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7. Il PCF nella tempesta

La svolta politica di Stalin scosse i comunisti che fino ad allora avevano combattuto contro il governo che

ora Mosca presenta come amico. In conseguenza del patto, anche la Francia si trovò convolta nella guerra

ed il PCF finì nell’occhio del ciclone. Ma la spaccatura dell’antifascismo internazionale, provocata

dall’annuncio del patto del 23 agosto (no alleanze con l’URSS), produce effetti gravi in Francia per altre

ragioni. In Francia nell’agosto 1939, il PCF è fortemente radicato nelle masse: il PCF si differenzia dalle altre

sezioni nazionali del Comintern per il peso che occupa nella realtà del suo paese. Quest’importanza l’ha

acquisita partecipando alla vicenda politica della sinistra francese: la Terza Repubblica ha conosciuto un

governo di Fronte popolare, presieduto da un socialista. Dopo la rottura del Fronte popolare ad opera dei

radicali però, i comunisti ed i socialisti conducono un’opposizione al governo di centro-destra presieduto da

Daladier: una ferma opposizione alle minacce di guerra hitleriane, grazie ad una politica di contenimento

della Germania che si basi sull’alleanza con Inghilterra e URSS. Nonostante le sconfitte subite nell’agosto

del 1939 la sinistra occupa ancora un posto importante.

Da qui è possibile comprendere appieno tutti i danni causati dal patto Ribbentrop-Molotov: il governo di

Mosca non riferì alla Francia il possibile ribaltamento delle alleanze e questo lascia immaginare il

disorientamento dei militanti e dei dirigenti, di quello che veniva annunciato come un semplice trattato di

non-aggressione. Nonostante ciò, il PCF approva immediatamente il patto che considera un colpo

all’aggressione ed un successo degli sforzi dell’Unione Sovietica in difesa della pace.

Se Hitler dovesse attaccare la Polonia, i comunisti francesi saranno in prima linea per difendere

l’indipendenza dei popoli, la democrazia e la Francia: sono quindi disposti a “morire per Danzica” e lo

dimostreranno raggiungendo i loro reparti al fronte.

Il 3 settembre entrarono in guerra con gli altri francesi senza sentirsi in contraddizione con i loro ideali

poiché il patto del 23 agosto non li ha indotti ad abbandonare le loro idee antifasciste: i comunisti non

riescono però ad attutire gli effetti negativi del patto ed il 25 agosto subiscono la sospensione della loro

stampa ed il 26 settembre la messa al bando delle loro organizzazioni.

Dopo il 23 agosto però si ritrovarono in un isolamento politico: Blum ribatte alle argomentazioni in difesa

del patto sostenute dal PCF e li incita a sconfessare Mosca.

Con l’ingresso dei sovietici in Polonia, è stata attaccata indirettamente anche la Francia alleata. A differenza

dei suoi compagni di partito, che invitano i lavoratori comunisti a continuare la loro battaglia antifascista,

Blum insiste su quella che è la contraddizione reale in cui si dibatte un partito che non vuole né condannare

la patria del socialismo, né rinnegare le sue battaglie antinaziste.

Con l’inizio di settembre si iniziò a perseguire l’obiettivo di far scomparire il PCF: viene accusato di essere

un agente del nemico un partito che ha votato i crediti di guerra, che ha mandato i suoi deputati al fronte.

Anche nella CGT si avvia un processo di epurazione anticomunista. I rappresentanti sono tenuti a

pronunciarsi su un documento di condanna del patto Ribbentrop-Molotov e dell’atteggiamento del PCF: se

i comunisti sono in minoranza vengono semplicemente espulsi; se invece la maggioranza si oppone,

l’organismo sindacale viene sciolto dal governo. Tutto ciò portò però ad un ammorbamento del clima

sociale poiché migliaia di operai si trovarono senza rappresentanti politici e delegati sindacali:

all’isolamento politico del PCF non corrisponde però il desiderato isolamento dei comunisti dalla classe

operaia. Daladier intendeva soprattutto sradicare i comunisti dal movimento sindacale ma anche lì ciò non

successe. I principali esponenti dell’union sacrée si resero quindi conto di quanto possa pesare la scarsa

adesione degli operai all’unione della nazione in guerra. Solo Blum capisce l’importanza del problema

politico e sociale costituito dalla grande presenza dei comunisti tra gli operai: pochi ex comunisti

aderiscono alla SFIO, molti operai non rinnovano la tessera sindacale ed i sindacati finiscono di svuotarsi

contro le indicazioni del PCF che incita a non abbandonare le organizzazioni legali per non lasciarle in mano

agli scissionisti. Il PCF entra nella clandestinità con un profondo disorientamento dal punto di vista politico:

i pilastri fondamentali che conquistarono le masse furono l’antifascismo e l’attaccamento all’URSS, ora però

il patto Ribbentrop-Molotov minava ciò che era alla base di questo ideale.

Dalla fine di settembre, il Partito Comunista clandestino aderisce alla linea dettata da Mosca. La “linea

giusta” del Cremlino viene tradotta in Francia: coloro che hanno facilitato il rafforzamento del fascismo e

sabotato il Fronte popolare non possono essere creduti quando affermano di condurre una guerra

antifascista, la quale, avrebbe bisogno del sostegno attivo della classe operaia e del PCF che la rappresenta.

Gli obiettivi della guerra sono quelli di instaurare un regime antioperaio e antipopolare ed assicurare agli

imperialisti anglo-francesi il dominio dei mercati internazionali e distruggere l’URSS.

Col tempo la propaganda comunista abbandonerà il tema pacifista poiché capisce che la guerra dichiarata

da Daladier ad Hitler non è una guerra seria (tant’è che non si combatte) ma l’unica guerra è quella del

governo contro la classe operaia, con l’aiuto di socialisti e sindacalisti. Questa strana guerra vuole essere

combattuta dal PCF organizzando la solidarietà con le vittime della repressione che colpisce il partito,

costruendo un “fronte unico dal basso” per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro nelle fabbriche ed

infine diffondendo la controinformazione.

Il PCF riesce a sopravvivere mentre tutti gli altri dirigono la guerra fino alla disfatta e alla distruzione della

Repubblica.

Gli anni d’oro della révolution nationale

1. I primi passi dell’État Français

Il regime di Vichy nasce in seguito ad un disastro militare. Nel giungo 1940 si assiste ad un grande esodo

della popolazione del settentrione verso sud. Gli sfollati si lasciarono quindi alle spalle anche fabbriche

ferme e campi fertili. Il nuovo regime deve di conseguenza organizzare un controesodo per rimettere in

moto l’economia francese: per arrivare a ciò gli occupanti hanno bisogno di un apparato amministrativo

francese che collabori con loro e quindi si deve ottenere la riorganizzazione dell’apparato statale guidato da

Vichy.

Il 10 luglio 1940 i deputati ed i senatori hanno concesso pieni poteri a Pétain sotto la costrizione di

un’emergenza, aprendo così la strada ad un regime reazionario.

All’indomani del voto, Pétain promulga i primi “tre atti costituzionali”: abolisce la Repubblica e fonda l’état

français, congedando le Camere e proclamandosi Chef d’état; Pierre Laval verrà poi nominato delfino del

Maresciallo.

Inizia così il periodo della révolution nationale: un processo di trasformazione politica, sociale, istituzionale

ed economica della Francia, configurando una sorta di fascismo originale francese. Tutto ciò è possibile

poiché in Francia vi sono forze interne che auspicano da tempo a cambiamenti profondi: Vichy incarna la

continuità della “reazione”. È da questo che nasce la collaborazione con gli occupanti.

Dopo la Liberazione, gli esponenti di Vichy si giustificarono affermando di aver agito per sottrarre la Francia

agli occupanti.

L’esame dei documenti mostrò però il contrario: fu Berlino a dover respingere i vari tentativi dei leader di

Vichy che volevano che il loro paese passasse da territorio occupato a territorio alleato, per il trionfo del

“nuovo ordine”. La scelta di Pétain e Laval per assicurare al loro governo un’autonomia operativa consiste

in una strategia preventiva che mira ad occupare in anticipo il terreno su cui si prevede che i tedeschi

avanzeranno nuove richieste. Questa scelta è dettata dalla convinzione che la guerra si concluderà a breve

con la vittoria dell’Asse e la Francia deve perciò cercare di trarre il maggior profitto dalle trattative di pace

che sanciranno l’egemonia del Terzo Reich.

I tedeschi continuano a ribadire alla Francia che questa ha firmato una convenzione d’armistizio e non un

trattato di pace, per cui i limiti dell’autonomia del governo centrale sono segnati dagli interessi e dalle

indicazioni degli occupanti. La popolazione è quella che ne paga il conto in quanto devono versare

giornalmente quattrocento milioni di franchi per il mantenimento delle truppe d’occupazione (franchi-

marco 20:1). Il peso dei prelievi tedeschi rende difficili le condizioni di vita ed inizia a diffondersi presto la

fame.

Il governo di Vichy scoprirà presto che le zone in cui il paese è diviso non sono due, come previsto, ma

cinque: la zona libera (sud); la zona occupata (nord); due dipartimenti del Nord e del Pas-de-Calais che

dipendono dall’amministrazione militare tedesca del Belgio; dipartimenti al confine nordorientale; l’Alsazia

che viene annessa allo stato tedesco.

Il governo, resosi conto delle condizioni in cui versa il paese vuole una collaborazione al vertice per

mantenere l’autorità dell’amministrazione francese che rischia di apparire indebolita alla popolazione.

Dal momento che i tedeschi si stanno preparando a dirigere l’economia della zona occupata per integrarla

nel piano economico tedesco e sfruttarla a loro vantaggio, è necessario che il governo rientri a Parigi e che

realizzi gli accordi politici ed economici.

2. La controversa estate 1940 dei comunisti francesi

Il PCF fu l’unica forza politica della Terza Repubblica a non prendere parte, il 10 luglio 1940,

all’affossamento delle istituzioni repubblicane. Esso ricopre un ruolo d’opposizione in quanto, costretto alla

clandestinità da Daladier, fu forzatamente assente all’assemblea di Vichy. Con la data che segna l’inizio del

nuovo regime, appare un volantino firmato da Thorez e Duclos, intitolato “Peuple de France”, che passerà

alla storia come “l’appello del 10 luglio”: il testo nega ogni legittimità al nascente partito ed indica gli

obiettivi del PCF, ovvero la riconquista delle libertà politiche, la difesa delle conquiste sociali e

l’indipendenza del paese. Questo appello indica la linea che il partito vuole seguire: fino all’attacco nazista

contro l’URSS, il PCF propaganda lo stesso discorso del Comintern.

I tedeschi non sono un obiettivo degli attacchi comunisti; questi ultimi inciteranno i francesi oppressi a

prendere le armi contro i tedeschi solo nell’estate del 1941 in seguito all’attacco nazista all’URSS.

Dall’autunno del 1940 il neutralismo del PCF si carica di un’opposizione alla cobelligeranza con il Reich,

auspicata da Vichy.

Il PCF viene quindi designato come nemico mortale dell’opera di risanamento del paese e perseguitato dai

servizi di polizia del neonato “Etat Français”.

3. La repressione comunista

La lotta contro i comunisti è un’operazione preventiva. Nell’estate del 1940, Vichy perseguita il PCF del

fronte popolare, i dirigenti nazionali e locali ad eccezione di quegli ex comunisti che hanno abiurato al patto

Ribbentrop-Molotov. La polizia aveva documentazioni complete su ogni membro dell’organizzazione ex

comunista, in modo da poter reprimere sul nascere un movimento rivoluzionario, la cui attività si

manifestava clandestinamente con la ripresa della propaganda. Questa “guerra” era volta non solo al PCF,

ma a tutti i partiti politici estremisti, in particolare il partito socialista SFIO. Solo i comunisti però verranno

arrestati preventivamente.

L’eccesso di rigore si potrebbe attribuire alla presenza delle truppe tedesche, ma anche oltre la linea di

demarcazione si procede ad una repressione preventiva: vengono mandati nei campi di concentramento,

l’internamento amministrativo, i militanti con un trascorso comunista, per paura che questi non abbiano

rotto con il loro passato. Gli obiettivi della repressione vengono elencati dal Prefetto di Grénoble: i

comunisti devono essere arrestati, i socialisti destituiti dagli incarichi pubblici, i sindacalisti licenziati.

I comunisti riescono però a ricercare contatti con la gente e recuperano influenza ed anche nella zona

occupata, la propaganda comunista ha cominciato ad agire con successo nelle masse operaie. La

preoccupazione per la crescita dell’influenza comunista farà sì che il capo della delegazione francese alla

Commissione d’Armistizio, rientri a Vichy con 100.000 uomini dell’esercito d’armistizio.

Riapparvero poi i sindaci comunisti che erano stati destituiti nel 1939 per trattare con gli occupanti i

problemi che gravavano sulla popolazione rimasta.

L’iniziale tolleranza dei tedeschi riguardo i comunisti va ora ridimensionata: le misure anticomuniste si

sviluppano in autunno, quando attraverso le retate vengono mandati in prigione e nei campi di

concentramento, numerosi comunisti.

Ciò è dovuto dalla completa ripresa d’efficienza degli organi di polizia ed al consolidamento della politica

collaborazionista. Inoltre la repressione cresce poiché il fenomeno è più visibile ed uno degli elementi più

importanti di questo “successo comunista” è proprio la germanofobia. Il 17 novembre ci furono numerosi

arresti e questo fu per il PCF un colpo duro, tanto che anche la propaganda è in regresso. Gli arresti non

bastano e così, il 19 novembre, fu emessa un’ordinanza da un prefetto francese (in accordo con le autorità

d’occupazione), secondo la quale ogni ritrovamento di volantini comunisti comporterà l’internamento dei

militanti notori. La “collaborazione” funziona ed i tedeschi si fanno comunicare le liste dei comunisti.

Nonostante ciò, la repressione non riesce ad avere la meglio poiché i problemi dell’approvvigionamento,

della disoccupazione e l’insufficienza dei rimedi apportati forniscono un mezzo d’azione per la propaganda

comunista.

Nel dicembre 1940 non sono solo i comunisti ad essere contrari all’occupazione e favorevoli alla liberazione

nazionale.

4. Il PCF e i nazisti all’inizio dell’occupazione

Dall’inizio della guerra all’attacco nazista contro l’URSS la stampa clandestina comunista mostra

l’allineamento dei comunisti francesi alla politica estera del Cremlino.

All’inizio dell’occupazione richiesero agli occupanti nazisti di pubblicare legalmente l’Humanité, ciò

dimostra la disponibilità del partito ad un accomodamento pacifico con Hitler e fa emergere la cieca

obbedienza alle direttive di Mosca dove Stalin sosteneva la guerra d’aggressione hitleriana ai danni delle

democrazie occidentali, spiega l’accettazione del patto Ribbentrop-Molotov, la denuncia della guerra

imperialista e la richiesta di trattare la pace con Hitler nell’ottobre 1939. Il fatto che, dopo il 21 giugno 1941

i comunisti contribuiscono alla resistenza armata contro l’occupante, è spiegato dall’ennesimo

cambiamento di fronte cui Stalin è stato costretto: da imperialista la guerra ridiventa antifascista e

patriottica soltanto quando le truppe tedesche calpestano il suolo sovietico.

Alla richiesta per la legalizzazione del loro giornale, che non contiene alcun attacco contro la Germania ma

chiede solo la liberazione di quei comunisti incarcerati, segue una campagna per la formazione di “comitati

popolari” che prendano la testa delle popolazioni abbandonate e trattino direttamente con gli occupanti i

problemi che vi sono.

Abetz, l’ambasciatore tedesco a Parigi, teme che i comunisti possano colmare il vuoto creato dalla disfatta.

Secondo lui il problema della lotta contro il comunismo è della massima importanza poiché la Germania

deve evitare di avere anche ad Ovest un nemico bolscevico. Per la riuscita del suo piano egli doveva

ottenere più informazioni possibili sul PCF e per farlo aveva la necessità di incontrare Tréand e negoziare

con lui che aveva in mano il Partito clandestino dei comunisti francesi. Abetz voleva:

• Ricercare informazioni sul PCF

• Sottrarre quadri e militanti

• Compromettere il PCF per facilitare la propaganda tedesca tra gli operai

L’operazione Humanité si conclude con l’apparizione del giornale collaborazionista “France au travail” che

riporta parole d’ordine simili a quelle comuniste.

L’impossibilità di una simile operazione è data inoltre dall’influenza che questo partito ha sulla popolazione

e soprattutto sui salariati d’industria che fin dall’inizio sono ostili a Vichy e ai tedeschi. Essi sono filo-inglesi

e sperano che la resistenza della Gran Bretagna agli attacchi del Reich porti alla sconfitta di Hitler e alla

liberazione del loro stesso paese. I comunisti sarebbero stati già eliminati se non avessero quest’adesione

operaia.

5. L’antisemitismo di Stato

Oltre alla repressione comunista il regime di Vichy è caratterizzato anche dalla politica antisemita di Pétain.

I responsabili di Vichy hanno attribuito i crimini agli occupanti nazisti ma non fu così dato che il primo

provvedimento antisemita tedesco risale al 27 settembre 1940, settimane dopo l’inizio delle discriminazioni

antiebraiche decise da Vichy. Prima della loro ordinanza, i tedeschi avevano già fatto espellere dalla zona

occupata gli ebrei, ma ciò aprì conflitti con le autorità di Vichy che non li volevano accogliere nella zona libera.

L’antisemitismo diventa quindi uno strumento per rafforzare il consenso intorno al nuovo regime poiché è

un capro espiatorio per le disgrazie del paese perché costituisce la versione francese di quel complotto pluto-

giudaico-bolscevico.

Il primo Statuto degli ebrei del 3 ottobre 1940, promulgato dal Ministro della Giustizia Alibert, contiene

misure che colpiscono gli interessi economici dei francesi di origine ebraica, escludendoli dalla funzione

pubblica. L’obiettivo è allontanare dalla comunità nazionale quegli ebrei che avevano trovato rifugio in

Francia nell’anteguerra. Le misure adottate da Vichy creano una generazione di apolidi che, dal 4 ottobre,

possono essere internati nei campi di concentramento o inviati in soggiorno obbligato. Alla fine del 1940, la

popolazione concentrazionaria raggiunge quota 70.000.

La sostituzione di Laval alla guida del governo non cambia la situazione, anzi, la peggiora con Darlan:

l’offensiva antisemita verrà ripresa ed ampliata alla metà del 1941 dal Commissario Generale ai Problemi

Ebraici Vallat.

Anche nella zona libera si procederà al censimento degli ebrei residenti, equiparando così la zona libera a

quella occupata. In seguito, con una legge del 22 luglio 1941, si procederà all’arianizzazione delle imprese:

le imprese governate da ebrei verranno affidate ad un gestore nominato dai tedeschi.

Gli ebrei colpiti da queste leggi verranno assistite dall’UGIF, l’Union Générale des Israélites de France.

6. L’epurazione

I dirigenti di Vichy vogliono consolidare lo “Stato nuovo” epurando il vecchio Stato repubblicano: tutto ciò

che ricorda la democrazia viene abolito. Le istituzioni pubbliche non ricavano più la loro legittimità dal

suffragio popolare, ma essa viene concessa dal Maresciallo Pétain. Nel giro di pochi mesi, l’intero sistema

del governo locale è completamente cancellato e sostituito.

La linea condotta è netta: bisogna restaurare il senso dello Stato, purificandolo dagli elementi portatori di

ideologie pervertitrici. Gli attivisti di Vichy colgono il passaggio dalla Repubblica al regime nell’abolizione del

suffragio universale, in favore del potere assoluto dell’amministrazione. La chiave di volta della riuscita della

Révolution Nationale è la sostituzione degli uomini attualmente in carica.

L’epurazione si rivelò però assai complessa poiché la vastità del terreno su cui doveva essere attuata ne

rese quasi impossibile l’applicazione.

7. Vichy e l’economia: i “Comités d’organisation”

È nel campo dell’economia che la dittatura di Vichy produce i suoi risultati più significativi ed originali.

Anche se non è riuscito a combattere al fianco delle truppe tedesche contro l’ex alleato, l’Etat français ha

dato un importante contributo alla guerra tedesca, facendo lavorare le sue industrie per l’economia della

Germania (nel 1943 la Francia era il più importante fornitore di materie prime, generi alimentari e prodotti

manufatti dell’economia tedesca). Berlino è riuscita nel tempo ad integrare gradualmente, comparti

dell’industria del paese invaso nel suo sistema economico: ad un primo periodo in cui i tedeschi

consideravano solo alcune industrie e fattori di produzioni francesi, utili alla loro economia, si passò, nel

1941-1942 (dal momento in cui la resistenza opposta dai sovietici fa fallire la strategia con cui Hitler aveva

creduto di piegarli), ad una fase in cui anche la Germania si trovò costretta a dover convertire tutto il suo

apparato produttivo verso la guerra totale: il governo nazista dovette ridurre la produzione dei beni di

consumo per la popolazione civile e deve quindi rivedere la politica di sfruttamento dei paesi europei

invasi.

Gli anni dell’occupazione nazista sono anni di indebolimento della produzione industriale francese che

toccò il fondo dell’anno della Liberazione. Se da un lato il mercato della guerra non è servito a

salvaguardare la capacità di produzione dell’industria francese, d’altro lato, per le singole aziende, le

commesse tedesche sono ancora più importanti.

Il pomo della discordia tra i tedeschi e i rappresentanti di Vichy è rappresentato dalla parte di produzione

da destinare alle esigenze del Reich e quella da riservare invece alla soddisfazione dei bisogni francesi. A

livello nazionale il pagamento fu puramente fittizio poiché lo stesso denaro proveniva dal Tesoro francese.

Il dirigismo di Vichy, rappresentato dal sistema dei comités d’organisation, si è trovato costretto ad

intervenire per rispondere all’esigenza di rimettere a lavoro un paese schiacciato dalla guerra: essi

dovevano cercare di farlo direttamente per evitare che tutto ciò finisca in mani tedesche.

Una legge del 16 agosto 1940 istituisce i comitati d’organizzazione industriali: organismi che devono

consentire allo Stato di dirigere la produzione in tutti i principali rami d’industria, elaborando piani di

fabbricazione e razionalizzando le tecniche produttive. Questi possono anche decidere la chiusura di quegli

stabilimenti che non rispondono ai bisogni dei piani di produzione stabiliti. Il sistema viene poi perfezionato

poiché vene attribuita la competenza di ripartire le materie prime all’Office Central de la Répartition des

Produits Industriels il 10 settembre. Questa legge, adottata su pressione tedesca, priva così i CO di una

competenza fondamentale.

Attraverso queste due leggi si voleva dimostrare che l’industria francese era all’altezza di quella tedesca e

poteva essere gestita autonomamente. L’applicazione di queste leggi dimostrò però come la costituzione di

questi organismi non abbia soddisfatto il desiderio d’autonomia dall’occupante: grazie alla creazione dei

CO, gli occupanti possono controllare e dirigere più agevolmente la macchina produttiva francese.

8. Un padronato dirigista

Lo stesso provvedimento che istituiva i CO scioglieva la Confédération Générale du Patronat Français (CGPT)

e la Confédération Générale du Travail (CGT), realizzando i desideri del padronato che nel tempo, a

differenza del movimento sindacale operaio, si era rafforzato. Dal 1938, quando Daladier dovette

affrontare il movimento operaio, è rinato un clima di fiducia tra padronato e poteri pubblici che si

perfezionò poi con il mercato della guerra.

La nuova situazione politica, creatasi con il crollo della Repubblica e la soppressione del movimento

operaio, fornisce al padronato l’opportunità di mettere in pratica, per tutta la società, ciò che prima si

limitava a rivendicare per la sola sfera economica. Il padronato avanza ora una candidatura alla gestione

dell’intera economia.

L’impresa deve essere diretta quindi da un capo che deve possedere assoluta liberà di decisione e d’azione

nel quadro della legge e dei regolamenti professionali. Le varie imprese sono poi raggruppate in

groupements professionnels, che riuniscono i capi d’impresa. Il coordinamento tra i capi è assicurato dalle

Camere di Commercio, le Chambres d’Agricolture e le Chambres des Métiers. Tutto ciò si basa su aree

regionali ed i rappresentanti delle Camere economiche regionali formano la Camera economica nazionale.

Ai CO vengono attribuiti gli stessi compiti che il padronato aveva riservato finora alla sua autonoma

organizzazione ed ora si ricerca la simbiosi tra vecchi sindacati e attuali CO. I sindacati padronali

svolgeranno inizialmente un ruolo d’informazione per poi ricoprire un ruolo d’esecuzione delle decisioni

prese dai comitati. Gli organismi pubblici di direzione dell’economia, le istituzioni rappresentative del

padronato ed i sindacati padronali sono tutti diretti dagli stessi uomini che fanno la stessa politica nei CO,

nelle Camere di Commercio e nelle direzioni dei sindacati cui appartengono.

9. Il consenso popolare alla nascita della dittatura

Vichy trovò nella società sostenitori convinti che tutto ciò che accade sia il male minore date le circostanze.

Per sfruttare al meglio la collaborazione con il Reich e creare quindi una sorta di fascismo nazionale, il

governo deve realizzare la maggior coesione possibile intorno alla sua politica. Inizialmente era possibile

avere solamente i pareri delle élite ma negli ultimi anni fu possibile consultare i rapporti mensili dei Prefetti

sullo spirito pubblico. Questi rapporti si basano su dati provenienti da controlli su corrispondenza,

telegrammi, telefonate, resi possibili dalla legislazione di guerra. Questa fonte costituisce il tramite

d’informazione tra governanti e governati, in un regime che ha abolito ogni forma di rappresentanza

politica dei cittadini che la Terza Repubblica traeva dal suffragio universale.

Dalle prime settimane i governanti di Vichy si rendono conto che vari settori della popolazione non

forniscono l’appoggio descritto dai mezzi di propaganda: la popolazione è infatti favorevole alla Gran

Bretagna, si parlerà infatti di un vero e proprio movimento anglofilo. Il popolo manifesta un certo

scetticismo quanto ai risultati d’una politica di collaborazione. L’opposizione all’occupante ed al Governo si

note da un aumento di manifestazioni antitedesche il cui protagonista è l’anglofilia.

L’Inghilterra di fatto non si piega e si oppone alla formula di sottomissione completa attribuita a Laval,

quella di una resistenza netta con lo scopo di sottrarre il paese alle esigenze del vincitore. Nonostante

l’allontanamento di Laval del 13 novembre 1940, si diffuse tra la gente l’idea che la resistenza manifestata

alle esigenze delle autorità d’occupazione è la conseguenza dell’ostinata difesa inglese, dei recenti rovesci

italiani e della prospettiva di una vittoria degli ex alleati.

Il ministro degli Esteri Laval voleva vendere la Francia al Reich, per questo Pétain si separò da lui e lo fece

arrestare e a quel punto intervenne la Germania per eseguirne il rilascio. Da allora il Maresciallo si rifiutò di

avere alcun rapporto con la Germania che di conseguenza lo minacciò di invadere tutta la Francia. In quel

caso egli si sarebbe ritirato in Africa del Nord, dove il generale Weygand è pronto a riprendere la lotta.

La popolarità di Pétain è dovuta al fatto che egli viene visto come antitedesco; questo mito cadrà con il

tempo e mostrerà Pétain complice degli affossatori della nazione.

Gran parte della popolazione sembra subire piuttosto che accettare le nuove riforme e soprattutto gli

operai restano legati alle idee dell’anteguerra. Questi sentimenti però restano nascosti poiché chi li esprime

viene immediatamente denunciato all’autorità responsabile dai collaboratori del Maresciallo. La Francia di

Vichy è una fitta rete di denunce anonime che ad un certo punto, anche le autorità tedesche cesseranno di

prendere in considerazione.

Più i governanti si impegnano nella collaborazione con il Reich, più essi vedono crescere l’ostilità dei loro

governati a tale politica.

Intanto, gli operai hanno ricominciato a scioperare.

10. La classe operaia a Vichy

L’abolizione della lotta di classe è uno degli obiettivi del nuovo regime e viene quindi posta al centro della

propaganda che la mostra come causa dell’indebolimento della Francia. La legge del 16 agosto 1940, con la

quale furono istituiti i CO e sciolta la CGT, vuole porre fine al periodo sindacale francese, in attesa di un

nuovo modello basato sulla collaborazione tra padronato e lavoratori dipendenti.

L’idea di Belin è quella di arrivare a costruire un sindacato unico, mettendo a capo dei sindacati i

sindacalisti nazionali, uomini che da sempre avevano combattuto il comunismo ma che erano vecchi

dirigenti della CGT. Nonostante abbiano ottenuto la guida sicura dell’apparato sindacale, i governanti di

Vichy si resero conto che il sindacalismo legale è cosa inutile poiché viene disertato in massa dai lavoratori

poiché questi ultimi non riconoscono gli attuali dirigenti come loro rappresentanti. I comunisti d’altro canto

insisteranno affinché i lavoratori aderiscano in massa ai sindacati in modo da cacciarne i dirigenti

collaborazionisti, ma questi inviti non verranno accolti. Inizieranno quindi a sorgere numerose

organizzazioni operaie nella clandestinità. La lotta operaia è una risposta alle relazioni industriali che

intercorrono tra le autorità tedesche ed i dirigenti di Vichy. Essi si ritroveranno a dover fronteggiare il più

grande e lungo sciopero mai verificatosi in un paese occupato dai nazisti, nel settore delle miniere di

carbone nel nord della Francia.

Inoltre la popolazione del Nord e del Pas-de-Calais funge da laboratorio sperimentale per misure e metodi

che i tedeschi applicheranno poi nel resto del paese. I nazisti svolgeranno una propaganda tra i disoccupati

della regione per indurli a lavorare in Germania come volontari: un volontario è un lavoratore che in

Germania sarà libero a differenza dei prigionieri civili.

Da parte dei minatori c’è poi una riluttanza a consentire uno sforzo di lavoro per i nuovi padroni e ciò portò

ad un calo produttivo che verrà fronteggiato dagli occupanti con espedienti come quello dell’allungamento

della giornata lavorativa. Col peggioramento delle condizioni di lavoro, l’aumento delle difficoltà alimentari

e la crescita del divario tra salari bloccati e prezzi in aumento, la conflittualità aumenta.

La maggioranza della popolazione è ostile all’autorità tedesca e all’idea di collaborazione, fornendo così

terreno alla propaganda clandestina socialista e all’attività intensa del PCF.

Il 27 maggio 1941 fu indetto uno sciopero nelle miniere di Dourges, nel Pas-de-Calais, sciopero che diverrà

poi generale con la richiesta dell’aumento del salario, un miglioramento del vitto, la fine delle persecuzioni

contro i compagni e delle prepotenze sul posto di lavoro. Lo sciopero si estese poi dopo gli arresti del 31

maggio.

I tedeschi fronteggiarono lo sciopero con arresti, condanne ai lavori forzati e nessun miglioramento per gli

operai.

11. L’estate del 1941 e l’inasprimento della dittatura

Nell’estate del 1941 il regime di Vichy entra in una nuova fase.

Il 21 giugno 1941 le armate naziste attaccano l’URSS. La brusca conclusione del biennio d’intesa tra Berlino

e Mosca coinvolge anche la Francia, ormai provincia dell’impero nazista.

Si inizia a diffondere la preoccupazione per le future azioni dei comunisti dato che è stata attaccata la loro

seconda patria dalla stessa potenza che occupa la Francia. La ripresa dell’iniziativa comunista non dovrà

infatti ripartire da zero poiché è legata a quei problemi che il governo non riesce ad affrontare: il 14 luglio ci

furono di fatto varie manifestazioni patriottiche all’interno della zona occupata.

In assenza di partiti politici ascoltati dalla popolazione, il governo non ha canali di contatto con i suoi

amministrati. Gli occupanti non danno peso a questo problema ed anzi, ostacolano i tentativi

dell’amministrazione francese di propagandare la giusta politica del Maresciallo: si lascia così campo libero

alla stampa ufficiale, discreditata perché filonazista e all’opposizione clandestina.

La comparsa della lotta armata segna una nuova tappa. L’avvenimento simbolico che ne segna l’inizio è il

coup de feu del 21 agosto, quando il comunista Fabien uccide l’aspirante della Marina tedesca Moser, alla

stazione metro di Barbès. I governanti di Vichy temono ora la capacità di aggregazione comunista in

un’opinione pubblica incerta. La formazione del Fronte nazionale di lotta per l’indipendenza della Francia

viene visto come un espediente con cui il PCF punta a mettersi al comando di tutti i malcontenti e del

fronte anglofilo.

La classe operaia costituisce la parte della popolazione in cui l’opposizione al governo e all’occupante è più

massiccia. Se l’ossessione del pericolo comunista si accompagna poi alla consapevolezza del crescente

isolamento politico del vertice del regime rispetto alla popolazione, ai nazisti e ai dirigenti di Vichy non resta

che accentuare la repressione.

Il 14 agosto, il ministro della Giustizia pubblica una legge che istituisce corti speciali di giustizia per

stroncare comunisti ed anarchici. Il 7 settembre vede la luce il Tribunale di Stato contro i propagandisti di

nazioni o ideologie straniere. Il 25 settembre nasce poi una Corte marziale con il compito di giudicare entro

due giorni chi fosse imputato di crimini e manovre contro l’unità e la salvaguardia della patria. Viene infine

istituita una corte criminale speciale contro il mercato nero. In quattro anni Vichy avrà prodotto nove

giurisdizioni eccezionali.

Durante il bagno di sangue ad opera dei tedeschi ai danni dei comunisti, il governo di Vichy è deciso a voler

tranquillizzare i tedeschi sulla capacità operativa dei loro servizi ma, da metà settembre, gli occupanti

riorganizzarono la repressione contro i primi segni della nascente lotta armata adottando misure più dure:

ogni episodio di ribellione deve essere attribuito ai comunisti, da 50 a 100 comunisti devono essere uccisi

per ogni soldato tedesco caduto; occorre premiare chi collabora con le forze di repressione; gli atti di

spionaggio o illecito possesso d’armi devono essere sempre punti con la pena di morte.

È necessario che siano i francesi a condurre la repressione al fine di evitare che i tedeschi uccidano ostaggi

innocenti e soprattutto per dimostrare la forza dell’Etat Français alla popolazione: Vichy vuole che sia la

polizia francese a trovare i colpevoli degli attentati e Pucheu istituì brigate speciali anticomuniste.

Ora, l’opposizione politica comincia a diventare resistenza attiva.

12. La “Charte du Travail” e gli scioperi del ’41-‘42

Il 4 ottobre 1941 viene promulgata la Charte du Travail: gli articoli di questo testo di legge accorpano i

principali rami d’industria in 29 famiglie professionali, ognuna delle quali è diretta da un comitato sociale

composto da rappresentanti dei sindacati. Le competenze di questi comitati sono limitate alle questioni

salariali, aziendali ed assistenziali. Lo sciopero e la serrata restano vietati dalla legge.

Nonostante le numerose divisioni, l’esigenza di istituire una struttura che permettesse di dare un posto alla

classe operaia all’interno dell’Etat Français, era comune a tutti. Qualche giorno dopo la pubblicazione della

Charte du Travail vengono uccisi alcuni dei dirigenti sindacali più rappresentativi: questo evento sancisce

dunque il contrasto tra il sindacalismo collaborazionista di Vichy ed il movimento operaio tradizionale.

Le uniche reazioni favorevoli sono quelle padronali: per i padroni infatti la Charte rappresentava la

possibilità di arricchirsi legalmente, per le autorità un servilismo verso i tedeschi e per gli operai una

minaccia di essere assunti a forza dai tedeschi ed espatriati in Germania.

Riappaiono numerosi scioperi e la frequenza e la diffusione sull’intero territorio nazionale delle

rivendicazioni operaie, consentono di parlare, dai primi mesi del 1942, di un risveglio operaio nei settori

industriali che, dopo la stasi forzata dei mesi estivi del 1940, hanno riaperto gli impianti e ripreso l’attività

per conto dei tedeschi. Oltre a ciò, anche nelle zone occupate si pose il problema dell’ordine pubblico

dovuto al malcontento provocato dalla sottoalimentazione.

Nei primi mesi del 1942, anche i lavoratori del Sud della Francia danno vita ad importanti scioperi,

riuscendo ad ottenere miglioramenti riguardanti il cibo: con quest’ultima lotta, a marzo del 1942, giunge a

compimento un tragitto durato undici mesi, che dal giugno del 1941 ha portato lo sciopero in tutti i più

importanti bacini della Francia.

Considerati pretesti i motivi addotti dagli scioperanti, l’origine della sospensione del lavoro può essere

giustificata solo da una parola d’ordine comunista, dato che i minatori non si riconoscono in nessuna

istituzione del regime.

Di lì a poco, Laval tornerà al governo, e con l’introduzione della sua relève – avvio della deportazione del

lavoro in Germania – la condizione della classe operaia peggiorerà.

La Charte du Travail muore ancor prima di nascere.

13. Vichy e la ricerca della guerra

Nato con la speranza di trattare la pace con la Germania, il governo di Vichy si trova a coabitare con la

guerra.

La Francia contribuisce alla guerra tedesca dando sostegno all’armamento tedesco ed inviando migliaia di

lavoratori in territorio tedesco. Inizialmente i governanti di Vichy tentarono di rovesciare il fronte per

passare alla cobelligeranza al fianco dei Reich, contro l’ex alleato. Vichy crede che collaborare apertamente

sia la strada migliore per ottenere condizioni d’occupazione più favorevoli ed un trattato di pace che

riconosca alla Francia un posto d’onore nel nuovo ordine hitleriano.

Si aveva già la consapevolezza che questa collaborazione potesse essere portata fino al coinvolgimento

militare ed infatti questo saltò fuori dall’incontro al vertice tra Pétain ed Hitler a Montoire-sur-Loire il 24

ottobre 1940 e fu costantemente richiamato dalla propaganda di Vichy come simbolo del nuovo corso della

collaborazione di Stato.

Il fine della collaborazione proposta da Hitler è quello di vincere la guerra contro la Gran Bretagna: Pétain

dichiara di poter dare soltanto un’adesione di principio a questa prospettiva, mentre Laval assicura che la

Francia può combattere contro l’Inghilterra.

Laval chiede che vengano fatte alcune concessioni, in modo che il suo Governo possa presentare ai cittadini

i primi risultati della politica di collaborazione: egli richiede la diminuzione delle spese d’occupazione, un

ammorbidimento della linea di demarcazione, una modifica del tasso di cambio col marco ed il

rafforzamento dell’Esercito e della Marina in Africa Settentrionale per scongiurare la reazione inglese.

Laval è d’accordo con la necessità di accrescere l’impegno francese contro l’Inghilterra, cominciando dalla

riconquista delle colonie africane: il 29 novembre, Darlan incontra un generale tedesco per discutere un

piano di attacco al Ciad.

Poco dopo, Pétain congeda Laval, facendo sorgere una crisi di fiducia tra Berlino e Vichy tale da non

rendere possibili i progetti di coinvolgimento militare diretto (nonostante fosse già chiaro che i tedeschi

non avrebbero contraccambiato in alcun modo).

Il testo dell’armistizio esclude inoltre la partecipazione della Francia allo sforzo bellico della potenza

occupante ed il Governo francese tenta appunto di strappare compensazioni politiche alla sua buona

volontà di rendere servizi economici che superano il testo del trattato d’armistizio, al fine di ottenere in

anticipo contropartite, che non verranno poi mai concesse, dal governo tedesco.

La destituzione di Laval non rappresenta una rottura con la Germania; dal dicembre 1940, si moltiplicano le

prove di buona volontà. Darlan incontrerà Laval per delineare le condizioni necessarie per il ritorno in

politica di Laval: Pétain deve essere solo in Capo dello Stato e deve nominare Darlan suo successore; Laval è

il Capo del Governo, Ministro degli Esteri e degli Interni; gli altri ministri devono essere scelti da Laval.

Queste condizioni non verranno accettate ma, poco dopo, Darlan verrà nominato alla vice Presidenza del

Consiglio.

Darlan prosegue il suo disegno, anche a rischio di compromettere i rapporti con gli USA, la cui neutralità

costituisce un sostegno a Vichy. Il Governo di Vichy insiste perché Washington convinca Londra ad

attenuare il blocco navale per farvi filtrare i rifornimenti alimentari per la Francia non occupata. Darlan non

ha però intenzione di apparire accomodante con l’Inghilterra ed invia una nota con la quale minaccia gli

inglesi di far scortare dalla Marina militare i convogli mercantili.

Darlan è più interessato a servire Hitler che a nutrire il suo popolo anche se la sproporzione tra il

programma tedesco ed i vantaggi ottenibili appare ogni giorno più flagrante.

14. I “Protocolli di Parigi”

Dopo la ripresa dell’offensiva italo-tedesca, un nazionalista iracheno guida un colpo di stato antibritannico a

Bagdad, il 13 aprile la Wehrmacht penetra in Jugoslavia e dopo obbliga i Greci a capitolare.

La Francia partecipa allo sforzo bellico limitandosi ad auspicare come contropartita, l’alleggerimento del

regime d’occupazione.

La condotta della guerra anti-inglese farà sì che inglesi ed americani critichino i francesi ed ostacolino i

rifornimenti. Darlan darà ora un’ulteriore prova della buona volontà del Governo francese di andare oltre

gli obblighi dell’armistizio al fine di migliorare la collaborazione.

Darlan vuole ora dare guerra alla Gran Bretagna e chiede un incontro con Hitler l’11 maggio 1941 nel quale

Hitler sottolinea l’importanza della collaborazione degli alleati.

Il vice Presidente del Consiglio insiste ancora sul valore propagandistico di eventuali concessioni tedesche.

L’unica cosa che il governo USA piò fare è minacciare un suo ingresso in guerra.

Intanto, nel maggio 1941 maturano i frutti della collaborazione militare: il generale tedesco arriva a Parigi

per concludere gli accordi militari, noti come Protocolli di Parigi, divisi in tre parti:

• I francesi devono: cedere all’Iraq i ¾ del materiale militare immagazzinato in Siria; mettere a

disposizione i porti, strade e ferrovie siriane per il rifornimento; consentire la presenza di campi di

addestramento iracheni in territorio siriano, concedere l’uso dell’aeroporto di Aleppo; trasmettere

ai tedeschi tutte le informazioni sui movimenti inglesi in Medio Oriente

• Per l’Africa del Nord, il governo francese concede il porto e le navi francesi per il trasporto

• Per l’Africa occidentale ed equatoriale deve essere messo a disposizione il porto di Dakar

I tre protocolli sono conclusi da un quarto protocollo che avvisa i francesi di un possibile conflitto armato

con l’Inghilterra o con gli USA e per questo il governo tedesco accorderà preventivamente i rinforzi

necessari ed i mezzi per giustificarsi agli occhi dell’opinione pubblica.

L’attuazione di questi protocolli non ci sarà per la diffidenza di Hitler nei confronti dei dirigenti di Vichy.

I francesi si renderanno presto conto che l’allargamento del conflitto ad est fa entrare la guerra in una fase

nuova.

Il generale Doyen traccia un quadro delle prospettive della collaborazione ed affida le speranze di ripresa

della Francia soltanto all’eventuale intervento in guerra degli USA. Per Darlan invece la collaborazione

militare è necessaria ed invia una nota ad Hitler nella quale chiede il riarmo completo della Francia per

combattere al fianco del Reich.

I tedeschi hanno però capito le intenzioni di Darlan: partecipare alla guerra per salire sul carro dei vincitori

e terminare le limitazioni che il regime dell’armistizio imponeva alla sovranità dell’Etat français.

Darlan cede il testimone a Laval nell’aprile 1942.

Vichy e Algeri

1. Il ritorno di Pierre Laval e la “relève”

Pétain nomina Laval Capo del Governo il 18 aprile 1942. Il suo ritorno in politica crea intorno a lui e al suo

governo un clima di diffidenza ed avversione: per i membri dei vecchi partiti del Fronte Popolare, Lavar era

il nemico della “classe lavoratrice”.

L’estate 1942 è marcata dalla diffusione della fame e della miseria urbana ed operaia: cresce un sentimento

anticontadino poiché gli agricoltori, detentori delle ricchezze più richieste, sono oggetto invidia.

Il 22 giugno Laval augura alla radio la vittoria della Germania nella guerra contro l’URSS e chiede che tre

operai francesi partano a lavorare volontariamente nelle fabbriche del Reich per dare il cambio (la relève)

ad un prigioniero di guerra, preferibilmente contadino.

Gli argomenti proposti da Laval sono basati sul richiamo politico generale e patriottico, la prospettiva di alti

salari e la solidarietà verso i prigionieri di guerra. Ed inoltre l’industria francese ha dimostrato di voler

prendere una parte attiva nella costruzione d’un’economia pan-europea.

In realtà: gli operai francesi devono lavorare di più, in modo da consentire che una fetta sempre più grande

di loro possa andare in Germania. Nonostante ciò, la propaganda per la relève non ottiene alcun risultato

significativo. L’apparato statale collaborazionista, una volta constatata l’inefficacia della relève, passa ad

organizzare la deportazione industriale, con l’avvio di una politica tendente a rendere obbligatorio il lavoro

per l’industria di guerra del Reich.

Iniziano quindi scioperi in segno di protesta per i quali è stato necessario un consistente intervento

poliziesco. Si crea quindi uno scenario di ostilità operaia: i lavoratori zittiscono i propagandisti del governo,

cacciano i dirigenti dei sindacati ufficiali e danno vita a manifestazioni di piazza.

La relève è solo la premessa immediata dello STO, il servizio obbligatorio di lavoro, che trasformerà

centinaia di migliaia di francesi in deportati di lavoro in Germania.

2. Laval e l’olocausto

Nell’estate del 1942 entra in funzione anche in Francia la politica di sterminio totale degli ebrei europei. Gli

obiettivi di sterminio tedeschi degli ebrei possono essere raggiunti solo grazie alla collaborazione attiva del

Governo e della polizia di Vichy, che si trova sotto la responsabilità di Laval.

Il 4 luglio il governo di Vichy accorda la deportazione di tutti gli ebrei stranieri, tra cui anche quelli rifugiati

in zona libera che inizialmente non erano stati richiesti dai tedeschi. Il 6 luglio il governo stabilisce le

condizioni di collaborazione con i tedeschi nell’arresto degli ebrei: ciò verrà applicato poi nell’operazione

“vento primaverile” del 16 luglio con la quale vennero arrestati 18.000 ebrei stranieri.

Un mese dopo fu la zona sud a subire la stessa sorte: utilizzando il censimento degli ebrei redatto da

Darlan, vennero arrestati più di 7.000 ebrei, condotti poi a Drancy.

Laval, consapevole di ciò che stava facendo, cercò di nascondere l’operazione al resto della popolazione ed

addirittura, alcuni poliziotti preavvertivano gli interessati dell’arresto, dando loro possibilità di salvarsi.

Le reazioni non si limitano a proteste popolari o a denunce della stampa clandestina, esse interessando

anche un importante pilastro del consenso a Pétain: la gerarchia cattolica.

3. La crisi del novembre 1942

Nell’arco di pochi mesi, Laval accentua i tratti oppressivi del regime ed iniziano a pesare i tributi economici

che la Francia deve ad Hitler. Privi del consenso popolare, il Governo Vichy non può far altro che ricorrere

alla coercizione (tirannia).

La quasi unanimità dei francesi è convinta che gli angloamericani vinceranno, anche grazie alla resistenza

sovietica. È facile immaginare quindi l’effetto provocato dallo sbarco angloamericano su un’opinione

pubblica già scettica: la guerra sta andando in senso inverso alle aspettative di vittoria di Berlino, e lo

sbarco in Algeria e Marocco, con la conseguente occupazione totale della Francia, finisce di convincere la

maggioranza dei francesi. Accanto alle operazioni in Africa del Nord, l’opinione pubblica intravede, grazie

all’offensiva russa, il crollo dell’esercito tedesco e quindi la successiva liberazione della Francia.

Quando si viene a conoscenza di quanto accaduto a Tolone il 27 novembre - nel cui porto la flotta francese

si è autoaffondata per non dover scegliere tra cadere in mano tedesca o raggiungere i porti nordafricani in

mano alleata – nell’intero paese si crea un clima antitedesco senza eguali.

La crisi di novembre consegna il governo Laval ed il regime collaborazionista nelle mani di Hitler.

Sorgono infine forme nuove e più dure di opposizione al regime e all’occupante, tra cui la crescita della

resistenza armata. È nella classe operaia che i manifestanti sono più numerosi: essi iniziano a sentirsi

rappresentati da un altro governo, il “Comitato nazionale francese”, guidato da De Gaulle.

4. La leva per il servizio di lavoro obbligatorio

Con il 1943, i crescenti costi umani della politica di collaborazione spingono i lavoratori francesi a passare

da un atteggiamento di rifiuto politico ad una mobilitazione attiva contro il regime e l’occupante. Il motivo

principale di questa mobilitazione è la deportazione industriale.

Per garantire l’approvvigionamento di manodopera francese alle industrie tedesche, il governo istituisce, il

16 febbraio 1943, il Service du Travail Obligatoire (STO), esteso ai giovani di ogni classe sociale, e non più+

limitato – come per la relève – alla classe operaia.

Prende corpo dunque la convinzione che le partenze avevano lo scopo di svuotare la Francia di uomini

pronti ad insorgere contro l’occupante.

I giovani che si sottraggono allo STO e si danno alla macchia, iniziano a formare i maquis (uno dei più

celebri è quello dell’Alta Savoia), nei quali si organizzano per una resistenza attiva.

Una parte consistente della leva per il lavoro obbligatorio si è trasformata in una leva per la Resistenza.

La mappa dei maquis coincide con quella delle bande partigiane e quindi la ricerca dei renitenti e la lotta

antipartigiana sono due facce della stessa medaglia.

Ci fu un colloquio poi tra Speer e Bichelonne che prendono atto dell’imponente renitenza allo STO ed

interrompono, per l’anno in corso, le requisizioni di manodopera.

5. Un’opinione pubblica che si radicalizza

All’inizio del 1943 si diffonde in Francia la speranza di una rapida conclusione della guerra dovuta ai successi

anglosassoni in Africa e alle vittorie dell’Armata Rossa.

A Stalingrado, per la prima volta dall’inizio della guerra, un gruppo di armate tedesche si è trovato

accerchiato e costretto alla resa. Le vittorie dell’Armata Rossa incrinano l’atteggiamento antisovietico

francese ed annullano le conseguenze del patto Ribbentrop-Molotov. L’ammirazione per l’URSS cresce in

proporzione alla delusione per gli angloamericani che non forniscono lo sforzo necessario per far

concludere la guerra.

Il protagonista principale della crescita dell’opposizione e della resistenza armata è il Partito comunista che

resiste nonostante le due repressioni che lo hanno coinvolto. I responsabili dell’attività partigiana sono

noti, in quanto si tratta di giovani minatori che già avevano animato gli scioperi del 1941: contro di essi il

governo è disposto a ricorrere a tutti i mezzi possibili. Inoltre le autorità tedesche esigono che tutti i

comunisti condannati, una volta espiata la pena, vengano consegnati a loro.

Nel 1943, il PCF raccoglie i primi frutti della sua lunga lotta clandestina poiché ora una gran parte della

Francia si riconosce nelle ragioni di questa lotta.

L’estate del 1943 si chiude su uno scenario di guerra civile incombente, che si intreccia alla lotta contro i

tedeschi a causa del coinvolgimento di milizie collaborazioniste in armi contro i partigiani.

L’atmosfera politica peggiora ancora dopo l’8 settembre, quando, con l’arrivo dei tedeschi che

sostituiscono le truppe d’occupazione italiane, la regione piomba in un clima di terrore.

6. Gli scioperi del 1943

Contro la fame e la deportazione gli operai hanno ripreso a scioperare: comincia un’agitazione fra le

industrie che si protrarrà fino alla liberazione. Questo movimento dimostra come di fatto esista un solo

movimento sindacale, la rinata CGT riunificata, che dirige dalla clandestinità tutte le istanze sindacali.

Il peggioramento della vita operaia e la più realistica aspettativa di sconfitta del Reich, spiegano la ripresa

della lotta.

La “direction des mines” del Ministero della produzione industriale nota che la produzione ha mantenuto i

suoi valori soltanto grazie al lavoro supplementare imposto ai minatori.

L’assenteismo è rimasto elevato ed il calo del rendimento è soprattutto conseguenza della stanchezza degli

operai. Di fatto, il rendimento individuale continuerà a calare per tutto il 1943. Quando poi alla fine del

1943 li si vuole privare anche del riposo settimanale, essi riscendono in lotta: il 10 ottobre riiniziano gli

scioperi ed il movimento presto si allarga fino a raggiungere un astensionismo quasi totale.

Attraverso la lotta gli scioperanti rivendicarono aumenti salariali e più congrue razioni alimentari, per poi


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Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica ed interculturale
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabardelloni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla mediazione francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Cordiner Valerio.

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