Termini scientifici
Nel settore dell'elettronica, vi è una certa terminologia che aveva straordinariamente rivalutato, riutilizzato il suffisso ANTA. Ad esempio: radianza, brillanza, luminanza, elastanza, conduttanza, induttanza, suscettanza. Nello stesso ambito settoriale vi è il suffisso IVITÀ (es. permettività, resistività, riduttività, suscettività, emissività).
In questo tipo di coniazioni terminologiche è avvenuto che il materiale, che è un materiale comune, inteso come basi lessicali e suffissi, e tipico della lingua comune che tutti noi conosciamo e riconosciamo, ha subito un montaggio particolare. Non siamo abituati nella lingua comune a vedere unito quel certo tipo di base e quel certo tipo di suffisso. È quindi un montaggio sorprendente e nuovo; è un montaggio in cui il linguaggio settoriale ha un'impalcatura suffissale molto rigorosa, cioè i suffissi hanno un certo tipico valore. Ad esempio, tutti quelli nella serie in ANSA hanno determinati significati per chi conosce quel tipo di lingua settoriale, e così quelli in IVITÀ.
Si è scelto di creare termini a partire dal nostro materiale e dalle potenzialità della nostra lingua. Si è data una nuova identità al nostro stesso materiale fondandolo in una maniera che può suonare strana: questi termini sicuramente ci danno, da un lato, l'impressione di una qualche familiarità, perché richiamano cose che noi conosciamo, ma dall'altro lato ci danno anche un po' l'impressione di forme strane o stranite alla nostra lingua comune.
Una modalità di rigenerazione suffissale e come il nostro patrimonio possa di per sé essere idoneo anche a soddisfare tutte le esigenze di crescita lessicale; cioè ci sono ambiti settoriali che hanno puntato per la terminologia su questa modalità che rivela le potenzialità della nostra lingua. Si tratta di valorizzare queste potenzialità. Di per sé, il materiale, anche se montato in una maniera diversa, può essere idoneo al soddisfacimento di tutte le esigenze della creatività lessicale.
Molti prestiti poi, anche quelli non adattati, diventano base per forme derivate, come ad esempio manageriale, bypassare, faxare, in quanto fortemente inseriti nel nostro sistema.
Relazioni semantiche
La polisemia
Polisemia è una parola di origine greca che significa “molti significati”. È quella relazione semantica per la quale un unico significante ha più significati, più accezioni. La polisemia consiste quindi in un cumulo di significati via via associati nel tempo a quella forma: è un progressivo aggiungersi nel tempo di valori ulteriori rispetto a quello primario.
Il fenomeno della polisemia non è un fenomeno che appare in maniera vistosa, clamorosa, per il parlante medio; non è un fenomeno di percezione immediata, anche se è un fenomeno che riguarda quasi tutte le parole, soprattutto le parole più diffuse, in quanto sono più diffuse in ragione del fatto che sono polisemiche. La polisemia va di pari passo anche con la frequenza.
La polisemia, quindi, riflette la legge dell'economia della lingua: la lingua preferisce, in questo caso specifico, utilizzare lo stesso lessema, lo stesso significante, per più significati piuttosto che, di contesto in contesto, mutare anche il significante.
La lingua parlata, intesa come la lingua comune, poco sorvegliata, che noi nativi spontaneamente usiamo in contesti di un certo relax, è quella che si presenta più ricca di forme polisemiche, perché è proprio in questo registro linguistico informale, poco sorvegliato, colloquiale che si realizza il minimo sforzo e quindi si preferisce usare, riutilizzare, riciclare stesse forme con significati diversi. Una forma, anche se poco visibile, nasconde molti valori e noi stessi, in un contesto di maggior rigore formale, andiamo magari a sostituirle e a selezionare una forma più specifica.
Es. passare → esame passato // mal di testa passato // il ladro passa per la finestra // Marco passa questa sera a casa mia alle cinque // il tempo passa.
Tra le forme più polisemiche in assoluto, nella nostra lingua, vi sono i verbi, per una ragione molto semplice: i verbi possono avere bisogno di alcuni argomenti (valenze). I verbi sono tra le forme più polisemiche della nostra lingua perché i verbi hanno bisogno di argomenti, di complementi e dunque gli argomenti sono in grado, di contesto in contesto, di far capire la valenza specifica o, meglio, gli argomenti sono in grado di conferire a quel verbo, in quel contesto, un valore specifico.
Non parliamo per parole isolate da un certo contesto linguistico: il significato è in rapporto al contesto, è variabile e gli argomenti del verbo ci consentono di attribuire a quel verbo, di volta in volta, un valore specifico.
Es. saltare il fosso → superare il fosso con un salto // saltare il pranzo → non consumarlo // saltare la carne in padella.
Es. Scrittura → È un tipo di polisemia molto più sottile, meno vistosa, perché i diversi significati fanno riferimento ad una medesima realtà, più complessa (che è ad esempio quella dello scrivere) però considerata da due prospettive molto diverse:
- Scrittura: l'atto dello scrivere
- Ottima la scrittura di Marco: la capacità di gestire in maniera complessiva l'operazione dello scrivere
- Scrittura privata/pubblica: documento, contratto
- La bella scrittura: la tecnica, la caratteristica dello scrivere.
Sono significati diversi che rimandano a un fenomeno fondamentalmente unitario: quello dello scrivere, però calcolato e valutato da prospettive diverse. (come la parola prestito) Questi, come altri casi, sono esempi di parole polisemiche perché fanno riferimento sia all'atto di quel verbo sia al contenuto dell'atto.
Schemi di polisemia
Nella nostra lingua noi possiamo cogliere delle alternanze sistematiche di significato:
- La stessa forma può avere un significato astratto e uno concreto [Es. Credenza: fede/mobile]
- La stessa parola può alludere al luogo ma anche alle persone che lavorano in quel luogo [Es. Università o Provveditorato]
- La stessa parola può alludere sia alla pianta che al frutto. [Es. Ho comprato/ho piantato un limone]
- La stessa parola può alludere sia al contenuto che al contenitore [Es. Ho rotto un bicchiere / Ho bevuto un bicchiere di troppo]
Gli aggettivi polisemici
Gli aggettivi possono essere polisemici per varie ragioni:
- Gli aggettivi sono polisemici perché hanno sia una valenza qualificativa sia una valenza intensiva. Ad esempio sono contento vs sono felice: quest'ultimo corrisponde ad un grado di intensità maggiore. La questione del grado di intensità non riguarda solo gli aggettivi, perché anche un temporale può diventare nubifragio, o paura può essere terrore, o preoccuparsi può essere allarmarsi. La questione dell'intensità riguarda tutte le categorie.
Espressione che si è lessicalizzata con quel valore e che corrisponde ad un intensivo Idiomatismo (Ad esempio: Ho una fame da lupi). Queste forme non accettano poi ulteriori elementi. (Non si può dire: Ho molta fame da lupi) Questi aggettivi diventano polisemici in ragione di questa doppia possibile valenza, quella primaria/qualificativa e quella intensiva.
Es. Un incidente mortale → qualificativa // La lezione è stata una noia mortale → intensiva // Stella polare → qualificativa // Freddo polare → intensiva // Vendita straordinaria → qualificativa // Spettacolo straordinario → intensivo.
- Pluriplanarità semantica degli aggettivi. La polisemia non appare, non è un fenomeno vistoso e men che meno appare questo tipo di polisemia. La pluriplanarità semantica di un aggettivo è il fatto che si può riferire di contesto in contesto a situazioni diverse tali per cui il valore di quell'aggettivo poi è di fatto diverso, ma forse all'orecchio e all'occhio non va subito in evidenza che quell'aggettivo possa vivere una gamma di situazioni e contesti d'uso così ampia.
Es. Luce → Luce chiara: luminosa // Tempo chiaro: sereno // Acqua chiara: limpida // Idea chiara: precisa, esatta // Colore chiaro: tenue, poco intenso // Risposta chiara: certa, non equivoca // Testo chiaro: facilmente comprensibile.
Es. Forte → Aggettivo marcato per pluriplanarità semantica, cioè capace di andare a colpire di contesto in contesto valori molto diversi. Capita anche se noi andiamo a calcolarlo, a fare una prova del nove con gli intensivi, che hanno intensivi diversi. Passando agli eventuali intensivi, meglio ci rendiamo conto delle valenze diverse che gli aggettivi possono, di fatto, di contesto in contesto, assumere. Rumore forte: assordante // Luce forte: accecante // Passione forte: travolgente // Volontà forte: ferrea.
- Aggettivi che sono polisemici in ragione della posizione: prima o dopo il nome a cui si accompagna. Normalmente gli aggettivi relazionari sono sempre messi dopo il nome: circolare ministeriale, particolarità dialettali. Sempre prima si pongono gli aggettivi possessivi, anche se il parlato tende a postporli - la paura mia, il ragazzo mio - ma in una forma più cristallizzata e sorvegliata andremo a dire: la mia paura, il mio ragazzo. Tutti gli etnici sono sempre postposti: la lingua francese non sarà mai la francese lingua. Gli aggettivi qualificativi possono essere posizionati sia dopo che prima, con una qualche sfumatura di significato: una bella ragazza è diverso dal dire è una ragazza bella. L'aggettivo postposto significa mettere in risalto, sottolineare una qualche forza maggiore.
Invece ci sono aggettivi che assumono proprio una valenza diversa a seconda se sono anteposti o postposti. Es. Ho informazioni certe sulla cosa - Ho certe informazioni... // Diversi libri libri diversi sul tavolo. In questo caso, se anteposti o postposti la differenza scatta, perché se anteposti fungono da quantificatori indefiniti, svuotati del loro significato letterale, se invece sono postposti hanno un significato letterale pieno.
Ci sono anche altri aggettivi che possono essere anteposti o postposti, come alta o bassa pressione (atmosferica) contro pressione alta o bassa (sanguigna).
Nel mondo degli aggettivi dobbiamo saper distinguere la polisemia per:
- Doppia valenza (qualificativa o intensiva)
- A seconda del contesto possono fare riferimento a situazioni e a piani diversi e assumono, analizzati, parafrasati, valenze diverse.
- In ragione della posizione, o prima o dopo, e possono acquisire valori diversi. (famiglie numerose/numerose famiglie)
Parole generiche
Sono parole che hanno la caratteristica di avere un significato così ampio da poter essere usate nei contesti più disparati e che, nel parlato comune, poco sorvegliato, sono decisamente frequenti, per quella tendenza al minimo sforzo, come casa, roba, affare, questioni. Sono diverse perché non si può pensare a significati altri rispetto a quello base situazione tipica della polisemia, dove c'è un significato base e altri significati che si sono aggiunti e che può assumere. Qui è di per sé la parola che ha un significato non definito, ampio, generico e dunque come tale può sostituire qualunque altra parola, proprio per questo carattere assolutamente poco definito e dunque sono parole che nel parlato entrano nei contesti più svariati assumendo significati che possono anche essere molto diversi tra loro.
Anche alcuni aggettivi, come buono, possono rientrare in questa categoria particolare, perché è un aggettivo con un significato che si può, di contesto in contesto, piegare in varie direzioni. Es. I prezzi sono buoni → convenienti // ho preso un buon voto → alto. Certamente, anche i verbi sono forme straordinariamente poco definite e dunque molto frequenti nel parlato, perché si piegano. Ad esempio, fare è una di quelle forme con un significato così ampio, così poco definito, per cui può circolare nei contesti più disparati.
Omonimia
Significa più significati associati ad un unico significante. Anche la polisemia era un'unica sequenza fonetica alla quale corrispondono valori semantici diversi. Tra i due vi è una differenza: la differenza teorica è forte ed è data dal fatto che si parla di omonimia quando lessemi diversi sono arrivati in maniera casuale, accidentali, magari a seguito di un mutamento fonetico, ad avere lo stesso significante.
Abbiamo una parola che ha una superficie linguistica identica ma corrisponde a significati diversi e quella superficie linguistica identica ce l'hanno per caso, perché c'era un'origine etimologica diversa e da quella diversa etimologia, l'evoluzione, che ha seguito le sue vie fonetiche e le sue vie particolari di tradizione dotta o popolare, ha portato quelle parole, in partenza diverse, separate, distinte, con significati diversi, ad avere uno stesso significante.
Es. Riso → In italiano è l'atto del ridere; è il participio del verbo ridere, ma è anche quello che mangiamo. È una coincidenza del tutto casuale, accidentale, perché il riso inteso come participio del verbo o atto del ridere è una forma che viene da RISUS latino, ed è l'evoluzione di una forma latina, mentre il riso che mangiamo viene dal greco ORISA, che è diventato riso.
Es. Cavo → Circola sia come sostantivo che come aggettivo. Alle spalle ha la parola latina CAVUM, ma cavo è anche la corda, la grossa fune. Questa viene da CAPUT, quello che è volto a capo, testa. Cavo ha la stessa origine di capo. Capo ha mantenuto quella P intervocalica, mentre cavo ha subito quell'evoluzione di tipo popolare.
La parte estrema di una corda, che chiamiamo capo, è poi diventato il nome di tutta quella corda. Il cavo della mano (= concavità) o il cavo aggettivo, con questo cavo, coincidono, hanno lo stesso significante, ma partono da origini diverse. Per caso sono arrivati a coincidere sul piano del significante.
In italiano abbiamo molte forme verbali che coincidono con forme nominali o aggettivali. Es. Letto indica sia il participio che l'oggetto in sé. L'italiano è una lingua in cui sono numerosissime le forme verbali che poi coincidono anche con delle forme che sono nominali come sale, saliva, parto. Sono forme che appartengono a categorie grammaticali diverse e dunque è solo una coincidenza la loro identità sul piano del significante.
I problemi nascono dal fatto che non è sempre chiara la partizione, perché si parte da un valore e si arriva, anche se l'etimologia è la stessa, a un valore completamente diverso. In teoria i dizionari si comportano in una maniera diversa se si tratta di polisemia o di omonimia. Se si tratta di polisemia, i significati sono elencati sotto quell'unico lemma. Se si tratta di omonimia, i dizionari riportano due o più lemmi (es. riso (1) e riso (2)).
Tuttavia, in alcuni casi, l'etimologia è la stessa e dunque dovremmo parlare di polisemia ma si sviluppano significati così diversi tra di loro che anche i dizionari assecondano il comune sentire e, quindi, riportano, magari, due lessemi. Es. Imposta → è il femminile sostantivato del participio passato del verbo imporre. In italiano “imposta” significa: - un versamento di denaro che lo stato o gli enti locali impongono ai cittadini. - l'anta girevole sui cardini (chiudi le imposte).
Nel caso delle imposte da pagare, è magari nella stessa valenza figurata di “porre sopra”; nel verbo, nel secondo caso, sarà nella valenza più propria di “porre sopra i cardini”.
Queste due valenze sono così separate dal comune sentire che molti dizionari le trattano in maniera separata, come due lessemi diversi - e quando il dizionario opta per 2 lessemi è perché c'è di mezzo l'omonimia - ma ci sono anche dizionari che la trattano come un unico lemma. La confusione nasce perché a volte, dalla stessa etimologia, scattano, nel corso dei secoli, dei meccanismi tali per cui le vicende semantiche sono clamorose (Es. bolla) che la stessa etimologia, in tutti i suoi significati bolla d'aria, d'acqua, una lesione cutanea che ha l'aspetto di un rigonfiamento, la bolla che vale sigillo, marchio, timbro, documento scritto, come ad esempio la bolla papale e sono però parole che vengono sentite come lontane tra di loro e allora alcuni dizionari trattano bolla come un unico lessema e ne elenca i valori, come se fossero polisemici, ma altri dizionari dividono due lessemi.
È la natura stessa del fenomeno che si presta ad una qualche confusione perché rispetto alla polisemia il fenomeno è quello: un'unica superficie linguistica e significati diversi. Semplicemente, a rigore di logica, l'omonimia significa: forme che sono arrivate quell'unica, stessa, identica superficie linguistica per vie traverse, per caso, partendo da origini completamente diverse.
I dizionari tendono ad assecondare quello che nella coscienza linguistica dei parlanti è comunque separato, diverso, non oggetto di confusione. Chiudono gli occhi sull'etimologia, che magari è la stessa, e danno contro di due o tre lemmi separati perché nella coscienza linguistica di tutti noi sono forme che non si confondono minimamente.
Sinonimia
È, da un certo punto di vista, analogo alla polisemia, e da un altro punto di vista, completamente opposta alla polisemia. È analoga perché abbiamo capito che, quantomeno nella lingua comune, il rapporto tra significante e significato non è biunivoco, ma ...
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