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Jens Jabob Worsaae ne verifica l’attendibilità con scavi stratigrafici rivelando che ogni età era

caratterizzata da fauna e ambienti differenti. Le idee di Thomsen e le stratigrafie di Worsaae

creano il primo sistema affidabile di cronologie relative, che rende possibile una storia dell’uomo

anche per i periodi precedenti alle fonti scritte.

Infatti Daniel Wilson (1816-92) utilizza lo schema in tre fasi in chiave evoluzionista e conia il

termine preistoria per quel periodo e quelle popolazioni senza nome che ora riteneva possibile

studiare archeologicamente.

2.4 La geologia attualista e stratigrafica

Fino agli inizi dell’Ottocento, geologia e archeologia erano condizionate da pregiudizi religiosi sul

diluvio, sull’antichità del popolamento, sulla natura dei fenomeni,… Nel 1830-33 Charles Lyell

pubblica “Principi di geologia, ossia un tentativo di spiegare gli antichi cambiamenti della superficie

della terra facendo riferimento a cause ora in azione”. Egli dimostra che i mutamenti geografici e

geomorfologici del passato sono conseguenza di fenomeni simili a quelli osservabili nel presente,

affermando l’utilità del metodo comparativo per la storia geologica. Dunque studiando il presente

(da qui il nome geografia attualista) si può comprendere anche il passato.

Nasce così la geologia stratigrafica.

2.5 L’evoluzione naturale

Nel corso dell’Ottocento, a seguito dei sempre più numerosi ritrovamenti paleontologi, il tema

dell’evoluzione degli esseri viventi diventa sempre più importante e di attualità.

E’ Charles Darwin a descrivere per primo l’evoluzione degli esseri viventi non come l’esito di

un’operazione indirizzata a un fine, ma come effetto di molteplici casualità nella trasmissione dei

caratteri ereditari. Questo principio sancisce che sopravvivono solo gli individui più adatti

all’ambiente perché in grado di riprodursi con maggiore successo. Non vale più dunque la legge

del più forte, ma quella del più adatto alle condizioni ambientali. Darwin nella sua opera non tratta

dell’uomo, ma è evidente che quanto sostenuto avesse valore generale. Naturalmente la Chiesa

cercò di contraddire queste tesi.

Tali teorie però alimentarono le vecchie tesi razziste: lo sviluppo biologico provato da Darwin venne

pensato analogo a quello culturale ed emotivo e dunque dimostrazione dell’inferiorità dei primitivi

attuali; gli Europei risultavano così la parte migliore dell’umanità. Tale tesi era detta “darwinismo

sociale”. Oltre a giustificare colonialismo ed etnocidio, si giunse a ritenere le attuali popolazioni

primitive come senza storia e dunque inutile cercare tracce antiche. In Africa, Americhe e Australia

allora l’archeologia finisce per denigrare il proprio stesso oggetto, mentre in Europa e nelle zone

limitrofe l’archeologia viene fatta a partire dalle fonti storiche e ornandola con descrizioni di

monumenti e opere d’arte.

Il metodo tipologico di seriazione dei manufatti è l’applicazione del darwinismo agli oggetti e

presuppone che sopravvivano nell’uso i manufatti più adatti, che vi siano invece varianti destinate

all’estinzione, che il processo evolutivo abbia un senso e una direzione. Il mutare nel tempo dei

caratteri di un utensile è meglio descrivibile col tipo di evoluzione prospettato da Lamarck in cui c’è

un fine e non una pura causalità. Questo progredire ordinato è ciò che caratterizza la storia di

determinati manufatti, villaggi o stili artistici e culture.

La recente Evolutionary Archaeology propone l’applicazione sistematica del darwinismo in

archeologia, non dando importanza solo all’adattamento ambientale, ma anche all’evoluzione dei

comportamenti a seguito della trasmissione di conoscenze da una generazione a quella

successiva e valutandone gli effetti sul successo riproduttivo dei diversi gruppi umani (alcuni

rimangono in bande di pochi dediti a caccia e raccolta, altri si evolvono in società differenziate e

complesse).

Oggi in archeologia il paradigma darwiniano è ben radicato in archeologia e grazie allo sviluppo

della genetica la selezione naturale è un fatto provato.

2.6 La storia è di classe

Karl Marx (1818-83) è stato definito da Engels lo scopritore della legge dello sviluppo umano,

come Darwin ha scoperto quella dello sviluppo della natura organica. Egli orienta il proprio

interesse verso le epoche più recenti, capitalistiche, mentre trascura quelle prefeudali; è invece

Lewis Henry Morgan a compiere un’analisi delle società antiche.

E’ però interessante il criterio che Marx usa per organizzare il suo schema evoluzionista, diverso

da quello di tutti gli altri autori dell’epoca: è utile la distinzione tra la reale base della vita economica

(la struttura) e gli aspetti sociali e ideologici (la sovrastruttura) da essa dipendenti.

La struttura è la base nascosta e invisibile della società ed è la “storia reale” in cui operano le forze

della produzione e l’organizzazione di essa e gli scambi. Questi rapporti sono alla base della

società, dunque è fondamentale lo studio delle relazioni tra gli uomini.

La sovrastruttura ovvero la politica, l religione, la filosofia, l’arte e i modi della vita sociale e

collettiva sono fondamentali perché si perpetui un certo modo di produzione, ma sono comunque

un riflesso della vita economica. L’ideologia e le parti in cui è scomponibile la sovrastruttura

servono a legittimare l’esistente, far sembrare normali e convenienti gli interessi di parte e

mascherare le ineguaglianze facendole sembrare inevitabili. Per Marx la religione è oppio dei

popoli e gemito dell’oppresso. La prima affermazione è esemplificata archeologicamente da rituali

funerari egualitari in società classiste, questo per tentare di “mascherare” le ineguaglianze; la

seconda dalle numerose tracce di spiritualità popolare rinvenibili in molti contesti.

L’importanza della dinamica interna e delle contraddizioni strutturali fa sì che nell’analisi di Marx

non trovino spazio spiegazioni del cambiamento sulla base di fattori ambientali o esterni: ciò si ha

perché l’antagonismo sociale si è già innescato all’interno della società.

Il paradigma marxista, relativo alle preminenza della struttura sulla sovrastruttura, è diffuso in

archeologia, anche se spesso ridotto a un materialismo determinato dai reperti che inducono a

discutere più di produzione e scambio che di rituali o ideologie.

2.7 L’evoluzione sociale

[La prima grande conquista: La più grande conquista dell’archeologia è oggi un paradigma, ed è

stato sancito da Gabriel de Mortillet nel 1867, quando scrisse “Legge del progresso dell’umanità,

legge dello sviluppo parallelo, alta antichità dell’uomo”. Con l’ultima affermazione, de Mortillet pone

fine alle dispute in cui l’evidenza archeologica e geologica era stata negata per rispetto dei sacri

testi. Il preistorico francese con l’alta antichità dell’uomo indicava un campo di ricerca nuovo ed era

pronto a darne spiegazione. Ciò è frutto sia del suo carattere, ma soprattutto del periodo

particolarmente fecondo nella storia del pensiero occidentale.]

Nella seconda metà dell’Ottocento si capisce l’utilità del metodo comparativo, già usato nel secolo

precedente per capire l’utilità dei singoli oggetti antichi, in geologia da Lyell, in biologia per studiare

l’evoluzione e in campo linguistico per l’origine delle lingue europee.

In antropologia e archeologia esso viene utilizzato per paragonare gruppi di interesse etnografico a

popolazioni paleolitiche/neolitiche.

Pur essendo chiari i limiti e i difetti di tale metodo, esso viene usato largamente nell’Ottocento:

Lewis Henry Morgan (1818-81) lo utilizza per elaborare uno schema universale elaborato sia sulla

conoscenza diretta di situazioni etnografiche sia su fonti greche e romane. Esso poneva in

sequenza i tre principali periodi etnici caratterizzati da variabili tecnologiche ed economiche e

forme di organizzazione familiare e sociale. Già all’inizio del XX secolo lo schema di Morgan viene

rifiutato da Franz Boas e gli antropologi interessati alla ricerca delle peculiarità distintive dei singoli

gruppi. Viene invece ripreso dai neoevoluzionisti e dimostra quanto sia difficile los studio

dell’organizzazione sociale. Archeologicamente, è facile discriminare solo i casi estremi, cioè le

società egualitarie che fanno distinzioni solo in base al sesso, all’età o alle capacità individuali,

dalle società stratificate in cui non tutti hanno lo stesso accesso alle risorse. Più difficile invece è il

riconoscimento di casi inermedi.

Alcuni archeologi ritengono l’evoluzione sociale un tentativo di ridurre i conflitti interpersonali, altri

invece la ritengono conseguenza della ricerca di maggior benessere; i primi allora studiano i fattori

di crisi, i secondi le opportunità legate alle risorse, a nuove tecnologie, al crescere del commercio e

al contatto con altri popoli.

2.8 Le spiegazioni del cambiamento

[Lombrichi e metodo storico: Nel 1881 Darwin dedica il suo ultimo libro ai lombrichi, in cui studia il

terreno che si muove per azione dei vermi. Egli infatti studia come i lombrichi livellino il paesaggio

e provochino il seppellimento sia di piccoli oggetti sia, in parte, di Stonehenge. Il merito di Darwin è

insomma quello di aver compreso che i cambiamenti sono l’esito di processi cumulativi dovuti a

migliaia di individui. Egli utilizza quanto osservato nel presente per capire il passato, infatti

riconobbe che se si deve lavorare su un singolo oggetto si devono cercarne le imperfezioni che ne

documentino l’origine storica, se su più oggetti allora è necessario identificarli come fasi di un

singolo processo storico e se possibile osservare direttamente i processi, sommarne gli effetti nel

tempo]

Il paradigma delle tre età di Thomsen non spiega però perché vi sia stato il cambiamento tra età

della pietra, del bronzo e del ferro. E non spiega nemmeno perché alcuni popoli moderni si

presentino come fossili viventi rimasti “indietro”. La questione comunque se la ponevano sia

Thomsen stesso sia Worsaae, che era convinto che il mutamento tra età del bronzo e del ferro nel

Nord Europa fosse dovuto a un’ondata migratoria, una vera e propria invasione.

Il problema interessa moltissimi autori e si hanno spiegazioni evoluzioniste (che quindi

attribuiscono i cambiamenti a dei mutamenti interni alle società) e altre basate su apporti esterni,

altre ancora che fanno convivere i due fattori. Altri ancora ritengono che si debba tenere conto di

situazioni intermedie frutto di scambi commerciali, rapporti di alleanza e matrimoniali,…

Alla fine dell’Ottocento molti archeologi vogliono definire seriazioni regionali dei manufatti per

perfezionare il sistema di cronologie di Thomsen; in particolare Matthew Flinders-Petrienel 1891, dl

confronto di materiali egizi e greci ricava elementi per una cronologia assoluta a cui legare i

principali eventi della preistoria mediterranea. A questa ricerca rigorosa e seria si affiancano però

quelle condotte per semplice somiglianza, che cioè datano per confronto reperti di tutta Europa. Il

diffusionisémo diventa così la pigra spiegazione archeologica di ogni sviluppo culturale; esso è

basato sul ritenere impossibile che un’invenzione si ripeta uguale in due luoghi diversi (dunque

ogni fenomeno megalitico deve derivare dalle piramidi tronche egizie). Anche il migrazionismo,

cioè l’ipotesi che popolazioni intere si siano spostate da una parte del continente all’altra, viene

usata come spiegazione dei cambiamenti culturali.

Col tempo tali teorie si sono rivelate spiegazioni che rimuovono, più che spiegare, il problema del

cambiamento culturale. Le spiegazioni diffusionistiche però, per alcune teorie, non devono essere

escluse a priori: la diffusione di alcuni manufatti in conseguenza dello spostamento di artigiani e i

fenomeni di interazione tra comunità indigene ed europei in seguito ad esempio alle scoperte

geografiche.

3- CONSOLIDAMENTO E TRADIZIONE

Per capire il lavoro degli archeologi nel Novecento si devono chiarire due questioni: i problemi

riconducibili alla storia dell’arte e la definizione di cosa debba intendersi essere la cultura. Ila

secondo problema è in realtà una questione ineludibile a prescindere dal periodo cronologico

affrontato.

3.1 Archeologia e storia dell’arte

La nascita dell’archeologia classica è ovviamente da attribuire a Johann Joachim Winckelmann

(1717-68), che nella sua “Storia dell’arte antica” studia l’arte greca, in particolare la statuaria,

utilizzando le fonti scritte e facendo indagini stilistiche per stabilire attribuzioni e cronologie. L’opera

non è un repertorio descrittivo di schemi iconografici, come già ne esistevano, ma una storia

mitizzata di come gli antichi abbiamo creato i canoni della bellezza. E’ lui a stabilire l’idea artistico

di grandezza, serenità e calma. Wincklemann e insieme a lui Goethe sono coloro ai quali

possiamo attribuire la scoperta di una comunanza emotiva con l’antico.

E’ invece nell’Ottocento che grazie soprattutto a studiosi tedeschi si stabilisce un approccio più

rigoroso all’arte antica; approccio definito filologico perché simile al lavoro degli storici che da più

versioni medievali di un testo cercano di risalire all’originale greco o latino. Alla base

dell’archeologia filologica devono allora esserci grande erudizione, confronti sistematici e rifiuto del

dilettantismo antiquario.

L’archeologo è dunque colui che conosce tutto ciò che è emerso degli scavi ed è in grado di

pubblicarlo filologicamente, senza farsi influenzare dal contesto di ritrovamento né da dia metodi

utilizzati da altri archeologi.

In generale, il paradigma degli archeologi di inizio Novecento è quello di ritenere primario lo studio

delle manifestazioni artistiche per la comprensione delle società antiche. C’è chi cerca di opporsi a

questa strada, come Giuseppe Fiorelli che negli anni 1860-70 circa cerca di migliorare i metodi di

scavo a Pompei, di formare i giovani e di mantenere l’attenzione non solo per l’arte ma anche per

la città. La posizione predominante è però quella di Theodor Mommsen che ritiene pericoloso

formare archeologi esperti nello scavo poiché potrebbero allontanarsi dall’arte e la poesia degli

antichi, dal momento che non meritano attenzione i siti e le stratigrafie, ma solo i monumenti.

Tra gli archeologi tedeschi più legati al paradigma “artistico-filologico” si ha Heinrich Schliemann,

che guidato dalle fonti scritte utilizza però la stratigrafia per studiare la preistoria omerica.

Nei primi decenni del Novecento si assiste al superamento di questo approccio filologico.

Col empo il mito della superiorità greca non viene comunque scalfito; tale superiorità da un lato

limita il campo di azione dei classici, dall’altro ne garantisce il successo. Occasionalmente nel

Novecento si assiste a riscoperte dell’arte africana o a tendenze primitiviste, ma senza effetti

rilevanti sull’archeologia classica.

Spesso tradizionalmente si finì per considerare ad esempio la romanizzazione un fenomeno di

acculturazione delle comunità italiche ed europee senza valutarne un ruolo che non fosse

l’opposizione bellica e la sottomissione.

Questo si acuisce in Italia già prima del ventennio fascista: i Savoia nel 1870 creano una

Soprintendenza che ha il compito di tutelare i monumenti e celebrare la grandezza di Roma.

Durante il fascismo poi la propaganda fece grande uso dei simboli imperiali e si finanziarono

grandi imprese di sterro per liberare i monumenti. Nel secondo dopoguerra gli stessi archeologi

professori tornarono a insegnare e tutto ciò rimase uguale, evitando semplicemente i toni

propagandistici.

Solo pochi classici affrontarono il problema del metodo e cercarono di ottenere un rinnovamento

nello studio dei beni artistici. Fondamentale a riguardo è la lezione di Bianchi Bandinelli.

3.2 Arte e società

Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-75) rifiutò l’idea di evoluzione lineare degli stili e l’equiparazione

del classico al bello e all’esemplare.

Egli studiò le personalità artistiche lamentando il fatto che l’archeologia italiana, superata la

filologia, si fosse ridotta a raccolta di oggetti utili al collezionismo e non alla storia.

Per B. B. la produzione artistica era quindi strumento fondamentale per capire un’epoca, ma non

per questo l’arte poteva essere estrapolata dal suo contesto. Lo studio degli artisti maggiori deve

essere allora accompagnato da quello degli artisti minori; la produzione artigianale non deve

essere vista solo in relazione agli schemi iconografici più colti e importanti, ma anche all’ambiente

in cui le opere si formano. E’ tutto l’insieme a determinare l’opera d’arte ed è dunque importante

non solo la volontà dell’artista ma anche il rapporto con la committenza, il potere, la “volontà”

epocale.

In B. B. lo studio dell’arte non era finalizzato, come in Winckelmann, all’elevazione dello spirito né,

come volevano i filologi, alla semplice seriazione stilistica; ma era ricerca storica sulla natura dei

rapporti tra arte e ideologia, strutture sociali ed economia.

Nel 1967 fonda la rivista “Dialoghi di archeologia”, interdisciplinare e aperta al confronto con gli

studi di preistoria e protostoria; non riesce comunque nel suo obiettivo di impedire che la

maggioranza degli archeologi classici continuasse a prediligere una storia dell’arte chiusa in se

stessa.

Anche un allievo di B. B., Andrea Carandini, nel 1968 scrisse un libello polemico in cui dice che il

culto dell’Italia per la bellezza fosse un indizio del ritardo culturale conseguenza della mancanza di

metodo archeologico, poiché incapaci di abbandonare la poetica dell’arte per la storia delle

produzioni quotidiane. Viene così proposto di voltare pagina senza rinnegare lo studio dell’arte, ma

riconoscendo che si tratta di una parte e non del tutto. Questo cambiamento avvenne solo in parte

e tale paradigma resta ancora radicato in molti classici.

3.3 Il concetto di cultura archeologica

[Definizioni antropologiche di cultura: Ancora oggi gli archeologi col termine cultura si riferiscono a

una definizione pratica riferibile a Childe e al significato più generale caratteristico

dell’antropologia. Kroeber e Klukholn hanno distinto più di 100 definizioni antropologiche di cultura

raggruppabili in diverse categorie di significato e in particolare, cultura come ereditarietà,

apprendimento, adattamento, comportamento accettato, fenomeno specifico di un dato settore o di

determinate persone. E’ talmente complicato trovare una definizione, che molti archeologi non

utilizzano il termine, ma ormai il termine “cultura” è entrato nell’uso comune e non è detto che un

altro potrebbe essere migliore.

In ambito antropologico, la storia del termine cultura ha un momento fondamentale nel 1871,

quando Edward B. Taylor in “Primitive culture” propose una definizione evoluzionistica intesa come

“l’intero complesso che include conoscenze scientifiche, credenze religiose, arti, idee morali, leggi,

usanze e altre capacità e abitudini acquisite dall’uomo in quanto membro di un certo tipo di

società”. Viene quindi riconosciuta a tutti gli uomini la possibilità di fare cultura. Questa definizione

è compatibile con quella di Childe, essendo entrambe definizioni normative che considerano la

cultura come un insieme di comportamenti, credenze e idee a cui, in un dato contesto, è

riconosciuto un valore sociale.]

A partire della fine dell’Ottocento e per alcuni decenni, gli archeologi si trovavano in difficoltà a

spiegare i cambiamenti culturali resi evidenti dai ritrovamenti. L’evoluzionismo applicato alla storia

non spiegava i fenomeni rapidi o che coinvolgessero poche persone o pochi luoghi.

Così l’archeologia finì per rinchiudersi in se stessa, incapace di fare altro che descrivere in maniera

erudita reperti e monumenti o essere disciplina ausiliaria della storia.

Ma è con Vere Gordon Childe (1892-1957), archeologo inglese di origine australiana, che tutto

cambia: egli indica un nuovo strumento di analisi, che non era privo di precedenti ma solo ora

veniva eletto a paradigma. Egli conosceva e studiava molto i materiali, che riteneva espressione di

società e non fossili morti.

Nel 1929 diede la definizione di cultura ancora oggi più utilizzata: “Noi troviamo certi tipi di resti -

case, utensili, ornamenti, riti funerari e tipi di abitazioni- costantemente associati. Definiamo un tale

complesso di tratti associati come gruppi culturali o culture”. La regolarità dei manufatti è da

ritenere derivata da norme condivise e dunque si parla di definizione normativa della cultura. Essa,

stabilendo un’equivalenza tra manufatti, territori e popoli, crea un mosaico di culture complesso ma

senza sovrapposizioni geografiche. Al posto della storia di una rozza dominatrice, era così

possibile parlare di storie locali di molti popoli identificati guardando alla descrizione dei loro

manufatti. Per Childe erano importanti anche organizzazione della produzione, distribuzione

geografica dei reperti, l’idea di mercato in senso moderno, gli elementi di cambiamento e

innovazione portati dall’esterno. Dei manufatti valutò il diverso potenziale informativo ritenendo

migliore indicatore del gusto locale ed etnico la ceramica d’uso, gli ornamenti e i riti, mentre armi e

utensili erano ritenuti indizio di scambi commerciali.

Childe dunque unisce il diffusionismo a elementi evoluzionisti.

La sua definizione di cultura è insieme strumento di organizzazione dei dati e strumento per

interpretarli, e diventa uno dei paradigmi più forti degli archeologi non classicisti nel XX secolo.

Negli anni, rispetto a questo paradigma, si è notato che le delimitazioni culturali non sono mai

nette; quasi sempre esistono elementi comuni a più culture e altri maggiormente specifici; nessuna

cultura, per piccola che sia, è esente da differenziazioni al suo interno; così nemmeno la più

grande e isolata è esente da rapporti con le altre.

4- SCETTICISMO E SCOPERTA DEL TEMPO

4.1 Un paradigma inespresso

A metà del XX secolo l’archeologia è subordinata alla storia ed è una semplice raccolta dati. Di

questo periodo è protagonista e analista l’archeologo inglese Glyn Daniel; egli riconosce

l’impotenza di un’archeologia che ricava troppo poco dai propri dati e utilizza le culture di Childe

per collegare manufatti e territori in assenza di datazioni precise. Per le cronologie ancora si

utilizzava la divisione di Thomsen.

Già a metà del secolo si compie una rivoluzione che cambia non solo il quadro di riferimento

cronologico generale, ma anche il modo di guardare ai reperti e al tempo storico.

Si devono però ricordare gli sviluppi che hanno contribuito alla nascita dei paradigmi più recenti.

4.2 Nuove idee marxiste ed evoluzioniste

Nei decenni successivi alla fine della Seconda Guerra, l’archeologia di derivazione marxista è

ancora viva in varie aree. Gli archeologi marxisti adottavano acriticamente gli schemi

evoluzionistici basati sulla proprietà di mezzi di produzione e ne cercavano conferma archeologica.

Nell’Europa occidentale solo a partire dagli anni 70 gli archeologi marxisti assunsero un ruolo nel

superare la lettura dogmatica dei sacri testi. Soprattutto in Italia e in Francia si riconobbe che la

contrapposizione struttura-sovrastruttura andava definita meglio riconoscendone la complessità: si

scoprì che nell’antichità (in generale nelle società prestatali) i rapporti di parentela erano anche

rapporti di produzione e quindi, allo stesso tempo, struttura e sovrastruttura.

Sul piano pratico, una conseguenza dell’ideologia marxista è l’aver riconosciuto importanza allo

studio delle produzioni quotidiane e dei “senza storia”, utilizzando una visione dal basso che

riconosce l’esistenza non solo di una sovrastruttura dei ricchi ma anche una dei poveri e degli

sfruttati. Quindi i temi ricorrenti negli archeologi neomarxisti furono la schiavitù nel mondo antico, il

rapporto città-campagna, la distinzione tra valore d’uso e di scambio e il ruolo del commercio.

Negli ultimi decenni anche gli archeologi marxisti si sono aperti a idee esterne, sviluppando una

ricerca tipologica, migliori seriazioni cronologiche, abbandonando schemi di sviluppo unilineare e

affrontando criticamente le nuove idee. Un interesse crescente è stato rivolto quindi ai problemi

dell’interpretazione, che dunque deve essere costruita.

Sempre negli anni 50 si ha anche un’altra scuola, detta evoluzionismo (o neoevoluzionismo)

culturale, che nasce da posizioni marxiste e influenzerà anche la nascita della New Archaeology.

Gli esponenti principali sono Leslie White, Julian Steward e più avanti Marvin Harris.

Il primo definì la cultura come meccanismo di adattamento extrasomatico in cui è fondamentale il

ruolo delle varie costrizioni tecnologiche ed economiche; mentre il secondo ritiene più importanti i

condizionamenti ambientali. In tutti e due i casi si ha una tendenza materialistica e determinista

che fa dipendere il grado di sviluppo culturale dall’efficienza degli arnesi impiegati.

4.3 La sostanza del passato

Particolarmente rilevante a partire dagli anni 50 è la teoria economica sostantivista di Karl Polanyi

(1886-1964) e in generale dei primitivisti. Questa teoria rifiutava la visione continuista e unificante

della storia e l’idea che le categorie concettuali per studiare la storia non dovessero derivare dalla

società attuale, ma essere appositamente costruite. Polanyi contesta che al centro della storia ci

siano le regole del mercato e ritiene invece centrale l’economia sostanziale, cioè che soddisfa

davvero i bisogni umani fondamentali.

La differenza sostanziale tra marxisti e sostantivisti è il ruolo dell’economia nella società: i

sostantivasti rifiutano che alla base della società ci siano i fatti economici, ritenendo invece che

nelle società primitive l’aspetto economico fosse unito e intrinseco al sociale e al culturale. I fatti

che per i marxisti sono sovrastrutturali e dunque secondari, per i sostantivisti sono fondamentali. E’

conseguenza della compenetrazione del sociale nell’economico che per i sostantivisti l’idea di

sfruttamento non possa evolvere in contrapposizione di classe e che rivalutino il ruolo di ceti

egemoni che forniscono alla collettività servizi non economici ma culturali e organizzativi, di pari

utilità al buon funzionamento complessivo.

Per questi motivi, lo studio delle società primitive impone l’uso di categoria diverse da quelle usate

per le società capitaliste e mercantili in cui la legge della domanda e dell’offerta arriva a influenzare

tutte le sfere della vita sociale.

I sostantivisti ritengono lo scambio più importante della produzione e determinante per

differenziare i tipi di società; quindi si distinguono le società in cui vige la reciproca parità, in cui i

doni sottolineano il rango di chi li fa e di chi li riceve, e altre in cui un potere centrale controlla e

ripartisce le risorse. Nelle prime lo scambio a lunga distanza precede storicamente quello tra vicini,

mentre nelle seconde ci sono sistemi di tassazione più o meno articolati. Meno considerate sono

invece le situazioni in cui prevale l’economia domestica, caratterizzata dall’autoconsumo, e ciò

sottolinea il fatto che il sostantivismo si sia prevalentemente occupato degli scambi appariscenti e

non di quelli quotidiani.

In generale, l’ipotesi sostantivista ha offerto agli archeologi uno schema in cui distinguere i beni di

pregio da quelli di uso quotidiano.L’applicazione di questa teoria è interessante per gli archeologi

che si occupano dei periodi di transizione verso società complesse, protestatali e statali.

4.3 La scoperta del tempo: il C14

Per i sumeri e gli assiro-babilonesi il futuro sta dietro e il passato davanti, a sottolineare che capire

il tempo significa capire il passato. L’attuale percezione del tempo invece si basa su una visione

continuista dal passato al presente e si rifà alla durata della vita umana, da cui deriva l’idea che

molti processi storici si svolgano con nascita, crescita, maturità, declino e morte.

Questa è la teoria che abbiamo oggi, ma non possiamo escludere che essa in futuro sembri

superata tanto quanto sembrano oggi a noi le teorie creazioniste ottocentesche. Fin dal 1916 la

teoria della relatività generale ha dimostrato che l’esistenza dell’uomo si ha in un continuum

spazio-temporale a 4 dimensioni di cui una è il tempo, idea che consente ai fisici-teorici di

ipotizzare la possibilità di viaggiare nel tempo e che esistano mondi paralleli; ciò evidenzia come

nella storia la nozione di tempo è mutata più volte.

Per gli archeologi la questione fondamentale del datare i resti del passato è mutata con una

scoperta rivoluzionaria: Willard F. Libby, fisico americano, nel 1949 datò dei resti organici

misurandone il contenuto in carbonio 14 o carbonio radioattivo. Inizialmente fece fatica ad

affermarsi, sia per lo scetticismo di alcuni, sia perché venivano messe in discussione molte

datazioni. Nel 1960 Libby ottenne il Nobel per la chimica. Questo metodo permise di scoprire che

molti siti europei erano più antichi di quelli vicino-orientali da cui il diffusionisémo li aveva fatti

derivare: per esempio i megaliti nordeuropei risultarono molto più antichi delle piramidi egizie.

Il diffusionisémo cadde e si dovette riscrivere la preistoria europea. Ciò, insieme alle teorie di

alcuni archeologi funzionalisti, portò allo studio delle dinamiche interne alla società e quindi

all’archeologia sociale.

4.5 I tempi della storia

[Periodizzare: L’archeologo deve periodizzare, cioè distinguere fasi, periodi, età da un prima e un

dopo che ritiene differenti. Per farlo, ci si muove all’interno della tradizione disciplinare e si segue il

ritmo degli oggetti e delle informazioni desunte dalle fonti. Suddividere il tempo storico significa

delimitare spazi di relativa omogeneità creando limiti e discontinuità, ma correndo alcuni rischi: uno

su tutti separare ambiti di studio rendendoli compartimenti stagni ognuno coi propri specialismi,

metodi e problematiche, dimenticando per esempio che età del ferro, età classica ed epoca assira

sono partizioni cronologiche che almeno in parte indicano lo stesso periodo ma aree differenti.

I motivi alla base delle suddivisioni cronologiche sono fondamentali, ma spesso cambiano.

Il proliferare di partizioni cronologiche è inevitabile e segnala la maturità di una disciplina, ma vale

la pena soffermarvisi: a volte spezzettare la freccia del tempo per datare meglio significa

spezzettare quei fenomeni che non rispettano i limiti cronologici imposti e dare eccessivo valore a

fenomeni temporanei. Spesso allora è più utile, nello studio del limitare tra due periodi, cercare di

spiegare i cambiamenti e non studiare in maniera specialistica un singolo momento di relativa

omogeneità.]

Negli anni ’70 circa, quando si è diffusa la rivoluzione radiocarbonica, agli archeologi si offrono i

risultati di un altro lavoro: la relatività del tempo storico, scoperta dallo storico francese François

Braudel (1902-1985). Egli lavorando sulle fonti notò come alcune raccontino di fenomeni di breve

durata come eventi quotidiani, e altre di eventi di durata epocale. Ritenne dunque di poter

distinguere 3 tempi storici, utili ancor prima che per organizzare i dati, per capire la rilevanza dei

diversi fenomeni.

Con “lunga durata” s’intendono i fenomeni duraturi (come il rapporto con l’ambiente che può

rimanere immutato per millenni o evolvere così lentamente che le persone non se ne accorgono);

è la storia del clima, del cambiamento in senso evolutivo della stessa specie umana, del progresso

demografico, ma anche della mentalità, delle abitudini, del gusto, delle tecniche. Questi fenomeni

di lunga durata sono la chiave per leggere le strutture profonde che in ogni società condizionano la

vita degli uomini. Sono queste strutture, che durano talmente a lungo da apparire immutabili

all’osservatore contemporaneo, che portano Braudel alla conclusione che gli uomini non fanno la

storia, ma è questa a forgiarli.

E’ impossibile cogliere un inizio e una fine per questi eventi, ma alla fine si rivelano rivoluzionari

per coloro che li vissero.

La breve durata invece è il tempo individuale in cui avvengono fatti che, visti da lontano, incidono

poco sul corso della storia pur avendo grande impatto sulla vita dei singoli. Sono eventi

interessanti ma di valore limitato finché non si ripetono, divenendo organizzativi in serie ordinate di

dati coerenti.

Tutte le diverse durate acquistano maggior senso se collegate in una storia comparata che unisce

spazio e tempo (definita da Braudel gestoria) ed evidenzia il contemporaneo svolgersi di fenomeni

aventi diversa velocità.

Braudel nota anche che a distanza di tempo gli storici possono riconoscere quali eventi hanno

avuto conseguenze rilevanti e quali no, così da scegliere i settori di studio da privilegiare per

comprendere sia i fattori di cambiamento sia di stabilità.

5- LA NEW ARCHAEOLOGY

5.1 Un’archeologia ottimista

Col termine New Archaeology si indica un movimento culturale affermatosi in America negli anni

’60 in contrapposizione all’archeologia tradizionale. Il principale esponente è stato Lewis R. Binford

e la data di nascita della New Archaeology si può porre nel 1962, con l’articolo “Archaeology as

Anthropology”.

Questo movimento aveva degli antecedenti, ma esso negava ogni legame col passato, ritenendo

di aver aperto una nuova strada verso un’archeologia scientifica, antropologica e moderna. In

realtà essa avrà un impatto solo su alcuni archeologi anglosassoni.

Il movimento non è stato unitario e i suoi membri hanno spesso polemizzato tra loro, cambiato idea

e aggiunto alle posizioni iniziali idee diverse. Già nell’83 infatti lo stesso Binford afferma di aver

spesso preso strade diverse da quelle della New Archaeology.

I New Archaeologists attaccavano l’archeologia tradizionale perché la ritenevano non in grado di

comprendere il funzionamento delle società del passato ma limitata nel migliore dei casi alla

descrizione dei modi della vita; era vista come ferma alla raccolta dati, ma incapace di valorizzarli,

senza fondamenti teorici e ancella della storia e delle fonti letterarie. Quindi sarebbe potuta

giungere solo a ricostruzioni storiche non sufficientemente provate perché i dati non vengono

“testati” ma selezionati e usati per confermare teorie ritenute corrette a priori. Opinioni che però

sono solo apparentemente plausibili, come il ritenere caratteristico del genere umano ciò che è

proprio della società in cui vive l’archeologo.

5.2 Scienza e legge

Già prima di Binford c’era presso gli storici un’insoddisfazione per il modo di ragionare

caratteristico dell’archeologia tradizionale, infatti essi spesso non utilizzavano gli esiti delle ricerche

archeologiche poiché ritenute condotte senza metodo. Dagli anni Sessanta i New Archaeologists

ebbero il merito di passare dalla critica sterile alla proposta di un nuovo modo di ragionare in

archeologia.

Negli anni 50, dopo la scoperta delle datazioni al radiocarbonio, si diffuse la speranza che la

scienza applicata all’archeologia potesse dare certezze fino ad allora inimmaginabili. Inoltre negli

USA erano gli anni dello sbarco sulla luna, di Kennedy e del movimento studentesco; un clima di

entusiasmo e che permette alla New Archaeology di affermarsi rapidamente.

Sul piano teorico la N.A. faceva riferimento al filosofo della scienza Carl G. Hempel e all’idea che

la scienza potesse formulare vere e proprie leggi del comportamento umano da verificare con studi

di carattere ipotetico-deduttivo dell’evidenza archeologica. Esempi di queste leggi ritenute

universali e indipendenti dai singoli casi sono:

- legge del minimo rischio: tra le alternative, prendere la decisione che minimizza i rischi

- legge del minimo sforzo (o della pigrizia): sfruttamento razionale delle risorse, sedenterizzazione

dei nomadi in aree ricche di beni naturali, invenzioni mirate alla riduzione del lavoro

- legge di proporzionalità diretta: tra complessità tecnologica, organizzazione sociale e pratiche di

consumo

L’uso del termine “legge” era ambizioso ed ingenuo, propagandistico e rovinoso; ha spesso celato

il fatto che dovesse essere inteso come generalizzazione e regolarità del processo storico.

Proporre leggi del comportamento umano è ormai ritenuta un’aberrazione, ma ci sono

generalizzazioni che legano variabili di diversa complessità e hanno valore probabilistico.

5.3 Cultura come adattamento

Ci sono alcuni temi ai quali i N.A. non hanno dato un’impostazione normativa, ma processuale cioè

attenta alle dinamiche di cambiamento dei fattori più importanti per il funzionamento delle società

del passato. Per questo la N.A. è detta anche “archeologia processuale” e si basa sul pensare la

cultura come un sistema di adattamento extrasomatico in cui tutto si tiene in funzione

dell’ambiente. Per ambiente si intende il luogo fisico e si attribuisce dunque molta importanza alle

risorse, al clima, ai caratteri del territorio e al loro variare sia per cause naturali sia per l’azione

dell’uomo. L’ambiente condiziona non solo tecnica ed economia, ma anche l’ideologia; dunque il

mutamento culturale è ritenuto dipendere da fattori materiali che disturbano l’equilibrio adattato

comportando una reazione e dunque un cambiamento (il processo quindi è una catena di cause ed

effetti).

Binford si definiva, rispetto ai cambiamenti culturali, “essenzialmente darwiniano”, e postulò un

principio di inerzia secondo cui si tende a perpetuare le condizioni di vita fino all’insorgere di un

problema.

Binford disse “Archaeology is the past tense of anthropology”.

5.4 Teorie di medio raggio

L’archeometria non è l’ambito caratteristico della N.A., dal momento che l’approccio ipotetico-

deduttivo e sperimentale non poteva ridursi a tali metodiche analitiche.

Sono altri due invece gli ambiti in cui la N.A. si è più esercitata cambiando il modo di fare e

pensare l’archeologia: l’etnoarcheologia e l’archeologia sperimentale. La prima è lo studio

archeologico di società o contesti viventi e non necessariamente riducibili all’osservazione dei soli

cosiddetti primitivi attuali; la seconda è il procedere a scopo di studio alla replica di procedimenti

antichi. A queste Binford aggiunge l’”archeologia delle zone storiche”, cioè lo studio di quelle

situazioni in cui la documentazione consente all’archeologo di ricostruire la vita di segmenti del

passato. Si deve però notare che spesso questo metodo risente di una valutazione ingenua delle

fonti non archeologiche e del loro rapporto con quelle materiali.

L’archeologia sperimentale è meno importante dal punto di vista teorico poiché si limita quasi per

intero a replicare tecniche e processi antichi; è quindi un esperimento ripetibile, condotto su

materiali moderni e relativamente semplice. Con lo studio dei processi dinamici nel mondo

moderno si elaborano teorie che, collegando passato e presente, cercano di capire le

testimonianze archeologiche e metterle in moto. Più in generale, tali teorie serviranno anche a

collegare le osservazioni empiriche (i dati) a teorie più generali.

Il lavoro di Binford e degli etnoarcheologi è eccezionale poiché documenta con procedimenti

espliciti ciò che altrimenti si ipotizzerebbe senza averne esperienza diretta. Il difetto invece di

questo metodo è che ha come presupposto indispensabile che ciò che si registra nel presente sia

simile a quanto avvenne nel passato. Questo è vero per quanto riguarda i processi chimico-fisici

ed è ragionevolmente ipotizzabile per quanto riguarda azioni semplici, ma per altri comportamenti

ciò non è plausibile, soprattutto non si possono fare analogie di interi contesti sociali.

5.5 Archeologia dei sistemi

Con la N.A. sono entrati in uso termini presi da altre discipline, come “modelli” e “sistemi” e tutti i

neologismi ricavabili. Per i N.A. la cultura è un sistema di adattamento costituito da diversi

sottosistemi in relazione tra loro in maniera non dissimile da quanto avviene negli ecosistemi. I

fattori costituenti i sistemi archeologici possono cambiare, ma solitamente sono sempre presenti,

pur con nomi diversi, i sottosistemi ambientale, demografico o del popolamento, tecnologico,

economico e di sussistenza. I sistemi sono una concettualizzazione arbitraria che ha il pregio di

porre in relazione più fattori e non le singole cause. Possono essere omeostatici, cioè hanno

meccanismi autoregolatori e conservativi, o dinamici se in continuo mutamento sia per fattori

esterni che interni. Nella dinamica dei sistemi poi è prevista la possibilità che alcuni sottosistemi

cambino nella medesima direzione rafforzandosi (feedback positivo; esempio: l’incremento

demografico che si accompagna allo sviluppo tecnologico) oppure che uno contrasti l’altro

(feedback negativo; esempio: incremento demografico che porta alla crisi per carenza di risorse

alimentari).

Il successo dell’archeologia dei sistemi è essenzialmente dovuto al poter comunque porre in

relazione più elementi del processo. La creazione di modelli di società, intesi come

rappresentazioni semplificate e predittive, consente di “giocare” a modificarne parti per capire ciò

che sarebbe potuto succedere nel passato.

La debolezza invece dell’archeologia dei sistemi è data dal ricadere nel funzionalismo (il sistema è

ritenuto credibile solo perché la società funzionava, ma senza in realtà poter verificare se proprio in

quel modo) o nel materialismo con spiegazioni macchinistiche e sempre simili tra loro anche

quando trattano di situazioni storiche molto diverse. Altre critiche riguardano l’inadeguatezza dei

sistemi a tener conto dell’imprevedibilità degli individui, i loro diversi ruoli, i fattori culturali che

possono andare contro la logica generale.

5.6 Archeologia analitica

L’inglese David Clarke (1938-1976) è stato spesso considerato vicino ai N.A., ma ha dei tratti

distintivi importanti.

In un articolo del 1973, “Archaeology: The loss of Innocence”, rileva la necessità dell’archeologia di

acquisire nuovi metodi e idee; deve infatti acquisire un proprio approccio rigoroso, che eviti

terminologie implicanti giudizi di valore (esempio: ceramica rozza, fine, rara, comune,…). Clarke

ritiene che accanto alle tassonomie e alle statistiche si debbano dare definizioni di chiare entità

archeologiche gerarchicamente ordinate.

Al livello elementare pone l’attributo, cioè la variabile che appare irriducibile essendo parte di un

manufatto; in esso si può riconoscere un elevato potenziale informativo in relazione sia ad aspetti

semplici, come produzione e uso, sia non materiali e simbolici.

A un grado più alto di complessità, cultura è un gruppo articolato e complesso di manufatti in

un’area geografica limitata; gruppo culturale è una famiglia di culture collegate e affini;

tecnocomplesso è un più ampio gruppo di culture che condividono una gamma di manufatti

caratteristici di attività svolte nel medesimo contesto ambientale, economico e tecnologico

(esempio: Europa tra il 900 e il 1200, che ha tutti insieme i caratteri di società urbana, feudale, a

base agricola, con più lingue diverse in un ambiente climatico detto subatlantico).

In questo quadro Clarke pone la possibilità di differenziazioni interne, come la coesistenza di

sottoculture etniche, regionali, occupazionali e le variabili geografiche.

Per ogni entità, ad esempio la cultura, egli riconosce che non si tratta mai di un insieme di

manufatti tutti uguali (gruppo monotetico) ma di un insieme in cui ogni oggetto condivide con gli

altri un certo numero di attributi, ma se ne differenzia per altri (gruppo politetico).

Scopo dell’archeologia analitica di Clarke è dunque l’individuazione di regolarità, limitazioni o

tendenze nella storia dell’uomo. Quest’ordine è la chiave dell’archeologo per interpretare la cultura

materiale delle società antiche; gli attributi, i manufatti e i complessi del passato racchiudono le

percezioni e i concetti dei loro fabbricanti. Sono quindi fondamentali i metodi di elaborazione

statistica dei dati e la rigidità di questo metodo è mitigata solo dal riconoscere che le eccezioni

sono frequenti.

Il contributo di Clarke è, oltre ad aver definito le entità inevitabilmente politetiche, il tentativo di

superare sia l’empirismo della vecchia archeologia sia i determinismi.

5.7 Behavioral Archaeology

L’americano Michael Brian Schiffer, con quella che definisce la Behavioral Archaeology, mira alla

costruzione di un ponte verso il passato e per farlo affronta innanzitutto la questione dei modi di

formazione dei depositi. Egli rileva come questi non siano un reperto fossile delle attività svolte

dagli uomini del passato, ma la conseguenza di varie alterazioni e trasformazioni dei depositi

archeologici per eventi culturali (C-transforms) e naturali (N-transforms). Schiffer rifiuta il credere

che gli strati d’uso siano situazioni inalterate ma, oltre alle trasformazioni successive

all’abbandono, rileva quanto sia importante studiare i modi di formazione della stratificazione. Per

esempio nello scavo di una casa abbandonata si devono discriminare gli oggetti scartati e persi

durante la vita nell’abitazione, quelli accantonati in previsione dell’abbandono, quelli

definitivamente lasciati, quelli che sono esito di successivi eventi naturali, di rifrequentazioni e di

riusi ad esempio come immondezzai. Si deve guardare insieme ai caratteri della stratificazione e a

quelli dei manufatti. Nell’analisi delle stratificazioni è importante secondo Schiffer riconoscere

relazioni semplici e certe, utilizzabili in un modello processuale delle attività che prevede

acquisizione dei materiali, manifattura, uso, manutenzione, scarto, riuso e riciclo.

Spesso il progetto di Schiffer è stato schematizzato in poche frasi:

- l’archeologia è lo studio delle relazioni comportamenti-manufatti

- occorre procedere alla ricerca di spiegazioni scientifiche dei comportamenti

- le domande scientifiche prevalgono su quelle storiche

- necessita il concorso di strategie diverse e in particolare di etnoarcheologia, archeologia

sperimentale, archeologia preistorica e storica oltre al contributo di studi etnografici e storici

- fondamentale è la distinzione del contesto sistemico (ciò che esisteva) dal contesto

archeologico (ciò che si è trovato)

- bisogna riconoscere i modi dell’avvenuta alterazione del record e studiare i cicli della vita dei

manufatti

Negli studi di cultura materiale Schiffer distingue 4 tendenze o strategie: il tradizionale approccio

descrittivo dei modi di vivere (che cibo? che tecnica?) utile alla raccolta dati, ma non risolutivo di

alcun problema. La seconda e la terza invece sono tipicamente Behavioral e ricercano leggi sia di

natura particolare (tracce di un utensile, relazione abitanti-rifiuti,…) sia generale.

La quarta strategia, anch’essa Behavioral, è lo studio del presente come nel caso del “Garbage

Project”, in cui sono stati studiati i rifiuti di una moderna comunità cittadina o in tutte quelle

situazioni dove è possibile utilizzare sia analogie etnografiche (ritenendo che vi sia una similarità

culturale col passato) sia l’approccio storico diretto dove è accertata una discendenza lineare che

rende valido il confronto.

L’obiettivo di Schiffer è un’archeologia che sia disciplina coerente e con leggi proprie e non

derivate da altre discipline. L’archeologia è pensata dunque come un ibrido tra storia (le questioni)

e le scienze dell’uomo (comportamento culturale e naturale).

I manufatti sono l’esito di comportamenti pratici, senza ridurli a una pura sequenza di contrazioni

muscolari, ma che orientano e mediano processi ecologici, culturali, sociali e cognitivi.

La forza della Behavioral Archaeology sta nell’attenzione allo studio dei processi di formazione

della stratificazione e il considerarlo un mezzo, e non un fine, per studiare l’interazione uomini-

oggetti.

5.8 Il materialismo culturale

[Processare l’abbandono: Negli anni l’archeologia processuale ha cambiato il modo di vedere

eventi un tempo pensati semplici. Oggi a proposito di essi si parla di processi e si riconosce che

l’abbandono è una trasformazione che inizia prima e finisce dopo il fatto in sé, spesso organizzata

e graduale, in cui si hanno fasi intermedie con rifrequentazioni temporanee delle stesse o altre

persone, con cambiamenti nelle modalità d’uso, in cui agiscono vari fattori. Per comprendere ciò,

sembra necessario lavorare a diverse scale: dalle microstratigrafie ai modelli su scala regionale.

L’abbandono non è conseguenza meccanica delle guerre, degrado ambientale, malattie,

cambiamento climatico o altre imposizioni esterne ma deve essere studiato in quanto scelta della

comunità.]

Marvin Harris, antropologo americano, è uno dei maggiori esponenti del dibattito sulla cultura

materiale e fa parte del gruppo di archeologi che fanno affidamento su uno degli aspetti più

facilmente desumibili dalle evidenze archeologiche: la tecnologia.

I principi del materialismo culturale a cui Harris si richiama sono più complessi e infatti egli parla di

determinismo tecnico-ambientale e tecnico-economico per indicare che, in situazioni simili, si ha

un analogo sviluppo dei sistemi di produzione e distribuzione e in conseguenza di ciò si

determineranno anche analoghi sistemi sociali, di valore, di credenze. La storia delle diverse

culture è dunque considerabile prevedibile se soltanto sono noti caratteri ambientali, risorse, modo

di produzione, livelli di sviluppo demografico.

Alla base del comportamento umano Harris pone alcuni principi semplici: le persone per vivere

devono mangiare, sono condizionate da stimoli sessuali, non possono essere del tutto inattive ma

cercano di ottimizzare gli sforzi a parità di risultato.

Scambio di sesso, di cibo e di informazioni sono quindi all’origine delle prime formazioni sociali,

cioè i gruppi familiari, che mirano a garantire sicurezza di approvvigionamento e dunque

benessere, felicità e amore. Questi stimoli condizionano l’evoluzione culturale degli uomini, nati per

soddisfare i bisogni primari e nel fare ciò finiscono per creare le prime ineguaglianze sociali.

Il ricondurre tutto ai bisogni primari fa sostenere a Harris che se nell’universo esistessero creature

asessuate e non necessitanti cibo, queste, non avendone motivo ma pur essendo intelligenti, non

produrrebbero arte né economia. In questa logica universale, biologica ed evoluzionista i fenomeni

socioculturali sono dovuti a fatti ecologici, economici, tecnici e funzionali.

Harris, pur ritenendosi marxista, ritiene che il materialismo dialettico, basato sullo studio dei

rapporti di produzione, sia un caso particolare di quello culturale, poiché tende a enfatizzare il ruolo

della lotta di classe che è invece caratteristica esclusiva delle società statali più evolute. Così evita

di subordinare la dialettica materialista alla politica, opponendosi comunque, sul piano culturale,

allo status quo e alla spiegazione idealista dei comportamenti. Harris non affronta mai problemi

ideologici e sovrastrutturali se non per svelarne il retroscena materiale.

Egli è estremamente parziale e ritiene la spiegazione funzionale vera solo perché la società

funziona; un’altra critica è il ridurre l’uomo a uno stomaco bipede in cui il problema del cibo

sovrasta ogni logica intellettuale.

E’ utile però l’approccio diacronico ai problemi che gli permette di stabilire uno stretto legame tra

antropologia e archeologia. Ciò però viene fatto senza occuparsi concretamente dei caratteri dei

manufatti.

6- L’ARCHEOLOGIA POSTPROCESSUALE E CONTESTUALE

6.1 Un’archeologia contro

Gli archeologi postprocessuali o contestuali hanno rovesciato il paradigma processuale (il primo

termine indica un’opposizione mentre il secondo un atteggiamento propositivo di questa tendenza

sviluppatosi in UK negli anni ’80).

Questa teoria postprocessuale è critica verso i New Archaeologists, riconosce il ruolo

fondamentale di Ian Hodder e in Cambridge il centro di riferimento.

Poiché il postprocessuale si è inizialmente caratterizzato per il suo “essere contro”, per descriverlo

si può partire dalle critiche rivolte ai N.A.: fondamentale è il non ritenere importante il fatto che le

persone in qualsiasi epoca impegnino il loro tempo in cose non razionali e inutili, come l’arte e gli

ornamenti. Per i postprocessuali questo va contro la realtà, in cui funzionale e non funzionale

stano insieme e nessun oggetto può essere ritenuto sempre funzionale al 100% perché c’è sempre

una componente estetica. Il passo successivo di tale constatazione è il valorizzare aspetti non

materiali del vivere sociale, cercare di cogliere credenze e pensieri degli individui del passato,

ragionare sulla natura non scientifica dell’interpretazione archeologica e ritenere impossibili le

generalizzazioni che i N.A. volevano dimostrare essere leggi. Se per la N.A. l’archeologia è

scienza naturale, per i postprocessuali è scienza sociale o per alcuni addirittura arte.

Ai N.A. poi viene rimproverato di ridurre la complessità culturale a semplice tecnica di

sopravvivenza e l’uomo a un’entità biologica, cioè un individuo medio con libertà limitata da leggi

naturali e costrizioni sociali. I postprocessuali invece ricercano testimonianze di ogni individuo che

abbia un qualche ruolo sociale; sostituiscono allo studio della società quello degli individui che in

essa si nascondono.

La tendenza di fondo dell’archeologia postprocessuale è quella di forzare la dimensione simbolica

e sociale dell’evidenza così da non separare il materiale dall’ideale; quindi è ritenuto erroneo

credere che per gli uomini del passato venisse prima il cibo e poi i simboli oppure che il territorio

fosse percepito solo come una riserva di risorse e non anche il luogo natio e abituale, fatto di

ricordi e sentimenti.

Dato ciò, è ovvio ridicolizzare le leggi universali elaborate dai N.A. sul comportamento ridotto a

generalizzazioni.

Merito dei postprocessuali è l’aver riconosciuto che interpretare il passato è un’azione fatta nel

presente a cui si può attribuire un significato politico. La N.A. è allora accusata di sostenere gli

stessi valori che caratterizzano le economie capitalistiche.

6.2 Contesto e cultura materiale

Per leggere gli oggetti è necessario riconoscerne il contesto, ma ciò è qualcosa da interpretare nei

dati e la cui definizione è materia di discussione. Non si tratta infatti semplicemente del contesto di

ritrovamento ma della “totalità dell’ambiente rilevante” per ciò che si intende studiare”; il contesto è

quindi un insieme di relazioni unico, irripetibile e non generalizzabile.

Per un postprocessuale il contesto rilevante per studiare ad esempio un vaso non comprende solo

i materiali e i modi di produzione, le pratiche d’uso, i processi di scarto (come sarebbe per un


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