Il primo miglio della via Appia a Roma
Premessa
Il tema centrale del seminario è stata l’archeologia e la storia del paesaggio urbano corrispondente al tratto urbano della Via Appia (cioè il primo miglio, che divenne urbano dopo la costruzione delle Mura Aureliane).
Col Medioevo la campagna entra in città e dopo la ruralizzazione si stabiliscono ampi patrimoni fondiari intramuranei in possesso della Chiesa, si abbandona San Sisto vecchio per l’impaludamento dell’area nel Cinquecento. Vi è un rivolgimento del suolo causato dagli scassi per la messa a dimora delle vigne, scavi antiquari, momenti di rinascita culturale con i restauratori di Cesare Baronio nel Seicento e la riscoperta del Sepolcro degli Scipioni alla fine del Settecento, infine trasformazioni di vigne in ville di ambasciate.
Sull’Appia sorsero fin dall’antichità templi ed edifici pubblici, mausolei grandiosi e sepolcri collettivi, frammisti a case, orti e giardini. L’Appia ha evidenze archeologiche visive quali i resti di Porta Capena, resti adiacenti allo Stadio delle Terme, o al complesso di S. Maria in tempulo, a quello dei Sette Dormienti, al c.d. Arco di Druso o all’area della Via Imperiale, alla Posterula Ardeatina, ai muri delle vigne di Porta Latina, ecc., ma anche testimonianza documentarie sui monumenti perduti, come quelli documentati presso San Cesareo nel ‘600, o da un cenno dell’Anonimo di Einsiedeln, come la coclea fracta, o da un disegno di Pier Leone Ghezzi, o da un toponimo medievale come le Decenniae.
A partire dall’inizio dell’Ottocento i monumenti cominciarono ad essere percepiti come tema culturale, mentre all’inizio del Novecento crearono la Zona archeologica monumentale.
La zona monumentale riservata: storia di un paesaggio urbano
V. Capobianco
La Passeggiata Archeologica (o progetto della zona monumentale riservata) si attuò in un lungo arco di tempo (dal 1887, anno di promulgazione della legge che vincolò l’area, e il 1917, anno dell’inaugurazione ufficiale dell’area), ma già prima (nel 1871) si volevano creare giardini intorno alla zona del Foro Romano e del Palatino e alle pendici dell’Aventino e del Celio, includendo anche il tratto urbano della Via Appia (considerato collegamento naturale tra esterno della città e zona monumentale).
Approvato il Piano regolatore nel 1883 la valle tra Celio e Aventino fu esclusa dall’urbanizzazione e fu limitato lo sviluppo edilizio nelle aree circostanti, la presenza delle Terme Antoniniane impedì la speculazione edilizia del tratto urbano delle vie Appia e Latina.
Prima dell’approvazione del Piano regolatore esponenti politici si fecero promotori del progetto, come Ruggiero Bonghi nel 1882 (ipotizzando un ponte di ferro sul Foro e di scavare in maniera estensiva per creare la passeggiata), Guido Baccelli nel 1883 (che propose di sistemare un’area di 8-9 km di circonferenza intorno al Palatino e al Foro).
Nel 1887 l’area fu legalmente vincolata, il provvedimento approvato quasi all’unanimità ad eccezione del deputato Francesco Coccapiellier esponente della sinistra radicale (perché riteneva il progetto di secondaria importanza di fronte alla necessità di uno sviluppo industriale ed agricolo, infatti l’anno seguente scoppiò una crisi edilizia che ostacolò l’esecuzione dell’opera).
L’esecuzione fu affidata a una commissione apposita: Baccelli, Bonghi, il Governo nominò Francesco Bongiovannini, Felice Barnabei (Ministero Pubblica Istruzione) e l’architetto Raffaele Canevari, mentre il Comune nominò Giovambattista De Rossi, Rodolfo Lanciani, l’assessore Mario Ceselli e i consiglieri Francesco Nobili Vitelleschi e Camillo Re, la presidenza fu assegnata a Giuseppe Fiorelli (direttore delle Antichità e Belle Arti). In due anni la commissione preparò un progetto che fu approvato nel 1889 sostituendo il piano regolatore del 1883.
La legge del 1889 imponeva vincoli edilizi all’intera area, la cui sistemazione doveva essere realizzata in 10 anni con un equo finanziamento del Governo e Comune di Roma. Il piano rimase sospeso a causa della mancanza di fondi e dalla scomparsa degli studiosi che avevano collaborato al piano di esecuzione (come Fiorelli, De Rossi, Bonghi e Lanciani) fino al 1898, cioè allo scadere dei vincoli edilizi, indi per cui il Parlamento dovette approvare una nuova legge sulla zona monumentale stanziando un fondo di 1 milione e 800 mila lire, l’area venne ridotta da 79 a 28 ettari.
Baccelli (ministro della Pubblica Istruzione) espropriò alcuni stabili nella zona del Foro Romano e finanziò gli scavi diretti da Giacomo Boni, mentre l’area rimanente continuò a essere urbanizzata abusivamente.
Nel 1906, vicino alla scadenza della seconda proroga dei vincoli edilizi, venne istituita una nuova commissione composta da esponenti del Comune e del Governo tra cui Giacomo Boni e Giuseppe Gatti (che si interessarono delle antichità). La relazione finale fu presentata in Parlamento nel 1907 e ottenne l’inclusione della Zona monumentale nei festeggiamenti del Cinquantenario dell’Unità d’Italia. Vennero assegnati 6 milioni di lire (di cui solo un terzo a carico del Comune) per l’espropriazione dei terreni e la sistemazione dell’area. Vennero inserite nuove vie di accesso alle Porte Metronia, Latina e Appia.
Quindi venne istituita una nuova commissione con tre funzionari (scelti dalla Pubblica Istruzione, dai Lavori Pubblici e dal Tesoro) che vennero affiancati da Boni, mentre la presidenza fu affidata a Baccelli (rappresentate del Comune). I lavori si rivelarono fin dall’inizio più complessi e lunghi del previsto, la commissione impiegò un anno per entrare in possesso dei terreni espropriati, spendendo una cospicua parte del finanziamento.
Il tratto iniziale di via di Porta San Sebastiano era occupato da numerosi stabilimenti industriali, capannoni e alcune palazzine a 4 o 5 piani con abitazioni in affitto, invece il tratto finale della strada e la zona adiacente le terme di Caracalla era utilizzata a fini agricoli e sui terreni vi erano case coloniche e villini, mentre alle pendici sue del Celio vi erano alcuni edifici municipali utilizzati come rimessa di carri funebri. Infine sull’area sorgevano le chiese dei Santi Nereo ed Achilleo, di San Cesareo e quella di San Sisto col convento.
Alla fine la commissione riuscì a rendere demaniale un’area di 36 ettari, spendendo 4 milioni, ma i tempi vennero allungati dalle numerose cause giudiziarie dei privati ed un’eccessiva speculazione sul valore dei terreni.
Nel 1909 iniziarono i lavori di sistemazione sulla base del progetto del 1887, Boni intraprese dei sondaggi preliminari nell’area delle Terme di Caracalla e dell’arco di Costantino per mettere in luce la viabilità antica, ma gli scavi nelle prime vennero abbandonati a causa delle falde freatiche della valle. Quindi Boni pose l’attenzione all’arco di Costantino e alla Meta Sudans (originario ingresso all’area monumentale). Allo stesso tempo iniziarono i lavori lungo la via di Porta San Sebastiano per isolare il complesso monumentale e allargare la strada, iniziarono una serie di demolizioni che provocarono critiche da parte dell’opinione pubblica (“La Tribuna” criticava una scarsa sorveglianza della commissione sui lavori e la distruzione degli edifici che riutilizzavano strutture medievali, come le torri nella zona della Moletta, e rinascimentali), venne distrutta la casina Vignola nella vecchia vigna Boccapaduli (edificio del ‘500 usato come opificio).
Le polemiche indussero Baccelli e Corrado Ricci (direttore delle Antichità e Belle Arti) a eseguire un’ispezione sul luogo, sospendere i lavori e incaricare un ispettore della sorveglianza degli scavi. I lavori ricominciarono e dato che la casina era pericolante e ostacolava la visuale delle Terme venne demolita. La commissione preferiva le antichità romane e non teneva in considerazione il contesto storico e plurisecolare degli edifici. Oltre la stampa, si scagliarono anche delle associazioni che nel 1910 votarono una mozione per proporre un piano rispettoso del paesaggio, esclusione del traffico e ampliamento della commissione con persone specifiche.
Date le polemiche, il ministro Rava ordinò alla commissione di attenersi alle prescrizioni della legge del 1887, cioè isolare i monumenti posti nella zona meridionale di Roma e il loro collegamento per mezzo di passeggi e pubblici giardini, quindi andavano sospesi gli sterri all’arco di Costantino e limitati gli scavi archeologici. Boni si dimise, i lavori si riboccarono, venne richiamato Rodolfo Lanciani (dopo 20 anni di assenza).
Le demolizioni continuarono per tutto il 1910, l’allargamento dei viali comportò sbancamenti alle pendici del Palatino (via di San Gregorio) e del Celio (odierna via Valle delle Camene), dove la quota fu parificata a quella del fondovalle. Chiudendo il traffico della Passeggiata, si costruì una nuova via di traffico alle pendici del Celio, mentre la pedonalizzazione fu limitata al solo viale centrale, tutta l’area venne delimitata da una cancellata.
Dopo un anno dalla demolizione della Vignola la sua ricostruzione venne affidata a Pietro Guidi, intraprese un restauro integrativo, anche aggiungendo alcune decorazioni inesistenti nell’edificio originario, venne ricostruita all’esterno della passeggiata. Lanciani abbandonò gli scavi all’arco di Costantino e si dedicò alle terme di Caracalla, dove mise in luce il mitreo, invece le strutture murarie furono incorporate all’interno dei nuovi muri di recinzione o reinterrate.
I frammenti furono consegnati al Museo Nazionale Romano, tranne resti di colonne dispersi nelle aiuole. La sistemazione arborea avviata da Boni fu affidata a Lanciani e al direttore dei giardini municipali Nicodemo Severi. All’interno delle terme Lanciani creò un giardino ad imitazione dei viridaria antichi completati nel 1913. La sistemazione si fermò davanti a San Sisto, invece la via Latina e l’Appia furono escluse dai lavori.
Nel 1914 venne sciolta la commissione e nominato Lanciani come delegato ministeriale per la Zona monumentale (aveva il compito di curare il passaggio da demanio statale a comunale), in più divenne consigliere municipale e fece accelerare i lavori per la Passeggiata per il 1917 (Natale di Roma). Lanciani era più adatto di Boni nella realizzazione del progetto.
Il finanziamento del 1898 venne impiegato per gli scavi al Foro Romano, invece quello del 1907 venne impiegato per una sistemazione urbanistica (si rinunciò a rendere pedonale la via di S. Gregorio, ma si creò una via alle pendici del Celio che divise in due parti il parco). La commissione aveva molta libertà di azione, ma era gestita da tecnici che potevano essere richiamati in sede e far rallentare i lavori. La commissione comunicava poco con la Direzione Generale e per niente col Comune. All’inizio il Comune si rifiutò di prendere in consegna l’area. L’opera fu inaugurata nel 1917.
Il nuovo assetto della Passeggiata archeologica durò solo 20 anni, inaugurata in pieno conflitto mondiale, quindi alcune zone vennero convertite (le aiuole vicino la Vignola divennero orti di guerra, oppure i fondi del collegio Vittorio Emanuele a sud della chiesa di San Cesareo divennero del Comando della Difesa antiaerea). Il fascismo ricambiò l’aerea, gli ampi viali della Passeggiata furono utilizzati per manifestazioni propagandistiche del regime.
L’originario Piano regolatore del 1931 metteva del verde pubblico al centro del viale. Nel 1925 vene inaugurata un’altra area del parco (l’attuale parco San Sebastiano). Nel 1927 il Semenzaio venne risistemato e la mole dell’Acqua Marcia venne restaurata.
Negli anni Trenta la politica urbanistica sconvolge definitivamente la sistemazione voluta dalla commissione, demolendo quello che restava della Passeggiata (inaugurata nel 1917). Nel 1933 vennero smantellate le recinzioni della via di San Gregorio per la costruzione della via dei Trionfi. Nel 1934 vennero demoliti i cancelli monumentali di ingresso ai due estremi della via centrale per la costruzione della via del Circo Massimo e piazzale della Moletta. Nel 1935 iniziarono a costruire lo stadio Duilio Guardabassi (oggi stadio delle Terme) che sostituì le aiuole. Nel 1937 la stele di Axum venne eretta in quest’area, nel 1939 il viale centrale divenne parte di Via Imperiale (che collegava la zona con il quartiere dell’Esposizione Universale).
Vennero inseriti resti antichi decontestualizzandoli, venne creato un parco nel quale i resti archeologici erano sparsi e ornamentali. Le scelte conservative della commissioni sono poche, la Vignola, il rudere di Porta Capena, S. Maria in tempulo l’edicole di Piazzale Numa Pompilio, resti di ponticelli di attraversamento della Marrana, poi alcuni frammenti di colonna.
Il rudere anonimo del parco di Porta Capena a Roma
M. Modolo
Il rudere è situato nel parco di porta Capena tra via di Valle delle Camene e Viale delle Terme di Caracalla (altezza FAO). Non è possibile entrarvi, si compone di un ambiente quadrato unito a uno rettangolare, all’esterno la muratura è rivestita da laterizi reimpiegati su due lati verso nord, mentre i due lati verso sud sono spogli. Era una torre che insieme ad altri due edifici era situata nella vigna del monastero di San Gregorio (fino al 1873).
La vigna era a sud ovest del Celio, confinava con la Villa Mattei, mentre a nord aveva via di S. Gregorio e via di Porta S. Sebastiano (asse stradale tra Aventino e Celio fino al 1909). Della vigna si conserva un tratto di muro di confine con Villa Mattei, tre edifici che inglobano mura antiche. L’archeologo inglese J.H. Parker indagò l’area nell’Ottocento a ridosso di questi tre manufatti, il rudere quadrangolare fu ritenuto parte di un castellum aquae, mentre le murature in opera laterizia e reticolata nell’attuale Villa d’Achiardi erano la Fons Egeriae.
La documentazione di Parker è unica fonte per lo studio dell’area, vi sono dati archivistici e cartografici, invece i rilievi vennero commissionati da Parker a F. Cicconetti nel 1868 per documentare lo scavo di porta Capena, confrontati con una fotografia di C. Simelli e con rappresentazioni iconografiche.
Il rudere ha tre distinti corpi di fabbrica posti l’uno in aderenza all’altro, dentro la torre e nell’edificio adiacente si trovava l’abitazione del vignarolo di S. Gregorio, affittuario della vigna (cioè la vigna era concessa in affitto al vignarolo il quale era tenuto a pagare il monastero sia in denaro che in prodotti della terra). Un vano sotto la torre veniva utilizzato come cantina per la conservazione del vino e per la spremitura dell’uva attraverso un torchio (la presenza di questo impedì nel 1869/71 a Parker di completare lo scavo che venne ripreso nel 1877 dopo la rimozione del torchio). Un terzo corpo di fabbrica molto più ampio e articolato in vari ambienti interni era adibito a fienile (riportato nel catalogo dei fienili di Roma redatto dalla Camera Capitolina tra 1847-1870, con le relative misure in palmi romani a scopo fiscale).
Dalla cartografia storica si evince che presso questo gruppo di edifici convergevano vie interne alla vigna. Le fonti iconografiche testimoniano l’aspetto immutato degli stabili nel corso dei secoli, a partire dal XVII secolo (epoca del disegno del fiammingo van Poelenburgh, il più antico disegno a noi pervenuto di questo gruppo di edifici, in più vi è un secondo edificio isolato vicino la torre e riscontrato anche nella veduta del 1676 di G.B. Falda). Parker volle scavare la casa del vignarolo perché gli allineamenti dell’acquedotto dell’Appia e della Marcia confluivano in questa serie di edifici (in più Frontino segnalava la porta).
Infatti nel 1868 lo scavo di G.B. Guidi per conto di Parker tra il casale e via di Porta San Sebastiano portò alla scoperta di un muraglione di tufo e due acquedotti, ma anche lo scavo di F. Gori tra la torre e il pendio del Celio fecero affiorare il muraglione in blocchi di tufo sul quale risultava costruito l’intero complesso di edifici del vignarolo. La Porta Capena non venne ritrovata ma venne postulata dato il rinvenimento di una strada basolata larga 3m a 6m di profondità, forse l’Appia. Secondo Parker la torre del vignarolo era una delle due torri della Porta, invece più problematica fu la comprensione degli acquedotti (dato il cavo aperto tra Celio e torre doveva esserci un acquedotto, date anche due arcate in laterizio a est del muraglione).
Nel 1869 vennero aperti una serie di cavi in direzione dell’Aventino dentro la vigna Trojani dall’altro lato di via di Porta S. Sebastiano (dove oggi sorge la FAO), Parker riuscì a capire l’andamento delle mura e degli acquedotti. Nel 1871 continuarono lo scavo a est, tra torre e Celio, individuarono un pilastro di tufo isolato che era della porta, dato i molti stipiti in travertino doveva avere più arcate, era quindi un secondo fornice da collocare più a est rispetto a quello dell’Appia. Nel 1877 ripresero gli scavi e terminarono con lo sterro della cantina della torre. Va ricordato che prima di Parker vi fu lo scavo all’epoca del Piranesi nel 1785, poi di Guattani nel 1805, infine dell’abate del monastero nel 1847 e i primi due rivelarono una porta a più ingressi.
Per Frontino l’Aqua Appia passava vicino la porta Capena. Parker aveva iniziato gli scavi per ritrovare le mura serviane, la sua scoperta che la Porta Capena si trovava in basso al Celio piuttosto che sopra venne contrastata, ma oggi è data per appurata. La vigna del monastero di San Gregorio terminò la sua esistenza nel 1873, dopo un millennio di attività, la proprietà venne trasferta nelle mani della Giunta Liquidatrice dell’Asse Ecclesiastico, sostituita nel 1879 dal Regio Commissariato per la liquidazione dell’Asse Ecclesiastico che divise in due la proprietà. La parte superiore con la chiesa venne ceduta al Comune mentre la parte inferiore (pendio del Celio fino a porta S. Sebastiano) venne lottizzato e venduto a privati nel 1880 in sette lotti. Il lotto in cui si trovava la casa del vignarolo venne acquistato da...
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