Situazioni della comunicazione: la varietà della lingua
Lingua scritta e lingua parlata
Non esiste l’omogeneità linguistica assoluta. La lingua per sua natura è caratterizzata dalla varietà, nella quale si esprime la creatività del parlante. Manifestazioni del variare della lingua e cause della varietà: livello e situazione in cui si svolge la comunicazione. Lo storico deve chiedersi a quale livello e in quale situazione si collochino i testi del passato che esamina.
Scritto e parlato
Differenza tra lingua scritta e lingua parlata che è sempre presente. Opposizione tra scritto e parlato che tende ad essere riassorbita nella visione della lingua come un continuum tra due poli, quello del "parlato spontaneo" e dello scritto "altamente formalizzato". Non si scrive come si parla né si parla come si scrive, ma presenza di situazioni in cui si contrappongono il parlato informale e il parlato formale. Nella tradizione letteraria italiana, il parlato formale ha avuto funzioni proprie della lingua scritta (orazioni di alto livello retorico, pronunciate in importanti occasioni pubbliche).
Oralità: elementi che entrano nella comunicazione, assenti nella scrittura (il gesto, l’espressione, il tono della voce, ecc.), nella conversazione si ha un continuo scambio di battute fra gli interlocutori e talvolta la sovrapposizione delle loro voci. La battuta dell’uno sarebbe incomprensibile senza il riferimento a quella dell’altro: intreccio di parola e azione.
Scrittura: maggiore durata rispetto al parlato, permette la correzione, il ripensamento, il succedersi di stesure diverse fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente e ordinato. Maggiore controllo delle connessioni testuali, del lessico, della sintassi.
Analisi di testi orali possibile dall’epoca in cui si ha la registrazione della voce su disco o su nastro, magari accompagnata da immagini (cinema, televisione, ecc.). NB: non esiste forma di registrazione audiovisiva che possa restituirci il parlato nella sua integrità di testo e contesto, perché si perdono i presupposti pragmatici del colloquio.
Difficoltà degli studi sul parlato
Attenzione per l’oralità soprattutto nel Novecento: fenomeni come il gergo di caserma, il parlato urbano, ecc. Problemi nell’utilizzo di materiale orale: non tutto ciò che è ‘voce’ è già per questo perfettamente adeguato a documentare la situazione reale. Consapevolezza che avevano i dialettologi al tempo della redazione dei grandi atlanti linguistici, quando si stabilirono le norme per selezionare gli informatori.
Buon informatore: conoscenza del dialetto, quindi nato nella comunità e perfettamente inserito in essa, ma, benché dialettofono, non analfabeta, per poter comprendere le domande di chi conduce l’inchiesta. Maria Chiara Bergonzi-Còveri osserva gli studi relativi al linguaggio giovanile: ricorso a fonti indirette (testi che riproducevano questo linguaggio), spesso opere narrative. Rischi di travisamento a causa del filtro e dell’interpretazione degli scrittori (la letteratura prende spunto dalla realtà per fini artistici, non a semplice scopo oggettivo e documentario).
Analisi del linguaggio giovanile attraverso fonti diverse, ad esempio televisive e diversi tipi di testi scritti, anche su materiali non convenzionali come magliette o caschi. Coveri osserva un continuo rinvio tra modello e specchio linguistico: emittente e destinatario si scambiano continuamente i ruoli con fenomeni di rapidissima messa in circolo. I giovani, guardando la televisione, imitano una caricatura di se stessi.
Non è facile, quindi, cogliere la lingua viva nelle sue manifestazioni reali, specialmente quando non si fa direttamente parte del gruppo posto sotto osservazione (uso di strumenti come il questionario).
Tracce di oralità nei testi scritti
Storia linguistica italiana ricostruita per la maggior parte sulla base di documenti e testi scritti, nei quali a volte affiorano tracce dell’oralità, la quale compare con differenti gradazioni, tanto da permettere una sorta di classificazione dei testi.
D’Achille: fenomeni del parlato presenti nella tradizione scritta studiati sulla base della natura privata, spontaneità, rapporto con versioni orali (testo dettato o verbalizzato) dei testi scritti.
Testo teatrale, che si ispira a un certo realismo/verisimiglianza: considerato una "simulazione di parlato" o un "parlato recitato" o anche "parlato programmato" (Nencioni) pur imitando il parlato reale, il teatro per forza deve eliminare o diminuire incertezze, esitazioni, false partenze, ripetizioni, interruzioni ecc., quindi non può essere assunto come documento del parlato reale di una determinata epoca.
Parlato introdotto nella narrativa, ad esempio nelle novelle, in cui la voce del narratore lascia spazio ai dialoghi tra i personaggi quasi come in una commedia: dialoghi che hanno come scopo la caratterizzazione del personaggio, il quale parla in un modo che si distacca nettamente dalla voce del narratore e da quella degli altri personaggi (battute con carattere più dialettale/popolare, ma parlato novellistico modellato su Boccaccio che diventa cristallizzato e tipizzato nella tradizione italiana).
NB: teatro e dialoghi della narrativa sono prima di tutto creazione letteraria.
Varietà diastratiche
Definizione della varietà diastratica
La lingua cambia in dipendenza del livello culturale e sociale di chi la usa. Italiano ‘popolare’: italiano di chi non riesce a staccarsi dal dialetto e per conseguenza contamina i codici, dando origine a ‘errori’, che per i linguisti sono prima di tutto fenomeni da interpretare e comprendere, indicandone la genesi e le motivazioni.
Varietà diastratiche: differenze che si riscontrano nell’uso dei diversi strati sociali, che non hanno lo stesso livello di cultura. Grave errore confondere, ad esempio, un testo prodotto da un semicolto con lo standard medio della sua epoca o con il livello ‘alto’ della lingua di cultura.
NB: i ceti più bassi non sono sempre estranei all’italiano, anche se la maggior parte della comunicazione popolare avveniva un tempo in dialetto.
Differenze sociali dell’uso linguistico nei documenti scritti del passato
Testi classificabili come “italiano popolare” (prima dell’Unità d’Italia) che mostrano le differenze sociali della lingua. Importanza dei testi scritti su supporti non convenzionali per l’analisi dei livelli ‘bassi’ dell’uso linguistico: graffiti, cartelli diffamatori, ex voto ecc. elementi di italiano popolare.
Graffiti e scritte murarie che non sempre sono prodotto di scriventi appartenenti a un ceto sociale basso: mancanza di una norma linguistica codificata e riconosciuta che rende normale il ricorso a forme della lingua viva, variamente filtrate attraverso la grafia latineggiante (varietà diatopiche).
Dal Cinquecento in poi, con l’affermarsi della codificazione bembiana, chi si discosta dalla norma scivola in una scrittura definibile come ‘semicolta’ o ‘popolare’. Nel passato individui di ceto elevato che si esprimono in un italiano che rivela una parentela abbastanza stretta con quello dei semicolti nelle regioni periferiche rispetto a correnti culturali nazionali o momenti storici in cui la classe dirigente non ha occasione di frequentare buoni studi, anche per mancanza di un’organizzazione scolastica adeguata.
Dal Cinquecento l’italiano letterario diventa lingua della comunicazione scritta ai diversi livelli della società. Quanto è più modesto il livello culturale dello scrivente, tanto più emergono gli elementi legati al dialetto. Varietà diastratica bassa permeabile alle varietà diatopiche (diversità linguistiche legate alla diversa provenienza del parlante).
Varietà diatopiche
Definizione della varietà diatopica
Anche oggi l’italiano parlato nel nostro paese non è uniforme (De Mauro), ma varia da regione a regione (varietà regionali o regioni di italiano) differenze a livello fonetico e fonologico, ma anche a livello morfologico e lessicale. Es: i parlanti settentrionali non distinguono tra le e / o rispettivamente aperte o chiuse, mentre un parlante toscano/romano sente questa differenza come dotata di valore fonematico (pèsca è il frutto, pésca l’atto di pescare).
Differenze a livello lessicale e sintattico: es. tengo fame segno di un italiano meridionale. Varietà diatopiche che possono dividere anche una stessa regione (es. pronuncia di Alessandria diversa da quella di Torino). NB: non si parla solo dei dialetti, ma anche del modo in cui l’italiano viene parlato quotidianamente.
Varietà diatopica che si riconosce nel parlato e nelle scritture: quanto più uno scrivente non è in grado di aderire al modello del toscano letterario, tanto più affiorano i tratti locali. Uno scrivente colto, dopo la codificazione bembiana, può essere in grado di censurare gli elementi locali, cancellando le tracce di varietà diatopica.
Storia della lingua italiana che, in quanto storia dell’affermazione di un modello unitario, è una battaglia per cancellare le differenze locali. Teorizzazione linguistica che, fin dal De vulgarieloquentia, ha indicato la via dell’uniformità.
Dante condanna tutti i volgari che sapessero di plebeo e locale (caratteristiche negative) in contrapposizione alla lingua illustre, non locale. Processo di eliminazione dei tratti locali che viene confermato nel Trecento dall’imitazione delle Tre Corone e poi sancito dalla grammatica di Bembo.
Lingua poetica che realizza in maniera più completa l’espunzione dei localismi, anche in virtù del suo carattere formalizzato e selettivo: tematica d’amore del modello petrarchesco che tocca poche situazioni e pochi oggetti selezionati, quindi non necessita di grande varietà linguistica. Poesia lirica che diventa presso ‘maniera’: facilità di scrivere in lingua poetica omogenea, senza rivelare la propria provenienza dialettale.
Problemi nella prosa di tipo pratico in cui entrano la terminologia quotidiana e il lessico tecnico dell’artigianato.
Terminologia relativa alle cose di tutti i giorni: libri di maneggio (testi settecenteschi), che verificano la consistenza dei dialettismi con cui si indicano gli oggetti domestici, anche in un orizzonte nient’affatto plebeo (famiglia nobiliare piemontese). Testi privi di controllo linguistico, che veniva invece esercitato su testi letterari o ufficiali, quindi che risente vistosamente dell’uso regionale.
Spinte per il superamento delle differenze geografiche nel linguaggio comune e familiare
Toscanizzazione delle scritture familiari alla ricerca della denominazione toscana degli oggetti di uso comune a partire da metà Ottocento, dopo la diffusione delle idee linguistiche di Manzoni. L’idioma gentile di De Amicis (1905): suggerisce toscanismi relativi a oggetti della tavola, dell’arredo, della casa. Dizionari nomenclatori e vocabolari domestici, impiegati anche nella didattica scolastica (esperienza pedagogica che acquista importanza solo dopo l’Unità).
Prima dell’Unità, la comunicazione interregionale a livello medio-basso ricorre a quello che Foscolo chiama “linguaggio itinerario”, il modo di esprimersi di coloro che per necessità si muovevano in regioni diverse dalla propria, adottando una lingua che eliminava ciò che era strettamente regionale. Stefano Guazzo (metà XVI sec.) teorizza una lingua simile, riservata all’uso orale dei ceti più alti della società, accettando che in essa potessero entrare parole non toscane, purché non di ambito troppo ristretto.
Storia della lingua italiana: fare i conti con il problema delle varietà diatopiche per ottenere una lingua omogenea sovraregionale. Spinta al livellamento:
- Principio estetico-letterario, delineatosi con teorici come Dante e Bembo (non investe la lingua quotidiana, ma solo quella letteraria).
- Principio pratico e sociale, divenuto più impellente con il formarsi della nazione italiana quale unità politica autonoma (obiettivo dell’unificazione della lingua parlata).
Le esigenze della Chiesa
Esponenti della gerarchia ecclesiastica sensibili ai problemi della varietà della lingua parlata, consapevoli che i predicatori dovessero parlare al pubblico di regioni diverse senza sfigurare. Francesco Panigarola racconta che Luigi Pozzi si preoccupava di far soggiornare a Firenze tutti i giovani frati destinati alla carriera della predicazione per prendere confidenza con la lingua viva, eliminando dalla loquela dei frati un colorito dialettale e regionale troppo stretto.
Il mistilinguismo
Maria Chiara Bergonzi - Parlante/scrivente italiano condizionato da: toscano conosciuto attraverso i modelli della letteratura, dialetto di origine, strumenti libreschi di consultazione di cui disponeva. Condizione di diglossia:
- Dialetto d’uso quotidiano, necessario e diffuso, collocato a un livello inferiore.
- Lingua letteraria, considerata la sola nobile, insieme al latino.
Ambiente dello scrittore del passato che dà vita a fenomeni di lingua mista, in cui entravano elementi attinti dalle diverse fonti. Mistilinguismo: mescolanza di elementi linguistici diversi, nello scritto o nel parlato, che può manifestarsi sia involontariamente (per errore), sia volontariamente (per deliberata scelta stilistica).
Prima della codificazione della lingua letteraria, ci sono casi di mistilinguismo in settori diversi: predicazione, prosa narrativa, scrittura cancelleresca e di koinè. Mistilinguismo sfruttato nella commedia del Cinquecento: italiano letterario accanto a voci dialettali e persino gergali. Parole italiane e dialettali, ma anche cultismi e tecnicismi.
Varietà diafasiche
Differenze linguistiche relative allo stile o registro della comunicazione, che può svolgersi a livelli diversi. Scala discendente: livello aulico, colto, formale, medio, colloquiale, informale, popolare, familiare, basso-plebeo. Ad ognuno di questi stili corrisponde una forma linguistica differente quanto a scelte sintattiche e lessicali.
Storico della lingua che deve fare attenzione al registro in cui si colloca il documento che sta prendendo in esame: lettera familiare o diario privato scritti in uno stile molto meno elevato di un’orazione o un testo poetico.
Tendenze innovative dell’italiano di oggi che si manifestano a un livello diafasico medio-basso (gli usato al posto di ‘a lei’ e di ‘a loro’, ci davanti ad avere, che polivalente, imperfetto nell’ipotetica della realtà, ecc.) uno stesso parlante può adottare queste forme, ma le abbandona in contesti che richiedano una comunicazione di livello formale più elevato.
Origini e primi documenti dell’italiano
Dal latino all’italiano
La genesi delle lingue romanze: il latino volgare. L’italiano deriva dal latino, come tutte le altre lingue romanze (portoghese, spagnolo, catalano, francese, occitano o provenzale, rumeno), lingue che non derivano dal latino classico degli scrittori, ma dal cosiddetto latino volgare.
Albero genealogico che mostra i continuatori del latino volgare FUMUM, che sono caratterizzati da una grande omogeneità (vengono inseriti anche il friulano e il sardo, che hanno una loro specificità glottologica, la quale li rende ‘lingue’, anche se oggi sono pressoché uguali ai comuni dialetti italiani per la loro funzione sociale).
Esame dell’evoluzione della parola FUMUM che è di tipo comparativo: gli esiti romanzi vengono paragonati tra loro e ricondotti alla parola originaria da cui derivano. Parola presupposta propria del latino volgare.
Concetto di latino volgare utilizzato per indicare i diversi livelli linguistici che esistevano nel latino (componente sociolinguistica, sincronica), dove già le fonti classiche distinguono tra:
- Latino letterario vero e proprio.
- I vari sermo plebeius, sermo militaris, sermo rusticus, sermo provincialis, cioè le lingue popolari dei soldati, dei rustici, dei provinciali. Livelli sociolinguistici differenti: gli illetterati, gli incolti, i rustici e provinciali parlano in modo diverso dalle persone colte della capitale.
Concetto di latino volgare che fa anche riferimento a uno sviluppo diacronico, che vede emergere nella tarda latinità usi linguistici spesso all’origine degli sviluppi romanzi. Cambiamenti del latino nel corso linguistico: es. di PLUS che si sostituisce a MAGIS nel comparativo. MAGIS presente nelle aree laterali dell’Impero, PLUS in quelle centrali: dopo essersi imposta la forma MAGIS nei territori conquistati, in una fase successiva si irradia da Roma un’innovazione (PLUS), che però non fece in tempo a raggiungere i territori laterali della Romanìa.
Il latino non aveva un’unità linguistica assoluta: non esistono lingue diffuse in un’area tanto grande che non risentano di fenomeni di differenziazione geografica, oltre che sociolinguistica.
Influenza del latino nei territori dell’Impero
Il latino non si impone allo stesso modo ovunque: nella parte orientale dell’Impero (Egitto, Palestina, Macedonia, Grecia, Asia Minore) prevalse l’uso del greco. Atteggiamento di disinteresse e disprezzo dei romani nei confronti delle lingue dei popoli con cui entrarono in contatto, ma prestigio fortissimo del latino sui popoli sottomessi (a parte quelli che parlavano greco). Colonialismo romano che im
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