla di tassa pigouviana: una situazione in cui le imprese che generano

inquinamento producendo il bene y devono pagare una tassa per unità di y prodotta. Così lo Stato aumenta il costo di

produzione sopportato dalle imprese e spinge le imprese a produrre di meno e ridurre le emissioni inquinanti. Lo

scopo è far si che la produzione inquinante sia quella ottimale per l’intera collettività: che massimizza i profitti delle

imprese sommati alla perdita di benessere sociale dall’inquinamento.

L’impresa sceglierà la produzione ottimale per l’intera collettività se la tassa per unità prodotta è uguale al danno

marginale causa all’intera collettività dalla produzione dell’ultima unità del bene y.

Questo permette il raggiungimento di un equilibrio efficiente per l’intera collettività, perché costringe gli agenti a

considerare le esternalità tra i loro costi.

IL MERCATO DEI DIRITTI DI EMISSIONE

Gli Stati combattono le emissioni con uno strumento definito “diritti di emissione” che risulta efficiente nella

distribuzione dei costi del disinquinamento. Assumiamo che il Governo fissi un limite sulla quantità di inquinante.

L’ambiente ha una capacità massima di smaltimento, quindi. Nota questa quantità lo Stato emette titoli, ognuno dei

quali dà diritto al suo proprietario a una quantità di emissioni inquinanti. Le imprese comprano a un’asta pubblica

questi titoli per avere il diritto all’emissione, perché in assenza non possono inquinare. L’offerta dei diritti è rigida

perché lo Stato ha già deciso quant’è il massimo livello di inquinamento. L’incontro tra domanda e offerta porta a un

prezzo. Questi diritti possono poi essere rivenduti da un’impresa all’altra a seconda della necessità di inquinamento:

questi diritti sono acquistati e venduti in un vero e proprio mercato, perché le imprese che hanno bisogno di aumentare

le emissioni comprano i permessi da imprese che dispongono di una quantità eccessiva di diritti.

In questo mercato chi acquista paga una “tassa” per l’inquinamento, mentre chi vende viene premiato per aver ridotto

le emissioni. Quindi se un’impresa può ridurre le emissioni in modo più economico di un’altra avrò maggiori incentivi

a installare il depuratore perché troverà conveniente vendere i propri diritti all’altra. L’esistenza di un mercato

secondario dovrebbe portare a una distribuzione efficiente dell’inquinamento.

Capitolo 11: I beni pubblici

~ ~

36

Se i beni possono essere consumati congiuntamente da più individui si dice che non esiste rivalità nel consumo di essi,

nel senso che il consumo di un individuo non limita il consumo ad altri.

Dal consumo di questi beni non è possibile escludere nessuno. Si dice allora che si ha la non escludibilità nel

consumo.

La tecnologia attuale permette di criptare le emissioni televisive e i programmi televisivi quindi non posseggono più la

non escludibilità. Si distingue tra beni pubblici e beni privati.

I beni pubblici sono quei beni caratterizzati dalla non rivalità e dalla non escludibilità nel consumo. Si distingue tra

beni pubblici puri che posseggono entrambe le caratteristiche e beni pubblici impuri che non posseggono la non

escludibilità.

Si pensi a un parco non recintato: questo è un bene pubblico puro. Se è recintato e gli accessi sono controllati è un

bene pubblico impuro. Esistono delle categorie di beni pubblici: la difesa nazionale, l’amministrazione della giustizia,

i servizi di prevenzione e repressione dei reati, la gestione delle pene detentive, l’illuminazione stradale, la gestione

del traffico.

Nel caso dei beni privati il mercato raggiunge un esito efficiente in quantità e prezzi. Per i beni pubblici non è così.

11.1 LA PRODUZIONE DI BENI PUBBLICI E free-riding

Le imprese esistono perché possono ottenere ricavi, perché gli individui sono disposti a spendere per acquistare i suoi

beni. Ma nel caso di beni pubblici nessuno è disposto a spendere per acquistarli. Tutti ritengono però che sia

necessario, per esempio, illuminare la strada. L’utilità degli individui dipende allora dal consumo del bene privato e di

un bene pubblico. se p e p fossero i prezzi del bene privato e del bene pubblico, allora la funzione di utilità si

x G

potrebbe chiamare disponibilità alla spesa. Ma per i beni pubblici sorge un problema di comportamento

opportunistico. Ci sarà qualcuno disposto a pagare? No. Nessun individuo, sapendo che comunque potrà usare

l’illuminazione pubblica (non escludibilità) e che non danneggia altri individui (non rivalità), avrà interesse a rivelare

la sua funzione di disponibilità alla spesa per il bene pubblico. se le spese sono sostenute da altri, ottiene tutti i

benefici senza sostenere costi. Quindi ha interesse a un comportamento di free riding. Analizzando la situazione con i

comportamenti strategici tra 2 individui: è razionale per ognuno utilizzare la strategia “non paga” per l’illuminazione,

sperando che l’altro paghi. L’equilibrio non è pareto efficiente: porta alla mancanza di illuminazione. La causa è il

free-riding: per ogni individuo non è conveniente rivelare la sua disponibilità alla spesa perché ognuno si aspetta che

gli altri paghino. Questo comportamento rappresenta l’equilibrio di Nash. Ma se tutti si comportano da free-riders il

bene non verrà mai realizzato.

11.2 I BENI PUBBLICI E L’INTERVENTO DELLO STATO

Se uno Stato sapesse che ambedue gli individui starebbero meglio se l’illuminazione pubblica fosse realizzata,

potrebbe costringere gli individui a realizzarla. Di solito lo Stato o si fa carico di realizzare l’opera pubblica o tassa gli

individui.

Se i benefici per la collettività sono superiori ai costi, allora è efficiente obbligare gli individui a acquistare il bene

facendoli pagare tramite la tassazione. Anche in questo caso l’intervento dello Stato migliora il benessere sociale e

aumenta l’efficienza. Lo stato dovrebbe conoscere le funzioni di utilità degli individui. Nel caso in cui gli individui

fossero differenziati tra loro dovrebbe anche calcolare come imputare i costi ad ognuno. Normalmente lo Stato non ha

queste informazioni.

Anche ammesso che le abbia non sa quanto sia opportuno fornire quantità del bene pubblico. questo genera problemi

nelle scelte pubbliche. Supponiamo per ora che lo Stato conosca le funzioni di utilità e conosca la disponibilità alla

spesa degli individui per un certo bene pubblico. si parla di disponibilità alla spesa perché ci dice quanto ogni

individuo sarebbe disposto a spendere per ogni quantità (ma non quanto è disposto a dichiarare di voler spendere…).

La disponibilità aggregata alla spesa per un bene pubblico si ottiene sommando per tutti gli individui la parte a destra

dell’uguale della funzione di domanda. Cioè sommando i prezzi perché ci interessa conoscere quanto l’insieme degli

individui è disposto a spendere per il bene pubblico. La funzione di domanda del bene pubblico è la quantità di bene

pubblico che sarebbe ottimale acquistare dalla collettività per ogni dato livello di prezzo.

Dalla figura 11.2 i due segmenti sono la disponibilità alla spesa dei due individui. L’aggregazione dei due individui

per somma verticale delle disponibilità di spesa fa ottenere la spezzata in neretto: la disponibilità aggregata alla

spesa.

Si noti che se nessuno dei due individui rivela la propria funzione di disponibilità alla spesa, nella figura si ipotizza

che lo Stato la conosca.

Ma cosa succede se lo Stato non ha informazioni, cioè non sa quali sono le preferenze degli individui? Il governo può

farsi delle idee su quali sono le preferenze degli individui, ma potrebbe anche prendere decisioni seguendo le proprie

preferenze. ~ ~

37

È comunque lo Stato a decidere quali beni pubblici fornire alla collettività e in quali quantità.

11.3 LE SCELTE COLLETTIVE

Il governo e il parlamento dovrebbero raggiungere gli obiettivi dei loro elettori. Attraverso il processo elettorale si

rivelano le proprie preferenze votando differenti opzioni. Per esempio gli individui 1 e 2 possono votare un partito di

sinistra che fornisce quantità abbondanti di beni pubblici contro uno di destra che riduce l’intervento dello Stato. Le

scelte poste in essere dallo Stato dovrebbero corrispondere alle scelte derivanti dalla maggioranza dei votanti. Si

analizzano le problematiche delle decisioni basate sull’esistenza di una pluralità di decisori con preferenze

differenziate all’interno di uno schema dove le decisioni sono prese a maggioranza.

ESEMPIO QUADERNO

In generale, in sistemi su elezioni democratiche, vale il “teorema dell’elettore mediano”. Colui che, rispetto a una

scelta, ha delle preferenze tali per cui la metà vorrebbe spendere meno di lui, e l’altra metà vorrebbe spendere di più.

Consideriamo una collettività posta di fronte a un problema della scelta della quantità ottimale di un bene pubblico

definita attraverso un’elezione. Se tutti cittadini avessero le stesse preferenze il problema non si avrebbe. Le scelte

sono importanti quando gli individui sono eterogenei. Si considerino 9 individui: l’individuo 1 vuole spendere 10

euro, il 2 20 euro e così via fino al 9 di 90 euro. L’elettore mediano vuole spendere 50 euro, perché 4 persone vogliono

spendere meno di lui e 4 più di lui.

Ma se si pone una scelta tra una spesa bassa e una spesa alta. Per esempio il partito di destra dice di voler spendere 25

e quello di sinistra 65. Dal 1 al 4 preferiranno la destra, dal 5 al 9 preferiranno la sinistra. Quindi la sinistra ottiene più

voti. E la spesa è di 60. Ha vinto quindi il partito per il quale ha votato l’elettore mediano, cioè l’individuo 5: risultato

sempre valido se l’oggetto della decisione è esprimibile in quantità.

In sistemi democratici le scelte pubbliche dipendono dai benefici marginali che l’elettore mediano ottiene dai beni

pubblici. Le decisioni basate sulle elezioni non necessariamente riflettono le medie dei cittadini. Per esempio se 9

individui devono decidere quanto spendere per un bene pubblico. da 1 a 4 vogliono spendere 0, da 5 a 9 vogliono

spendere 100. L’elettore mediano è 100, anche se non rappresenta la disponibilità media alla spesa. I primi 4 individui

non vengono tenuti in considerazione quindi.

Se si assume che l’obiettivo dei partiti sia la rielezione, però, per tutti i partiti è razionale ottenere il voto dell’elettore

mediano che è colui che sceglie per la collettività. Quindi i sistemi partitici bipolari sono caratterizzati dalla rincorsa

di ambedue i partiti verso posizioni di centro.

Capitolo 12: La tassazione

Lo Stato ha un ruolo importante nei paesi industrializzati. Gran parte degli interventi pubblici sono finanziati

attraverso la tassazione. Lo stato deve obbligare i cittadini a pagare le tasse. L’importanza dello Stato sta nel peso della

tassazione complessiva che varia tra un minimo del 27% degli Stati Uniti a un massimo del 48% in Danimarca. In

Italia è del 42%.

L’analisi del ruolo dello Stato è centrale. Si valutano gli effetti della tassazione sull’equilibrio del singolo mercato.

12.1 I TIPI DI IMPOSIZIONE

Le molteplici attività dello stato vengono finanziate attraverso le imposte che vengono distinte in:

• Imposte sui redditi: gli individui ricevono un reddito dalla cessione dei fattori produttivi alle imprese (quindi

retribuzione per il lavoro e interessi per il capitale). Lo Stato preleva una quota di questo reddito, è di solito

progressiva. La tipica in Italia è l’IRPEF. Anche le imprese pagano le imposte sui loro redditi: i profitti;

• Imposte sui consumi: ogni volta che un individuo acquista qualcosa versa al venditore un prezzo che

comprende un’imposta. Il venditore incassa l’imposta e dovrà versarla allo Stato. In Italia è l’IVA.

Cosa succede in un mercato dove c’è una quantità domandata e una offerta di un bene se lo Stato decide di:

1. Introdurre un’imposta sui redditi degli individui

2. Introdurre un’imposta sui profitti delle imprese

3. Introdurre un’imposta sul consumo

L’imposta sui redditi riduce il reddito disponibile degli individui. Il reddito netto è la somma che rimane agli individui.

Se il bene è normale, al ridursi del reddito la domanda si sposta verso il basso, perché i consumatori hanno meno

redditi e consumano di meno. Quindi per i beni normali, un’imposta sui redditi riduce sia quantità che prezzo di

equilibrio.

Se il bene è inferiore, la domanda si sposta verso l’alto.

~ ~

38

Un’imposta sui profitti ha effetto solo nei settori che non sono in equilibrio concorrenziale di lungo periodo, perché in

tale equilibrio i profitti sono nulli.

L’imposta sui profitti non ha effetti sulla domanda e sull’offerta. L’offerta dipende dall’aggregazione dei costi

marginali delle singole imprese; ma la tassazione dei profitti non modifica tali costi, quindi non tocca l’offerta.

In presenza di tale imposta quindi le imprese continuano a produrre la quantità ottimale e se i profitti esistono non

saranno tutti dell’impresa, ma in parte andranno allo Stato.

Se lo stato decidesse di tassare l’utilizzo del lavoro o del capitale gli effetti sarebbero tangibili. La tassazione

sull’utilizzo dei fattori sposterebbe verso l’alto le funzioni di costo marginale e medio della singola impresa.

Nell’intero mercato quindi l’offerta si sposterebbe verso l’alto.

12.2 L’IMPOSTA SUI CONSUMI

La tassazione dei consumi attraverso l’IVA ha una conseguenza molto semplice: il consumatore quando acquista un

bene paga un prezzo loro (comprensivo di imposta) più elevato del prezzo che rimane al venditore (netto), perché una

parte deve essere versata allo Stato.

L’IMPOSTA SUI CONSUMI A CARICO DEI PRODUTTORI

Se il mercato è concorrenziale l’equilibrio si raggiunge con p=MC. Assumiamo che lo stato introduca un’imposta di t

p=MC +t

euro per ogni unità venduta. Dalla massimizzazione del profitto si ottiene quindi una nuova curva di

offerta parallela all’offerta senza tassazione, ma spostata verso l’alto.

Se assumiamo un costo marginale linearmente crescente in y e dato un numero N di imprese, si ottiene una nuova

funzione di offerta. È evidente come incrementi nella tassazione spostino l’offerta verso l’alto, perché aumenta

l’intercetta verticale.

Lo spostamento verso l’alto della funzione di offerta dipende da una considerazione: se prima le imprese erano

disposte a offrire una data quantità a un dato prezzo, adesso sono disposte a offrire la stessa quantità a un prezzo

maggiorato dell’importo dell’imposta. Quindi si verifica che:

• Dall’introduzione dell’imposta, l’offerta si sposta verso l’alto;

• L’equilibrio si sposta dove con p si indica il prezzo lordo;

L

• Il prezzo del bene aumenta e la quantità diminuisce;

• Il prezzo netto, cioè la somma rimanente all’impresa, è più basso del prezzo in assenza di tassazione, ed è pari

al prezzo lordo meno l’imposta.

In sintesi: la tassazione riduce la quantità scambiata, aumenta il prezzo e riduce il ricavo delle imprese. Considerando

il “gettito fiscale” l’ammontare delle entrate che lo Stato ottiene grazie alla tassazione nel mercato del bene. Il gettito

fiscale è dato dall’imposta per la quantità scambiata sul mercato dopo l’introduzione dell’imposta.

Il fatto che lo stato prelevi il gettito fiscale riduce sia il surplus dei consumatori che il surplus dei produttori. Riduce il

surplus sociale perché l’imposta porta a una riduzione della quantità prodotta in equilibrio. La perdita del surplus

sociale è indicata dal triangolo in figura 12.2.

L’INCIDENZA DELL’IMPOSTA

Chi paga effettivamente l’imposta? Solo una parte del prezzo lordo è nelle mani dei produttori, perché devono versare

l’imposta. Si può calcolare quanto l’imposta incide sui consumatori e quanto sui produttori.

• La quota sui produttori è data dalla differenza tra il prezzo pre-imposta e il prezzo netto (che rimane in mano a

loro), rapportata all’importo dell’imposta;

• La quota sui consumatori è data dalla differenza tra il prezzo lordo (effettivamente pagato) e il prezzo pre-

imposta, rapportata all’importo dell’imposta.

Ovviamente la quota dei produttori più la quota dei consumatori deve portare 1 perché la differenza tra prezzo lordo e

prezzo netto è la tassa.

Si noti che:

• Se la funzione di domanda è perfettamente elastica, l’imposta inciderò solo sui profitti dei produttori;

• Se la funzione di domanda è perfettamente rigida, l’imposta inciderà solo sul benessere dei consumatori;

• Se la funzione di offerta è perfettamente elastica, l’imposta inciderà solo sul benessere dei consumatori;

• Se la funzione di offerta è perfettamente rigida, l’imposta inciderà solo sui profitti dei produttori.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze economiche e sociali
SSD:
Università: Bolzano - Unibz
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eleonora.perdichizzi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di microeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bolzano - Unibz o del prof Staffolani Stefano.

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