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Metodologia delle scienze sociali

Introduzione

Le scienze sociali quali la psicologia, l’economia, l’antropologia o la sociologia pongono come proprio oggetto di studio della propria ricerca sociale dimensioni specifiche della realtà sociale e l'essere umano con la società, in particolare l'origine e lo sviluppo delle società umane, le istituzioni, le relazioni sociali e i fondamenti della vita sociale. Le scienze sociali sono scienze “sui generis”, in particolare la sociologia, ossia la scienza sociale che studia i fenomeni della società umana, indagando i loro effetti e le loro cause, in rapporto con l'individuo e il gruppo sociale.

Nel suo percorso la ricerca sociale si trova a dover affrontare tre questioni o problemi fondamentali, rappresentati dal problema ontologico, dal problema epistemologico (o gnoseologico, letteralmente “discorso sull’essere”) e da quello metodologico. Tali problemi si pongono delle domande: qual è l’essenza della realtà sociale? Tale realtà è conoscibile? E se è conoscibile come possiamo riconoscerla? Non c’è un’unica risposta alle tre questioni, soprattutto riguardo quella ontologica; è possibile fornire una serie di risposte capaci comunque di farci orientare meglio nel mondo della ricerca sociale, che possono però essere reperite solamente attraverso la lettura e l’analisi dei classici sociologici.

Le risposte di Durkheim e Weber

Possiamo infatti citare due risposte a tale problema circa l’essenza della realtà sociale fornite da due dei padri fondatori della sociologia: Emile Durkheim (1858-1917), per cui la realtà sociale dev’essere considerata come “fatto sociale”, e Max Weber (1864-1920), per cui la realtà sociale dev’essere intesa come insieme di azioni sociali. Per il primo, la realtà sociale ha una sua natura composta da fatti sociali indipendenti e autonomi rispetto a coloro che le osservano (il sociologo deve infatti liberarsi dei suoi preconcetti e studiare i fatti sociali come un osservatore esterno e imparziale privo di giudizi propri, deve ricorrere all’avalutatività); fatti sociali che altro non sono che modi collettivi di essere, agire e di pensare e quindi esteriori e costrittivi (esteriori come le credenze e le pratiche religiose, che il fedele trova già costituite alla sua nascita, poiché esse esistono prima di lui e quindi al di fuori di lui e coercitivi come il sistema monetario utilizzato per pagare i debiti o le pratiche seguite in una professione, ma anche la stessa famiglia che non possiamo scegliere).

Tale potere coercitivo si impone attraverso norme, consuetudini e idee collettive generalmente diffuse tra gli uomini di una società e che impongono all’individuo un determinato e prestabilito comportamento e modo di essere, in quanto un comportamento diverso dalla norma ci pregiudicherebbe come persone non consone, come outsider, scoraggiandoci così a farlo. Per il secondo l’agire sociale dotato di intenzionato (ossia rispetto dell’agire altrui) è una azione condivisa con altre persone e destinate a produrre effetti su di altre persone. L’azione sociale è un comportamento motivato e influenzato da precise cause che consistono nello scopo di raggiungere determinati obiettivi, è un comportamento di più individui instaurato reciprocamente e orientato in conformità; non si nega quindi l’esistenza della realtà sociale ma essa viene mediata e diventa quindi reale attraverso il senso assegnato dagli individui alle cose e alle azioni. È questa quindi l’essenza della realtà sociale per due dei padri fondatori della sociologia.

Il problema epistemologico

Si può ora rispondere al secondo problema, quello epistemologico, che si pone come domanda: è conoscibile la realtà sociale? Anche in questo caso la risposta non è solo una, in quanto esistono visioni diverse; per alcuni infatti (positivisti quali Durkheim) la realtà sociale è conoscibile in quanto entità autonoma rispetto all’osservatore; la realtà è pienamente conoscibile all’uomo in quanto l’oggetto conosciuto o ancora da conoscere, ossia il fenomeno, esiste indipendentemente dal soggetto conoscitore, ossia la mente, colui che conosce la realtà di un fenomeno (realtà esistente, l’uomo deve solo conoscerla).

Come per le scienze naturali così, possiamo conoscere la realtà sociale attraverso prove empiriche per verificare se le affermazioni da noi fatte corrispondono a medesimi risultati nella realtà. Per altri invece (come Weber e i neopositivisti) la realtà sociale è conoscibile in quanto entità costruita nell’interazione tra osservatore e oggetto osservato; scienze naturali e scienze sociali non sono così strettamente collegate, in quanto quest’ultima ha per oggetto l’agire sociale in quanto comportamento dotato di significato e quindi razionale, che cambia a seconda del contesto di indagine e dalle condizioni di interazioni.

Il problema metodologico

Ultimo problema è quello metodologico. Il metodo sociologico si pone come insieme di regole, procedure e principi che sono utilizzati per conoscere la realtà sociologica, attraverso l’utilizzo di tecniche coerenti come la raccolta e l’analisi dei dati; è importante però che vi sia un rapporto diretto con la realtà. Per misurare la realtà abbiamo diverse unità di misura, o meglio diverse scale: la scala nominale, la scala ordinale e la scala ad intervalli. La scala nominale, classifica gli oggetti, persone ed eventi secondo un genere o classe e ci informa solo dell’uguaglianza o disuguaglianza di oggetti o eventi (classificare ad esempio degli sport a seconda che siano individuali o di squadra). La scala ordinale classifica invece oggetti ed eventi secondo preferenze, poi collocate ordinatamente, ma senza essere quantificate (classificare e ordinare gli sport in ordine decrescente a seconda delle nostre preferenze).

La scala a intervalli quantifica invece la differenza tra oggetti o eventi ordinatamente attraverso veri e propri valori numerici (classificare e ordinare gli sport in ordine decrescente a seconda delle nostre preferenze includendo però un valore numerico, o meglio un voto, corrispondente alle relative preferenze). Introduciamo ora così il tema delle prospettive metodologiche; anche in questo caso, positivisti e neopositivisti a lungo hanno dibattuto su quale sia la prospettiva metodologica da adottare durante la ricerca sociale. I primi infatti, sostenevano una prospettiva organica, sistematica e collettiva che enfatizzava l'interdipendenza di ogni essere umano all'interno di un gruppo collettivo e la priorità delle finalità di gruppo sulle finalità individuali.

I positivisti si rifacevano infatti alla teoria strutturale-funzionalista e all’olismo durkheimiano, ossia un atteggiamento intellettuale per cui un fenomeno sociale non può essere spiegato facendo riferimento alle azioni dei singoli individui, ma alle strutture, ai meccanismi e alle istituzioni collettive che i singoli individui “subiscono”. I secondi invece, sostenevano una prospettiva individuale, in quanto il metodo migliore per scovare la realtà sociale attraverso la ricerca sociale è quello di analizzare i fenomeni e le istituzioni intesi come insieme di azioni individuali di individui dotati di senso e di razionalità, rifacendosi così alla scuola di pensiero weberiana.

È proprio da tale prospettiva che infatti nasce il paradigma dell’individualismo metodologico; per paradigma scientifico (termine per la prima volta coniato dal sociologo Tomas Kuhn) intendiamo un insieme di modi di pensare, di idee e presupposti scientifici adottati da una determinata comunità scientifica in un determinato periodo storico, definito quindi come un periodo di “scienza normale”. Quando però questa comunità scientifica si convince che questa condizione pragmatica si configura come un limite restrittivo per nuove scoperte e che non è più in grado di fornire strumenti necessari per risolvere i rompicapi che si presentano, ci si rivolge ad un nuovo paradigma, ossia ad un nuovo metodo di intendere il mondo e l’attività scientifica, attuando così una vera e propria “rivoluzione scientifica” (esempio ne è Galileo Galilei, che attraverso le sue scoperte rivoluzionò il modo di concepire il mondo, passando dal sistema tolemaico a quello copernicano e aprendo nuove strade per la scienza).

Il principio fondamentale di questo paradigma è che ogni fenomeno sociale è il risultato della combinazione di azioni e atteggiamenti individuali. Ne consegue che la spiegazione di tale fenomeno consiste nel ricondurlo alle cause individuali delle quali è il prodotto: pertanto un momento essenziale di questa analisi consiste nel comprendere il perché delle azioni o degli atteggiamenti individuali responsabili del fenomeno che si intende studiare.

L’individualismo metodologico può essere concepito a seconda che si segua un atteggiamento ermeneutico, nel quale l’agire individuale è intravisto come volontà di soddisfazione dei propri desideri e nel quale viene quindi posta grande attenzione per quanto riguarda l’intenzione dell’individuo, che interagisce in base a significati che egli attribuisce alle “cose” (interazionismo simbolico e Weber per cui gli individui agiscono in base ai significati che attribuiscono alle cose, i significati nascono e si trasformano nelle interazioni, ossia il prodotto di un atto interpretativo), o un atteggiamento naturalistico o razionale, nel quale non occorre dimostrare che l’attore sia consapevole delle sue intenzioni, poiché sarà sufficiente mostrare che vi erano ragioni per agire (Durkheim). Diremo allora che le intenzioni offrono sia una ragione per l’azione che l’opportunità di spiegarla. La teoria della scelta razionale si fonda su una grammatica minima dell’agire sociale e cerca di spiegare le azioni umane sulla base di pochi elementi: le scelte dei migliori mezzi disponibili date le credenze e i desideri degli attori. Criterio quindi di scelta razionale da applicare alla moltitudine di scelte possibili che l’attore potrà fare.

Scienza delle reti

Le reti sono ovunque e possono essere osservate in continuazione; esse ci aiutano a capire il mondo nella sua interezza, tout court, e sono presenti nella più piccola vita quotidiana, ma anche a livello globale come le crisi finanziarie che generano reti di connessione tra banche e imprese, le pandemie che si trasmettono da paese in paese passando per gli aeroporti, i cambiamenti climatici che possono alterare la rete di relazioni tra le specie negli ecosistemi o i virus informatici che si diffondono attraverso internet, la rete nelle reti. In tutte queste situazioni siamo a contatto con elementi diversi che sono collegati tramite un sistema disordinato di interazioni, una struttura di rete sottostante.

Tutti questi sistemi possono essere riassunti e schematizzati attraverso una rete; è il caso delle reti biologiche ad esempio, come gli ecosistemi, reti complesse formate da specie differenti in cui vige la legge del più forte rappresentata dalla catena alimentare, o delle diffusioni malarie, quali ad esempio la diffusione di una malattia infettiva come l’AIDS, influenzata dalla struttura della rete dei rapporti sessuali non protetti, o delle reti elettriche sempre più collegate tra loro e che permettono di trasportare grandi quantità di energia in qualsiasi parte della terra, o delle reti semantiche, di parole, che ci permettono di esprimere concetti articolati e complessi, o delle reti cellulari in cui le cellule lavorano all’unisono, o delle reti del commercio sempre più fitte tra i paesi, delle reti aeroportuali che permettono di spostarsi sempre più velocemente nel globo, o delle reti cerebrali, all’interno della quale aree del cervello responsabili di determinate attività si connettono tra loro.

Tutti questi fenomeni vengono definiti fenomeni emergenti. Per fenomeni emergenti intendiamo un comportamento collettivo delle parti di un sistema che non può essere previsto considerando solo i singoli elementi che lo costituiscono; singoli elementi (entità) che creano ordine attraverso la cooperazione, che permette di realizzare attività che in caso contrario non si potrebbero svolgere (es. interazione tra calciatori che fanno forte una squadra, o la cooperazione tra formiche che gli permette di costruire imponenti formicai, o lo stesso ordine sociale, che può nascere solamente attraverso la cooperazione degli attori sociali che creano relazioni). I sistemi che invece presentano caratteristiche opposte vengono definiti sistemi complessi. Ciò che quindi ci interesserà sarà analizzare tali strutture reticolari, e capire come singole entità (nodi) possono cooperare tra loro.

L’analisi delle reti sociali, o anche social network analysis (SNA), trova applicazione in diverse scienze sociali, come la sociologia, la psicologia e l’economia, così come nel management e ultimamente anche nel commercio internazionale, nella diffusione dell’informazione e nello studio delle istituzioni e delle organizzazioni. L’analisi delle reti così concentra tutta l’attenzione sulla struttura delle interazioni all’interno di sistemi diversi, sulle relazioni e interazioni che intercorrono in una rete per capirne i collegamenti tra le varie entità (come già detto sistemi come ad esempio la rete di computer, un ecosistema o un gruppo sociale). Tali interazioni e sistemi vengono però descritti (ignorando i dettagli dei suoi costituenti e la specificità delle loro relazioni) dallo stesso strumento, di fondamentale importanza per la metodologia: il grafo.

La mappatura delle relazioni infatti, siano esse sociali o biologiche o di qualsiasi tipologia, può essere condotta con un formalismo matematico utilizzando la teoria dei grafi, ossia quella teoria che si occupa di studiare quegli oggetti discreti che permettono di schematizzare una grande varietà di situazioni. Per grafo si intende una struttura costituita da oggetti semplici detti nodi (o vertici) e collegamenti detti archi, legami o anche link, che collegano tale grafo ad altri grafi per andare a costituire quella che poi viene chiamata rete o sistema reticolare. Questo approccio fu per la prima volta sviluppato dal matematico Eulero (1707-1783) che nel 1736 cercò di risolvere un indovinello relativo ai “Sette ponti di Konisberg” dal quale si fa coincidere il momento della nascita della scienza delle reti, e successivamente sviluppato prima dallo psichiatra Moreno, che attraverso la sociometria riuscì a creare una tecnica per identificare i legami fra le persone attraverso una mappatura dei legami sociali che intercorrevano tra delle ragazze di una scuola femminile ed entro i quali si diffondevano le medesime idee (con la quale si fa coincidere un ulteriore passo per la scienza delle reti: l’analisi delle reti sociali, di fondamentale importanza per analizzare e quindi capire le relazioni che intercorrono all’interno di una rete), e poi da una serie di lavori dei matematici Erdős e Rényi.

Tali lavori infatti, condotti dal 1959 al 1961, portarono alla creazione di un modello matematico (random graph model) che rappresentava una rete dove i vertici venivano connessi tra loro completamente a caso, la cosiddetta rete casuale. La rete casuale (che può nascere solo però se il numero medio di collegamenti per nodo, e quindi il grado medio, è maggiore di 1) può essere usata come termine di paragone, o caso nullo, per qualunque rete reale: una rete casuale può essere utilizzata per confrontarla con una rete reale e capire che ruolo ha svolto il caso e che ruolo hanno svolto altri fattori nel formare la seconda (come nel caso delle amicizie, che possono essere sì determinate dal caso ma la quale formazione è certamente determinata anche da molti altri fattori, come la classe sociale o l’affinità).

Esistono vari tipi di rete; certe nascono volontariamente (una squadra di calcio ad esempio, in cui i giocatori che sono i grafi, sono nodi collegati vicendevolmente da legami o link) e vengono create da qualcuno (reticoli), ma altre crescono senza controllo esterno. Tali strutture reticolari, che vengono chiamate “processi auto-organizzati”, sono tuttavia capaci di sviluppare un ordine interno e di funzionare correttamente (le cellule o gli ecosistemi ad esempio non sono organizzati, ciò nonostante funzionano in maniera robusta).

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Federico19997 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Salvini Andrea.
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