La comunicazione nella formazione dell'educatore
Introduzione
La figura dell’educatore, ancora oggi, presenta dei contorni un po' sfumati, sia perché svolge il suo lavoro in diversi settori sia perché la sua figura non ha ancora ottenuto piena legittimazione istituzionale. Egli infatti opera in tantissimi enti, di carattere residenziale, come le comunità d’alloggio, le case di riposo o le carceri, o in realtà domiciliari come l’assistenza ai minori o il sostegno alla genitorialità, anche in servizi territoriali come ludoteche, asili nido, o educazione di strada. Nonostante i contorni poco definiti, il suo scopo è ben chiaro: aiutare l’altro a individuare un suo progetto esistenziale e accompagnarlo nella sua realizzazione, dando importanza alla globalità del suo essere valorizzandone le specificità.
In questa relazione devono per forza essere presenti delle caratteristiche, ovvero la responsabilità, la reciprocità e la testimonianza. In questo libro si cercherà di individuare alcune strategie di relazione che possano consentire all’educatore di sollecitare i suoi interlocutori ad arricchire la loro umanità nell’accoglienza e nel rispetto reciproco. Si parlerà inoltre di vari modelli che verranno approfonditi nei capitoli successivi, come l’approccio sistemico-relazionale o quello analitico-transazionale, della comunicazione e i suoi assiomi, ecc.
L'educatore e la psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione
Un'identità difficile
La richiesta continua dell’educatore in molteplici forme e contesti ha contribuito a rendere questa figura sempre più incerta. Come abbiamo visto prima, infatti, l’educatore lavora in moltissimi contesti e anche la sua presenza può variare, dal tempo pieno alla consulenza episodica. Inoltre, deve svolgere compiti con funzioni osservative, informative, diagnostiche, di cura, di integrazione ecc. È una figura che viene collocata a mezza via tra l’assistente sociale, l’insegnante, il mediatore culturale, lo psicologo e il riabilitatore. Comunque sia, la parola “educatore” raccoglie in sé tutti i vocaboli con cui ci si riferisce a soggetti che svolgono azioni educative. Anche dal punto di vista giuridico e amministrativo esiste confusione, in quanto ai pochi bandi per educatori possono partecipare persone che non hanno una formazione adeguata ed esercitare la professione senza un’adeguata preparazione.
Una competenza articolata
Diversi studiosi negli anni hanno delineato la competenza dell’educatore. P. Bertolini (1998) pensa che la pedagogia sia una scienza fondata, di conseguenza non si può non trattare anche la questione di colui che basa il suo intervento su essa, egli propone di chiamare l’educatore “operatore pedagogico”. D. Demetrio (1990) lo definisce come “specialista della didattica relazionale”, vale a dire sia colui che si occupa del cambiamento educativo coinvolgendo anche la dimensione cognitiva, corporea e relazionale, sia di quello che occorre per l’organizzazione, la programmazione e la valutazione di una buona relazione educativa. A Canevaro (1991) riconosce l’educatore come un promotore della comunicazione/relazione educativa. F. Poffa (1993) suppone che nonostante l’incertezza della figura si può individuare un profilo professionale specializzato nella relazione diretta con l’utenza, all’analisi dei bisogni educativi della realtà territoriale, alla programmazione e organizzazione dei servizi socio-educativi. Comunque sia, la “comunicazione” è una cosa con cui l’educatore deve avere a che fare, di conseguenza la affronteremo da diversi punti di vista.
Una disciplina di confine
La psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione è un’area specifica della psicopedagogia, essa appare come un complesso tra psicologia e pedagogia. Anche a proposito di questa disciplina abbiamo diversi pareri: R. Titone la considera una scienza interdisciplinare, il quale oggetto consiste nell’analisi psicologica delle condizioni che precedono i processi educativi, nonché delle condizioni contemporanee e soprattutto di causa (modalità e fattori). N. Paparella, invece, la concepisce come “studio delle condizioni necessarie che servono a garantire la gestione pedagogica del rapporto che esiste tra mete educative e compiti per arrivarci”. Capiamo quindi che ancora tutt’oggi non abbiamo un concetto unitario per definire la psicopedagogia, si tratta comunque di un sapere interdisciplinare. Parlando di psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione, illustriamo i principali modelli della comunicazione interpersonale, la quale conoscenza può risultare utile all’educatore per la sua professione.
L'approccio sistemico-relazionale
Questo approccio assume alcuni concetti da altre discipline, come l’antropologia, la biologia, la cibernetica (scienza che si occupa di applicare i meccanismi del cervello a macchine elettroniche), la logica e la psichiatria. Esso ha elaborato una teoria della comunicazione, con lo scopo di trovare una psicoterapia alternativa a quella tradizionale, in particolare per la schizofrenia, concependo questa malattia non più come una patologia misteriosa, ma come un modello di comunicazione. Nonostante le grandi differenze, l’approccio sistemico-relazionale ha qualcosa in comune con il comportamentismo, e come quest’ultimo compara la mente a una scatola nera, il cui contenuto può solo essere ipotizzato.
In poche parole, questo vuol dire che per studiare il comportamento umano basta osservare i rapporti di input e output della mente, cioè agli scambi comunicativi. Stabilire se questi scambi sono intenzionali è per i sistemici irrilevante, in quanto l’attribuzione di significato a un’esperienza soggettiva sia oggettivamente indecidibile, questo vuol dire che l’opinione che noi ci facciamo riguardo un comportamento altrui può solo rimanere un’ipotesi, ipotizzando appunto ciò che è passato nella mente dell’altro. Proprio per questo loro lo considerano inutile.
Un altro aspetto che per i sistemici passa in secondo piano è quello delle esperienze precedenti, per loro è inattendibile trovare le cause del presente nel passato, sia perché la memoria tende a distorcere i fatti, sia perché una persona che parla del suo passato a un’altra è determinata dall’interazione in corso. Da qui l’importanza dal punto di vista diagnostico di osservare gli scambi comunicativi in modo diretto, così da individuare i modelli di comunicazione usati e di conseguenza elaborare delle strategie. Il processo comunicativo costituisce un sistema in cui si influenza e contemporaneamente si viene influenzati, è un processo circolare, dove la reazione di B influenzerà quella di A, in quanto c’è uno scambio di informazione.
Per capire meglio possiamo dire che questo meccanismo lo ritroviamo nel comportamentismo classico, di stimolo-risposta, dove però assume un carattere circolare invece che lineare. Questa retroazione può essere negativa o positiva: è negativa quando è orientata al mantenimento della stabilità, positiva quando provoca una trasformazione. In una coppia, in un gruppo o in un'equipe ci sono dei sistemi di retroazione, in quanto il comportamento di ogni membro può influenzare gli altri. La retroazione negativa, però, non sempre è desiderabile, è importante che ci sia un equilibrio tra queste due retroazioni, non deve esserci né troppa staticità né troppa perdita di equilibrio e stabilità. Dove ci sarà il prevalere della retroazione negativa, ovvero dove le regole di un gruppo ad esempio diventano immodificabili, il sistema entrerà in crisi e rischierà la rottura, la stessa cosa può accadere in un sistema dove le regole mutano continuamente. A partire da questo gli studiosi dell’approccio sistemico-relazionale propongono un “calcolo” della comunicazione umana.
Quelli mostrati in figura sono gli assiomi della comunicazione, la cui osservanza consente una comunicazione efficace, mentre la loro violazione può portare a delle difficoltà.
L'impossibilità di non comunicare
In una situazione di interazione ogni comportamento ha valore di messaggio, è cioè comunicazione, di conseguenza siccome il comportamento non ha un suo opposto (non esiste un non comportamento), nonostante ci sforziamo non si può non comunicare. Anche il silenzio o il rinchiudersi in sé stessi comunica qualcosa. Watzlawick propone degli esempi, come un signore in aereo che si siede e chiude gli occhi, ovviamente esprime di non voler parlare con nessuno, molto spesso il messaggio viene colto e rispettato, ma che succede se non viene capito? Le possibilità di comportamento da parte dell’uomo possono essere diverse:
- Far capire in modo più o meno brusco all’interlocutore che non vuole conversare
- Rassegnarsi a conversare
- Praticare la strategia delle squalificazione (contraddicendosi o passando da un argomento all’altro)
- Strategia del sintomo (far finta di avere sonno, mal di testa o di non conoscere la lingua)
Queste mosse però possono generare situazioni problematiche, come il mal di testa psicosomatico. Se una persona ricorre spesso a questo sintomo per evitare delle situazioni, pur sapendo di barare, per mettere a tacere la propria coscienza, si convincerà di essere in balia di questo sintomo ed esso diventerà reale.
Contenuto e relazione
L’aspetto di contenuto della comunicazione riguarda la notizia, l’informazione che viene trasmessa, mentre l’aspetto di relazione riguarda il modo in cui le persone che stanno comunicando si pongono una nei confronti dell’altra. Può accadere, quindi, che due messaggi hanno lo stesso contenuto ma sono diversi dal punto di vista della relazione, e viceversa.
Esempio:
- “Mamma prima di spegnere il computer è importante chiudere tutte le finestre attive” → comprensione benevola
- “Brava! Togli di colpo la corrente, così si rovina il computer!” → manifestazione di autorità
Dall’aspetto del contenuto i primi due messaggi sono identici, si differenziano dal punto di vista della relazione, cioè dal modo in cui vengono espressi.
- “Sono le nove e venti!”
- “Non si permetta mai più di arrivare tardi in ufficio!”
In questo caso, i primi due messaggi differiscono per il contenuto, la prima è una dichiarazione, il secondo è un ordine, solo che si equivalgono dal punto di vista della relazione. Questo esempio rende evidente che un messaggio si capisce solo se è contestualizzato. “Sono le nove e venti!” può indicare il rimprovero da parte del datore di lavoro a un impiegato in ritardo, ma può indicare anche la risposta data da un signore a un passante che aveva chiesto che ore fossero. Dagli esempi emerge anche come l’aspetto di relazione di comunicazione sia una “meta comunicazione”, cioè una comunicazione sulla comunicazione, dove l’oggetto è la relazione che vi è tra gli interlocutori. In ambito di comunicazione sia che si comunichi che si metacomunichi si usa sempre lo stesso linguaggio, cioè quello naturale. Il concetto di meta comunicazione è importante perché è una condizione senza la quale non è possibile una comunicazione efficace, ma anche connessa alla consapevolezza del sé e degli altri.
Ritornando al secondo assioma, ci sono tre modalità con le quali l’interlocutore può rispondere a chi invia il messaggio:
- B può accettare, cioè confermare la definizione che A dà di sé, del suo modo di vedersi e approvarlo.
- B può rifiutare, cioè riconoscere e accettare, ma non essere d’accordo.
- B può disconfermare, svuotare cioè di ogni valore le percezioni e i sentimenti dell’altro.
La disconferma se ripetuta nel tempo può avere gravi ripercussioni sulla percezione del sé e sullo sviluppo di un’identità autonoma. Quando nasciamo non abbiamo un’identità, siamo quello che gli altri dicono di noi. Crescendo, ci formiamo una nostra identità, che può coincidere o meno con quella attribuitaci dagli altri, ma i messaggi di relazione influiscono molto. Le continue disconferme possono ostacolare il costituirsi di una propria personalità, di un sé autonomo.
La punteggiatura delle sequenze comunicative
Sebbene la comunicazione sia qualcosa di circolare, gli interlocutori tendono a vederla come qualcosa di lineare, con un inizio che può variare da soggetto a soggetto. Possiamo proporre un esempio di Watzlawick, una coppia conflittuale di coniugi colpevoli al 50% l’uno, lei brontola e critica, lui si chiude e tende ad andarsene. Il marito sostiene che si chiude in sé stesso perché la moglie brontola, la moglie sostiene che lui si chiude in sé stesso e di conseguenza lei brontola. Possiamo notare quindi due “punteggiature” diverse, dove ognuno ammette il proprio comportamento solo come conseguenza di quello dell’altro. Entrambi percepiscono la situazione punteggiando l’interazione sostenendo che il loro modo di fare è una risposta. Questo tipo di interazione problematica dipende proprio dal fatto che entrambi i coniugi percepiscono la comunicazione come qualcosa di lineare e unidirezionale, il conflitto potrebbe durare all’infinito, a meno che loro non decidano di “meta comunicare”.
Numerico e analogico
Nella comunicazione umana si hanno due modalità che servono per fare riferimento agli oggetti, o meglio alla realtà in cui viviamo: quella numerica e quella analogica. La modalità numerica, o digitale, per parlare di un oggetto si avvale di segni arbitrari, per esempio per indicare un mobile formato da un piano di legno e 4 gambe si usa la parola “tavolo”, tra la parola e l’oggetto esiste una correlazione semantica. Nel caso della comunicazione analogica, tra l’oggetto a cui ci si riferisce e ciò che si usa per descriverlo c’è una somiglianza. Questa seconda modalità include anche la cinesica, ovvero i movimenti del corpo, la gestualità, la mimica, le inflessioni della voce e altre espressioni non verbali. Entrambi i moduli, sia analogico che numerico, sono importanti. Il modulo numerico ci consente di dare delle definizioni e consente l’espressione delle funzioni di verità logica, come la negazione o la congiunzione, ci consente di scambiare informazioni sugli oggetti.
Quello analitico non permette l’espressione di queste funzioni, possiamo comunicare ad una persona di volerla aggredire ma non il contrario, perché non c’è una negazione. A dire la verità tra gli animali c’è un modo per comunicare di non voler aggredire l’altro, ovvero proporre l’azione che si vuole negare senza portarla a termine.
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