La ricerca di significato secondo Bruner
Presentazione
L'opera di Bruner oltrepassa la staticità del dualismo dilemmatico che da sempre ha interessato le scienze psicologiche e umanistiche più in generale. Secondo Bruner, gli antichi e nuovi problemi della psicologia si superano rivolgendo l'operosità della ricerca verso interrogativi più fruttuosi. Non sono infatti suscettibili di una teorizzazione definitiva. Sempre secondo l'autore, è importante porre l'accento sulla necessità di riconoscere l'insufficienza delle posizioni teoretiche esclusiviste, ed è necessario privilegiare dinamiche epistemologiche di compossibilità.
La prospettiva auspicata da Bruner non è un'alternativa alla ricerca di oggettività né un tacito compromesso con l'ideale di verità. Dell'orientamento cognitivista Bruner critica la dominanza dell'atteggiamento computazionale con cui si è eclissata la ricerca dei significati. L'autore recupera il valore delle nozioni culturali con cui gli umani organizzano la percezione di sé, dell'altro e del mondo. La psicologia della cultura è costituita dalla prassi della narratività e dall'esercizio ermeneutico che si compie nella rielaborazione simbolica degli eventi.
La prassi della narratività suppone l'ascolto autentico. L'obiettivo è quello di rendere comprensibili e forgiare interconnessioni con le tesi inconciliabili e non di ricomporle. Il ruolo della narrazione autobiografica nella costituzione del sé è centrale. Bruner considera l'autobiografia una spiegazione di ciò che noi riteniamo sia successo. È un'interpretazione di ciò che abbiamo fatto, del modo, delle circostanze e ragioni per cui l'abbiamo fatto. La costruzione di significato ha come risultato proprio il sé e la vita che organizziamo per noi stessi.
Prefazione
La psicologia sembra aver perduto il proprio centro e rischia la perdita della coesione necessaria per il dialogo interno. Spesso le sue parti si chiudono in retoriche ristrette escludendosi a vicenda. L'orientamento biologico ha abbandonato, in psicologia, le sue radici per le neuroscienze. Le scienze cognitive hanno coniato nuovi schieramenti accogliendo chi operava nei campi della percezione, della memoria e del pensiero.
Secondo Bruner, la psicologia non è tuttavia moribonda, sebbene si possa definire scissa e frammentata. Non è condannata ad essere sempre un insieme di settori separati. Le origini antiche non sono state cancellate dall'idea di psicologia da laboratorio di Wundt e, oggi, tornano. Lo stesso Wundt, nell'ultimo periodo della sua vita, sosterrà l'importanza di una psicologia culturale, sottolineando la necessità di un orientamento storico e interpretativo capace di comprendere i prodotti della cultura umana.
Secondo Bruner, nella psicologia è diffusa la preoccupazione per lo stato della disciplina stessa. Ma egli concentra le sue attenzioni sul significato, tema principale del lavoro. La natura e il modellamento della cultura della creazione del significato hanno un ruolo centrale nell'azione umana. Nel libro si cerca di illustrare cosa sia una psicologia che volge lo sguardo al significato e come questa sia inevitabilmente culturale. Lo studio della mente umana, secondo l'autore, è particolarmente difficile dato che è vincolato dall'essere l'uomo contemporaneamente oggetto e soggetto del proprio studio, ciò implica l'impossibilità di applicare le tecniche di misurazione della fisica classica, in voga nella cosiddetta psicologia scientifica.
Capitolo 1
Il punto di partenza è la rivoluzione cognitiva. Oggi la rivoluzione è stata dirottata verso questioni marginali rispetto all'impulso che l'ha originata. La nuova scienza cognitiva ha avuto sì un successo a livello tecnico, ma il prezzo da pagare è stata la disumanizzazione del concetto di mente, concetto che aveva cercato di reintrodurre in psicologia dopo l'avvento del comportamentismo. Ma cosa si intendeva, alla fine degli anni '50, per rivoluzione cognitiva? Bruner e colleghi pensavano di definire il significato come concetto centrale, non tanto le pulsioni biologiche, ma il significato. La rivoluzione si proponeva di descrivere formalmente i significati che gli esseri umani creano in base ai contatti che hanno col mondo.
Per come era stata concepita, la rivoluzione cognitiva comportava la possibilità che la psicologia cooperasse con varie discipline come ad esempio la linguistica, la filosofia, la storia e le discipline giuridiche. La teoria classica dell'informazione: un messaggio contiene informazione se riduce il numero delle scelte alternative. Ciò implica, ovviamente, che esista un codice di scelte prestabilite. L'elaborazione delle informazioni non può trattare qualcosa che vada al di là dei dati immessi nel sistema, l'interazione dei dati è ben regolata da leggi prestabilite. In altri termini, l'elaborazione delle informazioni necessita di una programmazione a priori e regole ben precise.
Teoria computazionale
Dalla metafora mente-computer sono scaturiti numerosi studi per cui, se si formulano in modo chiaro, alcune categorie di significati tali per cui è possibile fornire la base di un codice operativo, un computer (programmato appositamente) potrebbe eseguire elaborazioni di dati. Al posto del concetto di significato emerge quello di computabilità. Se si pensa che questi complessi programmi siano menti virtuali, è breve il passo per cui si pensa che le menti reali possano essere spiegate in modo analogo. Tutto ciò non è altro che riduzionismo.
Cultura
Ad un certo punto dell'evoluzione del pensiero, la cultura non venne più concepita come un prodotto della natura, ma della storia. Diviene il mondo a cui adattarsi e l'insieme di strumenti per farlo. Geertz sostiene che senza il ruolo formativo della cultura siamo incompleti. Ci completiamo e compiamo proprio attraverso la cultura. Queste tesi devono essere ricordate, in psicologia, per tre ragioni:
- La prima ragione è di ordine metodologico: la costruzione di una psicologia umana su base individuale è impossibile data la partecipazione dell'uomo alla cultura e la realizzazione delle potenzialità della sua mente che avviene attraverso la cultura.
- Dato che la psicologia è immersa nella cultura, deve organizzarsi in base a processi di formulazione e uso di significato che collegano l'uomo alla cultura stessa. Dato che si partecipa alla cultura, il significato è reso pubblico e condiviso. Il modo di vivere adattandoci alla cultura dipende proprio da significati e concetti condivisi e dalle modalità di discorso con/attraverso cui la ricerca di significato Bruner negoziamo le differenze di significato e interpretazione.
- La cultura popolare. Questa ha bisogno di spiegazioni e non di giustificazioni. È il modo con cui la cultura spiega il comportamento degli esseri umani. La psicologia popolare comprende le teorie della mente per cui si spiegano il proprio comportamento e quello altrui nonché la motivazione.
La psicologia popolare:
- Continua a dominare le transazioni della vita quotidiana
- Riesce a non piegarsi al principio di oggettività
- Non è eterna. Subisce cambiamenti, si modifica con le reazioni della cultura al mondo e ai soggetti che lo abitano. È attraverso la psicologia popolare che gli individui si costruiscono un'idea degli altri, giudicano e traggono conclusioni circa il valore della vita ecc. Il potere della psicologia popolare consiste nel fornire i mezzi per i quali la cultura modella gli esseri umani secondo le proprie esigenze.
Timori degli studiosi del comportamento
Vi sono dei timori che fanno fuggire gli studiosi del comportamento dalla psicologia centrata sul significato e orientata culturalmente. Tali timori riguardano principalmente due aspetti, posti alla base della psicologia scientifica:
- La limitazione e risanamento degli stati soggettivi non intesi come dati ma come concetti esplicativi.
- Relativismo e ruolo dei concetti universali. La psicologia basata sulla cultura sembra affondare le sue radici nel relativismo che richiede una diversa teoria psicologica per ogni cultura che prende in esame.
La discrepanza tra ciò che la gente dice e ciò che la gente fa porta alla diffidenza del soggettivismo come proprio dei concetti esplicativi. Una psicologia che sia sensibile alla cultura, assegnando alla psicologia popolare un ruolo centrale come fattore di mediazione, è necessariamente basata su ciò che la gente realmente fa, ma anche su ciò che dice di fare, e su ciò che dice essere la causa di ciò che fa.
Si occupa di come gli individui dicono sia il proprio mondo. La ricerca di criteri di verificabilità costante, come nota Rorty, ci ha resi succubi della previsione. Pensiamo che sia il criterio indicativo della buona scienza. Ciò comporta che trattiamo tutto ciò che è stato detto come se fosse errore, illusione. Come se fossero sintomi che se correttamente interpretati ci portano alla vera causa del comportamento (prevedibile).
Ciò che la gente dice appare come soltanto un contenuto manifesto. Si può sostenere che gli individui non siano in grado di descrivere le motivazioni delle loro scelte né le inclinazioni che indirizzano la distribuzione di queste scelte. Ma l'errore è semplice: riteniamo che ciò che si fa sia più importante e più vero di ciò che si dice. Questa è l'attenzione unilaterale che la psicologia scientifica applica. Eppure i nostri comportamenti, la vita quotidiana, ci parlano di un altro tipo di rapporto tra dire e fare.
Poniamo un esempio:
A si comporta in modo offensivo con B. B cerca di scoprire se ciò che A ha fatto sia ciò che intendeva fare. Cerca indicazioni circa lo stato mentale e l'azione. Se A dice che quell'atto non era intenzionalmente offensivo, B probabilmente si scuserà. Se A ammette che l'atto era intenzionalmente offensivo, B può tentare di ragionare con A e dissuaderlo dal comportamento.
I soggetti che prendono parte alle interazioni sociali attribuiscono alle proprie azioni (e altrui) significati che dipendono dalle informazioni scambiate verbalmente prima, durante e dopo l'azione, oppure da ciò che un soggetto presuppone che l'altro potrebbe dire in una determinata situazione.
Tale principio funziona nei due sensi:
- Il significato del discorso verbale è determinato dalle azioni e dal loro succedersi
- Il significato dell'agire è interpretabile solo se riferito a ciò che gli attori delle azioni dicono circa le loro stesse azioni.
Dire e fare rappresentano un'unità funzionalmente inscindibile all'interno di una psicologia culturalmente orientata. La psicologia di questo tipo prende in considerazione ciò che i soggetti dicono circa i loro stati mentali; considera importante il principio per cui il rapporto tra azione e discorso (o esperienza) risulta nel normale comportamento quotidiano, interpretabile.
Secondo questa psicologia esiste una concordanza pubblicamente interpretabile tra fare, dire e le circostanze in cui fare e dire si collocano. Esistono relazioni tra il significato di ciò che diciamo e le nostre azioni in certe circostanze. Tali relazioni determinano la condotta in senso sociale. Negoziazione e interpretazione del significato sono fondamentali in psicologia culturale. Una psicologia culturale infatti non si occupa di comportamenti ma di azioni, di azioni nelle situazioni.
Situato significa collocato in un contesto culturale che risponde a stati intenzionali, interattivi di coloro che ne prendono parte. La psicologia si vorrebbe indipendente dal significato, ma è necessario comprendere che proprio i soggetti e le culture, di cui la psicologia si occupa, sono regolati da significati e valori condivisi.
Un errore largamente diffuso: rapporto tra biologia e cultura
Le cause del comportamento umano non hanno origine nel substrato biologico come vuole la psicologia positivista. Il substrato biologico non è la causa ma, al limite, un vincolo, una condizione per l'azione. I limiti biologici sono anche stimoli per l'invenzione come prodotto di cultura. (es. memoria: 7 blocchi vs. 7 elementi). I limiti imposti dalla biologia non sono eterni. Ovviamente ciò non si traduce nella negazione del substrato biologico: fame e desiderio sessuale esistono innegabilmente. Ma, come ci mostra il mondo dell'esperienza, l'azione umana non è dettata da questi stimoli, basti pensare ai digiuni religiosi o al diffuso tabù dell'incesto. Desideri e azioni sono mediati da simboli, la scelta non è solo preferenza ma una convinzione, un'ontologia che un certo stile di vita meriti di essere sostenuto. La nostra esistenza è tesa al raggiungimento di questa meta passando, se necessario, anche per la sofferenza.
Bruner vuole mostrare che la vera forza strutturale è rappresentata dalla cultura, insieme alla ricerca di significato. La biologia rappresenta il limite, il potere trascendere del limite (tra le altre cose) è appannaggio proprio della cultura. La cultura umana, come ben sappiamo, nonostante la capacità generativa e creativa, non è sempre benigna. Spesso tendiamo ad una sorta di deresponsabilizzazione e rimandiamo, quando le cose vanno male, al substrato biologico. Ma è necessario mettere in discussione la nostra ingegnosità nel costruire e ricostruire le modalità sociali di vita per cambiarle, sicuramente è più utile di colpevolizzare il biologico.
Relativismo
Se è vero che la cultura forma la mente, siamo chiusi entro un inestricabile relativismo? Esiste una realtà originaria? Nella maggior parte delle interazioni umane, le varie realtà sono il risultato di elaborati processi di costruzione e negoziazione, radicati nella cultura. Praticare un tale costruttivismo ha delle conseguenze, ma sono così terribili come appaiono?
L'assunto di fondo del costruttivismo è quello che in ambito giuridico si definisce la svolta interpretativa, l'atto di prendere le distanze dal significato autoritario. Rorty sostiene che il pragmatismo sia un antiessenzialismo applicato a nozioni come verità, conoscenza, linguaggio, morale ecc. Il fatto di sapere che la verità significa corrispondenza con la realtà non ha utilità. Rorty sostiene che pretendere che la verità abbia un'essenza significa avere certezze evolute. Ma se ci si ferma qui non c'è utilità. Asserire qualcosa di utile circa la verità significa analizzare la pratica e non la teoria, l'azione e non la contemplazione.
Sempre secondo Rorty, il relativismo non è il vero ostacolo al costruttivismo e al pragmatismo. Porsi le domande del pragmatista non porta ad affermare che qualunque cosa va bene, ma a demolire i presupposti. La conoscenza è relativa alla prospettiva, che ne è della scelta e del valore della prospettiva? Come scegliamo i valori?
Esistono due modalità d'approccio ai valori (entrambe fuorvianti):
- Razionalista: il punto di vista deriva da una visione economica. Il maggior esempio è dato dalla teoria della scelta razionale. Secondo tale teoria, le scelte che operiamo esprimono i nostri valori che sono guidati da modelli razionali come la teoria dell'utilità, le regole di ottimizzazione o, ancora, la minimizzazione del dolore. La teoria della scelta razionale tuttavia non può dire molto circa la costruzione dei valori.
- Irrazionalista: i valori dipendono da reazioni istintive. La cultura è fonte di rifornimento di valori tra cui scegliere in base alle proprie singole inclinazioni o conflitti.
Sia il primo che il secondo approccio trascurano un punto che Bruner considera di fondamentale importanza: i valori sono connessi alla scelta di modelli di vita. I valori sono sociali e conseguenti alle relazioni che abbiamo con le comunità culturali. Inoltre, svolgono per noi funzioni all'interno della comunità.
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