Capitolo 1 – Stratigrafia in geologia
Nel 1830 il concetto di stratigrafia in geologia era stato definito attraverso scoperte fatte dal XVII sec. Le sue caratteristiche erano di natura particolare, dove si riferivano ad aspetti quali i fossili, strati e interfacce, e di natura generale in relazione alle leggi della stratigrafia e ai rapporti tra queste, i principi della cronologia e le us, cioè i rapporti tra strati e interfacce.
Un primo tentativo di esaminare la natura della stratificazione si deve a Steno nel XVII sec., il quale rivendicò una diretta relazione tra i denti degli squali moderni e le pietre-lingua rinvenute a Malta, perché la loro forma era simile. Sostenne che gli oggetti che si espandono per lenta crescita possono provocare fenditure nella pietra, processo con il quale gli oggetti stessi subiranno deformazioni. Dal momento che i fossili venivano sempre rinvenuti in forme simili tra loro, ipotizzò che al momento della formazione dei fossili la terra non fosse ancora compatta, e per questo motivo ritenne che le rocce nelle quali si trovavano i fossili fossero state in origine sedimenti subacquei.
Steno affermò che i fossili erano tracce ancestrali della vita presente e che gli strati geologici non erano né formazioni statiche né depositi dovuti al Diluvio universale. La sua ricerca gli fece esporre le leggi di sovrapposizione e di continuità originaria.
Nel XVIII si ebbero ulteriori passi in avanti, uno riguardava la relazione generale tra fossili e strati, l’altro l’interfaccia tra strati o gruppi di strati o formazioni. Il primo passo fu fatto da Smith che durante lo scavo di un canale osservò che gli strati presentavano un tipo di sovrapposizione regolare; la raccolta di fossili dai vari affioramenti superficiali degli strati gli fece osservare che ogni strato conteneva resti organici che gli erano propri. Questo servì anche da chiave per le correlazioni cronologiche.
Successivamente Lyell creò un metodo che poté determinare con lo studio dei fossili la sequenza relativa di deposizione degli strati geologici, basandosi sulla proporzione tra i fossili di un determinato strato e le specie viventi. Suppose che negli strati più antichi si doveva trovare un numero piccolo di fossili identificabili con specie tutt’ora viventi, mentre in superficie si trovavano abbondanti resti di testacei viventi.
La stratificazione è un fenomeno mutevole e gli strati possono trovarsi, in seguito a un processo ciclico di deposizione o spoliazione, capovolti, distrutti o comunque alterati rispetto alle condizioni di origine. Una testimonianza di questi cambiamenti si può trovare quando fossili o frammenti minerali provenienti da una formazione antica confluiscono per vie diverse in depositi posteriori, e questi cambiamenti si riflettono nelle interfacce tra strati e gruppi di strati o formazioni. Questo ciclo fu scoperto nel 700 da Hutton, la cui teoria era rimasta incompleta in mancanza del riconoscimento dell’interfaccia discordanza, cioè l’interfaccia tra due formazioni di strati orientati diversamente, di cui l’una viene detta giacere in maniera discordante con l’altra. Nel ciclo di Hutton le discordanze rappresentavano il tempo trascorso tra il sollevamento, l’erosione e la risommersione in mare di una formazione e il momento in cui le nuove deposizioni si formavano sulla sommità.
C’erano tre leggi generali pertinenti agli strati rocciosi: le leggi di sovrapposizione (suppone che al momento della formazione degli strati geologici, gli strati superiori siano i più recenti e quelli inferiori i più antichi), di orizzontalità originaria (stabilisce che gli strati formati sotto il livello dell’acqua debbano avere superfici orizzontali e quindi che gli strati che ora presentano superfici inclinate debbano essersi inclinati solo in un secondo momento) e di continuità originaria (presume che ciascun deposito abbia costituito all’origine un’unità intera senza margini esposti).
Un’altra legge si riferisce ai fossili trovati negli strati ed è definita come legge di successione faunistica e ipotizza che i diversi resti fossili di successive epoche di vita possano indicare la sequenza relativa della deposizione in modo particolare se gli strati sono stati rimossi e capovolti.
Capitolo 2 – Il concetto di stratigrafia in archeologia
I manufatti archeologici dell’antichità preistorica erano visti come frecce o saette fatate. Durante il XVII sec. alcuni antiquari affermarono che tali oggetti erano di origine umana, proponendo confronti etnografici tra gli arnesi in pietra trovati in Europa e gli strumenti usati dagli Indiani d’America loro contemporanei.
Nel 1800 venne inaugurata una mostra organizzata da Thomsen sulla teoria delle Tre età, secondo la quale l’uomo sarebbe passato attraverso diversi periodi tecnologici predominati da strumenti di pietra, bronzo o ferro. Nel 1865 Lubbock suddivideva l’età della pietra dando inizio alla visione della preistoria umana divisa in 4 stadi, paleolitico, neolitico, età del bronzo e del ferro. Si poteva così affermare che gli strati archeologici contenevano oggetti peculiari a ciascuno strato e che questi fossili potevano essere usati per identificare depositi della stessa epoca in altre località.
Nel 1915 Droop pubblicò il volume "Archaeological Excavation", che conteneva alcuni dei primi schemi grafici della natura della stratificazione archeologica. Questi disegni (fig. 1, pag. 58) apprezzano l’importanza dell’interfaccia tra gli strati, propongono la distribuzione dei materiali così come si vedono in una sezione e spiegano il metodo della periodizzazione dei muri.
Delle indagini stratigrafiche moderne il principale esponente fu Kidder, nel cui procedimento di scavo venivano seguiti i contorni degli strati naturali o fisici, mentre ai frammenti ceramici venivano attribuite provenienze che erano in accordo con tali us.
Dopo la prima guerra mondiale Wheeler cominciò a scavare in Inghilterra, dove fu prodotto il disegno di una sezione che presentava propriamente definite le interfacce tra gli strati. Cominciò anche a numerare gli strati di terreno (fig. 2, pag. 59). Gli strati vengono esaminati, distinti e contrassegnati con un cartellino.
Capitolo 3 – Le tecniche dello scavo
Distinzione tra i due aspetti dello scavo; la prima è la strategia, o piano di conduzione dello scavo. Secondo Petrie il miglior metodo di esame è offerto dalle trincee parallele perché danno una buona immagine del suolo. Barker invece è un assertore dello scavo per grandi aree e adotta il sistema per quadranti. La strategia di scavo è separata dal procedimento, mediante il quale viene effettuato lo scavo per sé e proprio.
Ci sono due metodi di scavo, quello arbitrario (consistente in una rimozione sommaria del terreno effettuata con un mezzo qualsiasi o nel suo scavo per tagli o livelli di spessore predeterminato) e quello stratigrafico (mediante il quale i depositi archeologici vengono rimossi seguendo le loro stesse forme, con i loro contorni o rilievi individuali).
Negli ultimi due secoli sono state sperimentate varie strategie ma solo due metodi di scavo. La prima strategia consisteva nel semplice buco attraverso il quale il terreno veniva asportato per poter ottenere velocemente gli oggetti di raro valore che erano sepolti lì.
Nel 1916 Giffen inventò il metodo per quadranti (fig. 3, pag. 65): un sito veniva diviso in segmenti poi scavati alternativamente, che permettevano di ottenere profili o sezioni del suolo attraverso la stratificazione del sito. I profili venivano presi nei muri o nei testimoni di terreno non scavati tra i vari segmenti del quadrante. (scavo arbitrario).
Wheeler scavava tumuli secondo il metodo a strisce (metodo arbitrario): due linee parallele di picchetti venivano poste ad angolo retto alle estremità di uno degli assi del tumulo. I picchetti di ciascuna linea recavano un numero corrispondente. Lavorando tra queste linee di riferimento, gli scavatori procedevano rimuovendo il terreno striscia a striscia facendo in modo che ciascuna striscia coincidesse con l’intervallo tra due paia di picchetti. (fig. 4a, pag. 67). Strategia per quadrati di Wheeler, secondo la quale un sito veniva scavato in una serie di piccoli buchi quadrati.
Capitolo 4 – Primi metodi di documentazione sullo scavo
Petrie notò che gli scopi di uno scavo erano ottenere piante e informazioni topografiche e reperti mobili antichi. Le prime documentazioni miravano quindi al recupero di informazioni relative alla posizione di strutture fondamentali e ai luoghi di ritrovamento dei manufatti. Dal momento che l’importanza maggiore era data alle strutture che alla stratificazione, le sezioni documentavano raramente i dettagli del terreno ma erano usate per...
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