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Vigna Codini e dintorni

Introduzione

D. Manacorda

Questo libro presenta gli Atti della giornata che pone le sue radici in un’altra giornata di studi del 2006 inerente sempre al primo miglio della via Appia, una zona di cerniera che nei secoli si è estesa tra la città muraria e il suburbio o tra la città costruita e gli orti, le vigne e i giardini che la contornavano, mentre oggi è un tracciato di connessione tra la Zona archeologica centrale e il tracciato della Via Appia antica.

Il paesaggio contemporaneo non è che l’ultimo aspetto di un paesaggio storico che vive di persistenze e trasformazioni e che è stato al centro di alcuni interventi che vengono pubblicati in questo libro. La Vigna Codini è un punto di osservazione privilegiato di un’area posta a ridosso della cinta urbana, dialogando sia con l’interno che con l’esterno della città murata.

Il paesaggio medio-repubblicano sulla via Appia

R. Volpe

<Ma tu quando uscendo da Porta Capena vedi i sepolcri di Calatino, degli Scipioni, dei Servili, dei Metelli, li consideri infelici?> (Cicerone, Tusculanae Disputationes, 1.7.13)

Quando scrive Cicerone (I sec a.C.) i monumenti citati dovevano essere ancora dominanti nel panorama che si incontrava sul primo tratto della via Appia, uscendo da Porta Capena, ma questa riflessione si riferisce in realtà ad un paesaggio più antico, della media età repubblicana.

Si parla di paesaggi suburbani quando le mura Serviane erano il limite fra città e suburbio (o almeno di quella cinta muraria rifatta nel IV sec a.C.), la cinta muraria passava nella valle tra Celio e Aventino vicino al Circo Massimo, da qui si apriva l’antica Porta Capena (dalla quale usciva il tracciato antico che collegava Roma al Latium e ai Colli Albani: la via Latina da cui nel 312 a.C. si distaccherà la via Appia).

In epoca alto e medio-repubblicana le sepolture venivano effettuate nelle proprietà familiari, ma i sepolcri di quest’epoca non sono facilmente databili a causa della mancanza di elementi di corredo dovuta all’applicazione delle leggi suntuarie, fino al IV-III a.C. si trattava di tombe a camera, scavate nei pendii sui margini del fundus.

L’uso di costruire una tomba sul fundus permane anche all’epoca di Cicerone, il quale si domanda quale sia la posizione più opportuna per il mausoleo che vuole erigere alla figlia Tulliola, se in horto o in villa, e se acquistare o no una nuova proprietà terriera. Ritornando ai sepolcri delle grandi famiglie possiamo ipotizzare che sul terreno vi fossero anche le proprietà di famiglia (quindi non è un caso che Cicerone utilizzi il genitivo plurale per indicare i sepolcri di famiglia, a parte il caso di Atilio Calatino).

Sepolcro degli Scipioni

L’unico di questi sepolcri di cui conosciamo posizione e resti archeologici è quello degli Scipioni, collocato in una proprietà fondiaria di famiglia tra via Appia e Latina ai piedi del rilievo del Monte d’Oro; se vi era un fundus vi era anche una villa, forse situata in alto sulla collina, infatti in una galleria di una cava di pozzolana nella collina (quindi a margine del sepolcro) un cedimento di terreno soprastante ha fatto scivolare in basso del materiale edilizio (grandi blocchi di tufo giallo di Grotta Oscura di età repubblicana) e frammenti di intonaco affrescato (più tardi e testimonianza della residenza di alto prestigio).

La facciata monumentale della collina non era rivolta verso l’Appia ma verso una traversa laterale e guardava verso Roma ed era visibile per coloro che uscivano da Porta Capena.

Barbato e il figlio L. Cornelio Scipione

La fondazione del sepolcro viene attribuita a Lucio Cornelio Barbato, console del 298 a.C., morto nel 280 a.C., ma il fondatore potrebbe essere invece suo figlio, console nel 259 a.C. (magari voleva costruire un monumento al ramo Scipioni della gens Cornelia, considerando il padre – Barbato – uno dei personaggi più significativi): a testimonianza di questo è l’incisione in saturni sul sarcofago di Barbato della stessa epoca dell’incisione sul sarcofago del figlio, quindi il sarcofago del padre potrebbe essere stato posto all’inizio nel sepolcro di famiglia dei Corneli (individuato negli anni Cinquanta tra via Marco Polo e via Cristoforo Colombo).

Sepolcro dei Corneli

Nel pendio che va verso la vale dell’Almone fu individuata una camera ipogea scavata nel tufo e resti di sarcofagi (ad oggi conservati al Museo della Centrale Montemartini) che conservano iscrizioni relative ad un “P. Cornelius Scapola pontifex maximus” e a un “L. Cornelius”. Sia i sarcofagi che le iscrizioni sono datati al IV a.C., quindi in un periodo precedente alla costruzione del sepolcro degli Scipioni.

Sarcofago di Barbato

Il figlio di Barbato, console nel 259 a.C., fece in modo di sistemare il sarcofago del padre in posizione dominante sul fondo vicino all’ingresso del sepolcro degli Scipioni. Il sarcofago presenta una raffinata decorazione della cassa e del coperchio, la vecchia iscrizione venne erosa e ammodernata in saturni (l’iscrizione in saturni è databile perché si compara con quella di Atilio Calatino console del 258 a.C. che è simile).

Aedes Tempestatum

Sul sarcofago del figlio di Barbato l’elogio ricorda di aver dedicato un tempio alle Tempeste come ex voto per lo scampato pericolo al ritorno dalla battaglia di Aleria e dalla conquista della Corsica, nel 259 a.C. Non conosciamo la precisa collocazione del tempio, ma nei Cataloghi Regionari viene citato insieme al Tempio di Marte, quindi non doveva essere molto lontano dal Sepolcro degli Scipioni, anzi forse era sulla stessa proprietà, quindi sede di un culto legato alla famiglia (i terreni degli Scipioni si pubblici).

Altri sepolcri

Bedini ha calcolato che le dimensioni medie dei fondi si aggiravano intorno ai 15 ettari circa sulla via Laurentina, tra i 18 e i 20 ettari sulla via Labicana. Conoscendo la posizione del Sepolcro degli Scipioni è possibile (tramite lo scritto di Cicerone) ricollocare i sepolcri mancanti, presupponendo l’ordine in cui vengono citati.

  • Il primo sepolcro è di Gaio Atilio Calatino, console nel 258 a.C., durante la prima guerra punica compie operazioni militari in Sicilia e trionfa come pretore, nel 254 a.C. è di nuovo console (con Gneo Cornelio Scipione Asina) e conquista Himera, dittatore nel 249 e censore nel 247, muore nel 246 a.C. e il sepolcro degli Atilii è posto accanto al tempio di Honos (et Virtus) alle pendici e ai piedi del Celio; l’epitaffio di Calatino è ricordato da Cicerone nel Cato Maio de Senectute 61: <Coronamento della vecchiaia è dunque l'autorità. E quanta ve ne fu in Lucio Cecilio Metello, quanta in Aulo Attilio Calatino! Per il quale (fu scritto) quel famoso epitaffio: “La maggior parte degli uomini concorda che quest'uomo fu il primo del suo popolo." è noto l'intero carme inciso sul suo sepolcro>. Questo elogio è simile a quello del figlio di Barbato, ma non più visibile all’epoca di Cicerone.
  • Il sepolcro dei Servilii viene nominato dopo quello degli Scipioni, si pensa fosse il ramo dei Servilii Gemini (il cui capostipite è P. Servilius, console nel 252 e 248, che combatté in Sicilia ad Himera). In collegamento con gli horti Serviliani la proprietà dei Servili è stata localizzata nei pressi delle Terme di Caracalla. Va ricordato che la famiglia dei Servili è una di quelle famiglie di origine albana che dopo la distruzione di Albalonga vennero ospitate sul Celio.
  • Il sepolcro dei Metelli ha come testimonianza una iscrizione di età imperiale rinvenuta nella vigna vicino l’arco di Druso, a sinistra della via Appia, dove si ricorda che tra i passaggi di proprietà vi era <un’area schiava […] la quale è davanti al sepolcro, questa è chiamata Veturiana e Ceciliana>, la zona lungo il lato sinistro dell’Appia, poco oltre quello degli Scipioni. Altra testimonianza è l’elogio funebre del pontefice massimo Lucio Cecilio Metello (console nel 251 e 247, pontefice massimo nel 243, dittatore nel 244, sconfigge Asdrubale a Palermo nella prima guerra punica ed ottenne un trionfo) pronunciato dal figlio nel 221 a.C. : nell’elogio della vecchiaia e della considerazione in cui viene tenuta nello stesso passaggio dove ricorda anche Atilio Calatino e il suo epitaffio. Altra testimonianza è data dal fatto che nel 241 a.C. Metello divenne ceco gettandosi nelle fiamme dell’incendio scoppiato nel tempio di Vesta, per salvare il Palladio lì conservato (da qui il cognomen Caecus), ebbe una premonizione sulla via Latina che gli imponeva di tornare a Roma, quindi forse poteva essere in una sua proprietà posta tra via Appia e via Latina.

Si tratta di sepolcri di famiglie che costituiscono ramificazioni da una gens principale, in tutte le famiglie un membro importante è stato console e trionfatore alla metà del III a.C. nel decennio prima della prima guerra punica:

  • A. Atilius Calatinus ottenne un trionfo navale come pretore nel 257 su Sicilia e Cartaginesi, sempre nello stesso anno M. Atilius Regulus è console e trionfa sui Cartaginesi.
  • L. Cornelius Scipio, figlio di Barbato, console nel 259, conquista Aleria ed ottiene il trionfo su Sardegna, Corsica e Cartaginesi, anche il fratello Gneo Cornelius Scipio Asina ottiene il trionfo sui Cartaginesi nel 253 a seguito della battaglia delle Lipari (e nel 254 è collega nel consolato di Calatino).
  • P. Servilius Geminus è console nel 252-248 quando combatte in Sicilia nella battaglia di Himera, anche Gneo Servilius Caepio del ramo collaterale dei Servilii Caepiones è console nel 253 nella prima guerra punica.
  • L. Caecilius Metellus, console nel 251 e 247, pontefice massimo nel 243 e dittatore nel 244, sconfigge Asdrubale a Palermo nella prima guerra punica e nel 250 ottiene come il trionfo sui Cartaginesi come proconsole.

Questi sono gli optimi viri i cui sepolcri e proprietà sono disposti come monumenti lungo la via Appia, la strada costruita per favorire l’espansione di Roma verso sud, ma anche via del reditus cioè del ritorno a Roma dei generali vittoriosi, trionfatori sui Cartaginesi.

L’Appia

Il primo tratto dell’Appia fino al Tempio di Marte è un luogo legato alle virtù militari, come il Tempio di Marte, il tempio di Honos (et Virtus), la presenza del corso d’acqua dell’Almone e un’area extrapomeriale dove si può convocare l’esercito (infatti nel 44 a.C. Ottaviano pose qui il suo accampamento, davanti la città, nel santuario di Marte, tra I e II miglio), presso la Porta Capena è presente un senaculum.

Dalla fine del III-II a.C. i monumenti legati alle imprese e alle glorie individuali e di famiglia passano dalla Porta Capena al Campo Marzio, oppure nel 187 a.C. la statua di Numa conservata nel tempio di Honos sull’Appia passa al nuovo tempio di Hercules Musarum.

Campus Rediculus

Vitruvio enumerando i luoghi più idonei per la dedica di edifici sacri alle diverse divinità riporta come quelli dedicati a Marte dovessero essere posti fuori dalla città ma nel campo, infatti al secondo miglio poco dopo il tempio di Marte si è ipotizzato ci fosse il campus Rediculus, protettore del reditus/ritorno (vittorioso); oppure Annibale giunto al campus Rediculi venne atterrito da qualcosa e tornò indietro (tradizione falsa, perché Annibale stazionava fuori Porta Collina). Il Campus Rediculus si doveva trovare nell’area del Domine quo vadis?

Santuari di confine al primo miglio della via Appia antica

R. Dubbini

Il dibattito sui confini dell’ager Romanus antiquus

Il dibattito riguarda il limite dell’antica città di Roma e il territorio abitato, persiste in quanto si lega alla questione sull’origine di Roma, infatti per alcuni la definizione di ager Romanus antiquus è contestuale alla fondazione di Roma attribuita a Romolo, invece per altri il limite sarebbe stato determinato con Numa Pompilio. Un passo di Strabone indica i Festoi (posti tra quinto e sesto miglio dalla città) come i luoghi che segnavano il confine del territorio più antico di Roma e presso i quali si svolgevano dei sacrifici detti Ambaruìa (riti di lustratio attorno ai limiti dell’ager, simili ai più noti Ambarvalia).

Da questo testo si costruì una tradizione secondo la quale l’ager più antico sarebbe definito da una cintura di monumenti e luoghi di culto tra IV e VI miglio, a garantire i confini di uno spazio religioso e inalterabile, infatti vi erano i Festoi con i relativi sacrifici, i sacrifici annuali del dio Terminus al VI miglio della Laurentina, quelli dedicati a Robigo al V miglio della Claudia, le fosse Cluilie al V miglio dell’Appia, il tempio della Fortuna Muliebris al IV miglio della Latina e il bosco sacro di Dea Dia al V miglio della via Campana. Strabone prese fonti più antiche di lui (tra cui Varrone) non concordi tra loro (indicazione poco precisa dei Festoi che non dovrebbero essere dei santuari ma Obscum in più l’ager doveva essere una fascia di terreno periurbana che separava Roma da altri popoli intorno). Nessuno dei luoghi di culto o dei riti è più antico della fine dell’età repubblicana.

Gli studiosi si dividono in quelli che credono che i santuari fossero copie fedeli degli originari luoghi di culto e chi vede nella serie di santuari di confine una costruzione moderna. Più concreto pensare che il confine della città non superasse il primo miglio (1000 passi dal centro della città) e regolamentato da uno statuto giuridico che in seguito viene applicato alle 14 regioni augustee (la locuzione ager Romanus antiquus non è conosciuto fino al I a.C. quando viene utilizzata dal giurista Trebazio). I santuari sul primo e secondo miglio sono su una fascia di territorio omogeneo (il Tarentum nell’ansa del Tevere in Campo Marzio, dei culti di Anna Perenna sulla Flaminia, di Ercole sulla Tiburtina, di Spes Vetus sulla Prenestina e di Minerva sulla Latina, del templum Martis sull’Appia, del culto di Fors Fortuna sulla Campana e di un luogo sacro sul Gianicolo). Una possibile area di confine è il templum Martis sull’Appia.

Il santuario di Marte Gradivo sulla via Appia

Il dio è legato alla guerra e per questo doveva trovarsi fuori città (Servio ricorda che si trovava sull’Appia fuori la porta della città in contrapposizione al quieto Marte Quirino). In onore di questo dio Numa Pompilio istituisce il sacerdozio dei Salii Palatini (poi duplicati nei Salii Quirinales da Tullo Ostilio per Quirino). Numa Pompilio su consiglio di Egeria e delle Muse (ninfe Camene) riprodusse l’ancile in undici copie e consacrò la zona in cui il re incontrava le Muse e i prati circostanti (la valle Egeria in cui vi era sicuramente anche il tempio di Marte).

La sacralità dell’area sin dall’epoca antica fece inoltrare la vestale Rea Silvia alla ricerca di acqua oltre la fonte delle Camene fino a giungere al bosco sacro di Ares (dove si sarebbe consumata la sua unione con Marte). Il lucus Martis era il luogo in cui erano soliti recitare i poeti (collegando l’area del dio a quella delle Camene). Nelle rappresentazioni di Rea e Marte vi è un albero ad indicare il bosco sacro al dio e la personificazione del fiume Almone che osserva la scena (altre varianti sono la presenza di Venere, oppure la presenza di un sacello con altare acceso e lancia ad indicare il santuario dei Salii Palatini).

Il rapporto amoroso tra Marte e Rea Silvia introduce il carattere del dio della guerra come giovane in armi atto al matrimonio, aspetto ancestrale legato ad antichi riti di formazione dei giovani cittadini e delle loro compagne (basata sull’opposizione tra un Marte impetuoso e la vergine Minerva, celebrata dalle feste di Anna Perenna che si conclude con l’unione matrimoniale del dio con Nerio (dea locale), alla quale le sabine si rivolsero per ottenere la pace tra i Romani e Sabini).

Nel santuario di Marte Gradivo esiste un culto minore dedicato a Venere placida (ma lì vicino c’è un culto di Minerva). La posizione di santuari legati alla formazione di giovani è giustificata considerando i riti iniziatici giovanili secondo la quale gli spazi per la formazione fisica e militare sono posti in una zona critica tra centro cittadino e territori selvaggi. Nell’area del tempio di Marte Gradivo vi era una zona pianeggiante destinata alle manovre dell’esercito e allo svolgimento di cerimonie a carattere marziale, quindi un campus (uno spazio aperto) per i giovani e per le riunioni della popolazione atta a portare le armi (secondo Dionigi di Alicarnasso dopo l’apparizione dei Castori durante la battaglia del lago Regillo del 499 a.C. ai gemelli fu dedicato un tempio presso il Foro Romano e una cerimonia che partiva dal santuario di Marte sull’Appia per passare di fronte al tempio dei Castori e giungere sul colle capitolino, da qui si comprende che il tempio di Marte doveva esistere dagli inizi dell’epoca repubblicana).

Nel 350 a.C. M. Popilio Lenate riunisce la classe militare degli juniores presso il tempio di Marte fuori Porta Capena presso il campo di Marte, quindi il campo di Marte era abbastanza ampio da contenere 4 legioni (trova conferma nel 44 a.C. col giovane Ottaviano che accampa il suo esercito proprio lì per poi entrare in città raggiungendo il tempio dei Castori).

Altro aspetto ancestrale della divinità era presente nella preghiera recitata dai Fratres Arvales per garantire la fertilità dei campi, quindi Marte come propiziatore delle coltivazioni solo se il dio bellicoso rimane “sazio” oltre i confini, quindi si invoca la divinità femminile (Nerio o Venere) per placare l’animo del dio e garantire la pace delle nozze sicure e felici e del sostentamento.

Il paesaggio sacro dell’Almone al primo miglio della via Appia Antica

La valle dell’Almone è frutto dell’erosione dei depositi tufacei legati al primo ciclo del vulcanesimo albano da parte di un corso d’acqua con una grande portata. Per la creazione delle 14 regioni l’alveo del fiume venne scelto per i confini della Regio I (così come il Tevere o l’Almone).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/10 Metodologie della ricerca archeologica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Manacorda Daniele.
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