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Psicologia dell'attaccamento: processi interpersonali e valenze educative

Capitolo 1 – Le appartenenze culturali di Bowlby

Similarità e differenze

La teoria dell’attaccamento è una teoria sulla relazione; essa ha suscitato interesse proprio per l’accentuazione data alla dimensione interpersonale dello sviluppo. Altro aspetto fondamentale è l’assoluta semplicità e fruibilità degli enunciati di Bowlby (1988). La teoria dell’attaccamento costituisce non soltanto una teoria sulla psicopatologia ma anche sulla fisiologia dello sviluppo della personalità, ampiamente fondato empiricamente su una molteplicità di osservazione condotte in contesti naturali e sperimentali.

L’influenza delle prime relazioni d’attaccamento si trasmette lungo tutto l’arco della vita attraverso i sistemi di rappresentazione delle esperienze interpersonali e delle dimensioni emozionali a esse connesse; la figura d’accudimento e la relazione stabilità con essa, viene interiorizzata nelle sue funzioni di rifugio sicuro e di base sicura per muoversi nella realtà.

La teoria dell’attaccamento si pone come una teoria “sulla costruzione e rottura dei legami affettivi”, legami affettivi che hanno fondamento nelle prime relazioni d’attaccamento al genitore o alle altre figure di riferimento. I modelli d’attaccamento non solo possono influenzare le modalità di relazione nel corso della vita, ma probabilmente si trasmettono di genitore in figlio, secondo il modello della trasmissione intergenerazionale dei modelli d’attaccamento.

1 L’appartenenza psicanalitica

Negli ultimi anni la teoria dell’attaccamento ha riacquistato credibilità e attenzione nel consesso scientifico anche psicanalitico, ma inizialmente le relazioni tra Bowlby e il mondo psicanalitico inglese furono piuttosto travagliate, benché le radici dell’autore affondino nel background psicanalitico. La formazione psicoanalitica di Bowlby è legata a Joan Riviere e Melanie Klein, ma presto intervenne una distanza teorica che si tradusse in ostracismo nei confronti di Bowlby.

La formulazione teorica di Bowlby predispone alcune importanti differenze rispetto alla visione freudiana:

  • Differenza tra visione del bambino come ricostruito a posteriori attraverso il lavoro psicanalitico e una visione del bambino osservato in contesti naturali;
  • Valorizzazione delle esperienze reali dei pazienti;
  • Passaggio dal paradigma energetico al paradigma della teoria dell’elaborazione delle informazioni;
  • Teoria della pulsione all’attaccamento, come motivazione primaria alla gratificazione orale;
  • Critica al concetto di regressione.

1.1 Il bambino ricostruito e il bambino osservato

Bowlby poneva grande attenzione alle esperienze vissute dai suoi piccoli pazienti, tra le varie esperienze di vita, egli considerava come più significative per l’evoluzione infantile le modalità con le quali il bambino viene trattato dai propri genitori e l’impatto che hanno su di lui i problemi dei genitori. Ciò divenne un motivo di allontanamento dal mondo psicanalitico; nei trattamenti psicanalitici condotti su bambini, inizialmente venivano privilegiati l’ascolto e l’osservazione del piccolo paziente nel contesto terapeutico, mentre per Bowlby era essenziale studiare l’evoluzione infantile e le sue problematiche in contesti naturali, laddove tali problematiche si sviluppano.

Per Bowlby l’atteggiamento psicoanalitico era attribuibile al forte accento freudiano sul mondo fantasmatico del bambino, con una svalutazione del peso degli eventi reali.

1.2 La valorizzazione delle esperienze reali dei pazienti

Bowlby serbò sempre una grande fiducia nella veridicità dei racconti dei pazienti e ciò costituiva, a suo parere, uno degli aspetti fondamentali della cura; dare fiducia al paziente e alle sue percezioni e sentimenti faceva parte di una posizione del terapeuta che definiamo “di validazione”, oltre che “di base sicura”, atta a far recuperare al paziente il senso di sé e la fiducia nelle proprie sensazioni ed emozioni relativi all’attaccamento e alle relazioni interpersonali.

Bowlby enfatizzò il ruolo personale nell’elaborazione dell’esperienza infantile, considerando le storie narrate dai pazienti come mediate dai sistemi di rappresentazione dell’esperienza passata, da lui definiti come “modelli operativi interni”: gli eventi narrati potevano aver subito distorsioni percettive e cognitive, ma erano da considerarsi reali. Tale approccio contrastava con la svolta storica del pensiero freudiano dopo il 1907, in cui Freud per spiegare l’eziologia delle nevrosi poneva maggiormente l’accento sugli aspetti fantasmatici dei racconti dei pazienti.

1.3 Dal paradigma energetico alla teoria dell’elaborazione delle informazioni

Secondo Bowlby, il modello energetico nell’accezione freudiana, si prestava a tre obiezioni:

  • La teoria freudiana risultava infalsificabile, mentre il metodo scientifico presuppone la continua verifica delle ipotesi che possono essere, in base ai dati, accettate o rifiutate;
  • Il modello energetico, che al tempo di Freud poteva essere considerato un modello scientifico credibile, al tempo di Bowlby era già desueto, rispetto alle nuove teorie sull’elaborazione delle informazioni;
  • Le osservazioni della diade madre-bambino non sono compatibili con il concetto di energia psichica, poiché se l’inizio di un’azione deriva dall’accumulazione di energia psichica e la cessazione dipende dall’esaurimento di tale energia, prima che un atto possa venire ripetuto si dovrebbe accumulare una nuova provvista di energia.

1.4 La pulsione all’attaccamento secondaria alla gratificazione orale

Nella visione freudiana il desiderio di interagire con la madre deriva dal fatto che se ne riceve nutrimento; Bowlby (1969) definì come teoria della pulsione secondaria l’idea freudiana che la pulsione al legame con la madre è secondaria alla soddisfazione della pulsione primaria, volta al soddisfacimento dei bisogni orali e fisici.

Bowlby contrappose a tale concezione l’idea che l’attaccamento costituisca di per sé una motivazione primaria, portando a sostegno della sua ipotesi i risultati sperimentali di Harlow in ambito etologico (esperimento con cuccioli di scimmia, che separati dalla madre, passavano più tempo con una struttura che forniva loro un contatto morbido e piacevole piuttosto che con una che dispensava loro cibo: l’attaccamento non era secondario a una gratificazione orale, ma mediato dal contatto fisico).

1.5 La critica al concetto di regressione

Tutta l’opera di Bowlby è centrata sul concetto che la relazione con le figure genitoriali sia mediata dall’attaccamento; l’attaccamento permane per tutto l’arco di vita ed è essenziale nei momenti di difficoltà manifestare comportamenti di attaccamento per ricercare l’aiuto e la vicinanza di un altro simile.

Nel modello psicoanalitico invece, un adulto deve necessariamente passare attraverso una serie di stadi in ciascuno dei quali può fissarsi o regredire: se ricerca il sostegno di un altro, potrebbe essere considerato adottare un comportamento regressivo, più idoneo a stadi di sviluppo precedenti. Secondo Bowlby (1979) la tendenza all’attaccamento non è affatto tipica di una particolare età della vita, ma è attiva per tutto il ciclo della vita.

2 L’appartenenza alla scienza etologica: la ricerca di un metodo

Per poter accedere a dati sulle dinamiche interpersonali, il metodo analitico risultava insufficiente; si rendeva necessario un approccio allo studio del legame madre-bambino che consentisse invece l’osservazione il più possibile naturale dei comportamenti interpersonali, inserito in un contesto di vita e in un significato evolutivo.

Il modello etologico permetteva lo studio dell’individuo in relazione agli altri membri della specie e al suo contesto di vita; concetti etologici quali interazione e reciprocità, ben si prestavano a rispondere a questa esigenza di studio della diade madre-bambino.

Dalle teorie darwiniane deriva l’esigenza etologica di studiare gli animali nel loro ambiente naturale, di fondamentale importanza per descrivere comportamenti innati o predisposizioni ad apprendere specie-specifici.

3 L’appartenenza alla scienza cognitiva: la ricerca di un modello

Se nel periodo freudiano il modello energetico si uniformava alle idee scientifiche del suo tempo, all’epoca di Bowlby il panorama scientifico cominciava a essere dominato dalla teoria dell’elaborazione dell’informazione. Bowlby era alla ricerca di un modello di spiegazione dell’interazione genitore-bambino; si basò su modelli cognitivi per l’analisi dei processi di percezione, elaborazione e ritenzione delle informazioni.

Capitolo 2 – La separazione e la perdita

Protesta e disperazione

Bowlby lavorò molto sul tema della separazione dei bambini dai loro genitori; la sua attenzione a questo tema fu in larga parte motivata da vicende autobiografiche riguardanti il tema: di famiglia borghese, fu allevato da una governante (che lascio il suo ruolo quando Bowlby aveva 4 anni) e vedeva poco il padre e la madre.

1 La deprivazione materna

Burlingham (1942) e Anna Freud (1944) si erano occupate di osservare i nidi approntati in periodo di guerra; osservando le conseguenze dell’assenza materna sui bambini, tentarono di riorganizzare tali nidi in modo che ogni infermiera si prendesse cura di un determinato gruppo di bambini, al fine di offrire loro una figura materna sostitutiva. Spitz e Wolf (1946) confrontarono l’evoluzione di un gruppo di bambini istituzionalizzati con bambini che vivevano con la madre, riscontrando nel primo gruppo una significativa caduta del quoziente intellettivo.

Di queste e altre osservazioni, Bowlby si avvalse per dare forza alle sue ipotesi sulla rilevanza degli effetti della deprivazione materna. In seguito all’incarico presso la World Health Organization con il compito di esplorare i bisogni dei bambini senza famiglia (1949), nascerà la pubblicazione Maternal Care and Mental Health (1951) in cui ad esempio suggerisce di evitare separazioni non necessarie come istituzionalizzazioni precoci ed inutili, suggerendo ad esempio l’adozione di un servizio a domicilio svolto da assistenti familiari.

Importante fu anche il contributo di Robertson che durante la seconda guerra mondiale aveva documentato, per scritto e con filmati, il modo in cui reagiscono i bambini alla lontananza da casa propria e l’accudimento da una successione di persone estranee; particolarmente importante fu il caso di una bambina di 8 anni, Laura, nel celebre video A two-year old goes to hospital. Questo video e questa vicenda contribuirono a modificare la legislazione ospedaliera, consentendo l’accesso in ospedale ai genitori dei bambini ospedalizzati.

2 Protesta e disperazione

Affinché il distacco dalla figura genitoriale possa avere una forza patogena, il bambino deve trovarsi in un luogo estraneo, in condizione di vulnerabilità e dolore e quindi più bisognoso delle cure genitoriali, senza altre figure familiari e per un periodo prolungato. L’intensità della reazione del bambino è proporzionale alla durata della separazione; inoltre variabili come il tipo di ambiente in cui si trova e il tipo di cure che gli vengono prestate, possono influire sul disagio, ma non lo determinano. L’unico aspetto di massima importanza per determinare la sofferenza del bambino è la variabile presenza/assenza di una figura di attaccamento.

Secondo Bowlby (1973), specie in un’età compresa tra i 2 e i 3 anni, reagisce con la seguente sequenza comportamentale: protesta -> disperazione -> distacco.

  • Il bambino assume un comportamento di attiva protesta quando viene separato dalla madre, con crisi di pianto, agitazione e rifiuto delle figure sostitutive.
  • Con il trascorrere del tempo il bambino capisce che i suoi tentativi per riconquistare la presenza materna sono fallimentari e comincia perciò a perdere la speranza; i suoi movimenti diminuiscono o cessano, è chiuso e inattivo, non pone domande, si mostra desolato. Spesso in questa fase di disperazione, il personale cessa di rivolgere attenzione al bambino, che si considera ormai abbia superato la fase critica: erroneamente si considera un bambino silenzioso ormai inserito nell’istituzione.
  • Nella fase del distacco il bambino cessa di cercare la vicinanza delle persone, non ha più turbamenti all’avvicendarsi o all’allontanarsi del personale; comincia ad interessarsi più ai giocattoli che ai genitori in visita, mostra una socievolezza superficiale. Quando si ricongiunge al genitore, nei primi tempi vi è la pressoché totale assenza di comportanti di attaccamento.

Il problema della separazione e della perdita deve essere elaborato dal bambino anche in termini cognitivi e presuppone lo sviluppo della facoltà individuata da Piaget, di comprendere che un oggetto esiste anche se è al di fuori della sua visuale: ciò vale in modo analogo per le figure di accudimento, ed implica funzioni cognitive quali il riconoscimento, la rappresentazione mentale e la memoria.

3 Le reazioni alle perdite

La morte di un genitore amato segna un’assenza definitiva, ma nella visione di Bowlby (1980) il legame affettivo può permanere nel ricordo; nel volume La Perdita, Bowlby afferma che vi sono analogie tra le reazioni alla perdita della madre di bambini piccoli e le reazioni degli adulti al lutto.

Nell’affrontare il tema del lutto, Bowlby si contrappone alla definizione di Freud, il quale riteneva il lutto come un processo volto a staccare dai morti i ricordi e le aspettative dei superstiti; per Bowlby i legami di attaccamento persistono anche oltre la morte ed è sano che non avvenga mai un completo distacco: l’attaccamento per le persone amate deve proseguire in una forma diversa di legame, sorretto dal ricordo. Il lutto viene definito da Bowlby come l’ampia gamma di processi psicologici implicati nella perdita di una persona amata, a prescindere dal risultato di tali processi.

Individua un andamento dei processi di elaborazione della perdita subita per fasi:

  • Stordimento -> non riescono a realizzare quanto è successo; è un meccanismo fisiologico che permette alla persona di fare i conti gradualmente con il dolore.
  • Ricerca e struggimento -> cominciano a considerare, in modo conflittuale, la realtà della perdita, attraverso l’alternarsi di due stati d’animo contraddittori: l’impossibilità di credere che la morte sia avvenuta (allontana da sé il dolore) e il tentativo di realizzare la realtà della perdita.
  • Disorganizzazione -> la realtà della perdita diventa inevitabile, per il superstite avviene il crollo di tutte le abitudini, i sentimenti e i progetti che riguardavano il defunto: egli è quindi incapace di assumere un atteggiamento coerente e organizzato nei confronti delle giornate, che hanno perso il significato legato alla relazione con il defunto.
  • Riorganizzazione -> nuova definizione di sé stessi e della situazione; si rinuncia alla speranza illogica di potersi ricongiungere al defunto e diventa possibile formulare piani per il futuro. In questo stadio la persona inizia a decidere quali vecchi comportamenti possono essere conservati e quali abbandonati.

Un decorso patologico nell’elaborazione del lutto può essere caratterizzato o dall’assenza della percezione di dolore o dal permanere cronico dei sentimenti di rabbia; possono essere attribuite a tale stato abitudini quali conservare la stanza del defunto sempre pronta per il suo ritorno, oppure apparecchiare la tavola mettendo il posto del defunto.

Negare la perdita per evitare il dolore implica il sopravvivere in una situazione irreale, in cui il tempo è come se si fosse arrestato; come affermava Bowlby (1980) la mancanza di dolore è caratterizzata da una mancanza di sofferenza, rabbia e stress coscienti: gli individui che affrontano il lutto in questo modo, continuano le proprie attività senza disperarsi né cercare conforto.

Un’altra condizione psicologica di non elaborazione del lutto è realizzare la realtà di quanto accaduto, non riuscendo però ad accettare l’evento in tal caso la persona continua a muovere accuse dolorose a sé stessa o agli altri, rimanendo in uno stato di dolore cronico. Chi non è in contatto con il proprio vissuto emozionale avrà conseguenti difficoltà di contatto, oltre che con la propria dimensione emozionale, anche con quella di chi gli sta accanto; ciò si traduce nell’impossibilità di stabilire un’intimità basata sulla conoscenza e comprensione profonda della dimensione interiore dell’altro.

4 Il lutto nei bambini

Main afferma che mentre l’abuso è un evento inevitabilmente traumatico, il lutto è un evento potenzialmente traumatico; la morte, in quanto evento che appartiene alla condizione umana, può essere accettata ed elaborata.

La condizione essenziale affinché l’evento luttuoso non sia vissuto come traumatico dal bambino, è che questo non sia lasciato solo ad affrontarlo; è importante ad esempio il ruolo giocato dal genitore superstite o dalla persona che si prenderà cura del bambino: il genitore deve offrire presenza, attenzione e consolazione.

La figura d’accudimento aiuta il bambino a superare la perdita innanzitutto rendendolo partecipe di quanto sta accadendo; è importante che il bambino possa “salutare” il genitore prima della sua morte, è importante che sia informato in modo esaustivo, empatico e tempestivo di quanto sta accadendo: questo consente al bambino di non darsi delle spiegazioni ingenue su quanto accaduto, spiegazioni che potrebbero per esempio implicare una sua responsabilità.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aleunifi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi della valutazione dei legami di attaccamento nel ciclo di vita e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Bigozzi Lucia.
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