Linguistica italiana
Appunti di Maria Teresa Mazzalinguistica italiana
Grammatica: parole, frasi, testi dell’italiano
Parte prima: le parole
Radice: contiene il significato di base della parola
Desinenza: dà informazioni di vario tipo sulla parola
Tipi sintattici
- Verbo
- Nome: parola che può entrare al posto di X nella sequenza “articolo - x - aggettivo - verbo”
- Aggettivo
- Pronome
- Avverbio
- Preposizione
- Congiunzione
Sintagmi: gruppi di parole caratterizzati dal tipo sintattico dominante
Le parole possono essere
- Variabili: caratterizzati dalla distinzione in radice e desinenza e sono nome, articolo, pronome, verbo, aggettivo
- Invariabili: non subiscono variazioni e sono avverbi, preposizioni, congiunzioni
Le classi possono essere
- Aperte: pronomi e articoli
- Chiuse: nomi, verbi, aggettivi, avverbi
La formazione delle parole
Le parole possono essere:
- Semplici
- Complesse: costruite a partire da altre parole es. dentista
Le parole complesse possono essere:
- Composte: costituite da forme libere che possono essere usate anche da sole
- Derivate: da forma libera + forma legata
Le parole usate per la composizione possono appartenere a diverse categorie sintattiche. Le forme legate possono essere:
- Prefissi: forma legata posta a sinistra della forma libera a cui si aggiunge. Non cambia mai la categoria sintattica delle forme che modifica.
- Suffissi: forma legata posta a destra della forma libera e può cambiare la categoria sintattica
Il suffisso può essere:
- Diminutivo
- Accrescitivo
- Dispregiativo
- Vezzeggiativo
Relazioni di significato
Ogni parola ha un significato e queste possono essere raggruppate in funzione del campo di significato al cui interno possono essere individuati ulteriori campi. Le parole sono legate da relazioni di significato che possono essere:
- Relazioni di opposizione:
- opposizione non graduabile es. vivo - morto
- opposizione graduabile es. freddo - caldo
- opposizione del tipo inversione es. marito - moglie
- opposizione direzionale es. dentro - fuori
- Relazioni di iponimia e di iperonimia: vale tra un significato di carattere specifico e un significato di carattere generale. La relazione di iperonimia è speculare alle relazioni di iponimia e si possono realizzare su diversi piani gerarchici, inoltre sono transitive.
- Relazioni parte - tutto e tutto - parte: presente tra una parola che indica una parte e una parola che indica il tutto che contiene quella parte es. occhio - testa
- Relazioni di sinonimia: caratterizza le parole dotate dello stesso significato e si chiama sinonimia totale (es. febbrifugo - antipiretico), poi c’è la sinonimia parziale (es. che invece mette in gioco una coincidenza parziale dei significati es. donna - signora)
Il verbo
Il verbo è la forma sintattica più importante ed è variabile nella persona, nel numero, nel genere, nel modo e nella diatesi. Possono essere raggruppati in classi:
- Regolari (-are, -ere, -ire)
- Irregolari (forme particolari)
Ci sono poi le:
- Forme riflessive: in presenza di un pronome riflessivo, riferiti al soggetto della frase, diventa riflessiva anche la forma del verbo.
- Forme pronominali: verbi con un elemento pronominale che ha perso la sua autonomia di significato ed è diventato parte integrante del verbo a cui è unito es. io mi pento
Tipi di verbo
- Verbi ausiliari: verbi al servizio di altri verbi
- Ausiliari morfologici: che completano la flessione verbale, definiscono la forma attiva o passiva di un verbo, i tempi, i modi, la persona e sono essere e avere
- Ausiliari modali: indicano tre modalità con cui si può valutare un determinato evento e sono potere, dovere, volere
- Ausiliari aspettuali: che esprimono particolari visualizzazioni dell’evento
- Verbi copulativi: verbi che assumono pienamente il loro significato solo grazie all’integrazione di sintagmi nominali, aggettivali, ecc. Da questo tipo nasce anche il predicato nominale, ossia una predicazione formata da un verbo copulativo e da una parte nominale. Es. Michela sembra una ragazzina. Marco è diventato grande.
La formazione dei verbi
I verbi possono essere:
- Semplici o complessi
Possono essere formati per derivazione o per alterazione. Derivazione: possono essere formati per suffissazione a partire da nomi e da aggettivi. Nel caso i verbi siano derivati da suffissi ci troviamo di fronte a verbi alterati. I verbi possono anche essere modificati per prefissazione.
I tempi verbali
I tempi possono essere:
- Semplici: hanno un valore deittico, ossia fanno riferimento alla situazione in cui è stato prodotto l’enunciato
- Composti: trasmettono valori anaforici, ossia collocano l’evento non più in relazione diretta con il momento dell’enunciazione ma con un altro momento o evento rispetto al quale indicano una relazione di anteriorità o una relazione da valutare di volta in volta in base al contesto.
I tempi semplici hanno in genere un valore deittico, mentre quelli composti di solito hanno un valore anaforico.
Presente indicativo
Indica prossimità temporale tra l’evento descritto e il momento dell’enunciazione.
- La simultaneità va intesa nel senso che il momento dell’enunciazione è incluso nel tempo del fatto descritto. Es: In questo momento Michela dorme.
- L'anteriorità può realizzarsi come estrema prossimità con il presente.
- Può essere usato per descrivere fatti posteriori al momento dell’enunciazione.
Esistono anche impieghi non deittici, ossia quando il riferimento al momento dell’enunciazione non è pertinente.
Futuro semplice
Nel suo uso deittico, esprime un evento posteriore al momento dell’enunciazione. Negli impieghi non deittici, il futuro semplice può avere un uso non delimitato temporalmente.
Imperfetto e passato remoto
Sono difficilmente distinguibili nei loro usi deittici: entrambi collocano l’evento nel passato rispetto al momento dell’enunciazione. L’imperfetto tende a trasmettere relazioni temporali di contemporaneità, mentre il passato remoto suggerisce piuttosto una successione di eventi. L’imperfetto assume dei valori modali che ne attenuano la temporalità deittica, ad esempio la cortesia: Volevo del prosciutto, da intendersi come richiesta attuale, valida nel momento dell’enunciazione.
Passato prossimo e passato remoto
Il passato prossimo viene usato per riferirsi ad azioni passate che sono ancora pertinenti nel presente. Il passato prossimo e il passato remoto sono caratterizzati da altre particolarità, da impieghi specifici possibili per un tempo e impossibili per l’altro.
L’aspetto verbale
Con il passato prossimo l’evento è presentato come compiuto, mentre con l’imperfetto come “in corso”. La differenza appena illustrata è una differenza di aspetto, ossia della modalità di visualizzazione dell’evento scelta dal locatore attraverso la morfologia dei tempi verbali: si distingue una prospettiva interna (imperfettiva) che esclude la percezione del momento iniziale e finale, oppure esterna (perfettiva) che contiene la visualizzazione globale dell’intero evento. L’aspetto perfettivo è associato al passato prossimo, al passato remoto, al trapassato prossimo, al trapassato remoto, al futuro composto. L’aspetto imperfetto è associato all’imperfetto e tendenzialmente anche al presente.
Aspetto imperfettivo
All’interno dell’aspetto imperfettivo si riconoscono tre visualizzazioni distinte:
- Aspetto progressivo: in cui viene focalizzato un istante o un intervallo interno a un evento percepito nel suo svolgersi: Marco guardava il torneo delle sei nazioni.
- Aspetto abituale: in cui si segnala una certa regolarità nel ripetersi di un evento: D’estate andavamo in vacanza al mare. L’aspetto abituale implica che l’evento sia avvenuto più volte, ma non richiede che tali ripetizioni siano frequenti.
- Aspetto continuo: che presenta una variante durativa e una iterativa. La caratteristica centrale dell’aspetto continuo è legata al fatto che si tratta sempre di una singola situazione.
Aspetto perfettivo
Si riconoscono due visualizzazioni distinte che corrispondono alla distinzione tra tempi semplici e tempi composti:
- Aspetto aoristico: tipico del passato remoto: Michela andò a casa. L’evento viene percepito globalmente, includendo tanto l’inizio quanto la conclusione dell’evento.
- Aspetto compiuto: tipico dei tempi composti: Marco ha un libro. La caratteristica fondamentale è legata all’esistenza di un momento di riferimento, successivo al compiersi dell’evento, da cui viene visualizzato l’evento stesso: tale momento di riferimento non appartiene alle proprietà temporali dell’evento, ma viene scelto dal locatore come punto di osservazione. La scelta del momento di riferimento può dipendere da svariati fattori, ma si può dire essere tipicamente legata alla valutazione degli effetti prodotti dal compiersi dell’evento. La scelta di quel particolare momento può essere chiarita dal contesto. La collocazione del momento di riferimento dipende dal tempo composto che viene scelto.
L’azione
I verbi possono essere classificati secondo il carattere dell’azione a cui si riferiscono:
- Verbi durativi: si riferiscono a eventi che si estendono nel tempo come piangere, dormire, divertirsi, mangiare, dipingere, osservare, essere ammalato ecc. Sono combinabili con espressioni che indicano durata come per x tempo, fino a x tempo, finché + frase subordinata. All’interno di questa classe si distinguono i verbi stativi che indicano qualità inalienabili oppure stati di fatto temporaneamente circoscritti, che tuttavia sono in progressione, non possono essere interrotti e ripresi: aver sete, possedere, puzzare ecc. I verbi stativi sono incompatibili con la forma stare + gerundio o con la forma imperativa.
- Verbi non durativi detti puntuali si riferiscono ad azioni caratterizzate da uno svolgimento rapido: non si percepisce una vera e propria distinzione tra il loro inizio e la fine. Sono incompatibili con espressioni che indicano durata. In altri casi, la durata riguarda il risultato dell’azione puntuale, che può essere inteso come un’azione durativa e non l’azione puntuale stessa.
Verbi telici e non telici
Sia i verbi durativi che quelli puntuali possono essere telici o non telici. Sono telici quando hanno come obiettivo il raggiungimento di una meta, la costruzione di un oggetto, la realizzazione di un cambiamento. Gli esempi più tipici dei verbi sono rappresentati da verbi durativi seguiti da un complemento oggetto: mangiare un panino, organizzare un viaggio, costruire una casa. Se l’azione non viene conclusa completamente non si può parlare di verbo telico ma solo una volta che l’azione si è conclusa e ha raggiunto il suo scopo. La stessa cosa vale per i verbi puntuali che indicano eventi che una volta compiuti producono il raggiungimento di una meta e un cambiamento: arrivare a casa, svegliarsi, partire, stupirsi. Una cosa che li distingue è la piena compatibilità con l’avverbiale in x tempo.
I modi verbali
Oltre a raggruppare le forme dei tempi esprimono una serie di funzioni sintattiche e di valori semantici piuttosto complessi. Vanno distinti gli impieghi nelle frasi principali (non subordinate) dagli impieghi nelle frasi subordinate. Nelle frasi principali il modo nettamente più diffuso è l’indicativo. All’interno dei tempi dell’indicativo ci sono poi gli usi modali molto specifici: in particolare il futuro è spesso utilizzato per esprimere degli eventi la cui esistenza non è del tutto certa o la cui realizzazione è ritenuta opportuna, desiderabile ecc. Valori simili sono tipicamente espressi al congiuntivo che può trasmettere l’idea di incertezza o di ipotesi, di desiderio che può essere realizzabile o meno. Sempre il congiuntivo può comunicare un permesso, un invito, un ordine. Il condizionale indica che il contenuto va considerato come realizzabile solo a determinate condizioni. L’uso del condizionale passato tende a suggerire la mancata realizzazione dell’evento.
La diatesi
La diatesi riguarda la relazione tra il soggetto e il verbo e va distinta in attiva e passiva. Le forme della diatesi attiva sono disponibili per tutti i verbi, mentre quelli della diatesi passiva sono disponibili solo per i verbi che ammettono le funzioni sintattiche di un soggetto e di oggetto e quindi la loro inversione: così a una frase con diatesi attiva potrà corrispondere la frase con diatesi passiva. La diatesi attiva è la forma più frequente assunta dai verbi mentre la presenza delle forme passive è soggetta alla scelta di chi scrive o parla, che ha sempre a disposizione la frase corrispondente attiva.
Il nome
Il nome si può distinguere grammaticalmente in genere e numero, la distinzione si realizza attraverso un insieme di forme che si possono raggruppare in alcune classi principali. La distinzione di genere non riflette necessariamente il genere del referente, ossia dell’elemento a cui i nomi si riferiscono. Nei casi in cui vi sia l’alternanza si incontrano nomi che al maschile o al femminile hanno significati diversi. Ci sono poi casi in cui la distinzione grammaticale coglie una distinzione di genere reale, si tratta di casi in cui l’entità a cui si riferisce il nome ha la proprietà di essere animata.
Guardare 1.2 nel libro
I nomi complessi si dividono in
Nomi derivati: possono essere costruiti per suffissazione a partire da parole del tipo sintattico nome, aggettivo, verbo. La derivazione con suffisso dei nomi a partire dai nomi è il tipo di derivazione nominale più produttivo. La derivazione dei nomi a partire dai verbi è realizzata grazie soprattutto a suffissi come: -aggio, -ante, -ente, -anza, -ato, ecc (vedi libro) Nella formazione della parola complessa capita spesso che l’aggiunta del suffisso sia accompagnata da fenomeni di “raggiustamento fonologico” come ad esempio l’eliminazione di una vocale. Questo fenomeno non si verifica però se la vocale finale è accentata. Ci sono poi anche i nomi derivati per prefissazione. La maggior parte dei prefissi non può aggiungersi a qualsiasi nome ma è sottoposta a restrizioni.
Nomi composti: le parole composte appartengono tutte alla categoria del nome, qualunque sia la natura delle parole semplici che le formano, tranne le parole composte del tipo aggettivo formate da due aggettivi e alcune denominazioni di colore. Un problema dei nomi composti è il plurale perché non ci sono vere e proprie regole da seguire, ci sono anche nomi che terminano con una desinenza plurale anche se sono al singolare.
Nomi alterati: l’alterazione permette, attraverso l’uso di determinati suffissi di indicare le particolari dimensioni dell’oggetto indicato dal nome: avremo così suffissi accrescitivi e diminutivi a cui poi si possono aggiungere valori di base di tipo affettivo creando quindi i vezzeggiativi e i dispregiativi. I nomi hanno una funzione referenziale, si riferiscono a entità del mondo reale o mentale oppure possono essere usati in casi in cui essi costituiscono un predicato. In funzione del loro significato i nomi possono essere distinti in:
- Nomi propri e nomi comuni
- Nomi concreti e nomi astratti
- Nomi numerabili e nomi di massa
La nominalizzazione
Possiamo incontrare dei sintagmi nominali che condensano il contenuto di una frase intera: nominalizzazione. Il nome che costituisce la nominalizzazione è sempre collegato a un predicato con al centro un verbo: La partenza di Marco la rattristerà. Oppure esso è derivato da un predicato con al centro un aggettivo: La bontà di Michela è nota. Nella nominalizzazione il predicato di partenza e il nome d’arrivo devono essere connessi dal punto di vista della forma, oltre che dal significato. Esiste un altro tipo di nominalizzazione che deriva da un predicato che è interno a un sintagma nominale della frase di partenza. Nella nominalizzazione i sintagmi presenti nella frase di partenza si ritrovano tutti nel sintagma nominale d’arrivo. Nel passaggio dalla frase al sintagma nominale spesso vengono introdotte delle preposizioni assenti nella struttura di partenza, oppure, le preposizioni originali cambiano; a volte occorre addirittura cambiare la categoria sintattica di un elemento.
L’aggettivo
Gli aggettivi si distinguono in due grandi classi:
- Aggettivi qualificativi: indicano una proprietà
- Aggettivi determinativi: aggettivi possessivi, dimostrativi, indefiniti ecc.
La caratteristica principale degli aggettivi è che non hanno né genere né numero infatti la forma degli aggettivi prevede tipicamente una flessione sia per genere che per numero che viene determinata dall’accordo con il nome al quale gli aggettivi sono legati. Alcuni aggettivi sono invariabili. L’aggettivo qualificativo indica delle proprietà, tali significati sono graduabili e questo permette di modificare gli aggettivi con avverbi come molto/abbastanza/poco che definiscono il grado della qualità espressa dall’aggettivo oppure si possono usare le forme comparative o superlative. La forma comparativa ha tre gradi: minoranza, uguaglianza, maggioranza o con avverbi correlativi come tanto quanto. Il superlativo può essere usato.
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