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Nell'adottare al passivo come ausiliare il verbo venire, la lingua trova vantaggioso, economico,

conveniente il fatto che in italiano il modulo sintattico essere + participio è una sequenza che può

avere valori diversi. Essa offre almeno questi tre casi:

• 1) verbi intransitivi;

◦ è andato → v. intransitivi + azione passata

◦ è piovuto

• 2) valenza passiva (con i quali la lingua va verso il verbo venire)

◦ è lodato → passivo + azione presente

◦ Paolo è lodato dal professore per la sua diligenza

◦ la porta è chiusa dal vento → valenza passiva, dinamica.

• 3) valenza risultativa, perché di per sé il modulo può avere una valenza statica

◦ il muro è tinteggiato di bianco → valenza risultativa

◦ La porta è chiusa → valenza risultativa, statica.

La lingua risolve che, laddove c'è una valenza sicuramente dinamica e non statica/risultativa, la lingua

va verso venire, perché venire toglie di mezzo ogni ambiguità.

Questo si lega all'ambiguità del nostro participio passato, che nella nostra lingua ha il doppio statuto

– quello verbale e quello aggettivale. Per risolvere questa ambiguità la lingua preferisce adottare per

la forma passiva il venire, che consente di distinguere immediatamente la valenza dinamica e di

marcarla subito come chiara forma passiva; non certo come qualitativa, rivalutativa, statica.

Per il passivo, noi abbiamo la tendenza ad usare anche la forma perifrastica con il verbo andare, ma

su questo uso del verbo andare dobbiamo fare delle precisazioni:

Ad esempio: l'operazione va eseguita con attenzione → significa “deve essere eseguita”: è una forma

perifrastica che ha una valenza deontica, di obbligo, di dovere. C'è veicolato in questo messaggio la

valenza prescrittiva.

Da questo punto di vista andare ha un vantaggio economico, perché di per sé la soluzione perifrastica

con il verbo andare dà conto di una valenza che altrimenti dovrei esprimere in maniera più diffusa,

spendendo più parole. Questa valenza scatta soltanto nei tempi presente e imperfetto. Con i tempi

passato prossimo e passato remoto c'è un altro tipo di valore, che è quello del puro passivo [Es. i suoi

risparmi sono andati perduti]

• Confusione nell'uso degli ausiliari essere e avere, soprattutto con i verbi servili. Intanto, al di

là dei verbi servili, i verbi che più tradizionalmente la grammatica, la norma attribuiva

all'ausiliare essere, adesso circolano abbondantemente, e tanto più a questo livello di lingua,

con l'ausiliare avere. Ad esempio, oggi si sente molto di più dire “ha piovuto”, “ha nevicato”,

rispetto al modello considerato più giusto in passato “è piovuto”, “è nevicato”.

Il tema della confusione, però, riguarda in maniera più specifica i verbi che sono accompagnati da

verbi servili/modali (dovere/potere/volere...). Secondo la norma che anagraficamente è stata acquisita

come da rispettare e buona, i verbi servili dovevano essere accompagnati dallo stesso ausiliare voluto

dal verbo cui si accompagnavano. [Es. Non sono potuta andare alla riunione]

Oggi, la tendenza che appare molto forte, anche a livello di lingua scritta, è quella verso “Non ho

potuta andare alla riunione”. È una tendenza forte perché ha delle ragioni di economia molto forti,

quale il fatto che, con la soluzione dell'ausiliare avere, si elimina l'onere dell'accordo. [Sono dovute

andare via → Hanno dovuto andar via]. Il verbo servile, se usato da solo, vuole sempre avere [Non

ho potuto]. Se quando circola da solo il verbo servile vuole sempre il verbo avere è chiaro che, per

analogia, per semplificazione, tende a mantenere l'ausiliare avere in tutti i contesti in cui circola il

verbo servile.

Es. Non ha voluto lavarsi vs Non si è voluto lavare. Quando c'è una combinazione del verbo che

regge poi una forma pronominale, la stessa norma comincia ad essere un po' ambigua, sicché la forma

“Non ha voluto lavarsi” non è per niente censurata da tutte le grammatiche, quando il pronome è

enclitico. La tendenza è sempre verso la semplificazione dei paradigmi, verso l'analogia: la lingua

non ama tenere in piedi soluzioni diverse, valide di contesto in contesto in maniera differenziata e

quindi, oltre al fatto che l'ausiliare essere comporta l'onere dell'accordo del participio, l'altra molto

forte è il fatto che il quando circola da solo il verbo servile vuole avere e allora la lingua trova molto

più comodo mantenere in piedi quel tipo di ausiliare.

• L'accordo del participio passato, che è presente dalla norma, mentre nella lingua corriva è

realizzato. [Es. “Chi ti ha spinto” rispetto a “Chi ti ha spinta” in riferimento a una donna]

poco LA SINTASSI

• Il che relativo invariabile. [Es. Il ragazzo che tu ci sei uscita]

• Il che polivalente, che significa per inverso scomparsa o non impiego di tutta una serie di

congiunzione. Si sovra estende il che a discapito di altre forme.

• Si sta diffondendo il come mai al posto di perché [Es. Come mai non sei venuta?]

• Tendenza ad usare l'aggettivo nella funzione avverbiale [Es. Parlare Chiaro / Mangiare sano /

Guidare Veloce / Digerire semplice]

In area meridionale, a livello dialettale, c'è perfetta coincidenza tra l'aggettivo e l'avverbio. [Va buo' /

Sta brut' ]

La tendenza, oggi, ad usare la forma dell'aggettivo, senza la suffissazione avverbiale “mente”, anche

con valore avverbiale, è una tendenza forte, che entra e si conferma anche nella lingua scritta.

GLI AVVERBI

• Nel parlato, ma non solo, c'è una tendenza ad usare la forma dell'aggettivo con valenza verbale.

È una categoria particolare degli avverbi: sono gli avverbi modali quelli interessati a questa

riduzione verso la forma aggettivale, cioè quelli che si riferiscono al verbo; fanno riferimento

ad un costituente specifico che nel 98% dei casi è un verbo.

• C'è un larghissimo impiego nel parlato di avverbi frasali, che sono avverbi nella loro forma

piena, che si avvale di quel “mente” che noi sentiamo nel nostro sistema come il tipico suffisso

avverbiale.

Es. “Veramente le cose non sono andate così”. → Mi servo di questo avverbio per esprimere il mio

punto di vista. È l'esempio di un avverbio che non va a colpire un singolo elemento (che era nel 98%

dei casi un verbo, come in “piove forte”), ma è un avverbio che modifica l'intero enunciato. È come

se fosse un commento del parlante al proprio atto linguistico. Si riferisce a tutto l'enunciato.

[Es. Sinceramente la cosa non mi convince per niente / Sicuramente oggi di viaggia molto più che in

passato]

Sono quelli frasali gli avverbi di cui il parlante si avvale per esprimere un suo giudizio, un suo parere

e questo tipo di avverbi è molto presente nel nostro parlato.

Nel parlato questa tipologia di avverbi è molto presente perché nel parlato costantemente esprimiamo

nostri punti di vista, nostri giudizi, nostri pareri; inoltre sono spediti, economici rispetto a espressioni

tipo “ritengo che”, “a mio avviso”.

Gli avverbi modali tendono quindi a ridursi alla forma aggettivale, mentre forte nel parlato è la

tendenza ad usare nella forma piena gli avverbi che hanno la valenza di frasali.

Se pensiamo ad una lingua normativa, questi avverbi frasali sono proibiti, esclusi, assenti: non

possono circolare in un testo normativo.

IL CONGIUNTIVO E L'INDICATIVO

A livello di lingua parlata soprattutto per quanto riguarda quella lingua che incrocia il livello

diastratico basso con il livello diafasico colloquiale è forte una tendenza allo slittamento dal modo

congiuntivo, che la norma vorrebbe, al modo indicativo. Che il congiuntivo, a livello di lingua parlata,

tenda a perdere terreno è un dato di fatto ed è uno di quei tratti che colpiscono chi osserva l'evoluzione

della lingua da una prospettiva di norma grammaticale.

Il passaggio dal modo congiuntivo al modo indicativo è un fatto che molto di più riguarda il parlato

e molto mero riguarda lo scritto.

→ Funzioni variegate del congiuntivo nella nostra lingua.

Vi sono tre campi, tre settori diversi.

1. Quello in cui il congiuntivo è una marca obbligatoria; cioè vuol dire che se non uso il

congiuntivo ma uso l'indicativo, vado a dire un'altra cosa. Vuol dire che l'enunciato per

esprimere quel concetto ha bisogno del congiuntivo in maniera assoluta.

In questo primo gruppo possiamo quindi collocare:

◦ Tutti i casi di congiuntivo indipendente; cioè che il congiuntivo vive, circola, nelle

frasi principali, e vive e circola con almeno due valori di fondo: il congiuntivo

esortativo [Es. Venga il tuo regno / Sia fatta la tua volontà / Viva il re] e in congiuntivo

di cortesia [Es. Prego, venga]; ma anche il congiuntivo desiderativo o ottativo [Es.

Magari fosse vero / Volesse il cielo che.. ]

Se in queste frasi indipendenti si sostituisce il congiuntivo con l'indicativo, si va a dire altre cose..

◦ Tutti i casi di subordinate completive che non hanno la congiunzione che. Questo caso

non è particolarmente proprio della lingua parlata. [Es. Credo gli piaccia / Speriamo

gli faccia piacere]

Se c'è la soppressione della congiunzione “che”, è obbligatoria la presenza del congiuntivo, che è la

marca di questa dipendenza del ruolo di completiva.

2. Quello in cui abbiamo un congiuntivo o un indicativo per la questione che ci sono verbi o, più

in generale, costrutti che hanno una polivalenza semantica e sintattica. Vuol dire che posso

trovare il congiuntivo o l'indicativo perché i verbi da cui quel congiuntivo o indicativo

dipendono, hanno una polivalenza semantica e sintattica. Significa che se reggono il

congiuntivo il valore va in una certa direzione, mentre se reggono l'indicativo, il valore va

verso un'altra direzione. L'alternanza scatta in rapporto ad un valore semantico e sintattico

diverso.

Ad esempio, in riferimento alle varie congiunzioni possiamo avere valori diversi:

a) Perché

Es. Gli faccio dei regali perché mi aiuta molto (causale con indicativo)

Es. Gli faccio dei regali perché mi aiuti (finale con congiuntivo)

b) Che polivalente

Es. Aspetta, che arriva

Es. Aspetta che arrivi

c) Subordinate relative

Es. L'uomo che può dare slancio alla coalizione è solo...

Es. Il partito è alla ricerca di un leader che possa ridare slancio alla coalizione. (Qui non c'è nessuna

presupposizione di esistenza)

Es. L'importante è che la guerra finisca. (Nell'enunciato c'è una mira futura)

Es. L'importante è che la guerra finisce. (Qui c'è una valenza diversa: è un dato di fatto)

Questa polivalenza semantica e sintattica riguarda molti casi e molti verbi, che a seconda che reggano

l'indicativo o il congiuntivo acquistano valori diversi, e quindi hanno reggenze diverse.

Es. Verbo DIRE (e verbi dicendi):

- nella forma affermativa vuole l'indicativo. (Gli insegnanti dicono che hai fatto bene a rispondere

così)

- Scatta il congiuntivo in due casi differenti:

▪ Quando abbiamo una forma impersonale o una 3° persona con soggetto indeterminato.

(Si dice che... / Dicono che... / C'è chi dice che il governo sia già in crisi)

▪ Quando dire assume il valore di verbo di volontà. (Mi ha detto che ci andassi da sola

/ Gli gridava che facesse attenzione / Scrisse al suo collega che l'aspettasse a Milano).

Qui la valenza non è più quella del vero e proprio verbo dicendi, ma scatta una valenza di verbo di

volontà.

C'è da considerare un'alternanza in funzione della negazione. La negazione può avere una portata

diversa e la negazione intesa come negazione presente nella reggente è capace di condizionare il

modo della subordinata.

▪ Giorgio dice che l'acqua calda fa bene alla digestione. (In questa versione affermativa

è del tutto normale l'indicativo)

Giorgio non dice... 1) Che l'acqua calda fa bene...

2) Che l'acqua calda faccia bene...

▪ Giorgio dice che Maria è perfetta

Giorgio non dice che... 1) Maria è perfetta → Questa negazione non va ad intaccare la

(Negazione esterna

reggenza di dire. Vuol dire che Giorgio non ha fatto

l'affermazione: “Maria è perfetta”. Giorgio non si è pronunciato

in quell'affermazione)

2) Maria sia perfetta → La negazione colpisce il verbo e

(Negazione interna

colpisce la sua reggenza verbale e quindi scatta il modo

congiuntivo. Significa “non è del parere che Maria sia perfetta”.

Entra in campo una valutazione altra)

• Sapere/ Non sapere

Giorgio sapeva che Maria era già partita – –

(C'è un soggetto grammaticale Giorgio ma c'è anche il parlante

che non vediamo circolare nell'enunciato, il quale soggetto

parlante è a parimenti conoscenza di quel fatto)

Giorgio non sapeva che... 1) Maria fosse già partita

2) Maria era già partita

(Alla forma negativa, non c'è più coincidenza tra il sapere del

soggetto parlante e il sapere del soggetto lessicale.

C'è una dissonanza tra il grado di conoscenza del parlante e del

soggetto grammaticale; mentre nella forma affermativa c'era

coincidenza perfetta.)

Il peso che nella forma ha il congiuntivo o l'indicativo:

• “Fosse” sottolinea di più del grado di conoscenza di Giorgio, di

colui che non sa

• “Era” sottolinea di più il grado di conoscenza del parlante.

Con la negazione del verbo nella reggente si possono avere i due

modi diversi in ragione del fatto che si vuole mettere in evidenza

il grado di conoscenza dell'uno o dell'altro.

Quindi, il ruolo della negazione può anche avere una sua importanza

nel ruolo della selezione del modo.

3. Quello in cui l'alternanza è in ragione del registro linguistico se è più o meno formale; se è

scritto o parlato, ecc...

È il gruppo in cui tutti noi tendiamo ad abbandonare il congiuntivo e a selezionare l'indicativo in

determinati contesti:

a) Il primo contesto in cui scatta questo passaggio è dopo i verbi putandi, cioè tutti quei verbi che

indicano opinione (credo, penso, ritengo, mi sembra, spero).

Es. “Penso che tu abbia fatto bene.” → Il contenuto di quell'enunciato è un contenuto che non è dato

come dato reale, non presentato come oggettivo, ma è rapportato alla soddettività del parlante.

Nella lingua parlata, corriva e colloquiale, la tendenza è più verso: “Penso che tu hai fatto bene a

rispondere così”.

Viene più spontaneo selezionare l'indicativo, perché l'indicativo è quello che si impone per analogia,

e circola in maggiore abbondanza nei nostri enunciati. Dobbiamo anche conoscere e riconoscere una

tendenza molto forte del parlato, a dare autonomia a enunciato che invece in uno scritto formale

comparirebbero più frequentemente come subordinate. Il parlato ha di suo una tendenza forte a dare

autonomia a contenuti, ad enunciati che nello scritto più formale si presenterebbero, magari come

subordinate.

I contenuti che in una lingua formale e curata prenderebbero al forma di subordinate, all'interno di un

periodo molto strutturato, con una cornice grammaticale chiara; nella lingua corriva, colloquiale,

parlata, poco sorvegliata, tendono ad avere molta autonomia: c'è una tendenza alla monorematicità.

Andiamo a selezionare l'indicativo forse anche perché noi avvertiamo nella nostra lingua come due

enunciati differenti, indipendenti: non sentiamo più tanto il legame sintattico tra il verbo reggente e

subordinata, la cornice grammaticale, ma è come se, di fatto venissero presentati due contenuti in

maniera autonoma. [Hai fatto bene, penso.]

b) Scatta anche dopo i verbi che indicano una volontà (preghiera, richiesta, ordine, divieto).

Es. Voglio che tu faccia tutto il possibile.

Anche in questo caso la tendenza nel parlato colloquiale, non sorvegliato, è verso la selezione del

modo indicativo.

c) Il gruppo delle interrogative indirette, che vorrebbero, secondo la buona norma, il

congiuntivo. Anche questo enunciato, nel parlato comune, slitta verso l'indicativo.

Es. Mi chiedo se ci sia andato da solo → Mi chiedo se ci è andato da solo.

La lingua copia , mantiene, nelle interrogative indirette lo stesso modo della interrogativa diretta.

Es. “L'ha tenuto lui l'originale?” → “Mi chiedo se l'ha tenuto lui l'originale”

Nelle interrogative dirette, essendo principali, è prevalente il modo indicativo e dunque forse le

indirette copiano e mantengono quello stesso modo.

d) Casi in cui i contenuti sono falsi.

Es. Lo aiuto non perché me lo abbia chiesto, ma perché capisco che ha bisogno.

La buona lingua prevede il congiuntivo nella prima causale perché è un contenuto falso, dichiarato

già nello stesso enunciato. “Lo aiuto non perché me lo ha chiesto lui,

In questa nostra lingua colloquiale forse andiamo a dire

ma perché capisco...”. Anche in questo caso c'è un adeguamento e una selezione più comoda del

modo indicativo.

e) Casi in cui i contenuti sono presentati come poco rilevanti, come poco interessanti dal punto di

vista informativo. Ci sono enunciati in cui una porzione dal punto di vista informativo è in primo

piano, e una porzione è in secondo piano.

Es. Mi dispiace che Lucia sia già partita. → Secondo la norma qui c'è un congiuntivo perché siamo

di fronte a un enunciato che ha un contenuto informativo poco rilevante rispetto ad un'altra porzione.

Dal punto di vista dell'informazione, “Mi dispiace” ha un contenuto informativo maggiore, perché

l'altra è data come un dato di fatto.

Nella lingua anche scritta e della pubblicità si sta affermando l'uso dell'indicativo in un contesto molto

specifico: quello in cui c'è un superlativo

Es. È il miglior libro che abbia scritto → È il miglior libro che ho scritto // Il nonno più buono che

c'è.

La lingua abbandona il congiuntivo e slitta verso l'uso dell'indicativo per vari motivi:

– Analogia: l'indicativo è il modo che di per sé ha una diffusione maggiore nel parlato e quindi

tende a sovraestendersi sempre di più;

– L'indicativo è più disponibile, nel senso che tutti i parlanti sono padroni del modo indicativo,

mentre non tutti sono padroni del modo congiuntivo;

– Il congiuntivo è un modo difficile, che non è disponibile sul piano sociolinguistico; è un modo

in cui c'è una identità di persone (che io parli, che tu parli, che egli parli). Al suo interno il

congiuntivo ha, da una prospettiva di economia linguistica, degli elementi di debolezza e

dunque è vittima dell'analogia, e si estende anche nei casi in cui non sarebbe legittimo (come

per il pronome relativo “che”)

– Il congiuntivo è ridondante: cioè il congiuntivo non marca una differenza semantica; non

cambia l'enunciato nel suo significato. Dal punto di vista del messaggio non c'è nessuna

differenza nell'uso dell'indicativo o del congiuntivo: non è essenziale la selezione del modo

congiuntivo per interpretare in una maniera corretta l'enunciato. La lingua, se non coglie il

senso, la funzione specifica, tende ad eliminare quell'elemento considerato ridondante.

servizio pubblico → La RAI si deve

[Es. La RAI si deve porre il problema di cosa significhi fare il

porre il problema di cosa significa fare il servizio pubblico]

Nella nostra lingua il passaggio dal congiuntivo all'indicativo è un tratto indiscutibilmente marcato,

sia dal punto di vista diafasico, perché riguarda i registri più colloquiali e più famigliari, meno

sorvegliati; sia dal punto di vista diastratico perché, naturalmente, si sposa di più, questo passaggio

all'indicativo, con una competenza linguistica bassa sono i parlanti meno colti quelli che di più

usano l'indicativo al posto del congiuntivo; sia dal punto di vista diatopico perché è vero che il centro-

sud di più abbandona il congiuntivo in favore dell'indicativo, mentre resiste di più in area diatopica

di tipo settentrionale; sia dal punto di vista diamesico perché lo scritto tende di più a mantenere

presente il congiuntivo rispetto al parlato: il passaggio dal congiuntivo all'indicativo a livello di lingua

scritta è meno frequente.

Questo passaggio è un tratto che possiamo considerare abbastanza realizzato a livello di neostandard

orale ma non certo a livello di neostandard scritto.

L'ORDINE DEI COSTITUENTI

In latino, l'ordine dei costituenti all'interno di una frase era straordinariamente libero; libertà che si

legava alla caratteristica prima della lingua latina: quella di avere casi; la flessione, e quindi la

desinenza di per sé era sufficiente a individuarne il ruolo.

– –

Crollato il sistema dei casi anche per certe debolezze intrinseche ecco che in tutte le lingue

romanze si afferma un ordine che è piuttosto fisso per il ruolo di soggetto e di complemento oggetto

– –

rispetto al verbo; uno preposto e l'altro postposto al verbo (S V O), e quest'ordine nelle costruzioni

non marcate è quello che vale a prescindere dalla natura del soggetto e del c. oggetto. (essere animato

o essere non animato) Infatti noi riusciamo a distinguere le frasi “Il terremoto ha causato danni” o

“Maria legge un libro” o “Maria ama Giovanni” o “Giovanni ama Maria” solo in funzione della

collocazione del soggetto nella posizione preverbale. Questa sequenza si è affermata per distinguere

il ruolo del soggetto da quello di complemento oggetto.

Quando abbiamo più di due costituenti nella frase dichiarativa normale, intesa come non marcata,

dopo (“Giorgio ha regalato un libro a Laura.”), ma questo ordine può

normalmente vengono collocati

cambiare quando il costituente oggetto è pesante.

S-V-O → S-V-I-O:

S-V-O-I si modifica in questa direzione quando il c. oggetto è pesante, cioé quando è

corredato da un aggiunta (es. relativa). [Es. Giorgio ha regalato a Laura il libro che da tanto desiderava

avere]

• Possibili variazioni in rapporto al costituente oggetto

Se pariamo da S-V-O, modello basico della nostra lingua, dobbiamo dire che non sempre la lingua

rispetta questa sequenza. Ad esempio, l'italiano antico aveva sicuramente una maggiore tendenza ad

anticipare l'oggetto rispetto al verbo (S-O-V), ma comunque anche la lingua poetica, che ha l'obiettivo

primario di allontanarsi quanto più possibile dalla lingua quotidiana, cerca e attualizza nuove

sequenze. (es. spesso il male di vivere ho incontrato); e anche in molti proverbi, forme di

cristallizzazioni linguistiche, troviamo questo tipo di capovolgimento (es. cosa fatta capo ha).

• Possibili variazioni in rapporto al costituente soggetto

Il costituente soggetto è dato come preverbale, ma ci sono in italiano alcune categorie di verbi, come

i verbi in accusativi (verbi intransitivi che richiedono il verbo ausiliare essere), in cui il soggetto tende

ad occupare o può tranquillamente occupare la posizione postverbale, posizione tipica dell'oggetto.

[Es. È arrivato Giorgio. / È caduto un masso. / È morto Piero]

Questo può valere anche con altre tipologie di verbi, quando il soggetto è pesante. [Es. ha fatto la fila

con me per due ore alla posta quel collega che mi hai presentato due giorni fa.]

Questo ordine, col soggetto postverbale, è valido e ricorrente con queste tipologie di verbi quando

tutta l'informazione è nuova. Sono verbi in cui posso trovare il soggetto normalmente dopo il verbo

quando tutta l'informazione è nuova, ma se andiamo a considerare le sequenze con questi verbi in

accusativi quando una parte è data e l'altra è nuova, ritroviamo confermato il nostro principio di fondo

riguardo alla struttura dell'informazione, cioè che il dato viene prima e il nuovo viene dopo. Rimane

valida la progressione del nuovo, anche per questi verbi in accusativi, monoargomentali, monovalenti.

[Es. Come sta Piero? Piero è morto. // Tuo fratello poi? Mio fratello è tornato.]

Nel nostro parlato comune, magari, non riprendiamo i dati, ma andiamo a dire solo la porzione nuova

dell'informazione. [Es. Chi è morto? Piero]

Comunque rimane vero che il costrutto tipico della frase dichiarativa normale, non marcata, in

assenza di intonazioni particolari è S-V-O.

• La struttura dell'informazione

Per struttura dell'informazione intendiamo quella che considera i costituenti non già dal punto di vista

dei ruoli sintattici (soggetto, oggetto, …) ma è quella che considera i costituenti dal punto di vista

dell'informazione che vogliano trasmettere, dello scopo informativo, del messaggio che vogliono

trasmettere a seconda della loro posizione.

es. Giorgio ha comprato il giornale;

es. Il giornale l'ha comprato Giorgio;

es. L'ha comprato Giorgio il giornale;

es. È Giorgio che ha comprato il giornale.

Queste frasi presentano un nucleo invariato e invariante: il processo; che è sempre quello, perché c'è

un agente, che è sempre Giorno, che ha compiuto un'azione che è sempre quella, di comprare, e ha

comprato sempre la stessa cosa, il giornale.

Queste frasi non sono intercambiabili tra loro per quel che riguarda lo scopo informativo o i contesti

in cui possono essere utilizzati: sono contesti che, per la struttura dell'informazione, mirano a scopi

informativi diversi.

A fronte di frasi che pure riconosciamo con gli stessi costituenti sintattici, capiamo che però dal punto

di vista della prospettiva comunicativa, della struttura dell'informazione non sono intercambiabili e

non li scegliamo a caso, ma sono in funzione del contesto comunicativo e delle informazioni.

C'è una connessione tra la posizione che un costituente occupa nella frase e la produzione informativa,

ma non c'è una coincidenza, una sovrapposizione o anche una strettissima correlazione tra la struttura

sintattica e quella informativa.

Un enunciato può essere, dal punto di vista sintattico, destrutturato, cioè che non riflette la

codificazione imposta dalla grammatica, ma può essere straordinariamente funzionante dal punto di

vista dell'informazione. Il parlato, tra le due strutture, dà più peso alla struttura dell'informazione,

rispetto ad una struttura sintattica strutturata, organizzata e rispondente ai principi della norma.

Dobbiamo saper che un enunciato, dal punto di vista della struttura, può avere una parte data e una

parte nuova, ma può anche essere tutto nuovo dal punto di vista informativo.

Es. Mi si è rotta la macchina → enunciato che io presento come nuovo dal punto di vista informativo.

Es. È tornato tuo fratello → sempre un enunciato tutto nuovo.

Nella nostra lingua la frase dichiarativa non marcata, che ha un normale andamento intonativo, ha

sempre la parte data prima delle parte nuova.

Si va sempre alla ricerca di un elemento nuovo: è il principio della progressione del nuovo.

Es. Giorgio ha regalato un anello a Laura.

Questa affermazione può rappresentare una risposta per le seguenti domande:

C'è qualche novità? → Con questa domanda io non do niente di nuovo;

1. Che cosa ha regalato Giorgio? → Gli elementi nuovi sono dopo quelli dati

2.

3. A chi ha regalato un anello Giorgio?

Che cosa ha regalato Giorgio a Laura? → La risposta non è corretta perché vado in cerca di

4. un elemento nuovo che è prima di un elemento dato.

Chi ha regalato un anello a Laura → Come prima, la risposta non è

5. corretta, perché io vado

in cerca di un elemento nuovo che è all'inizio.

Non c'è identità assoluta tra il dato e il tema e il nuovo e il rema, ma siccome si verifica in una

percentuale altissima di casi, si può dare per assodato che il dato coincide con il tema e il nuovo con

il rema.

• Le costruzioni marcate

Marcate sono tutte quelle costruzioni in cui si esce dalle varie tipologie di ordine dei costituenti che

sono regolari nell'enunciato dichiarativo italiano non marcato.

Molte costruzioni marcate sono straordinariamente presenti nella nostra lingua parlata.

→ Costruzione marcata in cui un costituente che dovrebbe avere una

1. Dislocazione a sinistra.

posizione postverbale viene anticipato in una posizione preverbale.

Il costituente che più frequentemente è colpito, interessato dalla dislocazione a sinistra è il c. oggetto.

[Es. Il giornale lo leggo di sera // La carne la mangio solo due volte alla settimana // La televisione

non la guardo mai]

È un oggetto che, nella sequenza normale, occupava la posizione postverbale, qui lo troviamo

anticipato e ripreso da un pronome, che si chiama anaforico.

Di preferenza questo costrutto marcato interessa il c.oggetto, ma può interessare tutti i costituenti.

[ Es. A tuo fratello gli voglio regalare un libro // A Roma ci vivo bene // A me mi piace molto]

Rispetto alla struttura dell'informazione, il costituente che viene interessato da questa dislocazione

rientra nel dato. Non rappresenta cioè la porzione nuova dell'informazione. È un movimento, una

costruzione marcata in cui ritroviamo sempre l'ordine del dato e del nuovo. È la struttura sintattica

che viene piegata a questo ordine.

Es. La lettera l'ho scritta.

DATO NUOVO

In termini di dato e di nuovo, l'articolo indeterminativo di lega al nuovo mentre, l'articolo determinativo

si lega al dato.

Non dobbiamo concepire il dato come un dato linguisticamente espresso. Il dato è ciò che il parlante

ritiene noto, già conosciuto dalla persona con cui parla. Il dato non coincide con ciò che linguisticamente

è lì presente nell'enunciato linguistico del momento: va al di là del linguisticamente espresso.

Le dislocazioni a sinistra caratterizzano il parlato di tutti. La dislocazione è stata oggetto di grande

censura da parte dei grammatici del 500: la buona lingua ha cercato di evitare questo costrutto. Detto

– –

ciò, però, il primo documento della lingua italiana il placito capuano ha una dislocazione a sinistra.

→ È il fenomeno speculiare alla dislocazione a sinistra.

2. Dislocazione a destra [Es. L'ho scritta

la lettera // Lo prendi un caffè? // Li hai comprati tu i biglietti?]

Il costituente, che è l'oggetto, rimane nella sua posizione postverbale, ma è anticipato da un pronome

cataforico, perché fa riferimento a qualcosa che devo ancora dire.

Dal punto di vista informativo rientra nel dato: la dislocazione a sinistra come quella a destra

muovono un costituente, ma che è rientrante nella parte data dell'informazione.

Le due costruzioni marcate possono riguardare non solo singoli costituenti, ma anche enunciati:

- Lo so che sono in ritardo;

- Lo sai che Anna ha modificato le date degli appelli?

- Lo capisci che così facendo peggiori la situazione?

- Ce l'hai l'ombrello?

~Confronto fra dislocazione a destra e dislocazione a sinistra

La dislocazione a destra appare più tipica del parlato informale, dialogico, entra in enunciati

interrogativi, diafasicamente più marcato; mentre la dislocazione a sinistra entra di più in enunciati

assertivi e, molto più che la dislocazione a destra, entra anche nella lingua giornalistica (cioè è

fenomeno più in risalita). La dislocazione a destra, oggi appare molto frequente e più frequente del

corrispondente costrutto senza dislocazione.

L'elemento interessato, in queste due costruzioni marcate, rientra nelle conoscenze condivise, nel dato.

Se è vero che la dislocazione a sinistra e la dislocazione a destra collocano l'elemento dislocato nel

dato, nelle conoscenze condivise, quando noi ci muoviamo verso qualsiasi costruzione marcata, noi

andiamo a mettere in particolare rilievo la parte rematica. (Il pane l'ho comprato; la lettera l'ho scritta

// La torta non la MANGIO Non la MANGIO la torta)

Lo scopo informativo primario di questo meccanismo su quel costituente è quello di dare maggiore

rilievo alla parte rematica; di far cogliere al mio interlocutore quale tra le tue parti io individuo come

più forte sul piano dell'informazione. Tutte le costruzioni marcate hanno primariamente questo scopo.

(o rematizzazione a sinistra) → Non è frequente nella

3. Topicalizzazione lingua parlata. È quel

tipo di costruzione marcata in cui si mette in prima posizione un costituente che però è, questa

volta, nuovo ed è in contrasto, cioè in opposizione implicita o esplicita rispetto ad altri

possibili argomenti. Si anticipa in una posizione preverbale un costituente, non c'è la ripresa

pronominale come nel caso delle dislocazioni a sinistra o a destra, ma c'è una sottolineatura

sul piano del tono, proprio perché questo costituente topicalizzato è marcato come nuovo e

come in contrasto. È un'unità intonativa separata. Il mio tono sottolinea quel costituente come

nuovo ed in contrasto, ed è comunque sempre un oggetto specifico che vado a muovere dalla

sua normale posizione postverbale in una posizione preverbale. Oltre al complemento oggetto,

nella topicalizzazione può rientrare qualsiasi costituente, a prescindere dal ruolo sintattico.

Es. Hai comprato i biscotti per la colazione? No, le fette biscottate ho comprato.

(o tema sospeso) → È quel costrutto in cui noi troviamo in un

4. Anacoluto apparente ruolo di

soggetto, perché è collocato all'inizio di frase, un costituente che invece, poi, dal punto di vista

dell'organizzazione sintattica risulta sospeso, non inserito in un enunciato che conferisca di

fatto a questo costituente il vero ruolo di soggetto.

Anacoluto è una parola greca che significa “che non segue”, “inconseguente”. È un costrutto sintattico

imperfetto, spezzato in cui sembra che l'enunciato parta con un soggetto che invece rimane sospeso.

italiana dalle epoche iniziali: “Calandrino, se la prima gli

È una costruzione attestata nella letteratura

era paruta amara, questa gli parve amarissima.” // “Quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per

loro” (Manzoni).

È una specie di mutamento di progetto, che serve a mettere in rilievo un costituente anticipato, un

tema di cui vado a dire qualche cosa poi. Questo costrutto può essere presente nella lingua parlata,

perché la lingua parlata non ha quel tipo di pianificazione sintattica che è tipica dello scritto quindi è

più frequente che il parlato abbia mutamenti di progetti dal punto di vista dell'organizzazione

dell'enunciato. Oggi, questo tipo di costruzione è straordinariamente presente, più che nella lingua

parlata, nei titoli dei giornali e dei telegiornali. È una tecnica per mettere in rilievo nella titolazione

giornalistica per mettere in evidenza un costituente su cui si va a predicare qualche cosa [Es. Banche,

l'accordo è vicino]

Di nuovo andiamo a mettere in prima posizione un costituente che facciamo rientrare nel dato per poi

predicare su quel costituente; non c'è assolutamente la ripresa pronominale cioè non c'è l'obbligo di

enclitico atono come nella dislocazione e, mentre per la dislocazione a sinistra può interessare

qualsiasi costituente, infatti il costituente dislocato può essere accompagnato da qualsiasi

preposizione (“A tua sorella per Natale le voglio regalare....”), invece nel tema sospeso non c'è mai

una preposizione. → È un costrutto molto frequente a livello di lingua parlata. È quella costruzione

5. Frase scissa – –

in cui troviamo il verbo essere e un costituente di qualsiasi natura focalizzato, metto in

una posizione di rilievo, e un che, il quale a volte sembra un pronome relativo ma a volte no,

quindi meglio considerarlo un complementatore generico.

Es. È da voi che aspetto risposte precise.

Es. È con le parole che i politici si tengono a galla.

Es. È la prima volta che succede una cosa del genere.

Molto spesso questo tipo di costruzione marcata, frequente nella lingua parlata e tipica del nostro

modo di esprimerci, si trova particolarmente anche nelle frasi negative.

Es. Non è con le prediche che riuscirai a ottenere qualche cosa.

L'elemento collocato in quella cornice, cioè tra il verbo essere e l'elemento subordinante, è un

elemento che viene posto in una particolare condizione di focus, informativo, di rilievo informativo

e può anche essere marcato per contrasto, ma non necessariamente. È una struttura di cui ci avvaliamo

per mettere in rilievo un costituente. Tutte le costruzioni marcate hanno la finalità di mettere in

particolare rilievo la parte rematica.

• Organizzazione sintattica della frase complessa

Parlando di dato e di nuovo, ci siamo fermati ai costituenti della frase semplice. La struttura

dell'informazione pesa e condiziona anche la frase complessa, cioè quella che ha una reggente e una

subordinata.

Vi sono diverse tipologie di subordinate, e analizzandole, possiamo vedere se posizionate prima o

dopo rispetto alla frase reggente riflettono qualcosa di diverso dal punto di vista della struttura

informativa. → Per le causali, si può partire da un'osservazione di fondo che riguarda le

A) Causali

congiunzioni, in quanto tali. Le congiunzioni siccome e poiché, che pure introducono una

casuale, non rientrano nella parte rematica o nuova dell'informazione, mentre la congiunzione

perché rientra nella parte rematica dell'informazione.

Es. Poiché a Giorgio piace Maria, fa di tutto per conquistarla.

E' LO SFONDO INFORMATIVO, LA CORNICE MAGGIORE RILIEVO INFORMATIVO

MA NON E' IL PRIMO PIANO INFORMATIVO.

Il valore comunicativo informativo della prima parte è inferiore rispetto al valore della seconda parte.

Questo vale anche per siccome. [Es. Siccome ho perso l'autobus, ho fatto tardi.]

Il nostro parlato, per presentare questi contenuti, va in un'altra direzione, un'altra soluzione: A Giorgio

piace Maria e fa di tutto per conquistarla // Ho perso l'autobus e ho fatto tardi.

Invece il “perché” è una congiunzione casuale che introduce una proposizione con una valenza

rematica, nuova. [Es. Come mai non sei venuta? Perché non mi sentivo bene]

B) Temporale

(1) Quando avrò un lavoro ci sposeremo

(2) Ci sposeremo quando avrò un lavoro.

– –

I due enunciati il primo con la temporale in prima posizione, e l'altro in seconda posizione sono

del tutto equivalenti dal punto di vista dell'informazione o rispecchiano e riflettono scopi informativi

diversi? La frase n°1 mette in una posizione di maggiore rilievo comunicativo la seconda parte.

Collocare una temporale all'inizio significa metterla sullo sfondo dal punto di vista informativo e il

costituente con un maggior grado, un maggior rilievo comunicativo è “ci sposeremo”.

C) Concessiva

(1) Se Maria non lo avvisa, Giorgio non andrà

(2) Giorgio non andrà, se Maria non lo avvisa.

Anche in questo caso, la nostra lingua seleziona l'una o l'altra forma a seconda della posizione che

vuole mettere in maggior rilievo comunicativo.

La struttura sintattica della frase complessa risponde alla struttura informatica. La struttura

dell'informazione è capace di condizionare, piegare, mettere al proprio servizio la struttura sintattica,

all'interno della frase semplice e all'interno della frase complessa, sia che ne siamo coscienti o meno.

L'ITALIANO STANDARD

L'italiano standard è una nozione tipicamente plurifattoriale, cioè è una molteplicità di carattere, di

fattori che, compresenti, fanno scattare poi la definizione di standard.

1. La lingua che si ispira ai modelli dell'italiano scritto, colto, letterario ed è quindi una lingua

ereditata da una secolare tradizione scritta letteraria, codificata nelle grammatiche. Codificata

cioè è stata oggetto di attenzione da parte dei grammatici, che hanno stabilito delle norme.

Quell'opera di codificazione che è depositata nelle grammatiche è la lingua che è presentata

come quella corretta, in virtù del fatto che rispetta determinate regole, determinate norme;

fissate, stabilite dai grammatici. Una lingua codificata, cioè sottoposta all'opera di fissazione

di regole da parte dei grammatici che hanno definito la norma.

Il concetto di standard è indissociabile da quello di norma, che significa stabilità nel tempo, ma non

significa in assoluto fissità: è una norma che ha comunque comportato un mutamento fisiologico nel

tempo. Lo standard non è immobile, non è statico in assoluto, in quanto lo standard deve anche essere

compatibile con tipologie di testi straordinariamente diversi e quindi la lingua standard deve essere

capace di adeguarsi e di piegarsi a molti usi; di servire a scopi molti diversi.

2. È la lingua che ha funzione di riferimento; è la pietra di paragone per i giudizi di correttezza

e di scorrettezza. Funge da metro di valutazione.

3. Lo standard ha un carattere neutro; cioè lo standard non può essere marcato da nessun punto

di vista. Significa che lo standard contiene di necessità elementi rispetto ai quali non si può

identificare tratti tipici di varie aree geografiche o termini gergali. Deve essere neutro rispetto

ai parametri di variazione. Si caratterizza per ciò che non ha rispetto agli assi di variazione. È

una lingua alta, priva di regionalisti, priva dei caratteri tipici del parlato spontaneo.

4. È la lingua di maggior prestigio, poiché neutra e alta. È insegnata come la lingua corretta, ed

è la lingua posseduta dalla classe delle persone colte, ed è la lingua usata per tutti quegli usi

formali, nobili. (scientifico, filosofico, burocratico, normativo).

Lo standard è la lingua che si conquista con lo studio: è frutto di un acquisizione; non è la lingua

nativa di nessuno.

Nella lingua parlata è di uso molto raro, in quanto è marcata dai fattori di variazione. È una lingua

che vive non tanto nell'oralità, che è la dimensione primaria di ogni lingua, quanto con la dimensione

dello scritto e dello scritto alto.

Standard si manifesta non tanto nell'oralità quotidiana dei comuni parlanti ma si manifesta nella

dimensione scritta formale.

Perché lo standard non è tanto coincidente con la lingua parlata, ma coincide con lo scritto formale?

Perché non è un fatto nativo e rappresenta un punto di arrivo?

Bisogna riferirsi all'origine stessa della lingua standard. Bisogna pensare alla lingua fiorentina del

300: la nostra lingua standard è, oggi, il punto di arrivo di una lingua che ha la sua origine nel

fiorentino letterario, che rappresenta il fondamento di tutta la nostra lingua letteraria, grazie alla

grandezza degli scrittori che si sono espressi in quella lingua. Questa lingua letteraria è diventata poi

il fondamento della lingua standard, della lingua della nazione. Questo spiega un fatto che è molto

peculiare della lingua italiana. La nostra lingua ha conosciuto nei secoli una costanza, una stabilità

che è del tutto eccezionale: abbiamo conosciuto una stabilità eccezionale che consente sia di cogliere

le differenze morfologiche della lingua del '300 ma consente anche di leggere quella letteratura

medievale.

Da noi c'è stata questa stabilità a livello di lingua scritta, perché quella lingua è vissuta essenzialmente

come letteraria: non era della dimensione parlata, e per tale motivo c'è una grande costanza e stabilità.

I mutamenti sono veicolati fondamentalmente dall'uso orale; è nella dimensione parlata che la lingua

lascia emergere innovazioni e mutamenti, poi lo scritto aderirà successivamente al parlato.

Solo in epoca recente la nostra lingua standard dimostra apertura nei confronti delle peculiarità del

parlato. Si sta aprendo sempre di più la lingua standard a tratti che sono tipici del parlato. La lingua

standard non si può livellare e schiacciare soltanto nella sua dimensione scritta: non si può farli

coincidere.

5. Lo standard ha una funzione unificatrice, perché costituisce il modello, il punto di riferimento

per tutta la popolazione, a prescindere dai vari assi di variazione. Lo standard è la lingua di

una comunità (nazionale, in questo caso) e quindi, possiamo essere molto lontani dal punto di

vista diastratico o diatopico, ma tutti ci riconosciamo in quella varietà come lingua nazionale.

È unificante ed ha questa funzione unificatrice perché in questo standard, in questa lingua ci

riconosciamo a prescindere dalla nostra provenienza geografica, dalla nostra appartenenza

sociale, dal nostro grado di cultura.

Dire che ha una funzione unificatrice significa automaticamente dire che ha una funzione separatrice

rispetto all'estero, ad un'altra lingua. È la lingua che si oppone ad un altro standard nazionale.

L'ITALIANO NEOSTANDARD

Si incomincia a parlare di italiano neostandard negli anni '80; anni in cui si incomincia ad avvertire e

a dare conto di cambiamenti forti in atto nella lingua italiana anche a livello di manifestazione scritta.

Si comincia a prendere coscienza e a riflettere sul fatto che norme più o meno ferme da secoli

cominciano ad essere inficiate o messe in discussione, in quanto l'uso parlato si discosta da quei tratti.

La definizione di italiano neostandard è data da Gaetano Berruto nell'87. Ci sono però altre definizioni

come quella di Sabatini, che parla di italiano nell'uso medio o di Mioni, che parla di italiano

tendenziale. Sono definizioni che in qualche modo hanno ognuna qualcosa di molto positivo:

(1) Neostandard sottolinea che certi tratti forse debbono ormai considerarsi entrati nel nuovo

standard; ovvero che determinati tratti che prima si avvertivano come marcati dobbiamo

saperli riconoscere come entrati nello standard;

(2) L'italiano dell'uso medio è una definizione che sottolinea che questa varietà è di uso comune;

sottolinea il fatto che c'è una convergenza della comunità linguistica italiana verso determinate

soluzioni, a prescindere dai vari parametri di variazione. C'è una tendenza comune ad usare

determinati tratti.

(3) L'italiano tendenziale vuole indicare la direzione principale verso la quale si sta muovendo la

lingua italiana.

Di queste definizioni, si è poi imposta la definizione di Gaetano Berruto. Neostandard, di per sé,

sottolinea che lo standard sta allargando i propri confini; che sta cogliendo e accettando forme e

costrutti che un tempo erano esclusi dallo standard; ma erano confinati al substandard.

L'italiano neostandard dobbiamo saperlo cogliere come risultato dell'infiltrazione nello standard di

tratti che prima erano censurati, condannati, considerati devianti, considerati marcati. È da

considerare come un avanzamento, una risalita di alcuni tratti prima considerati bassi: è un cambio di

status. Non è da intendere come una serie di fatti nuovi, anche se esistono alcune novità di sistema,

seppure poche.

Il neostandard è il risultato dell'infiltrazione di forme, costrutti, tratti morfologici che erano in

precedenza considerati non corretti; regionali, popolari, deviati rispetto alla norma.

I fenomeni nuovi della lingua corretta, neostandard, sono pochi; perlopiù si tratta di fenomeni vecchi

di secoli che le grammatiche avevano censurato.

Noi non possiamo considerare da un punto di vista prettamente linguistico, da un lato forme corrette

e dall'altro lato forme sbagliate: questa divisione da una prospettiva prettamente linguistica non esiste.

Standard è un concetto tipicamente sociolinguistico, basato cioè su uno status che certi tratti hanno

acquisito perché c'è stato un giudizio di positività su quei tratti. Lo standard non è a priori, perché lo

standard e le norme sono in sé più positive, più buone o linguisticamente pure, ma esiste a posteriori

nel senso che la “reputazione” di cui godono determinati tratti è una “reputazione” tale da far

considerare quei tratti corretti, giusti, ai quali tutti noi ci dobbiamo piegare e adeguare.

Le forme dialettali, popolari, non sono forme che contengono in sé un errore, ma dal punto di vista

sociolinguistico, in una certa fase, sono andate in declino a causa della predilezione di persone che

contano (grammatici,...) per altre forme.

Come è capitato che per secoli questi tratti sono sempre stati considerati devianti dalla norma e invece

adesso sono via via in fase di maggiore accettazione e in risalita a livello di norma? Come si è arrivati

a questo cambiamento di status?

1. La ragione fondamentale di questo avanzamento, di questo cambiamento di status di certi

tratti sta nel nuovo e straordinario e inedito peso che ha acquistato l'oralità.

Con i mezzi di comunicazione di massa la televisione, la radio,... - noi siamo stati tutti esposti a

un'oralità comune come non era mai capitato prima, senza precedenti. Prima l'oralità era quella della

piazza, della strada, del contesto stretto: non c'era un'oralità pubblica alla quale la comunità italiana

poteva essere esposta. Con i mezzi di comunicazione di massa assistiamo dunque ad un peso nuovo,

inedito, che ha l'oralità.

La prima fase della televisione, per esempio, è quella in cui il parlato è molto marcato sullo standard

tradizionale, ma poi via via sono cambiare le tipologie di trasmissione, si sono riempite ore e ore di

trasmissione con il pubblico che si esprime, più o meno, “come mangia”. La televisione, in quella

fase, era una scuola di lingua, nel senso che voleva insegnare la lingua secondo le regole consolidate.

(Maestro Manzi).

Pian piano da scuola di lingua, la televisione è diventata specchio delle lingue parlate, dell'oralità

comune; ma nel suo diventare specchio non cessa la televisione di essere scuola: se io sento in

quell'oralità a cui sono esposto un modello, nel mio parlato mi sento autorizzato a utilizzare certi tratti

che sento: la lingua si auto-contagia.

Nel momento in cui l'oralità ha acquistato un peso come non aveva mai avuto, l'oralità trascina con

sé di necessità certi tratti, e divenendo quell'oralità sempre più forte riesce, piano piano, a

condizionare la norma. La forza dell'oralità impone i suoi tratti tipici.

2. Bisogna avere la consapevolezza che se il concetto di standard è tipicamente sociolinguistico,

di per sé significa che i criteri di accettabilità possono mutare nel tempo.

L'accettabilità è un fatto che può variare ai diversi livelli, anche nella lingua: ciò che è stigmatizzato

in una fase, non è più stigmatizzato in un'altra fase. Il tempo, di per sé, può comportare una mutazione

dell'accettabilità e la lingua non è estranea a questo. Le norme linguistiche hanno fondamenti non

oggettivi, ma hanno un fondamento di tipo sociolinguistico e allora sono convenzioni che dobbiamo

rispettare, ma sono convenzioni.

I concetti di standard, substandard e neostandard sono anelli di una catena, ma sono in movimento,

in evoluzione. Ciò che in una fase storica della lingua è substandard, quindi censurato, deviante, non

corretto e non accettabile, in un'altra fase comincia a risalire e diventa neostandard fino ad arrivare

ad essere accettato a tutti gli effetti: diventa vero e proprio standard. [SUBSTANDARD

NEOSTANDARD STANDARD]

Sono fasi diverse, ma non diverse per sempre, diverse nel senso che sono destinate ad evolvere: quello

che è substandard in una fase poi diventa neostandard e poi via via si consolida.

APPENDIX PROBI → Significa “Appendice di Probi”, in quanto è un documento che si trova alla

fine della grammatica di Probo. Il documento in quanto tale è di un maestro, nel III secolo d.C., che

mette in fila, in una doppia colonna, più di 227 parole. Nella prima colonna considera tutte le parole

come devono essere esattamente scritte; nella seconda colonna scrive le parole che trovava nei

compiti dei suoi alunni, che venivano censurate come sbagliete. Si organizza nel tipo: auricula non

oricla // calidus non caldus.

Dalla prospettiva romanza, neolatina, la seconda colonna è molto più rilevante perché mostra la

direzione verso cui la lingua stava andando.

Per millenni anche se non siamo più in grado di dire, a causa dei mezzi di comunicazione di massa,


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tinotina

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze umanistiche,discipline artistiche filosofiche e letterarie
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tinotina di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Mancini Anna Maria.

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