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B può rifiutare, cioè riconoscere e accettare, ma non essere d’accordo.

2) B può disconfermare, svuotare cioè di ogni valore le percezioni e i sentimenti

3) dell’altro.

La disconferma se ripetuta nel tempo può avere gravi ripercussioni sulla percezione del sé

e sullo sviluppo di un’identità autonoma. Quando nasciamo non abbiamo un’identità,

siamo quello che gli altri dicono di noi. Crescendo, ci formiamo una nostra identità, che

può coincidere o meno con quella attribuitaci dagli altri, ma i messaggi di relazione

influiscono molto. Le continue disconferme possono ostacolare il costituirsi di una propria

personalità, di un sé autonomo.

La punteggiatura delle sequenze comunicative

3.

Sebbene la comunicazione è qualcosa di circolare, gli interlocutori tendono a vederla

come qualcosa di lineare, con un inizio che può variare da soggetto a soggetto. Possiamo

proporre un esempio di Watzlawick, una coppia conflittuale di coniugi colpevoli al 50%

l’uno, lei brontola e critica, lui si chiude e tende ad andarsene. Il marito sostiene che si

chiude in sé stesso perché la moglie brontola, la moglie sostiene che lui si chiude in sé

stesso e di conseguenza lei brontola. Possiamo notare quindi due “punteggiature” diverse,

dove ognuno ammette il proprio comportamento solo come conseguenza di quello

dell’altro. Entrambi percepiscono la situazione punteggiando l’interazione sostenendo che

il loro modo di fare è una risposta. Questo tipo di interazione problematica dipende proprio

dal fatto che entrambi i coniugi percepiscono la comunicazione come qualcosa di lineare e

unidirezionale, il conflitto potrebbe durare all’infinito, a meno che loro non decidano di

“meta comunicare”.

Numerico e analogico

4.

Nella comunicazione umana si hanno due modalità che servono per fare riferimento agli

oggetti, o meglio alla realtà in cui viviamo : quella numerica e quella analogica. La

modalità numerica, o digitale, per parlare di un oggetto si avvale di segni arbitrari, per

esempio per indicare un mobile formato da un piano di legno e 4 gambe si usa la parola

“tavolo”, tra la parola e l’oggetto esiste una correlazione semantica. Nel caso della

comunicazione analogica, tra l’oggetto a cui ci si riferisce e ciò che si usa per descriverlo

c’è una somiglianza. Questa seconda modalità include anche la cinesica, ovvero i

movimenti del corpo, la gestualità, la mimica, le inflessioni della voce e altre espressioni

non verbali. Entrambi i moduli, sia analogico che numerico sono importanti. Il modulo

numerico ci consente di dare delle definizioni e consente l’espressione delle funzioni di

verità logica, come la negazione o la congiunzione, ci consente di scambiare informazioni

sugli oggetti. Quello analitico non permette l’espressione di queste funzioni, possiamo

comunicare ad una persona di volerla aggredire ma non il contrario, perché non c’è una

negazione. A dire la verità tra gli animali c’è un modo per comunicare di non voler

aggredire l’altro, ovvero proporre l’azione che si vuole negare senza portarla a termine

(iniziare l’attacco ma non finirlo). Inoltre il modulo analogico non può esprimere passato,

presente e futuro, e ad esempio, le lacrime possono essere sia di gioia che di tristezza.

5

Capiamo così che il contenuto della comunicazione passa attraverso il linguaggio

numerico, mentre l’aspetto relazionale si esprime attraverso quello analogico. I due codici

sono importanti per una comunicazione efficace e non devono contraddirsi. Il fatto che il

codice analogico non ha una sintassi ben definita può portare a volte a codificare male il

messaggio, il materiale analogico, infatti, varia sia da una cultura all’altra che nella stessa

cultura. Ad esempio per gli arabi guardare una persona dritta negli occhi mentre parla è

segno di rispetto, per gli inglesi è segno di maleducazione.

Simmetria e complementarità

5.

Nell’interazione le relazioni possono basarsi sull’uguaglianza o sulla differenza. Nel primo

caso il comportamento del partner tende a rispecchiare quello dell’altro, nel secondo caso

a completarlo. Negli scambi simmetrici, ad esempio, se uno alza la voce, l’altro risponde

con la stessa tonalità; in una relazione complementare se uno si atteggia in maniera

arrogante, l’altro si comporta con remissività. Nelle relazioni complementari si hanno una

posizione primaria (on up o di vantaggio) e una posizione secondaria (on down o di

svantaggio). Queste descrizioni sono fuorvianti in quanto ci fanno pensare che una

relazione simmetrica sia perfetta, e quella complementare sia sempre negativa. In realtà

però non è così, se pensiamo a una coppia medico – paziente, i comportamenti sono

adattati ai ruoli e ognuno si comporta com’è giusto. I problemi ci sono quando si ha

un’escalation simmetrica o una complementarità rigida. Nel primo caso si ha quando

uno dei partecipanti tende a non usare sempre le stesse modalità relazionali e vuole

oltrepassare il limite di uguaglianza stabilito, questo può sfociare in risse o in situazioni

conflittuali (corsa agli armamenti). Nel secondo caso, quando, ad esempio, ci si ostina a

mantenere viva una comunicazione anche quando non ha più motivo di esistere, in questo

caso si verifica una disconferma nei confronti dell’altro. Possiamo pensare a una relazione

madre – figlio, relazione che col tempo deve alternarsi a momenti di simmetria e

complementarità, la complementarità rigida si verifica quando la mamma si ostina a voler

avere una relazione esclusivamente complementare col figlio nonostante la sua maggiore

età, oppure nel caso inverso, ovvero che sia il figlio a volerlo. In questi casi si ha una

disconferma dell’altro, che ha una ricaduta negativa sul sé autonomo. Sulla

complementarità rigida ha una forte influenza anche la componente socio – culturale.

Il doppio legame

6.

Una forma di comunicazione problematica avviene quando c’è incongruenza tra il codice

analogico e quello numerico. Se alla domanda “come va?” rispondiamo con aria afflitta

“tutto bene”, a livello numerico viene inviato un messaggio opposto a quello analogico, ciò

crea confusione nel destinatario che non sa a quale messaggio credere. In qualsiasi modo

il destinatario reagisca, in questo caso, si può sempre trovare il modo per lamentarsi. Se si

preoccupa si può dire “mi sembra di averti detto che va tutto bene!”, se non manifesta

dispiacere posso offendermi di conseguenza. I messaggi incongruenti contengono

richieste d’azione contraddittorie e possono dare vita a dei malintesi. Situazione di questo

tipo portano a dare vita al doppio legame. Il discorso del doppio legame è strettamente

6

connesso alla disconferma e al paradosso pragmatico. Watzlawick propone due

fenomeni : le ingiunzioni paradossali e le predizioni paradossali. Le ingiunzioni

paradossali, in poche parole, sono quelle sentenze che contengono delle contraddizioni,

alle quali per obbedire si deve disobbedire alla sentenza stessa. Alcuni esempi sono :

“voglio che tu mi domini” (Io voglio  quindi ti sto comandando, che tu mi domini  io ti

comando di dominarmi  contraddizione), “sii spontaneo!” (ordinare a qualcuno di essere

spontaneo, come fa a esserlo se glielo ordiniamo?). le ingiunzioni paradossali creano

doppio legame e se protratte nel tempo possono portare alla schizofrenia.

Nelle situazioni di doppio legame si hanno :

Due o più persone coinvolte in una relazione intensa

1) In queste situazioni viene dato un messaggio che : afferma qualcosa, afferma

2) qualcosa sulla propria dichiarazione, queste due affermazioni si escludono a

vicenda. L’ingiunzione deve essere disobbedita per essere obbedita.

Si impedisce a colui che riceve il messaggio di fuoriuscire dallo schema del

3) messaggio, ad esempio commentando la contraddizione o sottraendosi alla

situazione, il soggetto quindi non può reagire in modo adeguato, perché il

messaggio stesso è paradossale.

L’unico modo per sfuggire a messaggi di questo tipo è dissolverli, per esempio

commentandoli direttamente (sii spontaneo! – come faccio a essere spontaneo se me lo

ordini?), oppure utilizzando una comunicazione di tipo ironico. A volte non è detto che chi è

coinvolto si renda conto del paradosso, se pensiamo a un bambino che percepisce la

rabbia del genitore, ma il genitore gli dice che non è così, il bambino non sa se credere ai

suoi sensi, quindi mantenere la presa con la realtà ma rinunciare alla relazione di cui ha

bisogno, o credere al genitore, ottenere quindi la relazione che gli serve ma rinunciare alla

presa della realtà. Il doppio legame e il paradosso se usati in ambito clinico possono avere

un effetto terapeutico.

L’approccio analitico – transazionale

L’approccio analitico – transazionale è stato elaborato da E. Berne, psichiatra statunitense,

egli ispirandosi alla psicoanalisi, al comportamentismo e alla Gestalt, propone una teoria

globale della personalità e delle dinamiche sociali, che consta di 4 parti :

Analisi strutturale (o analisi del sé)

1. Analisi transazionale (o analisi della comunicazione)

2. Analisi dei giochi psicologici

3. Analisi dei copione

4. 7

Diversamente dai sistemici, che si occupano di scambi comunicativi trascurando ciò che

avviene nella mente poiché solo ipotizzabile, Berne ritiene che per comprendere le

persone e le relazioni bisogna pensare la presenza di un’energia psichica, anche se tale

concetto è difficilmente definibile. Da un’analisi della società egli rileva che le persone

possono comportarti in un modo, e poco dopo in modo completamente opposto o

differente, cambiando il volto, il vocabolario, i gesti, l’impostazione della voce e così via.

Egli così pensò che nella mente ci sono diversi stati dell’io. Il passaggio da uno stato a un

altro dipenderebbe dal mutamento della distribuzione di energia psichica, che fa cambiare

appunto lo stato dell’io. Gli stati dell’io possono essere tre : l’io parentale (genitore), l’io

adulto (adulto) e l’io bambino (bambino). La distribuzione di questi non è casuale, il

genitore sta in alto, poiché legato all’autorità, l’adulto funge da mediazione e il bambino sta

in basso, per ricordare il suo legame con la materialità e i bisogni. Questi stati sono in

contatto tra loro, sia perché l’energia circola sui tre stati, sia perché insieme formano la

persona. Quali sono le caratteristiche di questi stati? Per spiegarle E. Berne si ricollega a

W. Penflield, chirurgo canadese.

Penflield ha constatato che il cervello funziona come un registratore che incide ogni nostra

esperienza fin dalla nascita, i ricordi vengono registrati e anche i sentimenti legati ad essi.

Ciascuno stato è analizzabile secondo due punti di vista : strutturale, cioè del contenuto e

funzionale, cioè del modo in cui si manifesta il comportamento. Nello stato del genitore è

registrato tutto quello che il soggetto ha visto fare o udito dalle figure genitoriali o da quelle

più significative, e si forma nei primi 5 anni. Nel genitore si distinguono due aspetti, uno

critico, giudicante e moralizzante, definibile genitore normativo, e uno premuroso definibile

genitore affettivo. Al genitore normativo sono attribuibili divieti, imperativi, critiche, mentre

a quello affettivo cura, affetto e protezione. Inoltre distingue anche genitore normativo

positivo (protettivo) e genitore normativo negativo (persecutore) e genitore affettivo

positivo (consigliere) e genitore affettivo negativo (paternalista). Qual è quindi la funzione

del genitore? Egli consente agli individui di agire in modo efficace come padri o madri di

bambini veri, inoltre assicura un automaticità delle relazioni risparmiando tempo ed

energia. Nell’adulto sono registrate invece le esperienze vissute e verificate dal soggetto

nel suo stare nel mondo, egli giudica oggettivamente l’ambiente e riesce a valutare le cose

in base alla sua esperienza passata. Questo stato inizia a formarsi verso il 10° mese di

vita, matura decisioni dopo aver “consultato” il genitore e il bambino. Lo stato del bambino

si sviluppa attorno i primi 5 anni di vita e registra le emozioni provate e le reazioni del

soggetto a ciò che ha vissuto. In questo stadio individuiamo il bambino adattato positivo

(bambino modello, educato e integrato), e due tipi di bambino adattato negativo

(sottomesso e ribelle). Ma come si individuano questi stati dell’IO? Gli approcci per

individuare lo stato dell’io attivo in un determinato momento sono quattro :

comportamentale, sociale, storico e fenomenologico.

• Comportamentale  uno stato dell’io si riconosce dai gesti, dalla mimica, dal tono di

voce, dagli atteggiamenti.

• Sociale  si riconosce dall’analisi delle relazioni interpersonali o meglio delle

reazioni degli altri al comportamento che si sta osservando. 8

• Storico  dall’esame del passato tramite domande sulla famiglia, sulla scuola,

sull’esperienza dell’infanzia.

• Fenomenologico  dall’autodiagnosi fondata sul vissuto personale.

L’analisi transazionale

1.

Se immaginiamo degli studenti in un’aula universitaria prima che arrivi il professore, alcuni

chiacchierano, altri scrivono, altri leggono. Arriva il professore e dice “buongiorno!”, loro

rispondono di conseguenza : quella che abbiamo descritto è una transazione. La

transazione avviene quando qualcuno propone un qualche tipo di comunicazione e l’altro

risponde. In linguaggio formale, la comunicazione di apertura è chiamato stimolo

transazionale, mentre la risposta viene chiamata reazione transazionale.

Successivamente, in risposta al buongiorno il professore potrebbe continuare la

conversazione con una semplice domanda, come “come state?”, allora a quel punto si

attiverebbe una catena di transazioni, dove la reazione di ciascuno è uno stimolo per

continuare a conversare. Secondo l’approccio analitico – transazionale, lo stimolo iniziale

viene lanciato da un determinato stato dell’io e mira ad attivare nell’interlocutore uno stato

dell’direttamente o non direttamente corrispondente. Ma quali sono i tipi di transazioni

possibili? Abbiamo quelle complementari, quelle incrociate e quelle ulteriori.

Le transazioni complementari

2.

Se abbiamo uno scambio di battute tra professore e alunno come : “buongiorno” –

“buongiorno” – “che ore sono?” – “sono le nove e un quarto”. In questo scambio

comunicativo ciascun interlocutore è nel suo stato Io – Adulto, questo si capisce dalle

parole, i toni di voce, i segnali corporei. Questa transazione viene chiamata

complementare. L’intento del professore era quello che la sua comunicazione fosse

ascoltata dallo stato dell’Io – Adulto degli studenti. La transazione complementare esiste

quando lo stato dell’io sollecitato dallo stimolo transazionale risponde allo stato dell’io che

ha lanciato lo stimolo. Detto in altre parole, la persona interpellata risponde all’interlocutore

come lui si aspettava. Un altro esempio di transazione complementare Genitore –

Genitore potrebbe verificarsi così : due signore anziane sull’autobus “i giovani d’oggi sono

proprio maleducati – “eh si hai ragione non c’è più rispetto”. In questo esempio gli stati di

entrambe le signore sono l’Io – Genitore. Un altro esempio potrebbe essere riguardo due

impiegati : “oggi non ho proprio voglia di lavorare” – “perché non usciamo prima dall’ufficio

e andiamo a prendere qualcosa al bar?” in questo caso a comunicare sono gli stati dell’Io

– bambino. Le transazioni complementari possono avvenire anche tra stati dell’io diversi,

come Genitore – bambino, dove il bambino, ad esempio, risponde come il genitore si

aspetta. Facciamo un altro esempio : una signora sull’autobus sta viaggiando in piedi

poiché tutti i posti sono occupati, a un certo punto dice a un ragazzo “voi giovani d’oggi

siete proprio maleducati”, lui risponde “meglio giovani maleducati, che vecchi educati!”. In

questo caso lo stato della signora è quello dell’Io – genitore, lo stato del ragazzo che

risponde è quello sollecitato, ovvero quello dell’Io – bambino. Se consideriamo gli scambi

9

Adulto – Adulto o Bambino – Bambino, la transazione complementare è paritetica, nel

caso del Genitore – Bambino è complementare asimmetrica, dove una persona si colloca

più in alto rispetto all’altra. Il termine complementare è usato in entrambi gli approcci che

abbiamo visto, solo che nell’approccio sistemico – relazionale viene fatto corrispondere

alla differenza, nell’approccio analitico – transazionale si riferisce sia alla differenza che

all’uguaglianza. Per concludere possiamo dire che le transazioni complementari sono

transazioni dove a reagire è lo stato dell’io sollecitato, possiamo dire che sono prevedibili.

Da questo vediamo la prima regola della comunicazione : fintantoché le transazioni

rimangono complementari, la comunicazione può continuare indefinitamente.

Transazioni incrociate

3.

Portiamo un altro esempio : il professore entra in aula e dice “buongiorno” – “buongiorno”

– “che ore sono?” – “che ore sono? Non mi chieda sempre che ore sono! È di nuovo in

ritardo!”. Questa non è la risposta dell’Io – Adulto che il professore si aspettava, ma la

risposta dell’Io – Genitore, che invita il professore a passare dal suo stato di Io – Adulto, a

quello di Io – Bambino. La transazione è incrociata, ovvero dove chi risponde usa uno

stato dell’Io diverso da quello che l’altro si aspettava. Il termine “incrociata” è adatto in

quanto il professore si sente come se la studentessa avesse incrociato e arrestato il flusso

della loro conversazione. Dalle caratteristiche delle transazioni incrociate discende la

seconda regola della comunicazione : quando una transazione è incrociata si ha

un’interruzione nella comunicazione e una persona o entrambe dovrà cambiare lo stato

dell’Io affinché la comunicazione possa essere ristabilita. Questa interruzione della

comunicazione può essere avvertita anche solo come un leggero fastidio.

Le transazioni ulteriori

4.

Una transazione ulteriore è una transazione in cui i segnali non verbali manifestano

qualche incongruenza rispetto al contenuto delle parole, così vengono inviati due

messaggi : uno manifesto, o a livello sociale, e uno nascosto, o a livello psicologico.

Queste transazioni comportano dei rischi perché non sempre gli interlocutori percepiscono

bene entrambi i messaggi, c’è quindi la possibilità di malintesi. A volte può accadere che

venga letto il messaggio nascosto e non quello manifesto, come nel caso delle

manipolazioni. Può accadere anche che le transazioni nascoste tendono a sottintendere

desideri che, per varie ragioni, non vengono espressi in modo esplicito. Il primo messaggio

(manifesto) di solito riguarda quello che è socialmente accettabile, non tutta la persona

però è su questa linea : una parte della sua energia va in direzione diversa e lo manifesta

con quei segnali che non sono sotto il suo controllo volontario, come il tono della voce, le

espressioni facciali, i movimenti del corpo.

Esempio : Manipolazione

Contenuto manifesto  il commesso di un negozio di hi-fi con aria disinvolta e noncurante

“poi ci sarebbe questo modello, ma è veramente molto caro” – acquirente con aria di sfida

“si però è molto bello, lo prendo.” 10

Contenuto nascosto  il commesso di un negozio di hi-fi “è troppo caro per te” – “questo lo

credi tu, adesso ti dimostro…”

In questo caso il messaggio manifesto è da Adulto ad Adulto, ma il messaggio nascosto

(mosso dall’intento di portare l’acquirente a un acquisto di impulso) è da Adulto a

Bambino. Non è detto che le cose debbano andare così, l’acquirente può non abboccare,

dargli ragione e ringraziare comunque. Da qui possiamo dedurre la terza regola della

comunicazione : l’esito in termini comportamentali di una transazione ulteriore dipende

non dal livello sociale ma da quello psicologico. Questa terza regola è importante per la

comprensione dei giochi psicologici che, come vedremo, sono delle sequenze

transazionali in cui uno stato dell’Io – Adulto maschera un diverso stato dell’io.

Le carezze

5.

Immaginiamo un signore che camminando per strada incontra un conoscente ed esclama

“che bella giornata oggi!”, l’altro sorride e risponde “davvero bella!”. In questo incontro

possiamo notare un reciproco riconoscimento. Immaginiamo adesso che lo stesso signore

incontra un conoscente ed esclama la frase precedente, quest’ultimo però lo guarda, non

risponde e passa oltre : cosa proverebbe il primo? Sicuramente sarà sorpreso e si

chiederà cosa è successo. Questo accade perché le persone hanno bisogno di

riconoscimento e si sentono deprivate se non lo ottengono. A proposito, E. Berne ha

sviluppato la teoria delle carezze, partendo da degli studi fatti sulla deprivazione affettiva

di Spitz. Questo studioso osservò che dei neonati allevati in un brefotrofio, dove avevano

uno scarso contatto con gli adulti che li accudivano, avevano una lenta crescita

psicologica ed erano più vulnerabili fisicamente. Sulla base di questi studi è possibile

parlare del bisogno di stimoli come un bisogno basilare dell’essere umano. Da piccolo il

neonato prende questi stimoli dalla figura materna, la guarda, la tocca, sente la sua voce,

gioca con lei, quando si cresce questo desiderio rimane, ma viene sostituito da quei

segnali verbali e non che danno valore a una persona. Al bisogno di stimoli si affianca il

bisogno di riconoscimento, che trova soddisfazione in ciò che E. Berne definisce “stroke”.

Questa parola viene tradotta con carezza, ma in realtà vuol dire anche colpo, si può riferire

quindi sia a un contatto gradevole che sgradevole, per l’essere umano entrambi hanno

valore perché sono delle risposte ed implicano un riconoscimento.

Carezze positive e carezze negative

Le carezze possono essere positive e negative : se consideriamo l’esempio iniziale, quello

è uno scambio di carezze positive. Se però all’esclamazione del signore, il conoscente

avesse risposto “lo è stata fino a che non ti ho incontrato!” gli avrebbe inviato una carezza

negativa. Questa distinzione tra carezze positive e negative fa sorgere un problema : per

chi le carezze sono positive o negative? Ogni carezza assume la funzione di messaggio e

non è detto che chi la riceva, la riceva per come l’abbiamo inviata noi. Potremmo pensare

che l’uomo va alla ricerca di carezze positive, ma in realtà non è così. Questo possiamo

osservarlo più facilmente nei bambini, che essendo particolarmente bisognosi di carezze,

quando quelle positive non sono disponibili, o non lo sono nella maniera che desiderano,

cercano di ottenere carezze negative : noi agiamo in base al principio che avere una

11

carezza negativa è meglio di non averne. Questi schemi, che si sviluppano durante

l’infanzia, possono trasmettersi nell’età adulta.

Carezze verbali e non verbali

Nell’esempio all’inizio del paragrafo, con le espressioni “che bella giornata!” e “davvero

bella!” i soggetti si sono scambiati delle carezze verbali. Ricordiamo anche che si sono

sorrisi, quindi si sono scambiati anche carezze non verbali. Avrebbero potuto anche

stringersi la mano o darsi una pacca sulla spalla, continuando con le carezze non verbali.

Queste carezze hanno un maggior impatto sull’Io – Bambino.

Carezze condizionate e incondizionate

Esistono anche le carezze condizionate e incondizionate, le prime sono riferite a ciò che

una persona fa o ha, le seconde a ciò che la persona è. (carezza positiva incondizionata 

sei un amico! – carezza positiva condizionata  che bel vestito che hai!)

Strutturazione del tempo

6.

Al bisogno di carezze si aggiunge un altro bisogno importante, quello di strutturare il

tempo, per questo si è iniziato ad organizzare socialmente il tempo, in modo da garantire

un adeguato rifornimento di carezze. Secondo E. Berne le possibilità di strutturazione del

tempo sono sei : l’isolamento, il riturale, il passatempo, l’attività, il gioco, l’intimità.

Chi sceglie l’isolamento è costretto a cercare certezze dentro sé stesso, lavorando

inevitabilmente sulla fantasia. Se uno studente si trova ad una lezione noiosa tende a

rifugiarsi nelle fantasticherie della notte scorsa, ricordare com’era bello baciare la ragazza

etc. Egli è materialmente in aula, ma non con la mente. Poi abbiamo il rituale, dove il

soggetto segue delle regole che il sistema socio-culturale in cui vive gli impone e che

ormai ha assimilato, come salutare o presentarsi. Ci sono poi i passatempi, che procedono

in un modo che ci è familiare ma sono meno rigidi nel contenuto. Nelle attività l’interazione

è favorita dal raggiungimento di un obiettivo, in esse rientrano il lavorare con gli altri ma

non per forza si deve avere un rapporto ristretto con loro, anzi ci sono persone che per

evitare di tornare a casa si imbattono in riunioni di lavoro infinite. Infine abbiamo i giochi, ai

quali E. Berne dà molta importanza.

I giochi psicologici

7.

“Un gioco è una serie progressiva di transazioni ulteriori complementari rivolte a un

risultato ben definito e prevedibile”. Il gioco si differenzia da procedure, rituali e

passatempi principalmente per due cose : la sua qualità ulteriore e il pagamento. E. Berne

sostiene che la crescita del bambino si può descrivere come la sperimentazione e

l’apprendimento di strategie per ottenere carezze, principalmente positive ma anche

negative. Il bambino dai 3-4 anni si forma sulla base delle sue prime esperienze delle

12

convinzioni su sé stesso e sugli altri, soprattutto sui suoi genitori, che si porterà

probabilmente per tutta la vita. Queste convinzioni sono :

• Io sono OK

• Io non sono OK

• Tu sei OK

• Tu non sei OK

Se uniamo queste quattro posizioni vengono fuori 4 affermazioni su sé stessi e sugli altri :

• Io sono OK, tu sei OK

• Io sono OK, tu non sei OK

• Io non sono OK, tu sei OK

• Io non sono OK, tu non sei OK

Queste quattro affermazioni sono note con la denominazione posizioni di vita e

rappresentano gli atteggiamenti fondamentali che una persona assume riguardo il valore

essenziale che percepisce di sé e degli altri. Immaginiamo una bambina che subisce

violenza fisica dal padre, potrebbe decidere di non fidarsi mai più di un uomo.

Generalizzerà questa posizione con la convinzione che tutti gli uomini non sono degni di

fiducia, traducibile in “tu non sei OK”. Tornando si giochi psicologici, sono delle strategie

basate su una posizione di vita “io non sono OK – tu sei OK”, che il soggetto mette in atto

nella prima infanzia per ottenere carezze e che poi tende a portarsi nel tempo. Le

caratteristiche di queste strategie sono :

La ripetitività, ogni persona gioca il suo gioco preferito più e più volte nel

1. tempo.

Il fatto di essere giocati senza la consapevolezza dello stato dell’Io – Adulto.

2. Il fatto di terminare con i genitori che provano un’emozione parassita, cioè a

3. spese degli altri.

L’essere costituite da uno scambio di transazioni ulteriori complementari tra i

4. giocatori.

Il fatto di comportare sempre un momento di sorpresa o di confusione

5.

Alla fine di un gioco le persone si sentono a disagio e sono portate a domandarsi “ma

com’è possibile che sia successo questo?” questo avviene perché i giochi iniziato e

finiscono con una svalutazione, sono degli scambi di svalutazioni. In “a che gioco

giochiamo” di E. Berne vengono descritti 36 tipi di giochi, uno dei quali è il “perché non…

sì ma”che descrive la conversazione (il gioco) tra due amiche, una delle quali continua a

lamentarsi di essere noiosa e brutta, l’amica propone tantissimi consigli ma lei riesce

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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione e della formazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher bianca-giacalone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca pedagogica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Consorzio Università Rovigo - Uniro o del prof Gasperi Emma.

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