L’italiano contemporaneo
1. La lingua italiana oggi
L’ITALIANO E LA SUA DIFFUSIONE
L’italiano è una lingua di cultura, espressione di una civiltà che ha contribuito
alla formazione della cultura occidentale. Grazie al prestigio italiano in molti
ambiti culturali – letteratura, musica, arte e, più recentemente, gastronomia,
cinema, moda – molte parole italiane sono entrate (adattate o no) in altre lingue e
appartengono ormai al lessico internazionale. È il caso del saluto amichevole
ciao di origine veneta, ormai usato internazionalmente. Soprattutto in seguito al
italòfoni
fenomeno dell’emigrazione, nuclei di (persone che parlano italiano)
sono sparsi per il mondo (in particolare in America latina e Australia), ed
esistono zone in cui l’italiano, molto semplificato, costituisce una sorta di lingua
‘franca’ usata tra lavoratori appartenenti a gruppi etnici diversi; una certa
conoscenza dell’italiano sopravvive poi nelle ex colonie africane (in particolare in
Eritrea e Somalia) e, di recente, il successo della televisione italiana ha
contribuito a diffondere la nostra lingua nel bacino del Mediterraneo (specie a
Malta o in Albania). Negli ultimi decenni, da quando l’Italia è diventata anche
meta di immigrati, l’italiano è stato acquisito da stranieri di diversissima origine
(dai paesi dell’Est europeo al Pakistan e alle Filippine, dall’Africa settentrionale
all’America meridionale). Ma, sebbene negli ultimi decenni, la diffusione
dell’italiano abbia registrato una notevole crescita, non è comunque paragonabile
a quella dell’inglese, del francese o dello spagnolo. Nella maggior parte dei casi
l’italiano è infatti parlato da coloro che sono nati e risiedono in Italia. C’è solo
qualche rara espansione al di fuori dei confini statali: a parte il caso della
Repubblica di San marino e della Città del Vaticano, nel Canton Ticino e in
alcune valli dei Grigioni della Svizzera l’italiano è una delle lingue ufficiali, in
Corsica si parlano dei dialetti, in Istria e Dalmazia sopravvivono minoranze di
italiani.
Ma neppure in Italia tutti gli italiani usano sempre e solo l’italiano: in tutta la
dialetti
penisola infatti l’italiano convive con i locali, tuttora usati sia nel
parlato, soprattutto con i familiari e gli amici, sia nello scritto, soprattutto in
poesia e nei testi teatrali. La ricchezza e la varietà dei dialetti è una caratteristica
esclusiva della realtà linguistica italiana, legata a peculiarità geografiche e a
particolari vicende storiche. I dialetti italiani non rappresentano varietà locali
della lingua nazionale né deformazioni o corruzioni di essa, ma derivano dal
latino volgare e hanno dunque la stessa dignità della lingua. Oggi molti italiani
alternano lingua e dialetto in un rapporto che viene detto non tanto di
diglossia,
bilinguismo ma di cioè scelgono l’uno o l’altro codice a seconda della
situazione comunicativa. In molte zone d’Italia sia la lingua che il dialetto
possono essere adoprati nella conversazione ordinaria ma è l’italiano la lingua
prevalentemente usata per rivolgersi ai bambini (dilalìa). All’interno dei confini
nazionali esistono infine le comunità alloglotte che parlano altre lingue, romanze
e non, appartenenti comunque al territorio italo-romanzo.
IL TIPO LINGUISTICO ITALIANO
A tutti i livelli dell’analisi linguistica, l’italiano presenta alcune caratteristiche
proprie che consentono di individuarlo rispetto alle altre lingue romanze e non
romanze, e che nel loro complesso costituiscono il “tipo linguistico italiano”:
- l’importanza delle vocali nella struttura sillabica e la pressoché generale
terminazione delle parole in vocale;
- la libertà di posizione dell’accento tonico e la frequenza delle parole accentate
sulla penultima sillaba;
- la possibilità di esprimere i concetti di grandezza, piccolezza, ecc. attraverso il
meccanismo dell’alterazione, aggiungendo cioè a nomi e aggettivi (e talvolta
avverbi) suffissi diminutivi, vezzeggiativi, accrescitivi, ecc.
- la formazione delle parole anche attraverso il meccanismo della composizione
che prevede la possibilità di unire nome+nome, verbo+nome, nome+aggettivo;
- la non obbligatoria espressione del pronome personale che fa da soggetto al
verbo;
- la preferenza per la sequenza determinato+determinante (es. il libro di Paolo
piazza Mazzini, ecc.), a differenza del greco, del latino, dell’inglese;
- la tendenza a concentrare l’informazione semantica non nel verbo, posto al
centro della frase, ma nel nome, che è più all’esterno (lingua esocentrica);
- la relativa libertà dell’ordine delle parole all’interno della frase, che consente di
porre il soggetto, normalmente prima del verbo, anche dopo di esso.
CARATTERI DELL’ITALIANO latino volgare,
L’italiano, come tutte le lingue e i dialetti romanzi, deriva dal cioè
dal latino parlato nella tarda età imperiale nelle varie zone in cui Roma era
riuscita ad imporre la propria lingua (il complesso di queste zone costituiva la
cosiddetta Romània). Tra le lingue romanze, l’italiano è quella più vicina al latino
volgare ma anche quella che ha avuto un più continuo contatto col latino
classico, da cui ha ripreso moltissime parole – latinismi o parole dotte (es.
floreale FLOREALEM
l’aggettivo tratto dal latino con l’esito poi tipicamente
italiano FL>/fj/) – e strutture morfosintattiche (es. la formazione del superlativo
-issimo
col suffisso aggiunto alla base dell’aggettivo).
L’italiano deriva, nelle sue strutture linguistiche fondamentali, dall’elaborazione
del dialetto fiorentino del ‘300, nell’elaborazione letteraria che ne fecero le “tre
corone” (Dante, Petrarca e Boccaccio) e che poi i grammatici del ‘500 posero a
modello dell’uso scritto. In epoca moderna non si ebbe, come in Francia,
Inghilterra o Spagna, una monarchia nazionale accentratrice, in grado di
unificare il paese e di diffondervi la parlata della propria regione d’origine; in
Italia il policentrismo della fase medievale trovò a lungo un corrispettivo nella
frammentazione politica durata fin oltre la metà dell’800. Il fiorentino riuscì
dunque a imporsi sugli altri dialetti, almeno nell’uso scritto, non grazie a un
predominio politico ma ad altri fattori: l’alto valore letterario dei grandi scrittori
del ‘300 che lo usarono, poi certe caratteristiche strutturali che rendevano il
dialetto fiorentino meno lontano dal latino e lo ponevano in una posizione di
medietà rispetto agli altri dialetti della penisola; infine, il prestigio di Firenze in
altri campi socioculturali (economia, commercio, arte) che favorì l’espansione
volgare
della sua parlata. Per molto tempo l’italiano fu definito non solo (in
toscana favella lingua fiorentina;
contrapposizione al latino) ma anche o il
termine italiano fu accolto solo nel ‘700, anche se per secoli fino al 1861 l’uso di
questa lingua rimase legato allo scritto colto.
Se si considera la percentuale ridotta di coloro che, ancora fino all’inizio del ‘900,
sapevano leggere e scrivere, è possibile concludere che prima dell’Unità l’italiano,
al di fuori della Toscana (dove lingua e dialetto sono sempre stati in rapporto di
contiguità), era una lingua nota a un numero di persone ridotto, almeno per
quello che riguarda la ‘competenza attiva’, cioè la capacità di servirsene, nello
scritto o anche solo nel parlato; diversa era invece la ‘competenza passiva’, cioè
la capacità di capire discorsi in italiano, di certo assai più estesa. Il ridotto uso
dell’italiano parlato favoriva la stabilità e la conservatività delle strutture della
lingua che, però, si mostrava – come compresero alcuni intellettuali tra ‘700 e
‘800 – poco adatta a rispondere alle esigenze di alcune moderne forme di
scrittura (la prosa scientifica, la saggistica, lo stesso romanzo). In realtà il
problema non era tanto linguistico, ma più ampiamente culturale, come avrebbe
e contrario,
dimostrato, l’esempio dei Promessi Sposi manzoniani, e come
avrebbe rilevato, pochi anni dopo l’unificazione politica e proprio in polemica con
Manzoni, il glottologo Graziadio Isaia Ascoli, che additò nella scarsa diffusione
della cultura e nell’eccessiva preoccupazione della forma i due vizi capitali da cui
era afflitta l’Italia e che avevano ostacolato l’unificazione linguistica. A partire
dall’Unità, in seguito a vari fattori – come la progressiva alfabetizzazione legata
all’obbligo scolastico, l’emigrazione esterna e interna, l’urbanizzazione, le mutate
condizioni sociali, economiche e culturali della popolazione, più forti contatti dei
cittadini con gli apparati amministrativi statali, e infine lo sviluppo dei mezzi di
comunicazione di massa (giornali, radio, televisione, cinema, pubblicità, fino ai
nuovi media) – l’italiano ha progressivamente ampliato i propri ambiti d’uso,
togliendo sempre più spazio ai dialetti.
La progressiva espansione dell’italiano ha avuto notevoli conseguenze. Dopo una
fase di sistemazione grammaticale, durata almeno fino alla fine degli anni ’50, il
crescente uso anche orale dell’italiano, da parte non solo di una élite di uomini
di cultura ma anche di grandi masse popolari, ha determinato una pressione del
parlato sulle strutture dello scritto con il conseguente sviluppo di varie
ristrutturazioni del sistema linguistico, tratti innovativi e semplificazioni che le
altre lingue romanze avevano già realizzato da secoli. Profondamente mutato è
anche il rapporto tra italiano e toscano: Firenze e la Toscana hanno mantenuto
per poco tempo la posizione di centralità sul piano linguistico che avevano avuto
per secoli, per poi perderla avantaggio di Roma capitale o dei centri industriali
del Nord, rivelatisi più capaci di imporre innovazioni linguistiche in sintonia con
l’evoluzione del sistema (es. il suffisso -aio/-a, esito toscano del latino -ARIUM/-
AM, -aro/-a,
di recente è stato soppiantato dal suffisso diffuso nel resto d’Italia e
paninaro, metallaro, rockettaro,
in particolare a Roma, visibile in parole come
cinematografaro, palazzinaro, gattara, ecc.).
L’ITALIANO STANDARD
Per secoli, l’italiano, a causa del suo uso prevalentemente scritto, è stato una
lingua non solo stabile, poco soggetta al mutamento, ma anche poco compatta la
suo interno. La lingua letteraria prevedeva una netta differenziazione tra poesia e
core, deggio,
prosa: in poesia si preferiva usare non cuore ma non devo ma non
splendea, desio speme,
splendeva ma non desiderio o speranza ma o non hai
polimorfia,
dicesti.
detto ma L’uso scritto inoltre consentiva un’abbondante cioè
la coesistenza di più forme tra loro sostanzialmente equivalenti, tra le quali lo
scrittore era libero di scegliere: sulla base della normale evoluzione fonetica del
latino volgare, della ripresa di forme dotte o di ricostruzioni analogiche, si
sacrifizio, lacrima lagrima
avevano variazioni fonetiche (sacrificio o o ecc.) o
arme, offrì offerse, ali ale,
morfologiche (arma o o o ecc.).
Nel corso del ‘900 e fino a oggi, l’italiano da una parte ha rinunciato, anche in
poesia, agli arcaismi propri del linguaggio poetico, dall’altra ha fortemente ridotto
la polimorfia. A questo proposito, un precedente illustre è costituito dalle
correzioni apportate da Manzoni nell’edizione definitiva dei Promessi Sposi
(1840-42) in cui, adeguando la prosa de suo romanzo all’uso vivo di Firenze, egli
operò a tutti i livelli di analisi linguistica alcune semplificazioni che l’italiano
tra fra, ci
posteriore avrebbe poi accolto (es. l’uso di al posto di del locativo
vi, pronuncia pronunzia, visto veduto
rispetto a di invece di di anziché ecc.).
A questo processo di semplificazione, si è accompagnato un processo di
normativizzazione: la tradizione grammaticale e ancor di più la prassi scolastica
hanno progressivamente imposto una serie di regole, soprattutto ma non solo nel
campo dell’ortografia, che si sono poi largamente diffuse (es. l’uso dell’accento
sui monosillabi è stato limitato ai casi in cui esso ha una funzione
lì là li
disambiguante: sugli avverbi e per distinguerli dal pronome e dall’articolo e
la, qui qua;
pronome ma non più su e i nomi di città sono stati generalmente
considerati femminili). L’insegnamento scolastico e i canali di diffusione della
nostra lingua hanno reso l’italiano contemporaneo, un sistema molto più
compatto rispetto al passato, contribuendo a un secondo processo di
standardizzazione della lingua, dopo quello realizzato dai grammatici del ‘500.
lingua standard
Il concetto di fa riferimento all’uso linguistico che l’intera
comunità dei parlanti riconosce come corretto: quindi il modello di lingua
proposto nelle grammatiche, quello usato dalle persone istruite, sia nello scritto
sia nel parlato. Un problema dell’italiano è costituito dall’assenza di uno
standard parlato, soprattutto sul piano fonetico, anche perché la grafia
e e
dell’italiano non rende alcune opposizioni fonologiche (es. aperta ed chiusa).
Un modello di standard parlato sarebbe il cosiddetto “fiorentino emendato”,
basato sulla pronuncia colta di Firenze, che effettivamente è insegnato in
apposite scuole di dizione e usato da alcuni professionisti della parola come
attori o speakers. Ma la stragrande maggioranza degli italiani, anche coloro che
padroneggiano lo standard scritto, nel parlato lasciano percepire, in varia
misura, la loro origine regionale.
LE VARIETÀ DELL’ITALIANO CONTEMPORANEO
All’interno del repertorio linguistico italiano si può individuare una vasta gamma
di varietà. Ogni lingua, quanto più è diffusa nello spazio e nel tempo, tanto più
assi di variazione,
presenta una serie di differenze, dovute a variabili dette
legate al canale di trasmissione del messaggio, al suo contenuto, ai rapporti tra
gli interlocutori, alla situazione comunicativa, ecc.
- diamèsica
la variabile è quella legata al mezzo materiale in cui avviene la
comunicazione, che distingue la lingua dei testi parlati – prevalentemente
dialogici e generalmente indirizzati a persone conosciute e presenti, legati
quindi al cosiddetto contesto situazionale – da quella dei testi scritti – sempre
monologici, spesso rivolti anche a sconosciuti e comunque destinati a durare
nel tempo. Alle tradizionali categorie dello scritto e del parlato è stata aggiunta
trasmesso:
quella, per molti versi intermedia, del il parlato trasmesso, riferito a
forme come il telefono, la radio, la televisione, il cinema, e lo scritto trasmesso,
riferito a internet, posta elettronica, messaggi telefonici ecc.
- diacronica
la variabile è quella legata al tempo; il passare del tempo
determina inevitabilmente un mutamento nell’uso linguistico, che di solito
avviene nel parlato prima e più spesso che non nello scritto, dove però le
novità, una volta accolte, vengono imposte. Il mutamento linguistico può
avvenire per fattori interni al sistema della lingua – che determinano
lui, lei, loro
l’abbandono di certe forme a vantaggio di altre (es. i pronomi
egli, ella, essi)
piuttosto che – per lo sviluppo di processi di
grammaticalizzazione primaria e secondaria – per cui alcune parole acquistano
funzioni grammaticali o ne sviluppano di nuove (es. la 3ª pers. sing. del
fare
presente del verbo svolge anche una funzione di determinazione
un’ora fa, poco fa; però,
temporale: la congiunzione che in origine significava
‘per questo’, ha poi assunto valore avversativo, e oggi si usa anche come
esclamazione per esprimere ammirazione) – e di lessicalizzazione – in cui
affresco a fresco).
elementi grammaticali danno origine a nuove parole (es. da
Cambiamenti possono essere determinati anche da fattori esterni, come il
contatto con altre lingue (es. introduzione di anglicismi non adattati e
diffusione di certe peculiarità sul piano sintattico, come l’interrogativa
chi ha visto chi?),
multipla del tipo o fenomeni culturali e sociali (es. la
tu lei
crescente diffusione del allocutivo a spese del di cortesia, dovuta a un
profondo mutamento, specie dopo il ’68, dei rapporti interpersonali);
- diatopica
la variabile è quella legata allo spazio. Una stessa lingua assume
caratteristiche diverse a seconda delle singole zone in cui è usata. La ricchezza
dei dialetti ha avuto e continua ad avere riflessi notevoli sull’italiano che a quei
dialetti si è sovrapposto, soprattutto sul piano fonetico e lessicale,
italiani regionali;
determinando la nascita degli
- diastratica
la variabile è quella legata alla posizione sociale del parlante e
quindi dipende da vari fattori: il genere (in alcune lingue la varietà usata dalle
donne è diversa da quella usata dagli uomini), l’età (la lingua dei giovani è
diversa da quella degli adulti), la classe sociale e le condizioni economiche, il
grado di istruzione;
- diafasica
la variabile è quella legata alla situazione comunicativa,
all’argomento trattato, al grado di confidenza che si ha con l’interlocutore. Da
questi fattori deriva la scelta di un registro linguistico formale (come l’italiano
aulico di certi discorsi solenni) o informale (come l
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