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Archeologia teorica

Una teoria per la pratica

Contro gli specialismi

L’archeologia necessita di una sua teoria, non per capire come scavare, ma perché lo si fa e perché si usa in una certa maniera ciò che si trova. Il rischio è che questa teoria diventi appannaggio di pochi eletti, espressa in un linguaggio non comprensibile dall’esterno. La teoria infatti deve essere distinta ma non disgiunta dalla pratica; l’archeologia necessita di entrambe.

Teoria, metodologia e pratica della ricerca

Ogni archeologo parte dalle proprie idee per affrontare lo studio dei manufatti e del territorio e sceglie il metodo che ritiene più adatto al proprio progetto. Il metodo è lo stesso per tutti, diverso è l’uso o il non uso che se ne fa, a seconda delle proprie idee ed esigenze. Alcuni metodi però sono, indipendentemente dalle idee del singolo archeologo, migliori di altri, poiché danno risultati più completi e corretti. Un esempio di ciò è l’archeologia stratigrafica, sviluppatosi negli ultimi 50 anni, che riconosce come fondamentale per una corretta acquisizione dei dati la valutazione della stratificazione, cioè l’esito materiale di una sequenza di eventi che hanno portato qualcosa a essere come oggi ci appare. L’archeologia stratigrafica dunque è un insieme di metodiche che offrono più dati di qualsiasi altro approccio di indagine.

Al mercato delle idee

Nell’archeologia confluiscono idee e posizioni originatesi in altri ambiti: antropologico, storico, economico, religioso, filosofico, sociologico, geografico,... Questo innestarsi di idee provenienti da altre discipline ha però portato all’idea che forse è meglio fare da sé, senza riprendere teorie vecchie e spesso difettose. La posizione e l’atteggiamento corretto davanti a teorie di altre discipline deve essere propositivo ma anche critico, verificando le corrispondenze tra fatti e teoria. Si deve infatti riconoscere anche che l’archeologia sarà sempre dipendente dal punto di vista teorico da altre discipline, poiché i problemi che tenta di risolvere sono gli stessi ad esempio della storia e dell’antropologia.

Teoria e storia dell’archeologia

Verranno analizzati i temi principali che hanno occupato la storia dell’archeologia dall’Ottocento a oggi. È utile introdurre il concetto di paradigma come definito da Thomas Kuhn (1999), storico della scienza: per paradigma kuhniano si intende un insieme di idee, leggi, teorie, metodi e strumentazione accettato dai membri di una data comunità scientifica e che ne orienta la pratica quotidiana di ricerca. È dunque l’insieme di teoria e pratica che costituisce la base della disciplina.

A volte però gli scienziati si trovano davanti a situazioni né risolvibili né affrontabili sulla base del paradigma condiviso; in tal caso allora le vecchie conoscenze entrano in crisi e si cerca un nuovo criterio di fare ricerca. Dopo una prima fase conflittuale si ha l’affermazione di un nuovo paradigma, che forma in maniera conforme ai propri principi una nuova generazione di ricercatori. Secondo Kuhn, a un periodo di crisi più o meno lungo fa seguito un periodo di scienza normale; la comunità scientifica condivide un paradigma imperante e rispetto al quale è impossibile tornare indietro. Così nascono le pietre miliari di ogni disciplina.

Kuhn dunque distingue nettamente i momenti di cambiamento repentino e riconosce il procedere della storia per salti o rivoluzioni; ogni paradigma sostituisce un altro ed è evidente l’impossibilità di tornare indietro. In realtà però, in molte discipline (anche nelle scienze esatte) come riconosce lo stesso Kuhn, le cose sono più complicate e non rispettano un andamento lineare; anzi nelle scienze storiche (dunque anche nell’archeologia) è frequente il convivere di paradigmi diversi anche incompatibili tra loro. Non esiste allora una sola archeologia normale ma più scuole e tradizioni di ricerca a volte tra loro incompatibili, in contrasto. Per questo allora i concetti di paradigma e scienza normale sono applicabili alla storia e all’archeologia solo riconoscendo che convivono svariati paradigmi, senza che si possa riconoscere inoppugnabilmente il migliore. Anche lo stesso Kuhn notava che “ad un insieme di dati, è sempre possibile sovrapporre più di una costruzione teorica” e le teorie vengono invalidate dal confronto con nuove teorie alternative che ne evidenziano i difetti.

Teoria e preistoria

La forza della tradizione: Le varie tendenze che hanno caratterizzato la storia dell’archeologia si sono sempre sviluppate in Occidente: prima nell’Europa centrosettentrionale, poi negli USA e infine in UK. Nessun paradigma nuovo si afferma nella patria del precedente, cosa che dimostra la forza della tradizione “normale”. Le comunità scientifiche perpetuano se stesse coprendo tutti i settori di ricerca ritenuti significativi.

Per molti l’archeologia teorica riguarda solo i preistorici, ma ciò è sbagliato; per altri invece solo gli anglosassoni. L’attenzione dei preistorici e degli anglosassoni per la teoria deriva da una tradizione disciplinare meno angusta e in cui l’interpretazione del passato va costruita e non è già data; mentre secondo classicisti e medievisti essi si occupano di teoria a causa della pochezza dei resti materiali. Generalizzando si può dire che gli archeologi che dispongono di fonti scritte (text aided) sono i più condizionati dai documenti e dalla tradizione storiografica che ne limitano la visuale; invece gli archeologi text free sono più liberi e senza fonti scritte sono costretti a ragionare su teorie interpretative.

Per alcuni archeologi poi è importante un’esperienza d’indagine multiperiodale, che faccia percepire la complessità e la varietà delle esperienze umane; essi non ritengono inutili gli specialismi, ma li circoscrivono alla conoscenza di materiali, all’applicazione di metodi particolari dalla competenza storica, non alle idee, alle teorie e ai modi di costruire l’interpretazione.

Teoria e presente

Teoria e fantarcheologia: I fantarcheologi sono coloro che cercano sulla terra le prove della venuta degli extraterrestri. Le teorie fantarcheologiche sono alimentate da disinformazione e non possono essere né verificate né riconosciute false, ed è in questo che si basa la loro forza.

L’archeologo opera ovviamente nel presente e dunque deve confrontare le proprie esigenze di ricerca con le esigenze di altri, quindi:

  • L’archeologia non è una disciplina neutrale rispetto al mondo in cui opera.
  • L’archeologia teorica si occupa anche della conservazione del bene e della sua valorizzazione.

Perciò l’archeologia teorica non può oggettivamente dimostrare che ciò che si fa sia giusto o importante; tale giudizio infatti è influenzato da considerazioni politiche, sociali,...

Archeologia e scienza

Scienza è quel procedere in cui l’attenta selezione di dati e metodi consente di svolgere ricerche le cui conclusioni sono indipendenti dalle opinioni del ricercatore. L’esperimento scientifico è ripetibile (galileiano), ma è ormai accettato che molti altri esperimenti sono la pianificata e controllata osservazione di un fenomeno indipendentemente dall’azione del ricercatore (meteorologia, etnoarcheologia,...). In questi casi la ricerca è ridotta all’identificazione di ricorrenze e regolarità verificabili, ma mai replicabili. Oggi anche per alcune scienze esatte è stata riconosciuta l’impossibilità di verifiche scientifiche, non per carenza di dati ma per la complessità di fenomeni. Il rigore scientifico è quindi elastico, comprendente anche le eccezioni che sembrano contraddirlo e che per essere approssimato necessita di una tecnica detta da Karl Popper di falsificazione: quando non è possibile provare ciò che è vero, si deve cercare almeno di eliminare ciò che è falso.

Nell’archeologia si possono distinguere almeno 4 modi di usare il termine scienza:

  • Una ricerca è detta scientifica perché condotta con rigore e con metodo, ad esempio stratigrafico o tipologico o statistico; questo tipo di scientificità dovrebbe caratterizzare tutti i lavori, dunque serve a indicare una ricerca che supera i limiti di vecchi lavori privi di metodo. Scientifico allora è sinonimo di moderno, professionale. In altri casi indica la scelta di essere contro l’archeologia intuitiva e approssimativa, priva di verifiche oggettive.
  • Il secondo e il terzo modo di considerare l’archeologia una scienza sono simili: per alcuni l’archeologia è scienza umana imparentata con antropologia, sociologia, psicologia; per altri è scienza storica attenta allo studio dei processi nel corso del tempo e dunque collegata anche alla biologia evoluzionista.
  • L’unico “vero” modo di essere scienza per l’archeologia si ha quando essa procede ad analisi chimico-fisiche dei reperti. Esse sono condotte dall’archeometrista, l’archeologo scienziato. L’archeometria è l’unico settore archeologico realmente definibile come scientifico.

Punti fermi

Esistono testimonianze del passato, materiali e di varia origine e genere. Questo è l’unico punto fermo di cui abbiamo certezza assoluta, gli altri sono talmente probabili e verificati talmente tante volte, che sono dati per scontati: la durata massima della vita umana, gli effetti della forza di gravità, i caratteri fisici dei materiali. Si incontrano però delle difficoltà nello studio: in ordini crescente dallo studio abbastanza agevole della tecnologia a quello della sussistenza, a quello difficile degli studi sociali, a quello quasi impossibile di ideologia e vita spirituale.

La nascita di una disciplina

Le verità rivelate

Le moderne storie dell’archeologia segnalano che fin dall’antichità l’uomo ha raccolto reperti di epoche precedenti sia per il loro valore sia a scopo mitico o religioso. Durante il Medioevo è diffusa la concezione biblica della creazione della Terra. È con il Rinascimento che si ha un interesse per le singole evidenze materiali, ma restano idee per cui i resti si originassero da soli nel sottosuolo.

Fino all’Ottocento la Chiesa ha tentato di contrastare le idee che alcuni eruditi stavano maturando riguardo all’antichità della Terra e del genere umano. Per lungo tempo insomma la Chiesa pone un freno alla ricerca, cercando di subordinare ragione ed evidenza alla fede. In particolare si volevano eliminare le tracce di uomini preistorici e animali estinti, poiché in contrasto con l’idea del diluvio universale.

La premessa illuministica

A partire dal Rinascimento dunque si cominciò a capire che il passato e il presente fossero diversi ed è con l’Illuminismo che nascono le “sciences de l’homme”. La conquista fondamentale degli illuministi è l’aver compreso che tutti gli uomini sono emotivamente e intellettualmente simili, uniti dalla comune capacità di pensare razionalmente. Il progresso è pensato allora come qualcosa di naturale e inevitabile; quei popoli primitivi e arretrati sono impossibilitati da limiti ambientali e climatici.

Dopo la Rivoluzione Francese però perse d’importanza il mito del buon selvaggio, e si ritornò all’idea dei primitivi come inferiori.

Il paradigma delle tre età

L’annus mirabilis dell’archeologia è il 1797, quando John Frere descrisse alcune asce di selce e le datò a un periodo precedente al mondo attuale o età storica. Da qui in poi, l’Ottocento porterà grandi rivoluzioni nel campo storico.

Nel 1816 Christian Jürgens Thomsen (1788-1865) viene incaricato di catalogare i reperti della Reale commissione danese per la salvaguardia e la collezione di antichità; nel farlo egli utilizza un criterio cronologico che sarà il primo paradigma condiviso da tutti gli archeologi: la successione di tre età caratterizzate dall’uso di pietra, bronzo e ferro. Probabilmente Thomsen aveva letto Lucrezio, che è il primo ad accennare al succedersi di età caratterizzate dall’uso di materiali differenti, e conosceva sia scavi in cui gli utensili in pietra risultavano precedenti a quelli in bronzo sia i passi biblici in cui si dice che la pietra ha preceduto il ferro. Egli precedentemente si era occupato di classificazione di monete e conosceva l’importanza di datazione, variazioni stilistiche e valorizzazione di contesti chiusi quali tombe e tesoretti.

Thomsen, tenendo conto di ciò, classifica i manufatti distinguendoli a seconda dell’uso, del materiale, della forma e degli aspetti accessori e decorativi; ne valorizza dunque i caratteri tecnologici, funzionali e stilistici e arriva a distinguere una sequenza di periodi in cui colloca vari aspetti del rituale funerario. Egli non spiega i periodi da lui riconosciuti come risultati di una sequenza evolutiva dal punto di vista tecnologico, ma come la conseguenza di idee provenienti dal Vicino Oriente.

Jens Jabob Worsaae ne verifica l’attendibilità con scavi stratigrafici rivelando che ogni età era caratterizzata da fauna e ambienti differenti. Le idee di Thomsen e le stratigrafie di Worsaae creano il primo sistema affidabile di cronologie relative, che rende possibile una storia dell’uomo anche per i periodi precedenti alle fonti scritte. Infatti Daniel Wilson (1816-92) utilizza lo schema in tre fasi in chiave evoluzionista e conia il termine preistoria per quel periodo e quelle popolazioni senza nome che ora riteneva possibile studiare archeologicamente.

La geologia attualista e stratigrafica

Fino agli inizi dell’Ottocento, geologia e archeologia erano condizionate da pregiudizi religiosi sul diluvio, sull’antichità del popolamento, sulla natura dei fenomeni,... Nel 1830-33 Charles Lyell pubblica “Principi di geologia, ossia un tentativo di spiegare gli antichi cambiamenti della superficie della terra facendo riferimento a cause ora in azione”. Egli dimostra che i mutamenti geografici e geomorfologici del passato sono conseguenza di fenomeni simili a quelli osservabili nel presente, affermando l’utilità del metodo comparativo per la storia geologica. Dunque studiando il presente (da qui il nome geografia attualista) si può comprendere anche il passato. Nasce così la geologia stratigrafica.

L’evoluzione naturale

Nel corso dell’Ottocento, a seguito dei sempre più numerosi ritrovamenti paleontologi, il tema dell’evoluzione degli esseri viventi diventa sempre più importante e di attualità. È Charles Darwin a descrivere per primo l’evoluzione degli esseri viventi non come l’esito di un’operazione indirizzata a un fine, ma come effetto di molteplici casualità nella trasmissione dei caratteri ereditari. Questo principio sancisce che sopravvivono solo gli individui più adatti all’ambiente perché in grado di riprodursi con maggiore successo. Non vale più dunque la legge del più forte, ma quella del più adatto alle condizioni ambientali. Darwin nella sua opera non tratta dell’uomo, ma è evidente che quanto sostenuto avesse valore generale. Naturalmente la Chiesa cercò di contraddire queste tesi.

Tali teorie però alimentarono le vecchie tesi razziste: lo sviluppo biologico provato da Darwin venne pensato analogo a quello culturale ed emotivo e dunque dimostrazione dell’inferiorità dei primitivi attuali; gli Europei risultavano così la parte migliore dell’umanità. Tale tesi era detta “darwinismo sociale”. Oltre a giustificare colonialismo ed etnocidio, si giunse a ritenere le attuali popolazioni primitive come senza storia e dunque inutile cercare tracce antiche. In Africa, Americhe e Australia allora l’archeologia finisce per denigrare il proprio stesso oggetto, mentre in Europa e nelle zone limitrofe l’archeologia viene fatta a partire dalle fonti storiche e ornandola con descrizioni di monumenti e opere d’arte.

Il metodo tipologico di seriazione dei manufatti è l’applicazione del darwinismo agli oggetti e presuppone che sopravvivano nell’uso i manufatti più adatti, che vi siano invece varianti destinate all’estinzione, che il processo evolutivo abbia un senso e una direzione. Il mutare nel tempo dei caratteri di un utensile è meglio descrivibile col tipo di evoluzione prospettato da Lamarck in cui c’è un fine e non una pura casualità. Questo progredire ordinato è ciò che caratterizza la storia di determinati manufatti, villaggi o stili artistici e culture. La recente Evolutionary Archaeology propone l’applicazione sistematica del darwinismo in archeologia, non dando importanza solo all’adattamento ambientale, ma anche all’evoluzione dei comportamenti a seguito della trasmissione di conoscenze da una generazione a quella successiva e valutandone gli effetti sul successo riproduttivo dei diversi gruppi umani (alcuni rimangono in bande di pochi dediti a caccia e raccolta, altri si evolvono in società differenziate e complesse). Oggi in archeologia il paradigma darwiniano è ben radicato in archeologia e grazie allo sviluppo della genetica la selezione naturale è un fatto provato.

La storia è di classe

Karl Marx (1818-83) è stato definito da Engels lo scopritore della legge dello sviluppo umano, come Darwin ha scoperto quella dello sviluppo della natura organica. Egli orienta il proprio interesse verso le epoche più recenti, capitalistiche, mentre trascura quelle prefeudali; è invece Lewis Henry Morgan a compiere un’analisi delle società...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/10 Metodologie della ricerca archeologica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher beeabalbi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Lusuardi Silvia Siena.
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