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Introduzione

Il termine metodologia assume il significato di studio del metodo, che ha per oggetto le regole, i principi metodici, le condizioni formali che stanno alla base della ricerca scientifica in un certo ambito disciplinare e che consentono di ordinare, sistemare, accrescere le nostre conoscenze. Per tecniche intendiamo invece le specifiche procedure operative di cui una disciplina scientifica si avvale per l’acquisizione e il controllo dei propri risultati empirici.

Il terreno che separa metodologia e tecniche non presenta fratture, ma può essere immaginato come un continuum: dove dalla metodologia si passa a concetti più operativi. Le tecniche non sono meno importanti, la riflessione sul metodo può avvenire dopo l’acquisizione della consapevolezza tecnica. Paradossalmente, se della metodologia la ricerca sociale può fare a meno, essa non può fare a meno delle tecniche. Come scrive Weber “la metodologia può essere sempre soltanto un’autoriflessione sui mezzi che hanno trovato conferma nella prassi”.

La sistematizzazione delle tecniche qualitative è difficile per tre motivi:

  • Le tecniche dell’analisi qualitativa non sono ben distinte fra loro dal punto di vista concettuale e terminologico: per esempio, termini come ricerca etnografica, ricerca sul campo, studi di comunità sono tutti più o meno – anche se non esattamente - sinonimi. Così come interviste cliniche, interviste in profondità, storia di vita, indicano tecniche di rilevazione che a volte si differenziano fra loro solo per delle sfumature;
  • Le tecniche dell’analisi qualitativa non sono distinte dal punto di vista applicativo, spesso sono utilizzate contemporaneamente;
  • Il percorso di ricerca qualitativa è difficilmente schematizzabile in fasi separate e distinte: gli stessi momenti fondamentali della raccolta dei dati e della loro analisi spesso si sovrappongono. Per questo motivo, Bryman e Burgess sostengono che nella ricerca qualitativa, più che tecniche o fasi, occorra parlare di un processo di ricerca.

È bene raggruppare le tecniche di rilevazione della ricerca qualitativa in tre grandi categorie, rispettivamente basate su osservazione diretta, interviste in profondità, uso di documenti, in prima approssimazione riconducibile a tre azioni elementari che l’uomo mette in atto per analizzare la realtà sociale che lo circonda: osservare, interrogare e leggere.

Osservazione partecipante

Osservazione e osservazione partecipante

Con osservazione partecipante si intende non una semplice osservazione (come potrebbe essere quella in cui si pongono i soggetti in una stanza, si fanno discutere su un certo argomento e si osservano dall’esterno i comportamenti dei partecipanti), ma un coinvolgimento diretto del ricercatore con l’oggetto studiato, all’interno del paradigma interpretativo. L’osservazione implica il guardare e ascoltare, ma allo stesso tempo questa tecnica comporta un contatto personale e intenso fra soggetto studiante e soggetto studiato. Il ricercatore osserva la vita e partecipa alla vita dei soggetti studiati.

Nell’osservazione partecipante il ricercatore vive come e con le persone oggetto del suo studio, ne condivide la quotidianità, le interroga, ne scopre le pene e le speranze, le concezioni del mondo e le motivazioni nell’agire, al fine di sviluppare quella “visione dal di dentro” che è il presupposto della comprensione.

Principi e regole dell'osservazione partecipante

Due sono i principi di questo approccio: a) che una piena conoscenza sociale si possa realizzare solo attraverso la comprensione del punto di vista degli attori sociali, mediante un processo di immedesimazione nelle loro vita; b) che questa immedesimazione sia realizzabile solo con una piena e completa partecipazione alla loro quotidianità, in un’interazione continua e diretta con i soggetti studiati.

  • L’osservazione dev’essere condotta dal ricercatore in prima persona;
  • Il periodo di partecipazione al gruppo studiato deve essere relativamente lungo;
  • Questa partecipazione avviene nell’habitat naturale del gruppo;
  • Il ricercatore non si limita a osservare dal di fuori ma interagisce con le persone che studia;
  • La finalità è descrivere e comprendere, cioè riuscire a vedere il mondo con gli occhi dei soggetti studiati.

In questa prospettiva il ricercatore non deve temere di contaminare i dati attraverso un processo di interpretazione soggettiva e personale; coinvolgimento e immedesimazione non sono da evitare, ma addirittura cercati, mentre oggettività e distanza, che erano presupposti di derivazione neopositivista, non sono più dei valori.

Il dilemma coinvolgimento/distacco

In questo processo di coinvolgimento il ricercatore deve riuscire a mantenere un equilibrio fra due estremi, che Devis chiama del marziano e del convertito. Il marziano cerca di farsi coinvolgere il meno possibile dalla situazione sociale studiata, il convertito invece non teme che la cultura della società studiata rappresenti una trappola cognitiva, anzi, pensa che solo l’immersione totale in essa gli possa fornire gli strumenti necessari per la sua comprensione; dove tuttavia per immersione totale intende un’appassionata identificazione con gli schemi di vita degli altri, mettendo in atto un’esperienza esistenziale prossima a quella del convertito, che vede nella conversione una radicale trasformazione della sua identità.

Probabilmente la soluzione al dilemma coinvolgimento/distacco sta in un equilibrio fra le due prospettive.

Storia e applicazione dell'osservazione partecipante

La tecnica dell’osservazione partecipante nasce nella ricerca antropologica a cavallo fra il 19° e 20° secolo. Fu l’antropologo inglese Malinowski a codificare i principi di questo approccio, il quale metteva definitivamente in crisi il modello tradizionale dell’antropologia 800esca (che vedeva i nativi come selvaggi primitivi da educare alla civiltà occidentale), introducendo l’obiettivo di afferrare il punto di vista dell’indigeno, il suo rapporto con la vita e rendersi conto della sua visione del suo mondo.

Con la scomparsa delle società indigene primitive l’antropologia ha spostato i suoi interessi sullo studio delle società moderne, dove il suo modello di ricerca è stato adottato anche da altre discipline come la sociologia. In particolare, in campo sociologico, va ricordata l’esperienza della Scuola di Chicago che negli anni '20 e '30 del '900, sotto la guida di Park, realizzò presso il dipartimento di sociologia dell’Università di Chicago tutta una serie di studi sulla società urbana americana.

Il modello iniziale di Malinowski è stato arricchito, lasciando inalterate le caratteristiche di fondo: residenza in loco dello studioso, sua condivisione della vita dei soggetti studiati, osservazione nell’ambiente naturale dell’interazione sociale, uso di personaggi chiave come informatori.

Nel contesto di ricerca antropologico-etnografico l’osservazione partecipante non rappresenta l’unico strumento, l’osservazione deve osservare, ascoltare e chiedere, e nel chiedere gli strumenti che adotta sono quelli dell’intervista. Nello stesso tempo deve documentarsi, in questo caso la sua indagine si serve di strumenti dell’analisi documentaria.

Campi di applicazione e sviluppi dell'osservazione partecipante

L’osservazione partecipante può essere applicata allo studio di tutte le attività umane e a tutti i raggruppamenti di esseri umani, soprattutto quando si vuole scoprire dall’interno quella che è la visione del loro mondo. Ci sono tuttavia settori in cui questa tecnica è particolarmente utile:

  • Quando si sa poco di un certo fenomeno (un nuovo movimento politico, una ribellione);
  • Quando esistono delle forti differenze fra il punto di vista dall’interno e quello dall’esterno (gruppi etnici);
  • Quando il fenomeno si svolge al riparo da sguardi estranei (rituali religiosi, vita familiare);
  • Quando il fenomeno è volutamente occultano agli sguardi estranei (sette religiose).

Una situazione nella quale l’osservazione partecipante si propone come strumento naturale d’indagine si ha quando il ricercatore intende studiare una realtà della quale ha fatto (o fa) lui stesso parte, dando luogo a quella che è detta sociologia autobiografica. Come ad esempio la ricerca di Scott, frequentatore delle bische clandestine, sui giocatori d’azzardo.

L’osservazione partecipante rappresenta una tecnica di ricerca utilizzata soprattutto per studiare le culture. Nella ricerca sociologica essa è stata applicata fondamentalmente a due obiettivi. Per studiare in tutti i loro aspetti di vita microcosmi sociali autonomi collocati in ambiti territorialmente definiti e dotati di un loro universo culturale chiuso che investe tutti gli aspetti della vita (una piccola città di provincia, una comunità contadina). Oppure per studiare subculture sviluppatesi all’interno di segmenti sociali della società complessa, che possono rappresentare aspetti della cultura dominante (la cultura dei giovani, dei ricchi). Gli studi del primo tipo sono detti studi di comunità, quelli del secondo tipo studi di subculture.

Gli studi di comunità sono quelli che più fortemente risentono del modello etnografico. Si tratta di ricerche condotte su piccole comunità sociali, territorialmente localizzate, che comportano il trasferimento del ricercatore nella comunità studiata, nella quale egli si appresta a vivere per un certo periodo di tempo. Un esempio di studio è quello di Edward Banfield, si trasferì per nove mesi con la sua famiglia in un paese in provincia di Potenza, composto fondamentalmente da contadini e braccianti, per andare a studiare la partecipazione politica e sociale di questa comunità.

Gli studi di subculture, agli inizi furono soprattutto le culture diverse e alternative alla cultura dominante ad attirare l’attenzione, come lo studio di uno studente di Harvard (Whyte) che studiò piccole criminalità organizzate, individuando nella sua città il quartiere più degradato e si trasferì, vivendo come un qualsiasi abitante, finché non si fece introdurre nei principali gruppi di criminalità organizzata. O lo studioso che si fece assumere in una fabbrica, per comprendere la cultura operaia.

Possiamo menzionare le ricerche condotte per studiare i valori, la rete di relazioni sociali, le dinamiche interpersonali che si sviluppano all’interno di istituzioni e organizzazioni sociali. C’è tutto un filone di studi della cosiddetta etnografia organizzativa che consiste di un’analisi delle organizzazioni come culture: dove oggetto di studio solo la cultura dell’organizzazione (modelli di riferimento utilizzati per interpretare la realtà, le regole non scritte che orientano l’azione individuale) e le modalità con le quali questa cultura si esplicita nell’azione dell’interazione sociale (costruzione dei processi decisionali, rapporti interpersonali). Altri settori della società contemporanea che sono stati studiati mediante l’osservazione partecipante sono le istituzioni sanitarie, istituzioni politiche e gli studi sulla “cultura dei bambini”.

Osservazione palese e dissimulata: l'accesso e gli informatori

Un’importante distinzione fa riferimento all’esplicitazione o meno del ruolo dell’osservatore.

La principale giustificazione portata a sostegno dell’osservazione dissimulata sta nel fatto che l’essere umano, se sa di essere osservato, si comporta solitamente in maniera diversa da quella abituale. Questo è detto paradosso dell’osservatore: noi vogliamo osservare come la gente si comporta quando non è osservata. E quindi l’osservazione dissimulata permette di catturare in maniera più genuina il modo di agire naturale. Ci sono tuttavia controindicazioni a tal proposito, la prima di carattere morale: presentare un’identità diversa dalla propria, assumere un ruolo che può essere assimilato a quello della “spia” è un fatto di per sé riprovevole, accettabile solo se forti motivazioni etiche lo sostengono. Inoltre, la consapevolezza di star ingannando può creare nel ricercatore uno stato di disagio e di scarsa naturalezza. Occorre che dire che nel caso dell’osservazione dissimulata è sempre presente il rischio di essere scoperti, con conseguenze non facilmente prevedibili.

Mentre, all’opposto, l’osservatore partecipante riconosciuto come tale può approfittare della sua dichiarata incompetenza per fare le domande più ingenue per chiedere spiegazioni anche su fatti banali. A queste argomentazioni va aggiunto che la motivazione con la quale viene giustificata l’osservazione dissimulata (se uno sa di essere osservato si comporta diversamente) è valida per le prime fasi dell’osservazione; mentre man mano che l’osservazione viene accettato nell’ambiente studiato e la sua presenza diventa consueta, le diffidenze si attenuano e il comportamento degli “osservati” torna ad essere normale.

Talvolta il problema dell’esplicitazione del ruolo dell’osservatore non si pone, quando ad esempio l’ambiente osservato è pubblico, aperto; oppure quando il ricercatore studia situazioni nelle quali è già naturalmente inserito (per esempio, un insegnante che studia le dinamiche della classe). In generale, quando il gruppo studiato è un gruppo privato, esterno all’esperienza dell’osservatore, accessibile solo a chi possiede determinati requisiti, è fortemente raccomandabile che l’osservatore espliciti la motivazione della sua partecipazione.

Una volta scelto il caso da studiare e stabilita la modalità di osservazione, il primo problema che il ricercatore si trova ad affrontare è rappresentato dall’”accesso”. Il modo più comune per risolvere il problema è l’intervento di un mediatore culturale. Questa tattica si basa sul ricorso alla credibilità e al prestigio di uno dei membri del gruppo per legittimare l’osservatore e farlo accettare nel gruppo. Il mediatore culturale è una persona che gode della fiducia della popolazione in studio e che, per le sue caratteristiche culturali e di personalità, è facilmente avvicinabile dal ricercatore. Il mediatore culturale ideale è una persona che ha solidi legami con entrambe le culture protagoniste dell’incontro etnografico. Whyte distingue il caso in cui il gruppo studiato è informale da quello in cui è un’organizzazione formale, un esempio per i gruppi informali è la ricerca dello stesso Whyte, che per poter entrare in contatto con la gente di un paesino, inizialmente collaborò con un’agenzia che si occupava di manutenzione di abitazioni, per trovare una scusa per poter bussare alle porte, mettere il naso negli appartamenti e fare domande sulle condizioni di vita della gente che vi abitava, ma il risultato fu disastroso. Fino a quando un assistente sociale del quartiere gli suggerì di prendere il contatto con DOC, questo Doc capì le intenzioni di Whyte e si offrì di portarlo in giro nei vari ambienti del quartiere presentandolo come suo amico.

Diverso è il caso in cui il gruppo studiato è un’istituzione. A volte esistono delle regole formali per potervi accedere, altre volte occorre chiedere l’autorizzazione di “guardiani”, cioè delle persone preposte al controllo dell’accesso. Un caso classico è quello del ricercatore che si fa assumere come lavoratore da un’azienda per studiare il mondo del lavoro. Per farsi assumere egli eseguì sia l’itinerario dell’accesso attraverso le regole formali (risposta a inserzioni sui giornali), sia quello dell’accesso attraverso l’autorizzazione dai guardiani (esplicitando i suoi fini di ricercatore alla direzione del personale). Anche in questo caso l’intervento di mediatori informali si dimostrò essenziale per il successivi lavoro di osservazione. Furono infatti due colleghi di lavoro, uno addetto ai lavori più umili e quindi in diretto contatto con la forza dequalificata, e l’altro un leader sindacale che, messi a parte dei suoi scopi di ricercatore, lo introdussero nei reparti e lo presentarono alle persone di maggiore interesse per la sua ricerca.

Naturalmente, una volta ottenuto l’accesso all’ambiente da studiare, il ricercatore è solo all’inizio, la fiducia degli osservati è da conquistare, mediante una paziente tessitura giorno dopo giorno. Entrano in gioco le caratteristiche psicologiche e caratteriali del ricercatore, la sua sensibilità, la sua capacità di gestire il rapporto con gli altri e con se stesso (frustrazioni, coinvolgimenti emotivi ecc.).

La conquista della fiducia del mediatore culturale e l’ingresso nel gruppo studiato non esauriscono la necessità da parte dell’osservatore di instaurare rapporti privilegiati con alcuni dei soggetti studiato. Vengono normalmente denominati informatori quegli individui appartenenti alla comunità che l’osservatore utilizza per acquisire informazioni e interpretazioni dall’interno della cultura studiata. Cardano distingue tra informatori istituzionali e informatori non istituzionali. I primi sono persone investite di un ruolo formale nell’organizzazione (il direttore, il cappellano), come tali potrebbero fornire una lettura del contesto sociale influenzata dalla loro lealtà verso l’istituzione. Più importanti sono quelli non istituzionali, direttamente appartenenti al gruppo e alla cultura oggetto di studio e come tali capaci di fornire elementi cruciali per la comprensione da parte del ricercatore.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lelesprint1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia e tecniche qualitative per la ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Bevilacqua Emiliano.
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