Docimologia
Storia della docimologia
La prima ricerca in docimologia è stata svolta nel 1922 dallo psicologo francese Henri Piéron. Il termine
‘docimologia’, coniato dallo stesso Piéron, indicava una disciplina di studi critica nei confronti dei sistemi
di valutazione in uso nel campo dell’educazione. Con il passare del tempo l’accezione critica è decaduta. In
una ricerca pubblicata nel 1934 Piéron sottoponeva un buon numero di prove d’esame di diverse materie a
correttori differenti, finendo per notare una grande differenza nelle valutazioni: minore per quelle di fisica,
di matematica e di composizione in inglese, maggiore per le versioni dal latino, le composizioni in francese
e le dissertazioni filosofiche. Fino agli anni Ottanta la ricerca è stata indirizzata soprattutto a stabilire metodi
per una valutazione più oggettiva, dopodichè è cresciuto l’interesse per il tema della funzionalità della
valutazione al processo d’apprendimento. In Italia il dibattito docimologico si è aperto negli anni Cinquanta
e si è concentrato almeno fino agli anni Ottanta soprattutto sul tema dell’affidabilità e della precisione
dell’attribuzione dei voti, poi si è assistito ad un notevole incremento del numero di studi comparativi tra il
sistema scolastico italiano e quello di altri paesi, soprattutto europei.
Distorsioni della valutazione
Le distorsioni valutative più comuni sono:
1) Alone: considerare pertinenti caratteristiche che non lo sono, ad esempio valutare una prova di
scrittura sulla base della grafia, valutare una prova orale sulla base della dizione, valutare in base
allo sguardo, all’abbigliamento o alla rumorosità dello studente.
2) Contagio: farsi influenzare da valutazioni di altre persone, ad esempio i colleghi.
3) Contraccolpo: sovradimensionare o trascurare alcuni contenuti o aspetti educativi in base alla loro
rilevanza negli esami finali.
4) Distribuzione forzata dei risultati: farsi influenzare dall’attesa di una distribuzione normale dei voti,
ovvero pochi bassi, pochi alti e molti medi.
5) Pigmalione: mostrarsi ottimisti (/pessimisti) sulle prestazioni dello studente posto sotto esame
provocandogli un aumento (/diminuzione) della motivazione e un conseguente miglioramento
(/peggioramento) delle stesse, ad esempio introdurre una domanda con «so che è difficile per te
rispondere a questa domanda».
6) Stereotipia: ricorrere ad elementi di giudizio precedenti alla prova in esame.
7) Successione/contrasto: sovrastimare/sottostimare una prestazione confrontandola più o meno
consapevolmente con una precedente peggiore/migliore, ad esempio sovrastimare una prova scritta
dopo averne corretta una estremamente scarsa.
Scopi della valutazione
Gli scopi della valutazione sono:
1) Certificazione: misurare quanto lo studente ha appreso.
2) Comunicazione: fornire allo studente un riscontro dei propri progressi.
3) Didattica: disporre di indicatori dell’efficacia dell’insegnamento impartito.
4) Formazione: adeguare l’insegnamento futuro.
Tipi di valutazione
Per quanto concerne l’oggetto della valutazione:
1) La valutazione del profitto scolastico punta a rilevare i miglioramenti fatti rispetto ad un punto di
partenza nell’apprendimento di conoscenze di una certa disciplina, mentre la valutazione della
padronanza o della competenza punta a rilevare l’acquisizione di conoscenze applicabili in uno
specifico contesto extrascolastico. Per valutare il raggiungimento di obiettivi didattici o di livelli di
competenza (da principiante a esperto) occorre considerare prestazioni che possano plausibilmente
valere come loro indicatori, ad esempio per determinare il livello di competenza raggiunta nella
scrittura occorre valutare un buon numero di prestazioni in diverse forme di scrittura.
2) La valutazione delle conoscenze punta a rilevare quanto i contenuti sono stati memorizzati, mentre
la valutazione delle prestazioni punta a verificarne la comprensione e la capacità di applicazione.
3) La valutazione di standard («stendardo») seleziona chi raggiunge una certa soglia stabilita da chi
non la raggiunge, solitamente nella verifica di una competenza, mentre la valutazione di progresso
punta a rilevare lo stato dell’apprendimento in ogni punto dell’itinerario didattico.
Per quanto concerne le finalità della valutazione:
1) La valutazione formativa, caratteristica delle prove longitudinali, punta a rilevare i progressi
nell’acquisizione delle conoscenze nel tempo ed è finalizzata alla riorganizzazione della didattica,
mentre la valutazione sommativa, caratteristica delle prove trasversali (prove d’esame), punta a
verificare lo stato dell’apprendimento alla fine di un segmento didattico.
2) La valutazione diagnostica punta a rilevare difficoltà specifiche e percorsi specifici di recupero.
3) La valutazione predittiva serve a stimare quale possa essere il risultato ottenibile dallo studente al
termine di un itinerario di studi futuro, ad esempio possiedono un carattere predittivo gli esami di
maturità e i giudizi di orientamento per i diversi indirizzi di studio o il lavoro.
Per quanto concerne le tempistiche della valutazione:
1) La valutazione iniziale è diagnostica. Può essere formale e finalizzata a rilevare le conoscenze di
partenza dello studente (di ingresso), o specificatamente quelle indispensabili per l’apprendimento
futuro (dei prerequisiti), oppure informale e rivolta, più che alle conoscenze, alle condizioni e ai
contesti di sfondo.
2) La valutazione intermedia è formativa e diagn
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