Macroeconomia (capitolo 1)
La contabilità nazionale
La contabilità nazionale è un insieme di conti necessari per costruire il bilancio di un sistema economico complesso (regionale, nazionale ecc.). Consideriamo il sistema come un’unità produttiva (come se fosse un’impresa) composta, al suo interno, da milioni di unità produttive e andiamo a rappresentare la sua performance produttiva. Per fare ciò ci avvaliamo di uno strumento, ovvero il bilancio statale, che risulta formato da un:
a) conto economico, redatto dall’ISTAT ogni 4 mesi, il quale ci fornisce informazioni rilevate su un tratto di tempo non molto lungo (monitoraggio continuo);
b) conto patrimoniale, che non esiste, di per sé, a livello statale ma è di fondamentale importanza per ricavare informazioni utili. Tali informazioni vengono rilevate su un tratto di tempo più lungo rispetto al CE.
Conto economico
Analizziamo ora la parte del bilancio statale inerente al:
- Conto economico
I due elementi che compongono il conto economico sono:
- Costi;
- Ricavi.
La differenza tra i costi e i ricavi di un sistema ci fornisce un reddito, relativo all’attività produttiva svolta, che resta a disposizione di un dato sistema.
La prima categoria di costi che troviamo sono detti:
- Costi di consumo produttivo (o intermedi): questi costi si riferiscono a tutti quei beni la cui 'distruzione' è servita per la produzione di altri beni.
Se dal valore della produzione, ovvero tutto ciò che è stato prodotto dal sistema (fatturato o mandato a magazzino) sottraiamo i costi di consumo produttivo, otteniamo il valore aggiunto nazionale o PIL (quando ci riferiamo al PIL si considera tutto ciò che è stato prodotto all'interno di un sistema, da parte di residenti e non residenti).
1) Prima definizione del PIL: [il PIL è il risultato del valore della produzione al netto dei consumi produttivi (o intermedi)].
Dentro al VA (o PIL) rientrano due categorie di redditi (che corrispondono anche a due categorie di costo), ovvero:
- Redditi da lavoro: tutti i salari;
- Redditi da proprietà: che a loro volta si suddividono in:
- Oneri finanziari passivi (interessi passivi);
- Risultato lordo di gestione (utili).
Possiamo definire il PIL come la somma dei VA di ciascun settore produttivo, ovvero come valore complessivo del prodotto realizzato nel sistema al netto di quella parte del prodotto che è consumata nella produzione stessa.
2) Chiave di lettura del PIL: [il PIL misura il flusso totale dei redditi pre-imposta generati dalla produzione e distribuiti fra tutti coloro che, sulla base di contratti di lavoro o di credito o di diritti di proprietà, hanno diritto a reclamarne una parte].
Utilizzazioni finali del PIL
Per ricavare un’ultima definizione del PIL andiamo ad introdurre un concetto che riguarda le utilizzazioni finali (o impieghi finali del prodotto). Una volta determinato il PIL (o VA) andiamo a vedere come questo viene destinato fra le varie utilizzazioni finali. Esse vengono identificate in tre gruppi:
- Consumi finali: parte del VA andrà a quei beni destinati unicamente al consumo, quindi non reimpiegati per la formazione di altri beni. I consumatori finali sono principalmente: le famiglie e la pubblica amministrazione (es: spese sulla sanità, sicurezza, spesa da parte delle famiglie in abbigliamento ecc.);
- Investimenti: è la spesa che viene effettuata in relazione all'acquisto di beni durevoli o servizi da cui, grazie al loro utilizzo, ci si aspetta la produzione di redditi futuri (es: infrastrutture, brevetti ecc.). Negli investimenti rientra anche la variazione di scorte di magazzino. Tale voce può risultare anche a saldo negativo se, per esempio, si vendono più scorte rispetto a quanto se ne riesca a reintegrare;
- Esportazioni: qui rientrano tutti gli acquisti di beni e servizi da parte di soggetti che si trovano fuori dal sistema di riferimento (da parte di non residenti).
Un’altra voce molto importante, che non rientra nelle utilizzazioni finali, sono le importazioni ovvero: [tutti quei beni acquistati dall’estero, da parte del nostro sistema, per coprire il fabbisogno di consumi finali ed investimenti].
Definizioni del PIL
Disponendo di tutti i dati necessari arriviamo alla 3a, ed ultima, chiave di lettura del PIL:
- Cons. fin + Invest. + Exp. = PIL + Imp (Z)
Isolando il PIL e portando le Importazioni all’altro membro otteniamo:
PIL = C + I + (Xp–Z) da cui (Xp-Z) è detto saldo commerciale o bilancia commerciale.
Quindi PIL = C + I + BC
PIL (3a definizione): [la spesa finale interna ed esterna netta coincide con la somma dei redditi generati dal complesso delle attività produttive interne, che a sua volta coincide con la somma dei loro contributi agli impieghi finali].
Se andiamo ad analizzare la composizione del VA italiano ed il contributo di ciascun settore alla formazione di questo, notiamo che:
- Il settore agricolo ed industriale manifatturiero concorre alla formazione del PIL in maniera quasi del tutto trascurabile;
- I servizi sono i settori che contribuiscono maggiormente alla formazione del VA (circa 74%).
Grandezze flusso e stock
Quando ci riferiamo alle grandezze del conto economico e del conto patrimoniale dobbiamo fare un’importante distinzione:
a) Nel conto economico le grandezze vengono definite come flussi (o velocità): [la grandezza flusso è un numero che acquisisce significato se riferito ad un intervallo di tempo]. Un'ulteriore distinzione va fatta tra:
- Intervallo di riferimento, ovvero l'intervallo principale preso in considerazione (es: PIL annuo);
- Intervallo di rilevazione, corrisponde ad una frazione dell'intervallo di riferimento (es: PIL rilevato trimestralmente);
b) Nel conto patrimoniale le grandezze definite come stock (o fondi): [Essa fa riferimento ad un istante di tempo ben preciso (come se si stesse scattando una fotografia)].
Perché parliamo di prodotto interno Lordo? Dalla definizione analitica del PIL (PIL = C + I + BC) analizziamo meglio la voce 'investimento I'.
Un modo per misurarlo è attraverso il flusso di spesa annua relativo all'acquisto di beni (o servizi) durevoli, inclusi i prodotti mandati a scorte e tenuto conto della “spesa negativa” corrispondente a vendite di scorte. Sia:
- A0: consistenza di asset reali al tempo “o”;
- A1: consistenza di asset reali al tempo “1”
ΔAR = A1 – A0 tale differenza è la risultante di due flussi:
- Uno in aumento: corrisponde alle spese che rientrano negli investimenti dell’anno;
- Uno in diminuzione: ha due cause di natura diversa:
- Vendita da scorte precedenti (che fanno parte di I);
- Invecchiamento degli asset reali dovuto dal passare del tempo (che chiameremo “Scrap” Sc).
Quindi avremo A0 + I - Sc = A1 ovvero ciò che avevamo all’inizio (A0), gli investimenti (I) e lo Scrap (Sc) uguali alla consistenza di asset reali rilevata a fine dell’anno (A1).
Vediamo che l’investimento lordo è composto dall’insieme degli investimenti realizzati durante l’anno più lo “Scrap” ΔAR+I = Sc. L’investimento netto – portando lo Scrap a membro sinistro otteniamo – ovvero I - Sc = ΔAR.
Se sostituiamo l’investimento netto con quello lordo nella definizione del PIL otteniamo il prodotto interno netto PIN. PIN = C + (I - Sc) + BC
Prezzi e attività no-market
A seconda dei prezzi che vengono utilizzati per calcolare le componenti che vanno a formare il PIL, avremo risultati diversi. I prezzi possono essere di 2 tipi:
- Prezzi di base: [prezzi dell’uscita di fabbrica];
- Prezzi di mercato: [prezzi dei prodotti pagati dagli acquirenti finali].
Non tutte le attività consentono però di valutare il proprio prodotto per mezzo dei prezzi. Tali attività sono:
- I servizi pubblici (attività no market): tali servizi vengono erogati gratuitamente dalla comunità, quindi non è possibile stabilirne un prezzo in maniera diretta.
Il contributo al VA di questa parte della produzione viene valutato sulla base dei costi di produzione. Per tali servizi si procede all'indietro: si parte dal calcolo dei consumi intermedi aggiungendo a questi i costi di lavoro più una stima degli ammortamenti. Tolti nuovamente i consumi intermedi, otteniamo il VA, che quindi risulta formato da: redditi da lavoro e quote degli ammortamenti. Tutto il VA di questo settore andrà a consumi finali.
VA (reddito da lavoro e quote amm.enti) = [(c. prod.) + reddito lavoro + (amm.enti)] - (c. Produttivi).
- I servizi di intermediazione: essi possono essere di due tipologie:
I. commerciale: un esempio calzante è quello dei supermercati i quali acquistano all’ingrosso per poi rivendere al dettaglio. Non esiste un compenso dietro a tale servizio d’intermediazione, perciò il loro contributo al VA è così calcolato:
–Ricavi dettaglio (vendita dett.) Costi a monte (acquisto ingrosso) = VA
II. finanziario: qui ci si riferisce all’intermediazione bancaria di ricevere depositi o emettere fidi. Risulta ovvio che non esiste un prezzo per tale intermediazione; come si trova? Si fa la differenza tra interessi attivi e passivi (quindi sui depositi e sui fidi) e ne ricaviamo così il prezzo.
Quali interessi contribuiscono al VA?
- Una parte degli interessi su crediti che le imprese versano alle banche viene contabilizzata fra i costi di produzione o intermedi (pertanto non risulta inclusa in VA);
- Analogamente, gli interessi passivi che le banche versano ai depositanti contribuiscono negativamente fra i costi di produzione e quindi non rientrano nel VA;
- Gli interessi attivi che le banche ricavano da prestiti alla clientela diversa dalle imprese (famiglie) risultano inclusi con segno + nel VA.
Misure nominali e reali
Una grandezza presa a sé non fornisce nessun tipo di informazione (es: il PIL preso da solo non mi fornisce nessuna informazione rilevante, perché è solamente un numero preso a sé). Occorre quindi che le varie grandezze vengano confrontate tra di loro in modo tale da poter ottenere delle informazioni utili inerenti all'andamento di un sistema, o, più sistemi.
I metodi di paragone possono essere:
- Il PIL dell’economia Italiana confrontato a due date diverse;
- Il PIL dell’economia Italiana confrontato con il PIL di un’economia estera;
Entrambi i tipi di confronto, per essere validi, devono superare una difficoltà relativa all’unità di misura, ovvero: il potere d’acquisto.
Quando andiamo a confrontare due unità di misura dobbiamo scegliere (e tenere fisse) una delle due convenzioni:
- Tempo: si considera il PIL di uno stesso paese preso a due date diverse. Si tiene fermo il sistema e si prende il PIL a due date diverse;
- Spazio: si considera il PIL di due stati diversi alla stessa data. Si tengono ferme le date e si analizza il PIL di due paesi diversi.
Pe ottenere un rapporto di parità di potere d’acquisto, dobbiamo:
- In primis, stabilire un paniere di riferimento, ovvero, la qualità e quantità di beni da utilizzare come misura di riferimento.
Il paniere, nel confronto, deve essere lo stesso e deve indicare cosa e quanto contiene (es: PIL del 2000 con rispettivo paniere (A), PIL del 2015, con rispettivo paniere (B)):
Disponendo ora dei due panieri di beni possiamo trovare il potere di acquisto di:
1) di (A) che è uguale (ovvero quanto paniere A posso comprare con 1 unità di misura A)
2) di (B) che è uguale (ovvero quanto paniere B posso comprare con 1 unità di misura B)
Quante unità monetarie di A (o di B) hanno lo stesso potere d’acquisto di 1 unità di B (o A)?
La risposta si trova eguagliando il potere d’acquisto di A con B, o viceversa [tale rapporto mi indica quante unità monetarie di A eguagliano il potere d'acquisto di 1 unità di B] B
Se andiamo a sviluppare il denominatore e, successivamente, a moltiplicare e dividere per ( )Ph otteniamo:
Dalla formula notiamo che:
- AP è il rapporto di parità d’acquisto se il paniere fosse costituito interamente da un solo bene (o servizio);
- BP × βh rappresenta la proporzione di ciascun bene all’interno del paniere B (tutti i beni formeranno il coefficiente uguale a 1)
[Quando costruiamo un potere d’acquisto su due unità monetarie, riferite a 2 panieri, lo costruiamo sulla media dei prezzi dei beni dei panieri].
È possibile ora confrontare le due grandezze monetarie definite sulla stessa convenzione: trovo l’equivalente di ‘Ya’ in unità A di ‘Yb’
Tassi di cambio nominale, PPA e reale
Quando vengono prese in esame due grandezze monetarie relative alla stessa data, ma appartenenti a paesi diversi, vengono introdotti i concetti di tassi di cambio.
I prezzi rilevati dai tassi di cambio sono definiti su 2 convenzioni:
- Convenzione europea: quanta valuta domestica serve per comprare una unità di valuta estera (utilizzeremo questa anche se oggi viene utilizzata la anglosassone) (EURO/DOLLARO);
- Convenzione anglosassone: quanta valuta estera serve per acquistare una unità di valuta domestica (DOLLARO/EURO);
Andiamo a vedere quali sono i tassi di cambio:
- Tasso di cambio nominale (o valutario): [è il rapporto a cui due valute si possono effettivamente scambiare sul mercato delle valute];
- Tasso di cambio di parità potere d’acquisto (PPA): [è il rapporto di conversione che garantisce la parità di potere d’acquisto].
Poniamo di avere i dati del:
- Il PIL italiano valutato in euro Y€
- Il PIL Usa valutato in dollari Y$
Il tasso di cambio che definisce la parità di potere d’acquisto tra le due valute (presi due panieri di beni uguali tra loro; uno in dollari e uno in euro) è dato da:
Il tasso di cambio valutario non tiene conto della variazione del potere d’acquisto della moneta, es: (0,72 centesimi, pur comprando 1 dollaro sul mercato delle valute, comprano meno beni in Italia di quanto ne compra 1 dollaro in USA: servirebbero circa 0,80 centesimi per comprare lo stesso bene in Italia). Il PPA fornisce stime più veritiere ed accurate, rispetto al tasso di cambio nominale.
Andiamo a definire l’ultimo tasso di cambio. Partiamo dal seguente rapporto e sviluppiamolo:
E E EV$ = E€ V€ Epp VV $
Questo tasso è definito come tasso di cambio reale: [indica quanti panieri italiani mi servono per acquistare una unità di paniere estero in unità di prodotto domestico]. È il tasso più importante e più utilizzato per spiegare il commercio internazionale.
In base al risultato che otteniamo possiamo dire se a un paese convenga esportare o importare beni:
- Se V€ > EV$, allora all’Italia conviene importare dagli USA (e agli USA esportare);
- Se V$ > 1/E V€, allora all’Italia conviene produrre internamente e agli USA importare;
- Se V€ = EV$, allora ambo i paesi non avranno alcun vantaggio ad importare o esportare.
Se sussiste un divario fra il tasso di cambio nominale e il PPA indica l’esistenza di una finestra d’arbitraggio tra mercato delle valute e dei beni. Quindi, se per esempio E è minore del PPA io posso acquistare dollari contro euro, sul mercato delle valute, e rivendere tali dollari contro euro sul mercato dei beni realizzando così un profitto (importando i beni dagli USA in Italia).
Indicatori economici
Se andiamo a prendere due unità monetarie riferite allo stesso sistema otteniamo due indicatori molto importanti. Presi due panieri di beni a due date diverse, rispettivamente Va e Vb con data a < b, possiamo ottenere due diversi indicatori:
- Il rapporto R = Va/Vb indica [quanti panieri dell’anno ‘a’ hanno lo stesso potere d’acquisto sul paniere di 1 euro dell’anno ‘b’]: tale rapporto viene definito deflatore e mi indica la velocità con cui due unità monetarie hanno perso (o guadagnato) potere d’acquisto;
- Il rapporto inverso del deflatore viene definito indice di variazione dei prezzi ed è definito dalla formula 1/R = R-1.
Quando cerchiamo di ripulire il PIL si usa più frequentemente il deflatore (ovvero si prende come unità di riferimento quella della data precedente). Una volta ottenuto R o 1/R posso:
R × Yb ≥ Ya
b) Analogamente e confrontare.
Il PIL ottenuto deflazionato prende il nome di PIL reale (o a prezzi costanti). Indichiamo con 'Yt+1 e Yt' i valori del PIL nominale di un’economia in due anni successivi. La differenza tra i due indica la velocità con cui il PIL nominale è variato fra i due anni, se noi li rapportiamo otteniamo:
- Il tasso di crescita nominale. Il tasso di crescita nominale (definito così perché si utilizzano valori nominali) sarà dovuto in parte a variazioni dei livelli di produttività ed in parte a variazioni di prezzi.
Andiamo a vedere la composizione di altri due tassi:
- Tasso di crescita reale: ottenuto moltiplicando il PIL alla data t+1 per il deflatore;
- Tasso d’inflazione: viene ricavato dall’indice di prezzo (calcolato quindi sui panieri di beni): se risulta positivo vuol dire che c’è stata inflazione, negativo inflazione negativa (ovvero deflazione), zero è rimasto tutto uguale.
Dalla definizione di PIL reale segue che: Il tasso di crescita nominale è dato da: tasso di crescita realizzato più tasso d’inflazione.
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