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lisci e un architrave di travertino modanato; lastra marmorea murata sopra la porta con l’iscrizione funeraria; angoli

sottolineati da lesene o colonne decorative in mattoni; due finestrelle ai fianchi dell’iscrizione; cornici in laterizio di

coronamento della facciata; terminazione a timpano triangolare. I pavimenti musivi hanno decorazioni geometriche,

floreale o scene mitologiche, sono decorativi e non indicano la persona sepolta. Le nicchie sono anonime.

4) il colombario e le iscrizioni: problemi di cronologia e topografia -> il colombario si data grazie all’architettura e

decorazione interna (in particolare coi mosaici e gli stucchi) e si risale all’età giulio-claudia anche perché il sepolcro è

estremamente semplice. Andrebbe considerata l’assenza di epigrafia (anche se i Sette Dormienti ha restituito iscrizioni

latine riconducibili ala prima età imperiale non si possono attribuire al colombario) giustificata con l’uso familiare del

colombario (date le piccole dimensioni e le poche nicchie). L’iscrizione esterna doveva essere un’iscrizione dedicatoria.

All’interno del colombario sono presenti 17 epigrafi diverse tra loro e quasi tutte inedite (a parte una piccola ara murata

sopra una delle porte di ingresso al piano terreno e una lastra reimpiegata dentro l’oratorio): un blocco di tufo con

iscrizione simile a una delle tombe repubblicane; un piccolo gruppo di lastrine tipiche dell’arredo dei colombari;

un’elegante lastra augustea; una piccola ara miniaturistica; un’urna circolare; una stele intitolata ad un retore greco

Hermocrates; un elemento architettonico con la coppia consolare del 113 d.C.; un’ara adrianea; una lastra di un

cepotaphium del IV d.C. (era una tomba in un giardino). Da queste si deduce che i colombari erano tutti simili all’esterno

con dentro le urne, lastrine sotto i loculi e piccole are sui podi, le tombe individuali avevano iscrizioni all’esterno, i giardini

sepolcrali con le are e le iscrizioni di dedica e piccole tombe con iscrizione semplice tra età repubblicana e medio

imperiale.

Una piccola lastrina inedita riporta: [---]a M(arci) Bolan(i)/[---](mulieris) l(ibertus) Rufio. È databile al I d.C., riporta le

formule onomastiche di due defunti una serva di un M.Bolanus e un certo Rufio il liberto di una donna. Il Bolanus fa parte

della nota famiglia dei Vettii Bolani ascesa al consolato nel 66 d.C. col console M.Vettius Bolanus e nel 111 d.C. con il

figlio omonimo. Questa lastrina è collegata a ciò che ci trasmette la Notitia cioè la presenza in questa zona (nella Regio I)

di un balneum Bolani (non da collegare per forza con i due consoli). Atra fonte è quella di Alberto Cassio del 1757 che

consulta i Cataloghi Regionari e scrive un trattato sulle acque antiche distribuite nelle quattordici Regiones, quando parla

dei balnea nella Regio I (non localizzandoli di preciso) afferma che sopra alcuni di essi (compreso quello di Bolanus)

erano state erette “due stanze dedicate alla memoria dei Sette Santi Efesini”, descrive anche le pavimentazioni musive di

soggetto termale. Quindi se nel 1757 i ruderi dei balnea erano ancora visibili la pianta del Bufalini del 1551 riporterebbe

non solo l’oratorio ma anche i resti di impianto termale, l’antico balneum Bolani.

5) L’oratorio: stratigrafia degli elevati e periodizzazione storica -> è un piccolo edificio al pianterreno, si accede

attraversando un portone di metallo e scendendo alcuni scalini collocati sul lato ovest dell’edificio, rivolto verso l’Appia.

Ha una pianta rettangolare.

Periodo 1. Costruzione dell’edificio -> pareti costruite con una cortina laterizia regolare, presentano tre file di fori allineati

previsti in costruzione (dovevano essere di più rispetto a quelli che rimangono oggi). I mattoni della cortina sono regolari.

Non si possono formulare ipotesi circa le funzioni del fabbricato prima del suo uso cultuale, l’edificio venne costruito con

materiale reimpiegato. Il confronto con strutture simili (come la muratura del Portico d’Ottavia restaurata all’epoca

severiana 193-211 d.C. o il fabbricato centrale delle Terme Antoniniane 212-217 d.C.) suggeriscono una datazione tra II-

III secolo (inoltre i bolli laterizi).

Periodo 2. Nascita dell’oratorio -> la datazione non è definibile con certezza, forse nell’età tardoantica, nella nicchia vi è

l’opera listata costituita da filari di tufelli e laterizi con un rapporto di 1 a 5. I confronti sono la muratura esterna della

facciata di S. Balbina e il muro esterno dell’abside di S. Marco a Roma, quindi si suggerisce una datazione del IV-V

secolo.

Periodo 3. Esecuzione degli affreschi dell’oratorio -> alla fine dell’XI secolo la parete est e parte della sud vengono

affrescate con la figura di Cristo, affiancato da angeli e santi e con quelle dei donatori inginocchiati ai lati. Il committente

era Beno de Rapiza (identificato da un’iscrizione) e sua moglie Maria, da qui si correlano gli affreschi della basilica

inferiore di S.Clemente finanziati dallo stesso personaggio. Questi dipinti dimostrano che l’oratorio era già dedicato

all’Arcangelo Gabriele raffigurato in posizione centrale nella nicchia sotto il Salvatore.

Periodo 4. Uso profano dell’edificio -> il Catalogo di Torino dà le prime avvisaglie nel XIV (quindi vi fu un lungo

abbandono) non ha lasciato tracce, solo una serie di scassi lungo le pareti sud e nord che indicano un cambiamento di

funzionalità, forse l’installazione di scaffalature lignee (secondo Armellini l’ambiente era un cellaio oppure Tomassetti dice

che fosse un magazzino di formaggi di cui abbiamo notizia nel 1875-1911 quando venne smantellato), oppure un

soppalco ligneo che ha provocato una lacuna nell’affresco. Una grossa trave doveva attraversare l’oratorio in tutta la sua

larghezza (forse il sostegno a un soppalco ligneo appoggiandosi alla parete dipinta), sulla quale vennero posizionate una

serie di travicelli ortogonali ad esse, sopra venne disposto un piano pavimentale ligneo del soppalco.

Periodo 5. I restauri -> sono la maggior parte delle tracce individuate. A partire dai primi del novecento si fecero diversi

restauri suddivisi in tre fasi: una serie di riempimenti che intercettano gli scassi del periodo 4 e periodo 1 costituiti da

spezzoni di laterizi per rendere omogenea la muratura (forse dopo lo smantellamento del magazzino dei formaggi); la

seconda fase prevede piccoli scassi lungo tutte le pareti in maniera poco regolare fatti con conglomerato cementizio e

non sono omogenei; la terza fase è costituita da una serie di interventi sulle pareti nord e sud per i lavori di restauro degli

anni sessanta, come l’impianto di illuminazione (due fari sulle pareti lunghe e direzionati verso l’affresco della parete est

nel 1962).

L’ara degli scribi e i colombari di via di Porta S. Sebastiano. A. Rotondi

L’area interessata riguarda via di Porta S. Sebastiano i civici 16 (ex vigna Casali dove nel 2000 si rinvenne l’Ara degli

Scribi), 14 e 12 (ex vigna Moroni) che furono oggetto di attività di tutela della Soprintendenza Speciale per i Beni

Archeologici di Roma. L’area è sul lato destro della via Porta S.Sebastiano, la via Appia nel suo percorso extraurbano fino

al III d.C. quando diviene intramuraneo.

Nel XVIII secolo molte ricerche si concentrarono nel tratto della via Appia compreso entro le mura delle vigne di San

Cesareo, Moroni e Casali (descritte dall’Abate Ficoroni). Alla fine del Settecento Carlo Labruzzi da un’illustrazione

accurata della via Appia, invece nel 1850-1853 Luigi Canina scavò tra IV e IX miglio e ne istituì la demanialità. Nella

planimetria di Lanciani compaiono le denominazioni delle vigne, nonché le indicazioni dei singoli rinvenimenti (monumenti

ed iscrizioni), dalla planimetria di Lanciani degna di nota è l’indicazione MON.SCRIB.LIBRAR.AED.CUR. riferibile al

colombario dell’Ara degli Scribi (o all’ara stessa oggi al MNR delle Terme di Diocleziano).

Gli scavi dal 2000 nelle vigne Casali e Moroni non sono istituzionali ma autorizzati dalla Soprintendenza su richiesta dei

privati e da essi pagati, ma con l’assistenza della Soprintendenza.

Vigna Casali -> nel 2000 venne fatto uno scavo per la realizzazione di un’intercapedine di un immobile privato e venne

trovata l’Ara degli Scribi e un sarcofago strigilato con tabula iscritta, in più dodici ambienti con murature già rasate a una

quota tra 1,50 e 1,70 e reinterrate sotto uno strato di terreno ricco di frammenti di intonaco, materiale architettonico,

malta, mattoni. Lungo i lati sud ovest vennero trovate quattro tombe (tombe 7-10): la 7 ha muratura in opera reticolata

orientata N/S e delimita una camera che prosegue oltre i limiti della trincea, ha anche un’opera laterizia; la 8 ha tre muri in

opera laterizia ed è presente una nicchia per olle con pareti intonacate; la 9 prosegue sotto l’edificio ha una muratura

rifoderata in opera laterizia verso l’esterno e in opera mista verso l’interno (la rifoderatura chiude i loculi coevi all’opera

reticolata sui filari superiori, invece in quelli inferiori vi sono ancora le olle in situ); la 10 prosegue sotto l’edificio è

delimitata da un muro E/O in opera laterizia. Sul limite sud è stata trovata un’altra struttura con paramento in opera mista

(reticolato e laterizio) attribuibile ad un altro colombario (tomba 12) perché presente un loculo per olle. A nord dell’edificio

moderno vi è una fila di 6 colombari da O/E che testimoniano uno sfruttamento intensivo dell’area funeraria. Sul limite

N/O vi sono murature in opera laterizia e la tomba 1 prosegue sotto la trincea.

Tomba 1 -> strato di crollo composto da cumuli di macerie dei muri e frammenti di stucco policromo, lungo la parete si

aprivano loculi semicircolari (su una parete sono sei su tre file). In un momento successivo venne ristrutturato

posizionando sul basamento in peperino di un’ara funeraria in marmo bianco (che chiuse i loculi posti sopra di essa e le

due pareti rinvenute davanti alle quali venne addossata da qui la parte posteriore è sbozzata) avente un coperchio di

marmo con tracce di pittura rossa e pulvini vegetali laterali desinenti sulla fronte in rosette, tra i pulvini è ricavata la tabula

con l’iscrizione Dis Manibus/Q.Fulvio Q.f. Quir./Fausto scribae et/scribae librario aedilium/curulium vix.an. . La parte

superiore dell’ara era destinata ai resti dei defunti (cinerario).

Tra due paraste corinzie è raffigurata una scena di professione dei defunti: su due sgabelli, ai lati di un tavolo centrale

(con le gambe tornite come quelle degli sgabelli) sul quale è aperto un volumen su alcune tabulae impilate, sono seduti i

due defunti togati e con in mano pugillaria (“che sta nel pugno” cioè piccole tavolette cerate), completano la

rappresentazioni due attendenti ai lati dei defunti e un altro presso il tavolo, abbigliati con corta tunica e toga. Sulle pareti

laterali del cinerario il defunto è raffigurato sdraiato su una kline: a dx tiene con la mano un kantharos proteso verso una

donna seduta su uno sgabello, riccamente drappeggiata e con un attingitoio in mano; a sx il defunto con un braccio

sollevato sul capo, tiene con la mano dx uno skyphos proteso verso un servo seduto di fronte su uno sgabello con una

brocca tra le gambe. Le due scene hanno sopra dei festoni vegetali con foglie di quercia.

La parte inferiore dell’ara presenta una scena di acclamazione, sotto la tabula ansata, con rosette, e l’iscrizione Dis

Manibus / Q.FulvioQ.f. Qui. Prisco/scr, aed. Cur. Vixit an. XXVI/Q. Fulvius Eunus pater / fecit. Nella scena vi è un gruppo

di stanti disposti su due gruppi affrontati e volti a sx e a dx, ma entrambi rivolti verso l’alto, al centro due uomini affrontati

di cui uno leva il braccio dx in alto e l’altro tiene nella mano sx una tabula; gli uomini hanno tutti tunica corta, a sx una

donna accudisce un bambino, a dx un bambino acclamante sulle spalle di un adulto. Sui lati dell’ara un urceus e una

patera.

I defunti sono Q. Fulvio Flacco e Q. Fabio Prisco (premorto al padre Q. Fulvio e uno che gli fa la dedica nella tabula

ansata) forse due fratelli scribi (librarius) aedilium, cioè segretari degli edili (primo gradino equestre). La datazione è I d.C.

Tombe 2 e 3 -> tra queste uno spazio vuoto lasciava spazio a una scala a chiocciola (poi obliterata) che consentiva

l’accesso alla tomba 2 e ad un altro ambiente. Presente un cippo marmoreo con iscrizione sepolcrale C.Octavius

/Diogenes/sibi forse in situ o di riutilizzo. La tomba 3 presenta una piccola camera con copertura a volta con stucco rosso

e decorazione a rosette a cinque petali ed ovuli. Il lato posteriore del sepolcro ha una superficie modanata ed è rivolta

verso N.

Tomba 4 -> delimitata da quattro pareti in laterizio dove si conservano loculi per olle, le nicchie E sono coperte in piano da

un mattone o da una tegola, sulle pareti N e S vi è un solo loculo con nicchia dove sono visibili incisioni di supporto

all’intonaco.

Tomba 5 -> colombario di dimensioni maggiori, coperto con volta a botte, all’inizio aveva muratura in opera reticolata, la

parete O aveva file di loculi a nicchia per olle, rivestita da intonaco dipinto a fondo bianco con fasce colorate

orizzontalmente e conserva una finestra strombata (poi chiusa con la costruzione della tomba 4 perché misero un’altra

olla e l’intonaco di chiusura è diverso).

Tomba 6 -> si pensa ad un apparato in opera mista con tufelli rettangolari, dove erano nicchie quadrate poi obliterate (per

riutilizzo), tre arcosoli presentano l’incasso per la lastra di chiusura in laterizio o altro materiale, è stato rinvenuto un

sarcofago di marmo strigilato privo di coperchio e profanato in passato presenta un’iscrizione dedicatoria

D.M./Sex.Vulcacius Antoninus/se vivo posuit sibi et co/iugi suae Statoriae/Fructiferae quae/bixit annis XXX mes/bus V

diebus VI coiugi/benemerenti posuit. Il sarcofago viene inquadrato alla fine del II d.C. e fu l’ultima deposizione all’interno

della tomba (quando essa era già stata depredata o ristrutturata pesantemente perché il sarcofago poggiava su un

frammento di pavimentazione degli arcosoli in opus sectile).

Questi 12 colombari possono essere datati tra I a.C. e II d.C., si attestano su un asse viario secondario all’Appia, gli

interventi di ristrutturazione e modifica sono indice di un intensivo sfruttamento delle aree cimiteriali. Forse questi 12

colombari erano parte della necropoli della Via Imperiale rinvenuta negli sterri del 1938-1939 in occasione dell’apertura

della via Imperiale (oggi via delle Terme di Caracalla e via Cristoforo Colombo). Ai fini di tutela sull’immobile la

Soprintendenza ha posto un vincolo diretto.

Vigna Moroni -> le aree di scavo si concentrano in due zone distinte riconducibili a un’unica proprietà privata.

1A e B) saggi archeologici tra 2001-2003 nella proprietà privata al civico 14 di via di Porta San Sebastiano per la

realizzazione di un nuovo sistema fognario (dopo i lavori di ristrutturazione della villa Domus Jucundiana già proprietà

Barluzzi) del 2000-2001 (in quest’anno vennero fatti dei saggi per l’intercapedine, venne scavata una trincea con un

mezzo meccanico ed a mano), si rinvennero materiale laterizio, intonaco, ceramica, marmo tutto in giacitura secondaria

(attribuito alla fase di costruzione originaria della villa) e da qui sono stati rinvenuti 4 colombari e 2 sepolcri.

1A) Colombario A -> a NE della trincea, è molto deteriorato, nel nucleo cementizio E/O 2olle sono poste in una nicchia

intonacata a fondo bianco, le olle sono del tipo a larga tesa (usate in età flavia e severiana come cinerario), a S vi è un

muro in conglomerato cementizio tagliato dalle mura della villa e sopra il quale rimane un mosaico bianco e nero. Il

terreno che ricopriva questo muro aveva al suo interno una tomba terragna con copertura piana di tegole e uno

scheletro molto danneggiato di II-III d.C.

Sepolcri B e C -> tra la trincea N e O vi sono 3murature con cortine interne in blocchetti di tufo rosso che delimitano un

sepolcro B. dentro una muratura parallela a quella di fondo vi è lo spazio destinato alle formae (date delle riseghe laterizie

in cui si appoggiavano le tegole o mattoni di chiusura delle formae stesse). Forse ipogeo della struttura sovrastante

asportata in fase di costruzione della villa e databile alla fine del II d.C. Invece a S del sepolcro B è stata rinvenuto il

sepolcro C con cortine in blocchetti di tufo che prosegue sotto la villa.

Colombario D -> nella trincea a sud della villa è stata trovata una muratura in opera reticolata di tufo e blocchetti relativa

ad un accesso (a metà del muro vi è una soglia di pietra non più in situ), a S del muro tracce di intonaco rosso. La

destinazione a colombario è avvalorata dall’impronta di un’olla cineraria nel nucleo del lato N della muratura reticolata e a

S i resti di un’olla.

Colombario E -> una muratura in opera reticolata orientata E/O simile al colombario C, conserva resti di olle cinerarie.

Addossata alla muratura (forse originario accesso) vi è un’altra muratura N/S in cubilia di tufo con ammorsature in

laterizio nel punti di contatto (all’interno 6olle), a N della trincea un bancone. Le due murature hanno intonaco rosso

(quindi sono l’esterno).

Colombario F -> situato ad E della villa, è conservato per parte nell’alzato (nonostante il taglio della villa stessa e della

fogna a N), ha delle murature con accurata cortina laterizia, rimangono tracce di 2olle cinerarie, la facciata d’ingresso alla

camera funeraria è visibile ed è costituita da una porzione di timpano in laterizi modanati e rivestiti di intonaco rosso

(sotto il timpano vi è una cornice a mattoni modanati per l’alloggiamento di un’iscrizione). L’interno della camera ha un

intonaco bianco, sul fondo vi è una nicchia con volta crollata. Il colombario copriva un interro con frammenti di ceramica

comune e anfore del II d.C. (termine post quem per la datazione del sepolcro, sotto questo livello si rinvenne una tomba

ad inumazione). Era un’area sepolcrale orientata E/O su una piccola altura, in prossimità dell’Appia, alla quale era

collegata da un diverticolo, è datata al I a.C. – II d.C.

1B) saggi per la fogna e sottoservizi Acea tra 2001-2003. L’intervento si è concentrato ad E della villa nella zona

dell’esedra dello scalone dell’antica entrata per proseguire lungo il viale di accesso e nel giardino presso il muro di

confine su via porta S.Sebastiano. tutte le strutture murarie rinvenute sono state rasate a una quota specifica e reinterrate

come nel caso di Vigna Casali (così come quest’ultima il reinterro può essere successivo agli scavi del XVIII-XIX secolo.

Colombario F -> in parte emerso nella campagna precedente, nella tomba ad inumazione scavata nel banco di tufo il

defunto ha in bocca una moneta di bronzo, invece a N del colombario venne ritrovato un ambiente con olle ed intonaco

rosso.

Colombario G -> ad E del colombario F, l’ingresso ha una soglia di travertini con cardini di piombo, le pareti hanno

intonaco bianco dilavato, in asse con l’accesso resta una nicchia intonacata e sotto di essa 2nicchie con olle all’interno,

nicchie e olle sono presenti anche sulle altre pareti, il pavimento è in tessere bianche e nere, a N vi è una sepoltura a

fossa scavata nel tufo e all’interno una anfora con sulla spalla il foro di libagione e il puntale troncoconico, un paio di

orecchini indicano che l’inumata aveva tra 1 e 3 anni.

Sepolcro H -> a NO del colombario F vi sono due setti murari ortogonali con intonaco rosso.

Sepolcro ipogeo I -> a N dell’area di scavo viene asportato uno strato di interro eterogeneo misto a materiale moderno

per intercettare la fogna.

Sepolcro ipogeo E -> vicino al colombario G emergono due tratti di muratura ortogonali, in asse col colombario E, si

rinvennero tre sepolture a fossa scavate nel banco tufaceo appartenute a due giovani e a una donna. Dei muri con

materiale costruttivo misto vennero eretti per rialzare o demolire strutture antiche per costruire la villa.

Mausoleo L -> struttura muraria rasata a una quota specifica, sono tre speroni di muri tagliati dai lavori di costruzione

della villa, resta una nicchia con 2olle e un’esedra, forse un sepolcro a più piani.

Anche lungo il viale d’accesso sono stati individuati colombari, mausolei e sepolture ad inumazione e incinerazione. I

saggi sono stati effettuati lungo il viale e nel c.d. “giardino delle rose” vicino la strada a livello più elevato e quelli con

maggiori attestazioni archeologiche sono vicino al cancello d’ingresso attuale (dove la quota odierna è simile a quella

antica). La necropoli ha subito danni cospicui nel 1925 con la costruzione della villa e del suo viale d’accesso. Le strutture

antiche erano collocate su un declivio che digradava verso l’Appia con un orientamento E/O. L’arco cronologico va dal I

a.C. alla fine del II d.C. (dupondio di Marco Aurelio).

2) lavori di bonifica , scavo per sostituzione delle coperture dei colombari e consolidamento, nella proprietà privata al

civico 12 della medesima via di porta S.Sebastiano tra 2006-2008 e non ultimati. Su richiesta della proprietà è stata

autorizzata la sostituzione delle coperture dei colombari A e B (colombari conservati fuori terra e coinvolti nei lavori di

sistemazione del viale secondario della villa, la c.d. Domus Jucundiana, nel 1925 quando il proprietario della villa, amante

delle antichità, provò a restaurare i colombari dotandoli di copertura lignea). Il privato trasformò il colombario nella

“Chiesa di Santa Rosalia”, cui si accede da un cancelletto pedonale, in più coprì uno dei colombari con un’altana

neoclassica.

Conclusione -> per le vigne Casali e Moroni le strutture funerarie sono vicini e realizzati in conglomerato cementizio con

paramento differente (reticolat, laterizio, opere miste di reticolato e laterizio o blocchetti di tufo e laterizio). Il rivestimento

esterno predilige l’intonaco rosso, in alcuni casi vi sono cornici architettoniche esterne in laterizio. Sono per lo più

colombari. All’interno l’intonaco è bianco forse per dilavamento, ma anche policromo con motivi vegetali e geometrici, con

decorazioni in stucco e pavimenti musivi (per lo più in bianco e nero o in semplice opus spicatum). L’ara-ossuario degli

Scribi testimonia una tipologia funeraria di lusso, non riscontrata perché oggetto di depredazioni nei secoli passati. Nei

colombari sono state individuate inumazioni in sarcofago, in fossa terragna, in arcosolio, in formae deposte nei pavimenti,

a semicappuccina addossate alle pareti, sepolture ad enchytrismos e frammenti di anfore tronche e di tubuli forse per

libagioni. Datati tra I a.C. e II d.C. (si mettono in relazione con la necropoli vaticana, di ostia e di Portus).

Recenti indagini sul tratto urbano della via Appia. M. Marcelli

Per il Giubileo del 2000 si intervenne sull’Appia Antica (tra piazzale Numa Pompilio e GRA) su due distinti lotti: dal

Mausoleo di Cecilia Metella fino al GRA il lavoro era finalizzato alla salvaduargia del basolato antico e ripristino della

sistemazione storica voluta da Luigi Canina nell’ ‘800; per il primo tratto l’intervento era finalizzato al riassetto della

pavimentazione in sampietrini e nel reintegro delle parti mancanti o deteriorate (in questo tratto vennero fatti dei sondaggi

archeologici).

Indagine presso il pilone occidentale dell’Arco “di Druso” -> fra il pilone e il muro di contenimento O si vollero indagare le

fondazioni dell’arco e acquisire elementi sul rapporto con l’acquedotto Antoniniano e sull’esistenza di un fornice laterale.

Negli scavi del 1931 di Guglielmo Gatti nell’area tra arco e porta e a ridosso del pilone E si rinvennero i bracci a tenaglia

della porta interna costruita nel 402 d.C. da Onorio (blocchi di travertino e tufo uniti a calce che poggiano su una platea a

sacco); nei disegni del Gatti si vede la sezione del pilone dell’acquedotto evidenziando come il muro fosse privo di

paramento sul lato S, dove si appoggiava a una struttura poi demolita. Per verificare lo scavo del Gatti venne riscavato

nel 1999: sotto mezzo metro dalla strada si rinvenne una vasta platea di fondazione danneggiata dalla spoliazione di età

moderna, da cavi di sottoservizi stradali e da alcuni fori del ponteggio per la costruzione del muro di terrazzamento; in più

a NO-NE si rinvenne la fondazione del muro di vigna Casali (che fino al XIX chiudeva la strada verso O inglobando parte

del pilone O dell’arco, testimoniato da un’incisione di A. Acquaroni di inizio ‘900) dal quale proviene una moneta in bronzo

da due baiocchi di Pio IX datata 1851). La platea di fondazione era in conglomerato cementizio di malta pozzolanica

violacea compatta, simile a quella rinvenuta dall’altra parte dell’arco nel 1931 (la platea sul lato S si appoggiava a un’altra

struttura in blocchi di tufo giallo ricoperta da un battuto che fa pensare a un piano percorribile.

Nell’area occupata dall’acquedotto sembra vi fosse un edificio monumentale di età tardo repubblicana o primo impero,

fornito di una parte calpestabile verso l’Appia. La vasta platea in conglomerato sostruiva un’ampia platea di grossi blocchi

di travertino su cui si impostava l’arco, forse vi era un fornice laterale poi demolito (confermando l’ipotesi di Pietro Rosa a

fine 1800 di un arco marmoreo a tre fornici). Dopo il piano dei travertini verso O la fondazione in conglomerato è sotto il

pilastro dell’acquedotto antoniniano (oggi conservato nel muro di contenimento della proprietà retrostante) fatto in

conglomerato cementizio e scapoli di tufo (nel disegno del gatti risulta essercene uno uguale ad E dell’arco). Lo scavo a

N dell’arco ha riportato materiali di età repubblicana su un piano naturale inciso da due solchi paralleli (già il Lanciani

affermava che vi fosse una strada perpendicolare all’Appia, della quale si rinvenne il basolato nel 1869 sotto il terrapieno

di vigna Casali e lungo l’asse vi era l’acquedotto). Nell’angolo NE dello scavo è stata rinvenuta una fistula aquaria in

piombo allettata nel terreno e protetta da un compatto strato di scaglie di selce, orientata EO (obliqua rispetto alle

fondazioni e tagliata da una fossa di spoliazione ad O e coperta dalla fondazione in conglomerato cementizio dell’arco ad

E), potrebbe essere una fistula centenaria (secondo Di Fenizio nel 1916 sullo studio di Frontino), ha due iscrizioni che

forniscono il nome del destinatario dell’acqua Aulus Larcius Lydus e quello del plumbarius Caius Iulius Florus (il primo si

ritrova in una fistula di provenienza ignota trascritta da C. Pietrangeli, era un liberto di età neroniana ricordato da Dione

Cassio per aver offerto un milione di sesterzi a Nerone per una sua esibizione in teatro; il secondo personaggio potrebbe

essere connesso a un omonimo di una tabella di un colombario tra Appia e Latina negli scavi Ficoroni del 1731-33). Il

rinvenimento della condotta che cita il personaggio potrebbe indicare anche una sua proprietà nei dintorni della fistula tra

Appia e Latina (forse la condotta si originava da una conserva d’acqua ubicata nella zona di vigna Casali o nei dintorni,

alimentata a sua volta dall’acquedotto preesistente all’Antoniniano.

Saggi nella sede stradale di via di Porta San Sebastiano -> un secondo settore di indagine interessò strutture antiche

pertinenti ad edifici funerari nella recinzione di via Appia delle Sirene (ex vigna Moroni). Non si conosce l’esatta epoca di

rinvenimento dei sepolcri tra la strada e la vigna. Con la licenza di scavo concessa nel 1702 alla proprietaria Maria

Isabella Moroni ebbe inizio una proficua stagione di rinvenimenti archeologici all’interno della vigna. Negli scavi Ficoroni

tra 1702-1705 furono scoperte 92camere sepolcrali che formavano mausolei, circolari o quadrate, con pavimenti in

sectilia marmorei o mosaici, volte con affreschi, urne in marmo e in terracotta, iscrizioni sepolcrali, corredi funerari. La

pianta di Nolli del 1748 è la prima a rilevare la presenza tra vigna Moroni e la strada pubblica di 2edifici rettangolari, di cui

uno con degli avancorpi (citate poi dal De Rossi ma omesse nella FUR di Lanciani). Negli anni Venti il nuovo proprietario

Camillo Orlando Castellano costruisce una nuova villa e sistema il terreno a giardino, una pianta redatta da I. Gismondi

nel 1926 (in occasione dei lavori di sistemazione del Sepolcro degli Scipioni) documenta i colombari sul confine S della

proprietà (omettendo il Nolli). Il proprietario in una lettera indirizzata a A. Colini nel 1933 si promette di restaurare i

sepolcri e ripristinare il parco (i lavori durarono diversi anni, vista la complessità del gruppo monumentale), vi si mette una

copertura a capriata e un sepolcro diviene la chiesa di Santa Rosalia. Dopo i lavori del Colini i sepolcri ritornano nell’oblio,

fino allo scavo del 1999: lungo la recinzione fatta nel 1938 si effettuarono 5interventi di scavo, di cui 4 diedero strutture

murarie di edifici funerari e la massicciata stradale antica (non romana). Nelle vedute del ‘700 e ‘800 la pavimentazione

dell’Appia veniva raffigurata come un acciottolato con caratteristiche simili a quelle rinvenute dallo scavo del 1999 . Il

sepolcro F è di età flavia per via di tegole con bollo di età flavia (Luci Luri Blandi) e una tabella con dedica alla liberta

Flavia Sec[---] forse Secunda (già menzionata in un’iscrizione funeraria nella vigna Moroni nel 1703 come dedicante di

un sepolcro per il figlio Aulo Flacio Teofiliano e per i discendenti e i loro liberti). Allo stato dei fatti anche in questa porzione

dell’Appia vi sono necropoli di prima età imperiale. In questo tratto la via Appia risulta stretta, incassata nel banco tufaceo

ad una quota poco inferiore di quella attuale. Vi è convivenza tra edifici sepolcrali di varie tipologie ed edifici a

destinazione residenziale che a partire dal II secolo (espansione della città) occupano uno spazio riservato ai morti.

Il Clivo di Marte. D.Manacorda

Fasti Antiates ->i Fasti Anziati risalgono al 67-55 a.C. e al 1° giugno si ricorda Marti in cl[ivo], l’antico santuario al primo

miglio della via Appia presso un tratto di strada in pendio da cui traeva il nome. Il toponimo appare in un’iscrizione (ad

oggi nella Galleria Lapidaria dei Musei Vaticani) di ottima fattura Senatus/populusque/Romanus/clivom/Martis/pecunia

publica/in planitiam/redigendum/curavit.

Quest’ultima iscrizione compare nella silloge del’Anonimo di Eisiedeln che tra VIII-IX lo trascrive in “via Appia”. L’

antiquario Iucundus nel Codice Veronese segnala la scomparsa del marmo modo non extat, mentre nel Magliabechiano

lo colloca Romae.

Il Mazochius specifica che l’iscrizione si trovava in palatio cardinalis Genuensis iuxta via Salariam, ma alla fine del XVI

secolo l’Ursinus la segnala extra portam Capenam proximis diebus reperta (cioè via Nari, nei pressi di dove l’aveva vista

l’Anonimo).

Venne trasferita nel rione S. Eustachio in via Monterone, dove venne vista nel 1729 dal Lupi e poi dal Nardini (che la dice

“nel palazzo del signor marchese Nari … ritrovata nella vigna oggi del signor Tiberio Nari immediatamente fuori elle porta

S.Sebastiano a destra nell’uscirne”). Nel 1820 Carlo Fea dice che l’iscrizione era nel palazzo Nari a S. Chiara. Nel 1823-

1824 compare nel Registro dei Musei Vaticani appuntata come “Grande Iscrizione, già spettante alla Famiglia Naro”.

Tutti i testimoni concordano che l’epigrafe si trovasse sul lato occidentale dell’Appia, tra porta S.Sebastiano e il corso

dell’Almone. Alcune notizie appaiono contraddittorie: nel 1616 la silloge del Gruterus riporta due esemplari, uno nella

vigna Nari (corrispondente al testo dell’Anonimo) l’altro noto solo tramite le schede del Metellus presenti nel Mazochius

vaticano e ritenuto un falso (riporta la scritta “Clivum martis per. publica…/in planiciem redegerunt/S.P.Q.R.”).

Il clivo di Marte è citato anche nella Passio dei santi Sisto, Lorenzo e Ippolito collocando il martirio “fuori dalle mura, sulla

via Appia, in un luogo chiamato clivo di Marte” e dalla Passio dei santi Sisto, Felicissimo ed Agapito i quali vennero

martirizzati nel clivo di Marte davanti al tempio e che i corpi vennero deposti nella piazza antistante ad esso.

Di conseguenza in età tardoantica il clivo di Marte esisteva ancora, era connesso all’antico santuario che su di esso si

affacciava ed il tratto di terreno in questione (tra tempio ed Almone) era rimasto in pendio. Quell’area era il luogo dove

sorgeva il primo miliario dell’Appia (la cui copia di età vespasianea in marmo cipollino fu trovata nel 1584 a 114m dalla

porta per essere poi trasportata sulla balaustra della Piazza del Campidoglio, mentre nel 1905 una copia venne rimessa

in loco).

Chi entrava in città percorreva il clivo di Marte subito prima dell’incrocio con le Mura Aureliane.

Secondo il Lexicon del Suburbium l’autore delle passiones farebbe riferimento a un tracciato in salito che non era l’Appia,

cioè un tratto di strada basolata in relazione con la posterula Ardeatina e contenuto da un muro in opera incerta, ma è

un’ipotesi da accantonare perché sicuramente il Senato non avrebbe destinato una simile iscrizione a una via secondaria

inoltre il tracciato ad oggi è ancora in pendio e non si legge alcuna traccia dell’eventuale antico spianamento.

Nei dizionari topografici odierni e manuali di topografia di Roma antica sono incerti al riguardo, non si sa se il clivo e

l’Appia fossero due tracciati distinti o se l’uno fosse un segmento dell’altra, nel 1850 secondo Luigi Canina il clivo di Marte

non era altro che la parte dell’Appia in declivo dall’attuale porta S.Sebastiano fino all’Almone (dove l’Appia andava in linea

retta), la parte interiore invece era tortuosa e stretta (chiamata da Livio semita/viuzza). Sempre il Canina pone come

esempio il terzo colombario Codini e un piccolo sepolcro di età repubblicana antistante si potrà vedere che il piano della

via stessa fosse stato abbassato per agevolare la salita del clivo di Marte. Secondo il Canina il taglio maggiore venne

fatto nella zona in cui dopo venne eretto l’arco di Druso (che secondo lui non era altro che un arco trionfale riadattato a

sostegno dell’acquedotto).

Sulla linea del Canina si attestano nel 1907 anche Jordan e Huelsen che osservano come l’Appia corresse non in una

valle naturale ma lungo un taglio artificiale, che divideva il Monte d’Oro dal piccolo Aventino.

Nel 1544 la pianta orografica del Marliano indica in modo netto il taglio della collina; nel 1557 stessa orografia è resa nel

Paciotti, nell’immagine del Du Perac del 1577, analoga rappresentazione del 1623 del De Paoli dal punto di vista ovest.

Nel 1748 il Nolli rappresenta il taglio della collina in modo ampio e lungo. Nel 1820 il Brocchi delinea la gola dentro le

formazioni tufacee, invece nel 1850 il Canina indica con accuratezza il ciglio della collina soprastante la via all’altezza

della vigna Codini (dove il primo colombario, appena scoperto, venne disegnato sul bordo del taglio). Nel 1900 il Lanciani

rende più scosceso il lato W (vigne Moroni e Casali) piuttosto che il lato E (vigne Sassi e Codini). Nel 1949 con Gismondi-

Lugli l’imbuto si percepisce dalla vigna Pallavicini.

Lo spianamento artificiale interessa un’area circoscritta che fu in seguito attraversata dalla linea delle Mura Aureliane, che

si concludeva all’altezza del tempio di Marte (di fronte Vigna Nari). L’inizio poteva partire all’altezza del sepolcro degli

Scipioni. Testimoni le quote delle tombe repubblicane dei Sette Dormienti e la quota dell’edificio sepolcrale davanti Villa

delle Sirene (quelli che erano i confini di vigna Moroni). Si può supporre che il taglio sia stato più contenuto sul versante E

e più ampio sul W.

Le quote di accesso ai colombari di vigna Codini sono più alte dell’attuale Appia, in più verso l’arco di Druso è presente

un’opera reticolata di un colombario distrutto per lo sbancamento e ora presente nella parete di contenimento realizzata

tra 1838-1840.

Venne adeguata la quota dell’Appia con il diverticolo degli Scipioni. Il tempio di Marte prima del taglio poteva essere

raggiunto solo dopo aver scollinato, L’iscrizione venne messa sul margine dx della via prospiciente il tempio (forse

all’incrocio con la strada che conduceva ad esso) e da lì doveva scendere fino al piano di scorrimento dell’Almone. Il

taglio spianò il clivo a N dello spartiacque riducendolo nel tratto S tanto nella sua pendenza che nella sua lunghezza.

Il clivo di Marte on coincideva solo col la strada che dall’Almone saliva a Marte, ma era il tracciato che venendo da Roma

saliva a Marte lungo l’erta tufacea (e questa venne spianata) per poi ridiscendere verso l’Almone (e questo rimase in

pendio).

Le due tradizioni epigrafiche si spiegano in questo modo: quella meridionale (vista dall’Anonimo) rinvenuta nel ‘500 è

l’originale, quella settentrionale coincide col testo di inizio ‘500 presso il Cardinale Genuense nel rione Trevi e sarebbe

andato perduto.

La datazione del taglio è incerta. Lo Huebner nel 1855 lo datava al 100 d.C. (seguito da G. Alfoeldi che lo data al I d.C.).

La tipologia del supporto non presenta indizi datanti e l’uso del marmo suggerisce una datazione non precedente all’età

augustea. L’alta qualità della scrittura rinvia a una datazione tra augustea e flavia. Dal punto di vista linguistico colpisce

l’accusativo arcaizzante –om (clivom per clivum) presente in età augustea ma forse più probabile sotto Claudio (in questo

caso mancano le lettere claudiane).Esempi di questo tipo di accusativo: un’iscrizione da Puteoli in cui si ricorda la

costruzione di una strada e di un clivom; da Cales; su di un cippo di travertino trovato presso la Nomentana sul sito

dell’antica Ficulea per la pavimentazione di un clivom in relazione con un tempio di Marte; un quarto esempio è una lastra

calcarea di Pola.

Nel testo dalla via Appia troviamo il termine planitiam in luogo del più usuale planitiem, ma forse perché planitia (utilizzato

da Vitruvio, da Siculo Flacco, da Igino, da Frontino) era collegato ad opere di ingegneria che prevedevano la riduzione al

suolo di un’erta o il suo forte livellamento. Ala metà del IV secolo si incontra la copia epigraficamente più vicina a questa

nei pressi del Tempio della Tosse a Tivoli, il testo risale al 340-350 d.C. ricorda che lo spianamento avvenne per opera del

Senato: Senatus populusq(ue)/ Romanus/clivum Tiburtinum/in planitiem redegit.

Tra gli indizi esterni che datano l’iscrizione ricaviamo un terminus post quem dal sepolcro antistante il terzo colombario

Codini (risparmiato dal taglio) e da altri colombari adiacenti (uno dei quali databile all’1d.C.).

Il frammento nei pressi dell’arco di Druso indica un terminus ante quem, oppure la fistula sotto l’arco di Druso (il

proprietario era Larcius Lydus personaggio sotto Nerone) che venne posta dopo che venne fatto il taglio. La datazione al

100 d.C. è troppo bassa.

Nei pressi del tempio di Marte aveva una proprietà il genero di Cicerone, Furius Crassipes, il quale descrisse un grande

nubifragio che si abbatté su Roma nel novembre del 54 a.C. quando le piogge autunnali sconvolsero i giardini di

Crassipes con la loro ambulatio, travolgendo taberne che si affacciavano sulla strada, l’acqua arrivò al di là del culmine

del clivo, verso l’invaso dell’Almone. L’erta si trasformava in caso di piogge in un alveo di un micidiale torrente. Il 54 a.C.

offre un terminus post quem.

Con il taglio si facilitava il traffico commerciale e quello cerimoniale (dall’area del tempio di Marte partiva la transvectio

equitum). Comunque fu il Senato a compiere l’opera, caso rarissimo e inspiegabile che non riporta il nome del magistrato

esecutore (forse si spiega perché l’Appia era una via censoria che legava la città all’antico tempio di Marte). L’opera

potrebbe essere stata avviata già da Caligola (così che il suo nome non venne riportato sull’iscrizione).

Nella prima età tiberiana nel primo tratto dell’Appia, in un’area tra bivio con la via Latina e il sepolcro degli Scipioni, si

registra un intervento di restituito in publicum di aree privatizzate condotto dai curatores loco rum publicorum

iudicandorum.

L’Appia da Porta Capena venne inizialmente tracciata dall’erosione delle acque, doveva essere stretta e tortuosa fino al

clivo di Marte e l’arco di Druso è più antico del III d.C. ma successivo allo spianamento del clivo e per questo il suo

orientamento rispetta il tracciato del clivo spianato. L’asse della strada precedente resta conservato negli orientamenti

della necropoli di Vigna Codini.

Caligula Disiector Titulorum e le semideletae litterae delle iscrizioni del clivus martis e dell’obelisco vaticano. I.

di Stef. Manzella

Lo studio riguarda la lastra epigrafica del clivo di Marte (ad oggi nei Musei Vaticani) forse in origine apposta ad un muro di

contenimento. Né la paleografia né le forme clivom e planitiam forniscono una datazione precisa. Probabilmente il

ripristino augusteo dell’annuale parata a cavallo (transvectio equitum) del 15 luglio sia stato il movente per risolvere il

problema idro-geologico di quel tratto di strada. Augusto promosse la cura viarum nel 20 a.C. (ristrutturando per prima la

Flaminia nel 27 a.C.) e in questo progetto si colloca bene anche un intervento a spese dell’erario pubblico per iniziativa

del senato.

Secondo i dati raccolti da Henzen l’epigrafe (copiata dall’Anonimo di Einsidlen) fu segnalata per la prima volta nel 1570

da Fulvio Orsini (1529-1600) che la disse “extra portam Capenam proximis diebus reperta”. Celso Cittadini (1553-1627)

specificò “trovata presso porta Sebastiano, ora in casa Nari presso la dogana”.

L’esame dell’epigrafe venne fatto tattile e visivo, con luce radente e successivamente i calchi in carta velina hanno

rivelato l’esistenza dell’ordinatio graffita (a parte al settimo rigo la scritta ANITI fa parte di un successivo spostamento

dell’epigrafe) e un intervento di erasione mai notato prima (eseguito in epoca da stabilire). A parte quest’ultimo il supporto

è molto conservato.

La sopravvivenza del marmo potrebbe essere dovuta in antico alla funzionalità della struttura su cui era inserito e a una

posizione protetta ed elevata, per la fase moderna alla preziosità del manufatto rimasto alla famiglia proprietaria della

vigna.

Erasione -> Nell’epigrafia l’erasione viene fatta tramite subbie e gradine di varia taglia (in modo rozzo) oppure gradine fini

e poi viene levigato (se fatto in modo accurato per riscrivere il titulus sull’area cancellata in litura). Nel caso in esame non

è possibile quale dei due modi venne usato perché la rasura venne interrotta. L’erasione non è sistematica, interessa 25

lettere su 78, ma nessuna è mai eliminata totalmente, si concentra nelle righe 2-4 e si dirada nelle successive mentre

risparmia la 1, la 8 e la 9. Forse questo lavoro venne fatto da un invitus artifex costretto ad eseguire malvolentieri la

cancellazione e abbia voluto cautelarsi lasciando la lettura del testo. Se l’erasione fosse stata fatta in un tempo moderno

si potrebbe pensare a un tentativo fallito di reimpiego dello specchio epigrafico, qualcuno sopravvenne a erasione iniziata

e venne acquisita nelle Raccolte Pontificie (come rivela il bollo camerlengale inciso sul listello a sx). Invece la datazione

medievale dell’intervento sotto Cola di Rienzo va scartata perché qualche picconata sarebbe stata più efficace all’epoca.

Se l’erasione fosse fatta in antico l’accurata modalità potrebbe sottintendere un abolito tituli per eliminare il ricordo

dell’evento e di chi l’aveva curato, ma solamente poteva ordinare una cosa del genere contro il Senato e il popolo romano

intendendo asserirsi a una divina potenza e offrendosi alla consalutatio dei fedeli come Latiaris Iuppiter e nell’arco

cronologico preso in esame solamente Caligola risponde a tali caratteristiche (se crediamo a Svetonio: l’imperatore era

avverso a tutti, devastò le statue di uomini illustri, fece interventi colossali, come il ponte di Baia, demolendo e superando

ostacoli naturali). È possibile che si sia scagliato contro una precedente impresa specie se sollecitata da Augusto. In

particolare le cime spianate dei monti potrebbero essere una risposta faraonica alla modesta riduzione del clivo di Marte.

Fu Caligola ad ordinare di far cancellare sugli obelischi le dediche gemelle incise dopo l’anno 14 in Alessandria al posto

del titolo di Cornelio Gallo, l’iniziativa non giunse a conclusione con l’assassinio dell’imperatore, ma gli effetti sono visibili

sui testi.

Alcuni come G. Alfoldy non ritengono possibile l’odio di Caligola nei confronti di Augusto dato che vennero effigiati

entrambi sulle monete, ma non possiamo dire con certezza cosa avvenne due settimane dalla morte dell’imperatore

perché furono fosche.

In conclusione Caligola distrusse statue ed epigrafi nel campo Marzio e forse volle cancellare in Roma il ricordo epigrafico

di un’impresa viaria senatoria anteriore al suo divino principato, è un proposito coerente, e forse qualche intermediario

della familia Augusta suggerì agli intermediari ciò che stava per accadere ed essi abbiamo assunto un atteggiamento

dilatorio.

Luigi Canina e il primo miglio della via appia. C.Baione

Quinto figlio di Giacomo Camilo e di Maddaleno Robusti, L. Canina nacque a Casale Monferrato (AL) nel 1795 alla vigilia

della invasione francese in Italia. Dal 1805 si trasferisce nel collegio di padri agostiniani del quale uno zio paterno era

rettore. A 15anni si trasferisce a Torino per studiare alla Facoltà di Architettura, dopo due anni diviene soldato semplice

nella fortezza di Alessandria sotto il comando del Principe Camillo Borghese, conseguì la laurea nel 1814. Dopo quattro

anni ottenne dal regno di Sardegna una pensione di 400 lire annue per un periodo di perfezionamento artistico a Roma

all’Accademia di S. Luca (al termine dei tre anni dovette portare un saggio che attestasse il suo studio delle vestigia

romane: presentò l’Anfiteatro Flavio, descritto, misurato e restaurato che venne molto apprezzato – nell’Archivio di Stato

di Torino sono custoditi disegni inediti del Colosseo). Il suo primo progetto importante fu l’ampliamento del giardino della

villa dei Borghese fuori porta Pinciana nel 1822, ma i lavori iniziarono nel 1825 ano in cui divenne architetto della Casa.

Canina emerse come nuovo esponente dell’architettura neoclassica romana (fece i propilei ionici che costituiscono

l’ingresso principale di Villa Borghese verso la Flaminia).

Canina era legato anche alle diverse istituzioni romane: era membro dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica dal

1829, nel 1883 divenne accademico di merito dell’Accademia di S.Luca, divenne dopo la morte di Valadier un membro

della Commissione Generale Consultiva di Antichità e Belle Arti (che dipendeva dal Cardinale Camerlengo), fu tre volte

consigliere comunale di Roma e nel 1855 ala morte di Melchiorri divenne Presidente del Museo Capitolino.

Gli Archivi privati a Casale Monferrato e Torino -> quando Canina morì a Firenze nel 1856 la sua casa romana e la sua

biblioteca fu venduta dagli eredi, ani dopo documenti privati e stampe vennero acquistate da Lanciani e dalla Biblioteca

Casanatense di Roma. Manoscritti e appunti personali furono donati alla Biblioteca di Casale Monferrato e all’Archivio di

Stato di Torino. Il Fondo Canina raccoglie 17mazzi, carte riguardanti il patrimonio e la contabilità della famiglia, documenti

dell’attività storico archeologica e accademica di Canina. Il Fondo Luigi Canina è diviso in grandi categorie, invece

nell’Archivio di Stato di Torino il Fondo Canina è suddiviso in disegni-stampe-carte. I Disegni sono suddivisi in progetti e

rilievi (lavori di architettura), archeologia (disegni preparatori per la pubblicazione) e stampa (fascicoli a stampa e fogli

sparsi). Le Carte conservano documenti manoscritti suddivisi in diverse attività e incarichi pubblici.

Tra le attività del Canina vi è il “riassestamento” del primo tratto dell’Appia, operazioni che interessarono da Porta Capena

all’antica città di Bovillae (12 miglia romane) dall’inverno del 1850alla primavera del 1853 (rispettando tempi e spese del

Governo Pontificio. Scopo dell’operazione era conservare i frammenti originari recuperati e lasciarli in loco reinserendoli

ove possibile.

Un fascicolo nella sezione Carte, dal titolo “Note, relazioni ed elenchi relativi agli scavi sulla via Appia (1850-1853)”

contiene un fascicoletto manoscritto di 4fogli (bozza per la prefazione al volume del 1853 “Primo tratto della via Appia, da

Porta Capena a Boville”), fogli sparsi in pessime condizioni, 3quaderni rilegati contenenti monumenti ordinati

topograficamente ai lati dell’Appia (sono presenti anche oggetti ritrovati ma tutto non è descritto in modo adeguato, forse

una serie di elenchi da agganciare a una pianta, sulla quale erano scritti i numeri dei monumenti o semplici promemoria

dell’architetto e collaboratori).

Le ricostruzioni del primo miglio della via Appia -> Canina approfondiva la ricerca storica sui monumenti (i rilievi e disegni

erano affidati ai suoi collaboratori Pietro Rosa e Giovanni Montiroli) grazie alle fonti classiche e alla topografia,

interpretava i frammenti e li riproduceva e in più immaginava come era il rudere in antico. Al volume della via Appia del

1853 (edito al termine degli scavi) Canina ne aggiunse un altro contenente tavole rappresentanti i principali monumenti

lungo la via. Rappresenta i monumenti (in rovina) propone ricostruzioni con decorazioni dedotte dai resti negli scavi

(aiutato da Giovanni Montiroli).

Per offrire una dimostrazione di come i romani spianarono il clivo di Marte il Canina traccia sulla pianta topografica

(pubblicata nel “Primo tratto della via Appia, da porta Capena a Boville”) una sezione della stessa via, con una linea in

alto indica l’elevazione originaria del clivo in corrispondenza del luogo in cui venne eretta Porta San Sebastiano, con una

linea in basso indica lo spianamento fino al livello dell’Appia (su cui fu eretto il c.d. arco di Druso). L’abbassamento venne

eseguito asportando la sommità del colle che collegava l’estremità sud dell’Aventino con il c.d. Celiolo.

Schizzo su carta -> per la parte sud del clivo di Marte è conservato uno schizzo preparatorio a inchiostro su carta

presente nel Fondo Canina, il disegno è piccolo e mal conservato, dispone ai due lati dell’Appia una serie di monumenti

ricostruiti e interpretati. Sul lato est sono presenti le seguenti didascalie: “bosco” (forse bosco delle Camene, Giovenale lo

indica fuori e vicino Porta Capena, mentre Marziale lo indica vicino la Porta definendolo lucus e per lucus Canina

potrebbe riferirsi a quello sacro del tempio di Marte fuori porta S. Sebastiano); “tempio di Mar..” (tempio di Marte

sull’Appia fuori Porta Capena, infatti i Cataloghi Regionari lo collocano nella Regio I tra l’area carrube e il fiume Almone,

resti dell’edificio sacro vennero scoperti dal Canina nella vigna Marini); “edicola di Salvia Mar..” (edicola di Salvia

Marcellina su cui era posta l’iscrizione relativa alla schola di Esculapio e Igia); “archi di Trajano e L.Vero” (i Cataloghi

Regionari indicano questi archi nella Regio I ma la posizione precisa è sconosciuta); “Settizonio” (non è la celebre

costruzione di Settimio Severo ma il c.d. Sepulchrum Severi, nell’Historia Augusta si indica un sepolcro dinastico dei

Severi sul lato destro dell’Appia nel quale sarebbe stato tumulato Geta nel 212 d.C., da qui il Sepolcro di Geta); “Campo

di Marte” (area sottostante il tempio, vicino l’Almone, a sx dell’Appia in cui si riunivano le milizie prima di entrare a Roma

per i trionfi); “Fiume Almone” (piccolo fiume nella valle della Caffarella e sbocca nel Tevere all’altezza del primo miglio

dell’Ostiense, attraversato dall’Appia nel luogo detto Acquataccio –nome in uso dal XVI secolo- e fu il limite sacro del

territorio romano in epoca arcaica per poi divenire confine della Regio I in età augustea, la valle dell’Almone venne

colmata negli anni quaranta con le terre di scarico degli sterri per la costruzione della via Imperiale); “Sepolcro di Priscilla”

(secondo Stazio era la tombe della moglie del liberto di Domiziano T.Flavio Abascantus, talmente maestosa da essere

simile a una domus, i ruderi sono quelli a lato sx dell’Appia uscendo da porta S. Sebastiano quasi di fronte al Domine quo

vadis quindi prima del bivio per l’Ardeatina). Sul lato ovest dell’Appia è presentato un solo monumento: “Colonna del I

miglio” (piedistallo moderno del miliario ora situato sulla balaustra del Campidoglio, ritrovato a 114m fuori porta S.

Sebastiano a circa 2m prima di raggiungere l’angolo della casa della vigna Naro, a dx uscendo da S. Sebastiano).

A proposito dell’arco “di Druso”. V. di Cola

Il toponimo risponde al’epoca rinascimentale, quando antiquari e studiosi interpretarono il fornice come Arcus Drusi

(tramandato da Svetonio e dai Cataloghi Regionari) oppure come il fornice monumentalizzato dell’Aqua Antoniniana

sull’Appia. Le fonti antiche tramandano l’esistenza di tre archi trionfali lungo l’Appia dentro la Regio I dedicati a Druso,

Traiano e Lucio Vero. L’arco di Druso è datato al III d.C. (datazione dovuta alla decorazione del fronte meridionale),

epoca in rapporto con l’Aqua Antoniniana e doveva avere inizialmente tre fornici. Dal punto di vista strutturale il

monumento è costruito in materiale eterogeneo: nucleo in blocchi di travertino, conci delle ghiere posti sui fronti N e S,

cornici d’imposta modanate e alcuni frammenti di un presumibile timpano sul fronte N in marmo; la parte sommitale era

un attico di cui resta il nucleo in peperino. Vi sono dei fori per grappe di forma quadrangolare e circolare che indicano un

rivestimento marmoreo delle superfici (oggi perduto). La decorazione del fronte S è incassata nel nucleo in travertino

(ribassato per favorirne l’alloggiamento), è datata al III secolo quindi dopo una spoliazione dell’arco. Forse vi erano due

fornici più piccoli (già intuiti da Pietro Rosa). Sopra l’arco, decentrato verso N, vi è lo speco dell’Acquedotto Antoniniano a

danno dell’arco sottostante (tagliando i blocchi di peperino e travertino per alloggiare lo speco in conglomerato

cementizio) ed è l’inizio di una fase di monumentalizzazione dell’arco.

La più antica rappresentazione del fornice è il disegno di G. da Sangallo alla fine del ‘400, in cui l’arco interpretato come

acquedotto è riprodotto fino all’attico, mentre dei dettagli sono tracciati a mano libera con un gusto per il rovinismo, i

blocchi dell’attico hanno una serie di puntini (forse grappe per rivestimento marmoreo perduto all’epoca di Sangallo), l’

opera mista è inventata.

L’elemento modanato si ripete nelle vedute delle epoche successive, come nei disegni di R. Fabretti e G.B. Piranesi, ma

scompare nel XIX secolo forse a causa della vegetazione che lo ricopre. Tra le rappresentazioni del XVII una realizzata

da A. Giovannoli nel 1619 e l’altra del Catasto Alessandrino riportano un’arcata in laterizi (forse parte dell’Acquedotto) che

si addossava a O del fornice (quindi forse i fornici originari dell’arco già non esistevano più nel III secolo) che chiusa da

un cancello corrispondeva a uno degli ingressi della vigna Casali (proprietaria dal 1590) poi distrutto nell’ ‘800 (invece

l’arcata E risulta assente già alla fine del XV secolo, confermata da Ficoroni che nel 1744 ricorda come l’acquedotto

venne tagliato per fare una via ai piedi delle mura).

Tra 1480 (disegno di Sangallo) e inizio del ‘600 vi furono i trionfi di Carlo V nel 1536 e del generale Marcantonio Colonna

1571, entrati entrambi a Roma da Porta San Sebastiano. Per Carlo V il papa Paolo III affidò la decorazione della porta

S.Seb ad Antonio da Sangallo il Giovane (dall’Appia al Campidoglio il percorso era disseminato di archi trionfali).

Da una veduta di P. Ligorio (poco dopo Carlo V) si evince che l’arco era circondato da strutture che ne schermavano i

fianchi, cioè gli stabili adibiti alla Custodia della porta e al Dazio (congiunti all’arco dai muri di contenimento delle vigne

Casali a O e Codini a E).

Per una storia dei restauri moderni -> nel 1741 attorno all’arco si chiude una stradina intramuranea che collegava Appia e

Latina (secondo un documento della Reverenda Camera Apostolica, dove si citano i nomi dei proprietari e l’estensione

delle vigne), il cui cancello è rappresentato dal Piranesi e poi da Labruzzi. Dopo un secolo un altro documento d’archivio

riporta l’isolamento dell’arco tra 1838-1840 demolendo le strutture ad esso addossate dal XV secolo (l’isolamento si ebbe

a seguito della morte di alcuni custodi della porta S.Sebastiano a causa della difficile condizione di vita dopo l’interro fatto

dai proprietari che si erano allargati sulla stradina chiusa un secolo prima, i proprietari erano Malocardi e Pilatoni –poi

Codini) ad opera di Mons. Toti, Tesoriere Generale del Camerlengo, il quale aveva acquistato una porzione di vigna

Codini a ridosso della Custodia per liberare gli edifici sotto la direzione di Valadier (allora consulente architetto della

commissione consultiva generale delle belle arti, sostituito nel 1939 da L. Canina). I lavori per la liberazione dell’arco

demolirono la porta alla via intramuranea obliterata da pietrame, demolirono il contrafforte (definito “torre”). Ne vennero

fuori un busto in marmo, un bassorilievo di soldato a cavallo, un sepolcro e un muro in peperino (forse in seguito

rinvenute nel ‘900 dal Gatti). L’arco venne restaurato in più punti, vennero risarciti il basamento in travertino dei piedritti

dell’arco e quelli marmorei delle colonne, le colonne stesse e alcune parti della sommità.

Nel XX secolo un nuovo restauro ad opera dell’Ufficio Tecnico per la Conservazione dei Monumenti di Roma per la

precarietà dell’attico, si rimossero le parti smosse e si sostituirono le lacune con nuova muratura, oppure con un battuto in

coccio pesto sulla sommità e consolidando i travertini colando legante nelle fenditure.

L’arco “di Druso”. Procedure per un rilevamento integrato. D. Maestri-M. Canciani- G. Spadafora

L’arco di Druso -> ad oggi isolato su tutti i lati, in più restano uno sperone in blocchi di tufo a dx dell’arco e un alto attico.

L’arco è datato al III secolo, ma interventi successivi furono effettuati da Aureliano (in relazione con la cinta muraria) e da

Onorio. L’arco poggia su due piloni rettangolari con ai lati dei conci d’imposta per altri due fornici. Il fronte verso Porta S.

Seb. conserva 2colonne con capitelli compositi poggiate su alti plinti ai lati del fornice; l’intradosso dell’arco è sottolineato

da tripla fascia che si innesta su una cornice; la chiave dell’arco è semplice e non decorata ed è sporgente; l’attico

conserva un residuo del timpano di marmo.

Il fronte verso la città non presenta colonne, né plinti, mentre intradosso e chiave di volta sono uguali all’altro fronte, però

si conserva qualcosa del timpano incastrato nella muratura dell’attico. Le vedute rappresentano di solito il fronte S (G.B

Piranesi, L. Rossini, W. Gell, A. da Sangallo, F. Rebez), ma vi sono anche prospetti del fronte N (R. Fabretti, H. Robert, F.

Reclam, C. Labruzzi, D. Amici, L. Rossini). Per quanto riguarda i prospetti laterali uno è del 1933 (pubblicato da De Maria

nel 1980) e un altro del 1983 a cura della X Ripartizione del Comune di Roma (quest’ultimo presenta approssimazioni

poco consone ad un disegno in scala 1:50).

Il rilevamento integrato: procedure di analisi, misurazione e restituzione grafica -> per analizzare una struttura antica in

dettaglio si necessita di strumenti idonei alla corretta misurazione e restituzione grafica del monumento. Si è sperimentata

una metodologia di rilevamento che utilizza vari sistemi di misurazione, quali tipo strumentale, topografico, GPS,

fotogrammetrico e tradizionale diretto. Tutte si integrano in tre fasi: nella prima viene definita la poligonale d’appoggio, ai

cui vertici sono collocate le stazioni di misurazione topografica e telerilevamento, si prendono dei punti georeferiti

sull’edificio; nella seconda fase sono realizzate le riprese fotogrammetriche, in questo modo si acquisisce una serie di

punti posizionati secondo riferimenti topografici e misurati; nella terza fase vengono rilevati tramite misurazione diretta gli

elementi di dettaglio attraverso degli eidotipi, tracciati a mano.

Le successive fasi di restituzione grafica prevedono un primo processo di riduzione del modello dal 3D al 2D.

Il rilevamento diretto -> è indispensabile per una comprensione approfondita del manufatto. I dubbi sulle origini del

manufatto obbligano un controllo maggiore sugli elementi citati nelle fonti bibliografiche. Un aiuto arriva dagli interventi di

restauro nella individuazione di peculiarità o anomalie nelle singole componenti per la ricostruzione edilizia del

monumento. Il fine ultimo del rilevamento è l’acquisizione di elementi utili alla conoscenza complessiva del monumento.

Un fregio d’armi nei disegni di Pier Leone Ghezzi. R. Maioglio

Durante gli scavi del 1726 si rinvenne un fregio d’armi, il ritrovamento fu registrato da P.L Ghezzi (artista che frequentava

gli scavi archeologici di Roma, originario di Ascoli Piceno, il padre Giuseppe era consulente antiquario di Cristina di

Svezia e di papa Clemente XI, nonché segretario dell’Accademia di San Luca). Padre e figlio godettero di stima da parte

di papa Albani e suo nipote il cardinale Alessandro (forse per le stesse origini marchigiane). P.L. Ghezzi venne ammessa

nell’Accademia di San Luca e divenne pittore ufficiale della Camera Apostolica. Tra i suoi disegni vi sono quelli dei

colombari dei Liberti di Livia al secondo miglio dell’Appia nel 1726. Il Cavalier Ghezzi inseriva nei disegni anche dei

commenti, e vi si trova perizia e spirito di osservazione.

il disegno del fregio d’armi -> nella Biblioteca Apostolica sono conservati i Codici Ottoboniani Latini vi è un disegno a

penna raffigurante un fregio d’armi, diviso in 3registri contraddistinti da lettere, sopra il foglio è presente una scala metrica

in mezzi palmi romani, il disegno è accompagnato da una didascalia scritta dopo 8anni dal rinvenimento. Si rinvenne a sx

dell’Appia vicino Porta S. Seb. nella proprietà del signor Garzia (dalla stessa proprietà proviene il dipinto di un architetto

raffigurato insieme ai suoi strumenti di lavoro fatto staccare dal marchese A. Capponi per inserirlo nella sua collezione).

Analisi del fregio -> il fregio al momento del ritrovamento era integro, era continuo e racchiuso da un sottile listello liscio,

presenta una serie di armi affastellate disposte su linee oblique e su più piani. Al suo interno 43elementi: 19 scudi, 4

loriche, 4 elmi a calotta sferica, 3 faretre con relative frecce, 3 spade, 2 pelte, 2 coni, 2 coppie di schinieri, 1 vessillo, 1

pugnale, 1 ascia, 1 fascio di lance. Il vessillo mediano è il punto centrale dell’osservazione. All’estremità del fregio le

figure sono tagliate, quindi il reperto doveva essere più grande. La valutazione stilistica non è possibile perché filtrata

dalla mano del Ghezzi. La rappresentazione è ripetitiva e uniformata tipica dei fregi del II d.C. Il nucleo più consistente è

quello degli scudi, soprattutto quelli esagonali decorati con motivi ad S e con al centro una spina fusiforme oppure con

elemento figurato. La decorazione ad S è datata alla fine dell’età repubblicana e continua nel periodo imperiale come

riferimento delle popolazioni celtiche. Gli scudi a otto con due cavità laterali, con umbone centrale a borchia e decorato

con folgori alate, raffigurazione presente a partire dall’inizio dell’età imperiale e nei fregi di I e II d.C. Nel fregio sono

presenti anche due pelte a due concavità, interpretabili come un possibile richiamo all’immaginario orientale e una

parmula simbolo della classe degli equites. Gli elmi hanno un grifone o rosette sulla sommità tipiche del periodo

imperiale, l’elmo era della cavalleria, ma anche come richiamo delle popolazioni del nord. Sono presenti anche degli

schinieri con cresta protettiva sulla rotula che fanno parte degli equipaggiamenti degli ufficiali romani dal I d.C. Anche le

spade con elsa a pomello emisferico sono utilizzate nei fregi di età imperiale. Le trombe circolari, la faretra i colli di

pelliccia sulle corazze sono elementi del mondo barbarico, sia orientale che nord europeo. Il vessillo potrebbe aver

ospitato il simbolo della legione in cui il defunto aveva militato. Le loriche anatomiche hanno una fila di pteryges

arrotondate sulle spalle e bacino tipiche dell’epoca antonina.

Conclusioni -> il committente dell’opera era un ufficiale dell’esercito romano, forse membro della classe degli equites, i

riferimenti al mondo barbarico potrebbero essere generici, oppure che il defunto aveva partecipato a campagne ai confini

dell’impero.

I muri di confine di via di porta Latina. Analisi tipologico-stratigrafica per la ricostruzione del paesaggio urbano.

S. Della Giustina

Lo studio dei muri di confine delle proprietà lungo la via di Porta Latina si concentra sul muro est della via e si articola con

la suddivisione di 8contesti sull’assetto delle proprietà. Le murature appartengono a tipologie edilizie non definite (proprie

dell’edilizia minore), sono state fatte dai proprietari terrieri retrostanti (quindi variano in base al gusto e alla disponibilità

economica).

L’analisi diacronica si basa su approccio tipologico, stratigrafico e topografico, cercando di ricostruire la trasformazione

dei muri e le aperture nel corso del tempo. La scheda della porta A è esemplificativa del metodo adottato: localizzazione

(inizio via porta latina); dimensioni; descrizione (porta monumentale in opera mista incerta con blocchetti di tufo e laterizi,

ha apertura ad arco e sopra un’edicola in laterizio); fonti cartografiche principali; fonti grafiche. Lungo tutto il percorso

indagato sono state individuate sette fasi di vita, si utilizza la pianta di Bufalini del 1551 (momento chiave per lo studio

paesaggistico in ambito urbano).

Fase 1: VIII-IX secolo -> opera in conci di tufo e laterizi, muratura con zoccolo in blocchi di tufo grandi disposti

orizzontalmente e laterizi di reimpiego. Legata con malta fina friabile. Poggia su blocchi riusati del basolato dell’antica via

Latina. In questo periodo l’area è in possesso della chiesa di S.Giovanni a Porta Latina. Alcuni ruderi sono presenti nei

dintorni.

Fase 2: XI-XII secolo -> sono le attestazioni più numerose, opera in blocchetti di tufo alternati a filari laterizi (tipica del XII

secolo). Muratura in blocchetti di tufo e peperino sbozzati di varie dimensioni, alternati a corsi di laterizi, ha frammenti di

marmo e travertino sparsi. La posa in opera è sia regolare che irregolare. La malta è friabile. Coeve sono la chiesa di S.

Giovanni a Porta Latina e i ruderi che la circondano. La porta J sembra essere ancora aperta.

Fase 3: tra XII-XV secolo -> è un passaggio intermedio nel quale vennero fatti una serie di interventi con diverse tecniche

edilizie di difficile inquadramento tipologico e cronologico. Una tipologia è rappresentata da un’opera a filari discontinui di

laterizi e blocchetti di tufo; la posa in opera ha trama discontinua e i mattoni sono disposti a spina di pesce; la malta è

friabile. Della stessa fase è la tecnica a tufelli attestata nel XIII-XV secolo. Nella planimetria ricostruttiva è ipotizzata la

presenza di un casale (la cui costruzione ha il terminus ante quem alle fine del ‘500 grazie alla pianta di Antonio

Tempesta del 1593 che lo rappresenta per la prima volta). Sempre di questa fase è un’opera laterizia con materiale di

reimpiego, con tessitura non omogenea e posa in opera irregolare, la malta è friabile. La produzione di materiale laterizio

ricomincia a Roma a metà del ‘400.

Fase 4: XVI-XVII secolo -> il muro lunfo la via porta Latina comincia ad articolarsi. La tipologia edilizia è opera mista

irregolare presente in tutto il primo contesto, con materiale eterogeneo e posa in opera irregolare, malata friabile. Altra

tipologia è l’opera laterizia con mattoni disposti per testa e per taglio, sono giallo-rosato poco porosi, posa in opera

regolare, malta tenace.

Questa fase è un momento chiave perché l’elevato può confrontarsi con la cartografia storica (es la porta A è

rappresentata sulle piante di XVI-XVII secolo). Da notare che nell’ottavo contesto (quello più vicino alla porta Latina) il

muro di confine mostra un’apertura che dà accesso alla via pomeriale interna alle mura, presente fino all’ ‘800, oppure

altro elemento è la controporta addossata a porta Latina che riguardava il dazio. Nella quarta fase la zona appare un

susseguirsi di case, vie e terreni coltivati.

Grazie alle vedute di M.Cartaro, A.Tempesta, M.Greuter, G.B.Falda, il Monte d’Oro era articolare da 3 vie relative a 3

vigne oltre alla chiesa di S. Giovanni a Porta Latina (la quale era circondata di edifici).

Fase 5: XVIII secolo -> le attestazioni di murature sono scarse. La tecnica edilizia è un’opera in bozze di tufo e laterizi

(presente nel secondo contesto), ha blocchetti di tufo sbozzati di varie dimensioni, corsi di laterizi irregolari e frammenti di

marmo e travertino, posa in opera irregolare, la malta è friabile. Il paesaggio si articola in case e viabilità per uso dei

terreni (veduta di G.B. Nolli), delle otto porte nel muro di confine ben 6 sono in rapporto con i viali interni rappresentati

nella pianta, le altre 2 sono ancora aperte, il Nolli indica i nomi dei proprietari (i primi contesti sono delle monache di Ss

Domenico e Sisto, seguono i Padri di S.Maria del Popolo, la famiglia Raifi e infine S.Giovanni di Porta Latina).

Fase 6: XIX secolo -> le testimonianze nel muro di confine sono molteplici. Vengono usati blocchi di tufo di medie-grandi

dimensioni misti a materiale di reimpiego sparsi, posa in opera irregolare, malta friabile con giunti dallo spessore

diseguale, questa tecnica è definita “murature a pietrame grossolanamente lavorato” descritta nel Manuale dell’Architetto

del 1925. Il paesaggio non cambia, dopo la pianta del Nolli le cartografie successive ne sono influenzate. Il Catasto Pio

Gregoriano 1816-1859 appare schematico e con pochi dettagli nella resa delle particelle, mentre indica le partizioni

catastali con i nomi dei proprietari (in tre proprietà: monache dei Ss Domenico e Sisto, famiglia Farinetti e la comunità

della Madonna della Luce). Ipotizzate cinque porte, la via pomeriale è chiusa.

Fase 7: XX secolo -> è molto rappresentato. Le tecniche murarie sono tre: la prima è opera mista irregolare con materiale

eterogeneo e malta cementizia (uso del cemento); la seconda è opera in pezzami di tufo e filari laterizi, opera regolare,

malta tradizione e malta cementizia (tardo ottocento), opera descritta nel Manuale dell’Architetto rientrando nella tipologia

dei muri listati; la terza si rileva con la tamponatura della porta J realizzata con mattoni zoccoli di produzione industriale.

il paessaggio cambia, le proprietà non sono più ecclesiastiche ma di singoli privati, c’è un passaggio dalle vigne alle ville

residenziali. La pianta usata per l’inizio del secolo è quella del piano di sistemazione dell’area monumentale di Guido

Bacceli del 1907 con il Progetto della Passeggiata archeologica. Le porte I e J vengono chiuse e le case presso la porta

distrutte. La porta Latina subisce varie chiusure e aperture e viene riaperta nel 1911. Le successioni dei proprietari sono

complesse, i terreni suddivisi.

Marmi di età imperiale nelle residenze degli ambasciatori di Canada, Giappone e Norvegia in via di Porta Latina.

L. Buccino

Lo studio riguarda una selezione di materiali scultorei conservati in collezione privata, nelle residenze degli ambasciatori

situate in via di Porta Latina. A parte un caso, i materiali non hanno provenienza precisa. Nella residenza

dell’ambasciatore di Norvegia (proprietà privata Cecere) si segnala un blocco architettonico di forma parallelepipeda

grande, la decorazione ha un festone di alloro in parte sovrapposte, un antemio semplice ed elegante forse di un

monumento circolare (forse funerario) della prima età imperiale (come la decorazione della Basilica Emilia); la parte

superiore di una statua femminile panneggiata (simile alla dea Fortuna, il tipo Persephone o Kore di Venezia “Saffo

Albani”, oppure Fortuna Braccio Nuovo) riprende tipologia di fine IV a.C. (poi reinterpretata dai copisti di epoca

ellenistica); un sarcofago a cassa stretta e allungata con scena relativa al mito di Ippolito (a sx un arbusto schematico, a

lato una donna seduta di tre quarti verso dx su un trono con gambe tornite e bracciolo ornato da una sfinge, la donna è

velata, ai suoi piedi due eroti alati, dietro si intravede un busto e una anziana di profilo, davanti un uomo con nudo eroico

il quale solleva il braccio dx in gesto di commiato o di diniego mentre nella sx reggeva una lancia, ai piedi ha una corazza,

dietro di lui un cavallo incede in direzione di un uomo con in mano un laccio e un bastone, a dx incede la Virtus con

elmo , a lato un giovane cavalca di profilo ed è in nudità eroica brandendo una lancia accompagnato da un cane che si

avventa contro un cinghiale; sui lati del sarcofago due teste di Gorgone), il sarcofago è inscrivibile nella classe dei

sarcofagi decorati con il mito di Ippolito di epoca tardoantica e la produzione si colloca tra il 170-180 e il secondo quarto

del III d.C.

La residenza dell’ambasciatore del Canada in via di Porta Latina 11 è Villa Grandi, progettata da Clemente Busiri Vici

(1887-1965) per il diplomatico e figura di primo piano del regime fascista Dino Grandi nel 1929-1930, quando questi era

ministro degli Esteri; nel giardino della villa, arredata da pezzi antichi tra cui fusti di colonna con capitelli ionici e altri

elementi architettonici, si trova un sarcofago a lenòs (al centro della fronte un clipeo con un busto della defunta sorretto

da due eroti volanti, la donna veste tunica e mantello da cui fuoriesce la mano dx nel gesto che indica una conversione in

atto –indice e medio allungati sull’orlo del mantello e le altre dita chiuse, redegestus- tipica dal III d.C., mentre la mano sx

reggeva il rotolo, la pettinatura è del tipo Scheitelzopf –treccia piatta sul capo e bande di capelli laterali che lasciano le

orecchie scoperte- tipica della prima età gallienica, sotto il clipeo un pilastrino con un panno poggiato sopra, invece i due

cerbiatti a lato sono di restauro, ai due estremi della cassa vi sono due geni stagionali), la cassa ha un buon riscontro con

un sarcofago del MNR della fine del III d.C. età postgallienica.

La residenza dell’ambasciatore del Giappone, Villa Attolico, in via di Porta Latina 15 fu progettata con il parco per

l’ambasciatore Bernardo Attolico (1880-1942) nel 1932-1935 da Michele Busiri Vici (1894-1981) fratello minore di

Clemente, l’arredo comprende 80pezzi archeologici distribuiti nell’area di ingresso: un sarcofago strigilato con tabella

iscritta al centro della fronte e ai lati due eroti frontali e stanti databile alla metà del III d.C.; un rilievo con eroti

ghirlandofori, nella lunetta una maschera teatrale tragica, viene ascritto al “Gruppo principale (Hauptgruppe)” della Frigia

che inizia in età adrianea e dura fino all’inizio del III d.C., sono spesso di alto livello qualitativo; due basi di colonna una

della prima età imperiale e l’altra un rifacimento di età postseveriana per il tempio A di Largo Argentina.

La lunga vita delle sculture della domus degli aradii. D. Candilio

Nel 1944 la Soprintendenza recuperò numerosi materiali in via di Porta Latina 11 nella villa di Dino Grandi (importante

personaggio politico del fascismo, Ministro degli Esteri dal 1929-1932 e fu ambasciatore a Londra dal 1932-1939, ora la

sua residenza è la sede dell’Ambasciatore del Canada). I reperti recuperati provengono da un ritrovamento fortuito in

seguito a lavori agricoli (tra cui una statua di Iside con resti di policromia) e la Soprintendenza decise di intraprendere una

campagna di scavo nell’arco del 1945 diretto da Salvatore Aurigemma e dall’assistente Edoardo Cocozza (che eseguì i

disegni delle strutture murarie). Uno dei reperti fu un’iscrizione opistografa studiata da S.Panciera nel quale si è riusciti a

risalire alla famiglia degli Aradii, di origine africana, da Bulla Regia, i suoi rappresentanti ricoprirono cariche importanti tra

III-IV d.C. ed entrarono a far parte del senato in età severiana.

Le sculture provengono da un edificio rettangolare ritenuto abitazione, nel quale al primo ambiente (pavimentato con

mosaico bianco-nero, due lacerti della volta dipinta nel quale la decorazione presenta due danzatori con un incensiere ed

un offerente, forse in onore di Iside) appartengono le sculture del rinvenimento fortuito (quando la villa era ancora di

proprietà di Dino Grandi nel 1937); al secondo (pavimento in opus sectile) appartengono le sculture e l’iscrizione

opistografa dello scavo del 1945. L’edificio è di II-III d.C. (come testimoniano i mattoni bollati) quindi sotto i Severi.

L’epigrafe riporta su un lato la dedica del liberto C.Suetrius alla domina Calpurnia Ceia Aemiliana (forse sposata in

seconde nozze con un console del 222-235 sotto Alessandro Severo); sull’altro lato un’iscrizione più tarda documenta la

dedica degli Aradii, Proculo Mercurio comiti adque custodi cioè compagno e custode del Lari o Penati, risale al IV d.C. Le

sculture sono molto rifinite davanti ma incomplete sul retro, dovevano trovarsi in delle nicchie, sono presenti alcuni

restauri, le statue sono collegate a un sacello isiaco (7statuette tra cui Iside con divinità paredre e fanciulli ad essa

dedicanti). La statua di Iside ha caratteristiche ellenistiche ed egizie (le corna e piume di Hathor di II a.C.), ha fronte alta,

ampie arcate sopracciliari che si ricongiungono sul naso, ha uno scialle frangiato col nodo isiaco (rimanda esemplari

come l’Iside nella sala del Galata dei Musei Capitolini attribuita all’età claudia), la statua databile tra 210-230 d.C.;

conservate alcune tracce di policromia sul manto (blu con stelle) e sui capelli (biondi). La statuetta di Dioniso riproduce

un’immagine arcaistica della divinità, ha un chitone con maniche, sulla dx rimane parte di un kantharos la sx forse un tirso

(forse di influenza attica tardoallenistica), databile al II d.C. Invece la statuetta femminile acefala indossa un chitone con

maniche e pesante peplo, non ha precisi modelli di riferimento (forse Demetra di età classica). La scultura di fanciullo che

si incorona si ispira a prototipi tardo classici di figure di atleti di impianto lisippeo, poi variati in età ellenistica e romana (la

tradizione funeraria propone i fanciulli defunti come atleti vincitori, quindi in questo caso potrebbe essere ricordato

nell’ambito del culto domestico oppure data la connessione con Iside potrebbe essere Osiride in segno di trionfo post

mortem), la capigliatura è databile all’epoca di Alessandro Severo (222-235 d.C.). Il fanciullo col coccodrillo richiama

Eracle col leone di Nemea creata da Lisippo (forse celebrazione post mortem collegata al culto di Osiride ed Iside, per

questo il coccodrillo), ma la divinizzazione di Eracle viene attestata dall’età antonina, la scultura è databile al III d.C.

Il frammento di scultura che riproduceva una figura di fanciulla a piedi nudi con ai piedi una coroncina di piccole rose

richiama le immagini infantili dedicate alle divinità in santuari di età ellenistica e romana (la rosa era fiore sacro ad Iside,

ma anche trionfo del giudizio dopo la morte), è databile all’inizio del III secolo. La statuetta di putto con clamide ricorda

figure di cacciatori nei sarcofagi di caccia del III secolo, ma il personaggio non ha armi bensì un ramoscello (sempre culto

di Iside). La vasca sbaccellata evoca l’uso dei bacini lustrali (di purificazione) tipici dei rituali isiaci.

Il secondo gruppo rinvenuto nel 1945 sembra riguardare un larario dove vennero ritrovate sculture di Fortuna e di un cane

accovacciato (entrambe tipiche del larario): la Fortuna è tipica tardo ellenistica a partire dagli Antonini di inizio III secolo;

la scultura di Leda stante col cigno di piccole proporzioni rientra nella tipologia della pittura pompeiana, quindi in questo

caso un esemplare molto tardo (il panneggio la assimila alle Aurae velificantes dei sarcofagi, ossia guide delle anime

nell’aldilà, quindi funzione escatologica), col culto di Iside hanno in comune l’uso del liquido lustrale dei riti di iniziazione

versato da ampolle a forma di uovo. Venne ritrovata un’iscrizione dedicata a Mercurio posta da L Aradio Valerio Procolo e

dal figlio Aradio Rufino tra 340-360 d.C., ma non è rimasto alcun simulacro. La statuetta del cane priva della testa è

simbolo di buona guardia e fedeltà, evoca anche il concetto di salvezza, guarigione e rinascita, databile al III d.C.

La provenienza africana incide sul gusto delle statue (Iside e Demetra sono assimilate per il riferimento all’agricoltura,

matrimonio e famiglia, mentre Iside e Fortuna proteggono la navigazione e il commercio), in più Mercurio consolida i

valori della famiglia e di chi non c’è più (perché mette in comunicazione il mondo visibile e invisibile), rappresenta in

epoca tarda l’anuncio salvifico di una nuova pietà. L’ultimo rappresentante noto è Aradio Rufino (quello dell’iscrizione) che

svolge le tappe più salienti sotto gli imperatori Giuliano, Gioviano, Valentiniano e Graziano, convertito al cristianesimo

dopo il 363, ma dopo di lui la famiglia andò in declino. Con Teodosio (379-395 d.C.) i culti pagani vengono proibiti, ma

queste statue sopravvivono, forse per l’abbandono nel V secolo della dimora (nel 410 i Visigoti di Alarico saccheggiano

Roma).

Le strutture rinvenute a Villa Grandi: analisi e posizionamento. V. De Leonardis

Nella proprietà Grandi si rinvennero nel 1937 e 1945 delle strutture nella proprietà Grandi. Si ricorda che nel XIX secolo la

cartografia catastale indicava come possessori i Farinetti, che poi cedono il fondo ai Trani, poi nel 1927 diventa

dell’avvocato Gualino (personaggio del periodo fascista, acquistò terreni della proprietà Grassi e della proprietà del

Capitolo di S. Giovanni in Laterano), nel 1929 Dino Grandi progetta di costruire la villa (il terreno settecentesco si era

esteso), ma nel 1943 Grandi fugge in Portogallo e la villa passò ad un istituto di beneficienza e dal 1950 è di proprietà

dell’Ambasciatore canadese.

Nel 1937 si rinvenne una struttura con volta a botte e soffitti rivestiti di stucco che venne reinterrato mentre le sculture e

pitture vennero custodite clandestinamente (fino al 1944 quando vennero trasferite al MNR). Anche le strutture dello

scavo del 1945 vennero reinterrate. Per la ricostruzione si utilizza la documentazione di scavo del 1945, ma manca un

rilievo generale delle strutture. Erano due stanza comunicanti: la prima scavata nel 1937 (descritta solo dal giardiniere

Gelli) con muri in opera mista, mentre la seconda stanza scavata nel 1945 venne riportata da Edoardo Cocozza.

Quest’ultimo riporta un disegno di prospetto che mostra un ingresso monumentale con arco a sesto ribassato a SO

mentre un altro ingresso più piccolo a SE. La tecnica in opera mista risale al II-III d.C. (le statue sono coeva, del III d.C.).

Della pavimentazione in opus sectile rimane una fotografia, che comparata con un disegno, ha permesso la sua

ricostruzione e la collocazione delle lastre rinvenute (poste poco a sx di chi entrava nel ninfeo dal grande ingresso), un

altro schizzo riproduce la policromia del pavimento (cipollino, greco scritto, proconnesio, lunense, africano, bigio di lesbo,

alabastri, giallo antico) e dati i differenti marmi si suggerisce un’azione di riuso o di restauro (forse più una redazione

mista tipica dell’età tardoantica e caratteristica delle domus di famiglie aristocratiche di IV secolo, datazione coeva coi

restauri delle sculture, forse quando gli Aradii tornarono in questa dimora dopo il temporaneo insediamento presso la

domus dei Valerii sul Celio, in quanto erano imparentati), in più il pavimento riporta dei restauri fino al V d.C.

Più difficile è stato riposizionare le strutture rinvenute, forse nella metà NO della proprietà (data una lettera di risarcimento

dei danni provocati dai lavori preliminari allo scavo in cui si citano i danni a serre e piantagioni ortive, in più Cocozza dice

che lo scavo venne fatto nella parte più alta del terreno che forma la collina della località su cui è sito l’edificio della Villa

(si riferisce al terrapieno che sotterrava il muro NE) e una foto del 1934 mostra l’anomalia morfologica.

A proposito delle Decenniae. G. M. Silvestri.

In alcuni documenti medievali riguardanti i possedimenti del Monastero di Subiaco e della Basilica del Laterano

compaiono dei terreni agricoli chiamati “Decenniae”. Toponimo antico collegato ai Decennenses, abitanti di un distretto

della città, nominati nell’editto del Prafectus Urbi Tarracio Basso, del 375 d.C. Appare per la prima volta nella FUR di

Lanciani, il quale posizionò il distretto al di fuori le Mura Aureliane, tra Porta Metronia e Porta Asinaria. A dare risposte

differenti è l’analisi del Regesto Sublancense: grazie ai confini dei terreni, delle compravendite e donazioni. Il documento

più antico (857) menziona il toponimo in relazione a un terreno posto a Roma nella Regio II, confinante con una via che

conduce a Porta Metronia e con una rovina del monastero di S.Erasmo. Una documento del 938 riporta una strada che

conduce in decemnias come confine di un terreno con alberi di olive e da frutto, assieme all’oratorio dei Ss Cosma e

Damiano (forse oratorio soggetto alla badia di S.Eramo). nel 953 il toponimo indica un campo ai confini di un terreno di

proprietà del titolo dei Ss Nereo ed Achilleo. Un documento del 965 menziona la strada che conduceva al Palazzo

Lateranense come confine di una domus solarata e di un appezzamento di terra e individuata come iuxta decennias. Nel

967 un vigneto nei pressi del monastero di S.Erasmo era situato in un luogo chiamato decennia. Del 1011 è un

documento che attesta la vendita di una vigna posita in decennia confinante con due vie che conducono a porta Metronia

e al Laterano. Nel 1050 compare il toponimo Decennius come primo confine di un terreno posto nei pressi del Laterano,

assieme a un torre della cinta muraria chiamata Saracena e al palazzo Vestiario. La bolla di Anastasio IV del 1554 riporta

il toponimo in relazione con orti del Laterano tra S. Nicola de Formis e S. Tommaso (poi riconfermato con la bolla di

Gregorio IX nel 1228). Ultima attestazione è contenuta in un documento del XIII secolo dell’Inventario del canonico

Frangipani, il quale menziona gli ortos decendii tra i possedimenti di S. Giovanni di Porta Latina.

Quindi era un’area intramuranea compresa tra Laterano e Porta Metronia, forse Lanciani lo ha collocato fuori le mura per

l’assonanza del toponimo con i Prata Decii (in più lo attribuisce a una palude, forse fuori porta Metronia, ma la bolla di

Anastasio e poi quella di Onorio riportano un impaludamento dentro le mura!). Le pendici del Celio sono sempre state

caratterizzate da abbondante acqua (esempio G. Brocchi nel 1820 parlava di una sorgente che scaturiva dalla vigna

Bettini attigua a Villa Fonseca e veniva raccolta in un ninfeo - considerato dal Lanciani come la Fonte Egeria). Il pantano

fuori le mura cessa con la risistemazione dell’ingresso del canale della Marrana di S. Giovanni all’interno della città, opera

promossa da Callisto II (1119-1124) secondo Corvisieri. Convogliare le acque palustri nella Marrana fu difficile: nel 1706-

1707 Clemente XI (tentativo senza successo); nel 1827 Carlo Fea inizia un lavoro (poi concluso dopo 70anni dal

Ministero della Pubblica Istruzione) aprendo la Porta Metronia per far defluire le acque fuori le mura (lavoro arduo perché

le acque piovane si depositavano in una conca e riaffioravano alzando il livello delle acque sotterranee, inquinando i

pozzi usati dagli agricoltori). Alla fine dell’ ‘800 la responsabilità per lo smaltimento delle acque superficiali e sotterranee

ricadeva sul proprietario di quei terreni (all’epoca il signor Marotti), perché il Comune non ne voleva sapere. Ernesto

Nathan comprò quei terreni e li bonificò (con le terre provenienti dalle Terme di Caracalla) per poi farci costruire case

popolari. Corvisieri fu il primo studioso a tentare di dare una spiegazione per i toponimi Decenniae e Prata Decii,

relazionandoli con un Decio, antico proprietario dei terreni in questione vissuto prima del X secolo (perché la prima

attestazione dei toponimi risale al IX secolo), a questa ipotesi da credito Tomassetti (il quale associò il nome Decio con

Basilio, da un nome di un arco dell’acquedotto Claudio-Neroniano e con quello di Basiliolum relativo a un fondo

extramuraneo sulla via Latina, da qui una relazione con la famiglia del V-VI secolo dei Decii Basilii, queta toria potrebbe

essere valida per i Prata Decii ma non per le Decenniae, in quanto l’editto di Tarracio Basso conferma che il toponimo è

più antico).

L’Appia prima dell’Appia. A. Cama

Prima dell’inaugurazione dell’Appia nel 312 a.C. doveva esistere un collegamento dalla valle del Tevere ai Colli Albani

Inquadramento geomorfologico -> le prime 10 miglia dell’Appia (a NO dei Colli Albani) sono caratterizzate da depositi

vulcanici, come la colata leucititica di Capo di Bove (datata 290-270mila anni fa), a est di questa vi è la Piana di Ciampino

(con depositi di lahar, fanghi vulcanici). Gli ultimi episodi eruttivi sono di 5mila anni fa, mentre l’emissione di lahar dal lago

di Albano risalgono all’età romana (quindi alcuni reperti archeologici antichi potrebbero trovarsi sotto delle colate

successive come già notato da Lanciani).

Il tracciato: testimonianze degli autori antichi e ipotesi degli studiosi moderni -> le fonti non riferiscono di un tracciato

preistorico, ma segnalano un percorso viario praticato prima dell’Appia (Livio narra della rivolta militare del 342 a.C. e fa

riferimento a una strada che arrivava a 8miglia da Roma che ricalcava l’Appia). G. Tomassetti suppose la presenza di una

via Albana che collegava Roma con Alba Longa (sostenuta da A. Carandini, secondo il quale il tracciato partiva dell’isola

Tiberina e arrivava come primo miglio al tempio di Marte legato al rito del lapis manalis e dell’aquaelicium di età regia).

Le presenze archeologiche -> tra i ritrovamenti dell’Appia Antica vi è un morso equino “tipo Veio” ritrovato con la Biga di

Roma Vecchia (riprodotti da Piranesinel 1778) rinvenuto forse al V miglio dell’Appia (presso villa dei Quintili). Giovanni

Colonna data la biga al VI a.C. e la pone in relazione con una sepoltura principesca. Il morso equino è datato all’VIII a.C.,

forse connesso a una sepoltura in età regia adiacente a un tracciato viario. Gli scavi di A. Bedini hanno riportato nelle

campagne circostanti Roma delle sepolture aristocratiche nei loro terreni. Al V miglio la via romana devia verso sx e solo

dopo riprende il rettifilo (secondo degli studiosi la scelta è simbolica, legata allo scontro tra Orazi e Curiazi di cui i tumuli

sarebbero le testimonianze). Coarelli valuta la possibilità che le tombe di epoca augustea ricalcassero sepolture

preesistenti, poi monumentalizzate (Appio Claudio volle rispettare il luogo dove correvano le fossae cluiliae, un fossato

che sanciva il confine tra Roma e Alba Longa).

Altro rinvenimento è il corredo funerario da Frattocchie (oggi disperso, ma segnalato nel 1868 da G. B. De Rossi). Tra

questo e il quinto miglio dell’Appia vi sono quattro siti: il sito protostorico di Lucrezia Romana, le sepolture dell’età del

Bronzo Finale in località Marcandreola (un’area sepolcrale molto vasta con sepolture sparse), la necropoli di

Campofattore di fine età del Bronzo (prima fase della cultura laziale) e l’insedimanto di Casale Licia; per ultimo la

necropoli dell’età del Bronzo di via Bianchi Bandibelli.

Dall’età del Bronzo Finale si può supporre l’esistenza di un asse di comunicazione di grande importanza sullo stesso

percorso dell’Appia.

L’antiquarium comunale del Celio – Francesco Paolo Arata, Nicoletta Balestrieri

Nei primi decenni di Roma Capitale la Commissione Archeologica Comunale assunse un ruolo di rilievo nella gestione del

patrimonio archeologico di Roma, in particolar modo per quello di pertinenza municipale. La commissione, in vista dei

lavori per il piano regolatore del 1883, essendo saturi gli spazi museali ed i magazzini a sua disposizione, sentì l’esigenza

di dotarsi di nuove strutture per assolvere questi compiti e per consentire lo studio dei reperti all’intera comunità

scientifica. Un primo progetto per un edificio conservativo ed espositivo venne presentato nel 1883 dalla commissione in

sede di Consiglio. Quest’ultimo approvò il progetto per l’edificazione di un magazzino adibito a museo provvisorio sul

Celio, tra via claudia e via celimontana. In seguito agli accordi con lo stato, la costruzione di questo edificio provvisorio

lasciò il posto ad un progetto di più vasta portata: una unica grande struttura espositiva che fosse il punto di incontro delle

due amministrazioni in materia di salvaguardia del patrimonio archeologico della città. Il Comune fornì alla causa la

località dell’orto botanico al Celio. Del progetto vennero stabiliti i punti fondamentali, secondo i quali un’unica struttura

avrebbe ospitato i due musei in modo completamente autonomo: il museo urbano (gestito dal comune, avrebbe raccolto

tutti i reperti rinvenuti a Roma e nel suburbio a partire dal 1870 anche nelle aree di pertinenza statale); mentre il museo

latino (gestito dallo stato, avrebbe ospitato il materiale rinvenuto nella provincia, anche quello di proprietà comunale). A

seguito di problemi politici le trattative si fermarono, ma intanto il comune iniziò autonomamente i lavori per la costruzione

del museo urbano. L’architetto comunale costantino sneider elaborò il prospetto e la pianta dell’edificio. Quando una

piccola parte dell’edificio stava per essere ultimata, le trattative ripresero ma in seguito a discussioni gli accordi saltarono.

Lanciani propose quindi nel 1889 di rendere fruibile almeno l’unica sezione ultimata di quel museo. Nel 1894 venne

inaugurato il magazzino archeologico (di sole 6 sale). Le scelte espositive di Lanciani si erano orientate verso

l’organizzazione di un allestimento su base cronologica, topografica e funzionale. Era un modello espositivo innovativo

rispetto alla suddivisione antiquaria tradizionale per generi. Questo cambio di visione era dovuto anche all’affermarsi del

pensiero positivista; un nuovo ordinamento i cui punti di forza risiedevano nella valorizzazione dei reperti mirata a fornire

un quadro comprensivo di specifiche tematiche o dell’immagine di una determinata civiltà nei vari aspetti che la

caratterizzavano attraverso le appropriate testimonianze materiali. Nella 5 sala si esponevano sculture marmoree, nella 6

fistule plumbee iscritte, nella 2 e nella 3 suppellettili funebri dalle tombe esquiline anteriori o precedenti a Servio Tullio.

Nella 4 invece c’erano monumenti scritti e scolpiti del periodo repubblicano. L’attenzione non è quindi più rivolta al singolo

oggetto, ma viene data grande importanza anche alle relazioni contestuali, cronologiche e topografiche. Negli anni a

seguire l’Antiquarium cominciò ad accogliere anche un numero rilevante di sculture, mentre non si registrano incrementi

nella collezione delle arti minori (infatti nel 1903 avevano trovato posto nell’allestimento della galleria di palazzo dei

conservatori). Intorno ai primi anni del 900, dato che continuavano ad arrivare oggetti per l’Antiquarium, la commissione

ritenne opportuno fare lavori di ampliamento. Così nel 1906 venne inaugurata anche la 7 sala, aggiunta al primitivo

nucleo dell’edificio. In questa fase di vita l’antiquarium continuò a raccogliere nei suoi ambienti sia oggetti d’arte che di

antichità minori. Nel 1925, quando palazzo caffarelli passa al comune, tutte le sculture vengono portate dall’antiquarium

nelle sale ricavate nella nuova sezione dei capitolini. Con i nuovi fondi si poterono realizzare i lavori di ampliamento e poi

il nuovo allestimento dell’antiquarium. Nel 1929 Antonio Munoz, direttore della X ripartizione antichità e belle arti,

intraprese i lavori per il nuovo ordinamento dell’antiquarium. Il criterio che guidò l’ordinamento delle raccolte fu

prevalentemente estetico, e le opere erano riunite secondo la materia di cui erano composte (una sala per i bronzi, una

per i vetri, una per gli avorii, due per le terracotte). Il nuovo ordinamento del Munoz era volutamente lontano dal modello

espositivo di Lanciani per la distribuzione dell’insieme delle collezioni nelle diverse sale del museo, che ricordava la

precedente tradizione antiquaria. La grande arte trovava posto soprattutto nei capitolini, anch’essi ampliati e rinnovati, in

particolar modo palazzo dei conservatori. L’Antiquarium invece contribuiva nel suo piccolo all’esaltazione della romanità,

e sembrava rientrare anche tra gli strumenti di propaganda fascista (come ad esempio il museo dell’impero romano, nato

in quegli anni). Nella visione del Munoz le opere d’arte conservate nell’antiquarium rientravano nel culto della romanità in

quanto concreta testimonianza della passata grandezza della civiltà romana. L’antiquarium subì inoltre un boom di visite

in occasione della costruzione di via dei trionfi. Pochi mesi dopo un ultimo ampliamento dell’edificio, cedimenti del terreno

causati dalla costruzione della galleria della metropolitana nella tratta passante sotto l’antiquarium, (collegamento termini

– Eur) segnarono le sorti del museo determinandone in un primo momento la chiusura al pubblico e poi la demolizione di

alcuni ambienti (1939). Ad oggi non è ancora stata trovata soluzione al problema della struttura fatiscente.

I turisti che percorrono a piedi o con l’autobus via di s. gregorio dal colosseo verso il circo massimo, giunti di fronte

all’attuale ingresso farnesiano del Palatino, rimangono interdetti alzando lo sguardo in direzione delle pendici del Celio nel

notare al disopra della fontana dei trionfi i ruderi di un grande edificio in rovina: l’antiquarium comunale.

I primi anni dopo la chiusura furono contraddistinti dalla messa in sicurezza degli ambienti ancora agibili. L’antiquarium in

quel periodo, pur avendo perso la funzione museale mantenne quella di deposito archeologico. Uno dei principali

problemi fu quello di trovare un nuovo alloggiamento per i reperti. Una parziale soluzione venne trovata nel 1949, con

l’acquisita disponibilità di alcuni spazi e aree già pertinenti a palazzo e villa caffarelli, attrezzati come depositi. Numerosi

altri materiali trovarono invece temporanea ospitalità negli scantinati del palazzo delle esposizioni di via milano, e più

recentemente presso il museo della civiltà romana e quello di centrale montemartini. Al Celio continuarono ad essere

ospitati i materiali lapidei che non potevano essere spostati. La situazione rimase questa fino agli anni 80, quando a

causa di danneggiamenti ripetuti e furti si decise di spostare i materiali nella vicina area dell’ex orto botanico. Negli anni

precedenti il 2000, grazie ai finanziamenti erogati per il giubileo, si riuscì ad adeguare a funzione museale la casina dei

salvi e le aree esterne all’ex orto botanico. In questa occasione venne anche allestita una mostra permanente sulla roma

antica selezionando una parte dei più pregevoli reperti dell’antiquarium.

Per quanto riguarda invece gli interventi pensati nel corso degli anni per l’antiquarium vero e proprio, le soluzioni si

riconducono a 3 ipotesi: risanamento conservativo e adeguamento funzionale, ricostruzione ex-novo, abbandono e

demolizione.

1) Alla prima soluzione appartiene il progetto del 41-42, che prevedeva la demolizione delle strutture pericolanti a fronte di

via dei trionfi e l’utilizzo di quelle staticamente ancora stabili con la realizzazione di una sorta di giardino pensile nell’area

degli ambienti eliminati. Questo progetto non trovò realizzazione.

2) Il progetto del 59-62 degli architetti Paniconi-Pediconi si caratterizzò per le linee architettoniche squadrate e

razionaliste, per l’organizzazione specializzata degli spazi (distinti in espositivi e depositi). Inoltre tramite un sottopasso di

via parco del celio sarebbe stato possibile ampliare ed utilizzare più razionalmente ai fini espositivi sia gli spazi verdi che

gli edifici esistenti e di pregio storico. Nemmeno questo progetto vide la luce (bocciato dal consiglio superiore delle belle

arti).

3) il progetto del 97 di Colombari- De Bonis era indirizzato al recupero dei resti del fatiscente antiquarium e al loro

inserimento in un più ampio complesso architettonico finalizzato alla creazione di un grande centro di servizi per tutta

l’area archeologica circostante il settore Colosseo-Palatino-Celio. Il progetto prevedeva la pedonalizzazione dell’attuale

via s. gregorio e la creazione di un sottopassaggio di collegamento tra i due ingressi alle aree archeologiche. Il progetto

non vide la luce a causa del veto opposto dalla soprintendenza, che caldeggiava invece la demolizione dell’edificio. La

Balestrieri ritiene che la demolizione rappresenterebbe un grave danno culturale per Roma, in quanto verrebbe eliminata

una testimonianza di una concezione museale precorritrice dei tempi. Anche la ricostruzione ex- novo non sarebbe

possibile; per cui la soluzione dovrebbe essere quella di un restauro integrale dell’edificio superstite, completandolo nelle

parti già demolite o pericolanti con un rifacimento filologico che segua il disegno architettonico nel 1929 del Munoz.

Il primo miglio dell’Appia nel sistema informativo archeologico di Roma – Paolo Carafa

Tra 2005 e 2006 sotto la direzione scientifica di Andrea Carandini fu avviato un progetto di ricerca. L’obiettivo era quello di

creare uno strumento che aiutasse nello studio della città antica dalla fase che ne precede la nascita (metà IX secolo) fino

alla destrutturazione definitiva (metà VI secolo d.C.). Bisognava dunque ricostruire una narrazione. Tuttavia non ci si

poteva accontentare di analizzare i molti elementi della città antica ancora visibili, ma bisognava riunire i nessi spezzati

nel corso del tempo tra oggetti e architetture, tra edifici visibili ed edifici non più visibili per riconoscere gli elementi

costitutivi del tessuto urbano. Il paesaggio (rurale o urbano) può essere immaginato come una serie di scatole inserite

una dentro l’altra che compongono più insiemi sempre più estesi. L’edificio singolo è un contesto che può essere

analizzato stratigraficamente per ricostruirne la storia. Più edifici costituiscono un complesso monumentale, più complessi

un isolato, più isolati un quartiere. Tutti i quartieri costituiscono la città. Di conseguenza nello studio non ci possono

essere distinzioni: tutto deve contribuire a restituire le informazioni per ricostruire un contesto. Nasce così il Sistema

Informativo Archeologico, che è stato sviluppato con un software GIS. La base cartografica è quella utilizzata

dall’amministrazione comunale di Roma per redigere il piano regolatore. Tutti i dati connessi con l’architettura degli edifici

sono stati schedati e poi raccolti in pubblicazioni scientifiche e archivi (Archivio Storico della Soprintendenza archeologica

di Roma fino al 1964 e Archivio Gatti conservato presso Archivio Centrale di Stato). Per quanto riguarda la

documentazione antica, essa comprende anche le lastre della forma urbis marmorea, le fonti letterarie riferibili a edifici

e/o luoghi di Roma localizzabili e fonti iconografiche. La cartografia storica presa in considerazione comprende la prima

pianta zenitale di Roma redatta da G.B Nolli nel XVIII secolo pubblicata nel 1748 e la carta archeologica di Lanciani. Il

catasto rubano di Roma è attualmente in acquisizione. Infine sono stati georeferiti i dati geologici ed idrografici dell’area

compresa entro le mura aureliane.

Per quanto riguarda le testimonianze archeologiche localizzabili entro il primo miglio della via Appia, non ne abbiamo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'archeologia e metodologia della ricerca storica-archeologica
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Shrewa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Manacorda Daniele.

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