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Riassunto esame Linguistica Generale, prof. Vallini, libro consigliato La Forbice e il Ventaglio, Domenico Silvestri

Elaborato personale, basato sullo studio autonomo del manuale consigliato dalla prof. a lezione, ovvero "La Forbice e il Ventaglio, Silvestri" e dalle conoscenze apprese durante il corso. Gli argomenti trattati sono: concetto di forbice e ventaglio,origini del linguaggio,spazi, piste, nicchie,rapporti "verticali", "orizzontali" e "circolari" tra le lingue,mutamento linguistico,variabilità,... Vedi di più

Esame di Linguistica Generale docente Prof. C. Vallini

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ESTRATTO DOCUMENTO

16.3

La lingua, in quanto realtà sistematica (in cui le unità costitutive sono in relazione tra loro) subisce mutamenti per fattori

endolinguistici; in quanto realtà processuale, intervengono elementi extra-linguistici. Il grado di accettabilità o meno del

cambiamento linguistico rappresenta il punto di incontro tra sistema e processo linguistici.

17.1

La resa funzionale delle opposizioni fonologiche (cioè l’opposizione fonica di due suoni che permette di differenziare dei

significati intellettuali) è un importante fattore ednolinguistico. Martinet spiega tale processo, ovvero dice che quando si

verifica un’opposizione fonologica alta, l’opposizione resiste durante il tempo (cioè i fonemi si mantengono inalterati);

quando se ne verifica una bassa, l’opposizione sparisce ed i fonemi vengono conglobati in un solo fonema. Tale fenomeno

è detto di neutralizzazione dell’opposizione, il fonema che ne esce fuori è detto “arcifonema” e il processo di formazione

“defonologizzazione”.

Esempi di resa funzionale dell’opposizione in italiano sono le coppie “basso-passo”, “pere-bere”, “pelle-belle” ecc.

17.1.1

Quando i fonemi si trasformano in nuovi fonemi e quando le vecchie opposizioni si ristrutturano in nuove opposizioni, si

parla di rifonologizzazione.

Questo fenomeno è soprattutto evidente nella lingua germanica, dove prende il nome di rotazione consonantica.

17.1.2

Martinez individua due processi endolinguistici:

-la trasformazione e quindi scomparsa di P,T,K ha funto da catena di trazione provocando la desonorizzazione di B, D, G

e questa ha portato alla deaspirazione di BH,DH,GH (principio di riempimento delle caselle vuote)

-la deaspirazione di BH,DH,GH ha affollato con nuove occlusive sonore l’area di B,D,G ed ha agito come catena di

propulsione, portando alla desonorizzazione delle vecchie B,D e G. Queste ultime, affollando l’area di P,T,K, con una

nuova catena di propulsione ha portato alla fricativizzazione delle vecchie P, T, K (principio di riempimento delle caselle

piene).

17.2

Mutamenti endolinguistici che si verificano con concrete realizzazioni linguistiche, sono quelli fonetici dipendenti dalla

fonotassi (sequenza di suoni che segue il principio di economia e di inerzia articolatoria).

I fenomeni principali sono assimilazione, differenziazione e interversione.

17.2.1

Per assimilazione si intende il processo per cui due articolazioni raggiungono tratti comuni. Tale procedimento è

progressivo se domina il primo elemento, regressivo se domina il secondo. Un esempio di tale fenomeno è l’assimilazione

nd->nn e nt->nd nei dialetti italiani meridionali.

*assimilazione progressiva: moNdomonno assimilazione regressiva: ocTootto*

Romano Lazzeroni ha affermato che l’assimilazione può agire tra consonante e vocale (che porta alla sonorizzazione delle

sorde, come è avvenuto nel passaggio da “locus” a “luogo” ) oppure tra vocali.

Possiamo trovarci anche nella situazione di una assimilazione a distanza (detta anche dilazione) per cui si ha la

modificazione di una vocale interna per mezzo di una vocale finale. Per esempio, pensiamo ai dialetti meridionali in cui le

vocali “e” ed “o” interne ad una parola, sono diventate “i” e “u” sotto l’influsso delle vocali finali latine (i e u, appunto).

Come esemplificazione prendiamo “nero”: in latino tardo è “negrU”, in italiano “nero” e in napoletano si dice “nIre”.

17.2.2

La differenziazione è il processo opposto all’assimilazione: rompe la continuità del movimento articolatorio durante

l’articolazione sia di un fonema che di due fonemi consecutivi(es. dal latino “bonu” all’italiano “bUono”). La

differenziazione di suoni non contigui si chiama dissimilazione. Essa è progressiva se è il primo elemento ad agire sul

secondo, nel caso inverso si dice regressiva.

Esempi di dissimilazione: albor->arbor; medidies_>meridies

17.2.3

L’inversione consiste nel rovesciamento dell’ordine di successione di due suoni (contigui o distanti; in quest’ultimo caso

si parla di metatesi).

18.1

L’azione dei parlanti, che si muovono nel tempo e nello spazio in ambiti sociali, etnici e culturali, determina i

condizionamenti extra-linguistici.

Studiando a tal proposito lingue e dialetti neolatini, lo studioso Grober ha collegato le loro diversità alla diversità

dell’epoca di colonizzazione, ovvero alla diversa epoca in cui la lingua latina è stata importata nei territori sottomessi da

Roma. Seguendo questo criterio storico, la Sardegna, conquistata nel 238 s.C. ha ricevuto un tipo di latino molto più

arcaico(e quindi diverso) da quello importato in Romania (ex Dacia), conquistata nel 107 d. C. Da tale situazione,

deriverebbe la differenza tra le lingue sarda e romena.

Si tratta di un discorso puramente astratto, giacché il latino imperiale era pressoché unitario in tutte le aree (e infatti il

latino tardo e preromanzo hanno fenomeni unitari).

18.2

I fattori extra-linguistici non creano discontinuità o confini linguistici, bensì agiscono seguendo il criterio della “fascia di

transizione”, ovvero l’area dove si trovano fenomeni linguistici comuni a due varietà neolatine per altri aspetti diverse.

18.3

Procediamo con una classificazione delle lingue neolatine:

-gruppo balcanoromanzo: comprende le varietà dialettali del romeno e del dalmatico; come fatto importante del romeno

abbiamo, ad esempio, il passaggio da L a R intervocalica, mentre nel dalmatico colpisce la ricchezza di dittonghi.

-gruppo italoromanzo: comprende le varietà dialettali dell’italiano, del sardo e del ladino ( i dialetti ladini sono stati riuniti

in un gruppo autonomo detto “retoromanzo”; per tale motivo il ladino è una fascia di transizione tra il gruppo

italoromanzo e quello galloromanzo). Caratteristiche dell’italiano sono, ad esempio, la conservazione delle vocali latine

finali (rosa -> rosa, heri->ieri) e la presenza di consonanti lunghe (cioè le doppie). L’italiano possiede anche una certa

livertà sintattica che consente alle parole di non occupare un posto predeterminato in una frase (Marco viene oggi/Oggi

viene Marco/Viene Marco oggi/Viene oggi Marco). Il sardo,invece, è una lingua molto conservativa, come si nota nel

fonetismo. I dialetti ladini mostrano la conservazione della S finale che, da fatto fonetico, diventa espediente morfologico

per indicare il plurale.

-gruppo galloromanzo: comprende le varietà dialettali del francese, del francoprovenzale e del provenzale. Quest’ultimo è

la fascia di transizione al gruppo iberoromanzo. Invece il francoprovenzale è la varietà neolatina come la fascia di

transizione tra francese e provenzale.

-gruppo iberoromanzo: comprende varietà dialettali del catalano, dello spagnolo e del portoghese. Qui la componente

geografica è evidente: ad esempio il portoghese presenta le vocali nasali in contiguità con l’area galloromanza (che ha,

appunto, vocali nasali).

19.1

Per variazione diatopica della lingua si intende la variazione linguistica su base geografica. A tale varietà corrispondono

etnoletti(ovvero i dialetti), cioè le forme peculiari di lingua geograficamente e microetnicamente determinate. Tra questi

etnoletti, uno diventa la forma di comunicazione interdialettale con un correlato umano macroetnico. In tal caso abbiamo

una lingua nazione, quindi un etnoletto di prestigio politico e culturale.

19.2

Analizzando il mito bliblico della “Torre di Babele”, e considerando la torre come una ziqqurat (edificio a strati diffusa al

tempo), spieghiamo la punizione divina come lo sconcerto degli ebrei (popolo chiuso) nell’approcciarsi con popolazioni

da diversa lingua e cultura, quali erano gli abitanti della Mesopotamia antica. Se per gli Ebrei la pluralità delle lingue

corrisponde ad una punizione divina, i greci si mostrano altrettanto xenofobi chiamando “barbaroi”(balbuzienti) chiunque

non parlasse la loro lingua.

La conoscenza delle altre lingue è sempre stata poco indagata: la civiltà greco-romana, prima fra tutte. Essa non ha avuto

molto rispetto per le lingue dei popoli vinti anzi, ha realizzato (laddove ha potuto) una omogeneizzazione linguistica sotto

la cultura egemone (quindi la loro).

Esempio invece di una coesistenza multietnica pacifica e rispettosa, è dato dagli imperi d’Oriente (egiziano, persiano,

assiro-babilonese), dove popoli diversi vivevano insieme senza che nessuno tentasse di azzerare la realtà etnica e

linguistica delle altre.

19.3

L’Europa viene scossa dai viaggi di circumnavigazione dell’età moderna. Dopo la scoperta dell’America, e quindi con la

conoscenza delle popolazioni extra-europee, viene meno l’eurocentrismo (inteso come planetario). Grazie agli studi e agli

incontri che nel corso dei secoli si sono succeduti, oggi abbiamo una buona conoscenza delle lingue (e dialetti) del

mondo, che possiamo suddividere per aree geografiche:

-in Africa troviamo quattro famiglie linguistiche: La Khoisan, la MigeKordofaniana, la Nilo-Sahariana e l’Afro-

Asiatica(comprende le lingue cuscitiche –Corno d’Africa, ciadiche-tra cui l’hausa, camitiche-tra cui l’egiziano antico, le

lingue semitiche-tra cui l’arabo).

-tra Europa ed Asia abbiamo tre famiglie: l’Indoeuropea, l’Uralica (tra le cui lingue troviamo il finlandese) e l’Altaica

(che comprende coreano e giapponese)

-nell’Asia continentale meridionale, tra Mar Nero e Mar Caspio, abbiamo invece l’area linguistica Caucasica con tre

famiglie: la caucasica meridionale, la caucasica nordoccidentale e quella nordorientale.

-nel subcontinente indiano abbiamo la famiglia Dravidica (che comprende il tamil).

-nel sud-est asiatico troviamo la famiglia Sino-tibetana (che comprende il cinese), Daica e Austroasiatica.

-tra l’Oceano indiano e quello pacifico troviamo le famiglie linguistiche insulari: quella Australiana, quella Austronesiana

(che abbraccia il Madagascar, le Hawaii l’isola di Pasqua) e quella Indo-pacifica.

-in America, raggruppiamo le lingue precolombiane in tre famiglie grandi: l’Eschimo-Aleutina, la Na-Dene e

l’Armerindia.

19.4

Lo studioso Graziadio Isaia Ascoli, studiando i dialetti, arriva a definire i dialetti come formati da fenomeni misti di varie

regioni (quindi il dialetto, geograficamente parlando, è una rete di isoglosse, cioè un’area di diffusione di specifici

fenomeni linguistici). Quindi i caratteri di un dialetto possono presentarsi in un dialetto contiguo, senza però una perdita

di unicità da parte di tali dialetti (uno stesso fenomeno linguistico può quindi essere comune a più aree dialettali).

19.5

Procediamo con una classificazione dei dialetti italiani:

-dialetti settentrionali (di sostrato celtico o celtoligure, e di sostrato venetico ->il veneto)caratteristiche: scempiamento

delle consonanti lunghe, sonorizzazione delle occlusive sorde e dileguo delle sonore, palatalizzazione dei gruppi

consonantici

-dialetti toscani (a sostrato etrusco)caratteristiche: pronuncia della affricata prepalatale come fricativa (in posizione

intervocalica), spirantizzazione di t, p, k intervocaliche.

-dialetti centro-meridionali (che comprendono il marchigiano-umbro-romanesco di sostrato sabino, l’abruzzese-pugliese

settentrionale con sostrato messapico, il molisano-campano-basilisco di sostrato osco, il salentino-calabro-siculo con

sostrato mediterraneo)caratteristiche: assimilazione di Nd e Mb in N e M intense, passaggio da B iniziale a V (nel

napoletano). Caratteristica dell’abruzzese-pugliese è la pronuncia palatale di A tonica.

20.1

Per varietà diastratica della lingua indichiamo la variazione linguistica su base sociale. Si tratta dei gerghi, lingue

speciali/settoriali, e di quella lingua a metà tra lingua letteraria e dialetto (com’è l’italiano popolare).

Il corrispettivo umano a questo fenomeno sono i socioletti.

Nel caso dei gerghi, ci imbattiamo nel crittoletto (varietà usata da gruppi ristretti a scopo di comunicazione segreta, come

per dimostrare l’appartenenza a corporazioni).

Nel caso di lingue speciali/settoriali, abbiamo sottocodici linguistici (o tecnoletti) che usano un vocabolario specifico (ad

es. “fallo, rigore,fuorigioco” appartengono alla sfera calcistica ->linguaggio settoriale, specifico).

20.2

Lo studioso Manlio Cortelazzo ha indicato i caratteri dell’italiano popolare:

-l’oralità (ovvero il suo contesto concreto è quello colloquiale, ma può trovarsi in forma scritta)

-la caratterizzazione sociale (gli utenti ne riconoscono il carattere volgare e lo legano ai gradini più bassi di una scala

sociale con al vertice il linguaggio della borghesia colta)

-la localizzazione (urbana)

Inoltre, come ulteriore fattore, Cortelazzo considera il fatto che la lingua si legata alla normatività, quindi la lingua

popolare si riconosce perché è spontanea (ma non anarchica). Pertanto possiamo concludere dicendo che la lingua colta è

espressione di una civiltà principalmente grammaticale mentre quella popolare si verifica in un contesto sociale testuale,

con la creazione di messaggi immediati epico-narrativi. Lo studioso definisce, inoltre, l’italiano popolare come un tipo di

italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto. Esso è unitario perché ha trovato nell’istruzione

obbligatoria e nei mezzi di comunicazione di massa due fattori di unificazione.

20.2.1.

Nell’italiano popolare non troviamo termini specifici relativi a determinati ambiti per evitare la non comprensione. Per

questo motivo si tende ad usare termini presenti nella maggioranza dei dialetti o si generalizza (a Milano si intende per

“biscotto” anche la “fresella” napoletana). Ci troviamo quindi di fronte a compromessi tra italiano e dialetti, e ciò porta

spesso a frequenti prestiti semantici (uso di parole italiane che assumono un significato proprio del corrispondente

dialettale). Il parlante, così, non ha coscienza della matrice dialettale del suo “italiano” (per esempio si usa chiamare in

piemontese anche per indicare domandare,chiedere perché nel dialetto questi tre verbi si esprimono con un solo verbo,

chiamè).

20.2.2.

Caratteristiche dell’Italiano popolare:

-concordanza abnorme: in una stessa frase troviamo espressioni dialettali e altre dell’italiano colto(es. SCUSI, siete

forestiero VOI?)

-ridondanza pronominale: uso ripetitivo di pronomi (a me mi piace) ->in tal caso è un uso comunque legato alla

normativa scolastica perché la grammatica lo permette

-neutralizzazioni pronominali: espressioni del tipo “ci piace” per indicare “a lui,lei/loro piace”?

-panitaliano: uso, ad esempio, di “gli” in vece di le/a loro. Si tratta di economia linguistica.

-comparazione analogica: quando non è più avvertito il carattere comparativo di un termine, si usa la struttura col “più”

(es. è il più migliore)

-neutralizzazione lessicale: ad esempio, si usa meglio invece di migliore (questo librò è meglio di quello)

-polivalenza della congiunzione “che”: uso ripetuto con valore grammaticale diverso (congiunzione, prep. Relativa)

-ridotto utilizzo dell’ipotassi

20.3

Un parlante può manifestare due varietà della stessa lingua, il dialetto e la comune lingua nazionale. Tale fenomeno è

chiamato diglossia. Il Italia, la dilungata diglossia (a livello storico) ha favorito la formazione di italiani regionali, ovvero

passaggi obbligati dai vari dialetti alla lingua nazionale. Il cittadino italiano medio, pertanto, manifesta a livello

linguistico l’italiano(soprattutto come lingua scritta), regionale e dialetto. L’italiano regionale rischia anche di “uccidere”

il dialetto, qualora la comunità diventi aperta perdendo la coscienza della sua originalità linguistica.

21.1

La varietà diafasica si manifesta attraverso le diverse situazioni comunicative e consiste nei differenti modi in cui

vengono realizzati i messaggi linguistici in relazione ai caratteri dello specifico contesto presente nella situazione.

L’insieme degli usi linguistici caratteristici e proprio di un singolo individuo(o di un gruppo di parlanti) forma l’idioletto.

Con l’espressione “questione della lingua” si intende la serie di polemiche che dal cinquecento in poi hanno visto

protagonisti i letterati che si interrogavano su come dovesse essere la grammatica dell’ottima lingua letteraria italiana.

Bisogna considerare che la lingua italiana si è formata come lingua letteraria in mancanza di un’unità politica sul

territorio, per cui tutt’ora nel parlato si ritrovano elementi dell’italiano letterario.

21.2.1

La lingua letteraria italiana si è formata tra il XIII e il XIV sec d.C. prendendo come base il dialetto fiorentino e

riferimenti lessicali e sintattici latini.

21.2.2.

Possiamo individuare tre correnti principali riguardo la questione della lingua nel Cinquecento:

-arcaicizzante ( maggior esponente è Bembo): difesa del fiorentino di Petrarca e Boccaccio ma considera quello di Dante

pieno di voci “rozze e disonorate”

-eclettica (maggior esponente è Calmeta): difesa della lingua cortigiana, rigetto per le forme arcaiche, apertura ai

francesismi e spagnolismi, ripresa della forma dantesca del volgare illustre e rifiuto per l’uso esclusivo del toscano.

-toscana(maggior esponente è Machiavelli): il vero italiano è considerato il fiorentino parlato perché presenta la

caratteristica di inglobare nuovi vocaboli provenienti dai dialetti e di assimilarli senza cambiare la propria natura.

20.2.3.

Nel Seicento viene pubblicato il Vocabolario degli Accademici della Crusca che manifesta aderenza al criterio di

fiorentinismo arcaicizzante e provoca pertanto molte polemiche circa la questione della lingua. Tale polemica continua nel

secolo seguente e parole chiave sono “cruscante”(per “pignolo a livello linguistico”) e così vengono chiamati molti

scrittori come Verti e Baretti. Tuttavia gli interessi degli studiosi si rivolgono solo alla lingua scritta.

Nell’Ottocento continua la diatriba, nel mezzo del quale troviamo varie correnti, come i puristi(che inneggiavano al

ritorno del toscano trecentesco) guidati da padre Cesari. La figura di spicco in questo contesto è Manzoni che porta la

polemica sul piano dell’impegno civile e si propone per dare agli italiani una lingua omogenea. Egli scarta l’iniziale idea

di lingua come insieme di dialetti per abbracciare l’uso del fiorentino parlato dei ceti colti. Manzoni per la formulazione

della lingua italiana, si ispira all’idea di generalità che deve avere la lingua (cioè non deve essere solo la “bella” lingua

usata nelle opere letterarie) ed è convinto che solo l’uso è il vero dominatore della storia delle lingue.

20.3

G.I.Ascoli è il fondatore della dialettologia italiana e degli studi di glottologia in Italia. Questi, commentando

nell’Ottocento il Vocabolario della Crusca, si scagliò contro l’idea di un intervento dall’alto sul lessico italiano

affermando che solo la selezione naturale (->impronta dawinista) e non un intervento “glottotecnico” elimina l’eccesso di

vocaboli/espressioni equivalenti. Per tale motivo incoraggiò gli intellettuali a non accettare il Novo Vocabolario, seppur

buono, come guida.

Parte seconda

22.1

La caratterizzazione storica della lingua non può seguire la periodizzazione in millenni, ad esempio possiamo ben vedere

che il latino dei cristiani di epoca imperiale avrà una periodizzazione diversa dalla diffusione di elementi cristiani nel

lessico latino (in epoca tardo-latina).

Per un esempio più vicino, pensiamo all’espressione “donna gentile” che se riferita al contesto storico di Dante e gli

stilnovisti avrà un significato diverso da quello che assumo oggi.

22.2

L’etnolinguismo storico si verifica attraverso l’etnoletto, termine che preferiamo a “dialetto” perché indica una variazione

linguistica generale e quindi si stacca dalla sola dimensione spaziale di una comunità di parlanti.

22.3

Gli studiosi Pomian e Braudel, individuano varie strutture in ambito storico, dove per struttura si intende

un’organizzazione di rapporti stabili tra realtà e società. Una struttura, per gli storici, è una connessione e talune di esse

durano nel tempo, determinando il percorso storico, altre invece si sgretolano. Le strutture in senso “negativo” sono dei

limiti dei quali l’uomo e le sue esperienze non possono liberarsi.

23.1

Parliamo di “contesti istituzionali, indicando il livello di specificazione dei contesti storici, quando i linguaggi

corrispondenti si pongono come realtà che funzionano come “lingua settoriale” o “sottocodice” (rispetto ad una lingua

standard).

23.2

Per parlare di istituzioni occulte, consideriamo le percezioni metaculturali socialmente orientate. Alcuni individui a volte

adeguano la loro attività linguistica a contesti ristretti (famiglia, amici, un rapporto singolo affettivo).

Invece per contesto istituzionale parliamo ad esempio di quello letterario che agisce ciclicamente in contesti più ristretti (i

generi letterari).

In base a quanto detto, G.Berruto parla nei suoi studi di lingua dello sport, lingua della medicina, della finanza, ecc.,

definendo ciò che possiamo chiamare sintagmi pertinenti.

Per evitare ambiguità, si impone la “prova di disambiguazione”, dove il risultato è considerato positivo se un dato

linguistico sintagmatico è manifestazione normale di un tratto culturale esclusivo e pertinente.

23.3

Pomian-Braudel ci parlano di “congiuntura”, ovvero di oscillazioni, ripetizioni, cicli. Esse si manifestano durante l’azione

di evoluzione delle strutture nella storia.

24.1

I contesti situazionali specificano i contesti istituzionali. Nella pluralità dei cerchi contestuali istituzionali se ne trovano

una varietà quasi infinita di cerchi situazionali che promuovono una produzione linguistica idiosincratica.

Il linguaggio o atto linguistico dell’uomo non è mai un risultato di una creatività atemporale ed assoluta, bensì è una

rielaborazione continua di moduli etnolinguistici e sociolinguistici, molto formalizzati.

24.2

I registri impiegati nel linguaggio dell’uomo comune sono varietà del codice lingua dipendenti dalla situazione e

caratterizzati dall’uso solo di alcuni elementi del codice. Il registro legato ad una data situazione presenta vari toni, livelli

e stili del discorso. L’uso di un registro piuttosto di un altro, dipende dalla situazione.

24.3

Quando si parla di contesto psicolinguistico del contesto situazionale, ci si riferisce alla “rivoluzione” attuata in ambito

linguistico. Come dice Pomian, ogni rivoluzione è il sovvertimento di una struttura esistente e l’emergere di una struttura

nuova (quindi i concetti di struttura e di rivoluzione sono legati). Spesso tale rivoluzione, a livello linguistico, si verifica

in modo mite e silenzioso per gli autori. Quando si vuole studiare le rivoluzioni, inoltre, bisogna farlo a partire dai gruppi

di innovatori che le hanno determinate.

Pomian afferma che il tempo della storia può essere tripartito in strutture, congiunture e rivoluzioni, visto che accanto alla

lunga durata (->struttura, contesto storico) e alle fluttuazioni cicliche (->congiuntura, contesto istituzionale) appare il

tempo delle innovazioni (->rivoluzione, contesto situazionale).

25.1

Per simbolo si intende un segno che esprime una realtà con cui intrattiene un rapporto convenzionale.

Un esempio ci viene dato dall’uso dei colori per indicare realtà concrete o astratte: ad esempio, il “nero” è

convenzionalmente usato per indicare il lutto, una ideologia politica, un fenomeno (tipo quando si annerisce una casella di

un questionario), o anche il “bianco” usato per indicare le nozze, ecc. In questo caso si parla di “linguaggio dei colori”.

Quotidianamente ci troviamo in mezzo ad una foresta di simboli, i cui significati a volte ci sfuggono perché non evidenti.

25.2

I simboli linguistici sono morfemi e fonemi, manifestazioni arbitrarie in un dato contesto storico, come il “si “affermativo

in italiano, che corrisponde al “oui” francese e così via. Indicare con parole diverse (in base ai diversi contesti storici) una

stessa realtà (un animale, una situazione precisa, ecc) è un procedimento arbitrario.

25.3

Il carattere simbolico (ovvero l’arbitrarietà) del simbolo è stato studiato da F. De Saussure. Per il linguista un segno

linguistico unisce un concetto e un’immagine acustica. Questa immagina è la traccia psichica di un suono, la

rappresentazione che ci viene data dalla testimonianza dei nostri sensi.

Per meglio chiarire quanto detto, viene chiamato significato il concetto e significante l’immagine acustica.

Sussure afferma che il segno linguistico comprende due caratteristiche “primordiali”: l’arbitrarietà del rapporto

significato-significante e la linearità di quest’ultimo.

Il rapporto è arbitrario perché il segno linguistico è arbitrario; mentre il principio di linearità del significante si svolge nel

tempo (essendo di natura auditiva) e quindi assume i caratteri dal tempo, rappresentando un’estensione e tale estensione è

misurabile in una linea.

26.1

L’icona è un segno che ha un legame motivato (quindi parzialmente convenzionale) con la realtà che esprime. Esempi di

icone non linguistiche sono quadri, fotografie, registrazioni su nastro, i diagrammi (che fanno ricorso ad un rapporto

analogico tra la forma grafica e la situazione espressa).

26.2

In ogni lingua esistono icone linguistiche, ovvero relazioni motivate tra simbolo e realtà espressa. Prendendo come esame

la lingua italiana, troviamo la parola “gatto”. Essa è un insieme di simboli (gatt- e –o) arbitrari per designare un

particolare animale ma l’unione di tali elementi è motivata, forma un diagramma linguistico, perché il parlante li accosta

motivatamente per indicare una specifica situazione (altri accostamenti analoghi sono gatt-a, gatt-i, gatto a nove code

->sintagmi lessicali e sintagmi frastici).

26.3

Altro importante studioso è Jakobson, il quale afferma l’esistenza di condizioni di naturalezza nei diagrammi linguistici.

Secondo il linguista in alcune lingue sono diagrammi evidenti i gradi dell’aggettivo, con un incremento del corpo del

significante in relazione al variare del significato.

27.1

Un indice è un segno che mantiene un rapporto necessario (non convenzionale) con la realtà che esprime. Si tratta della

contiguità tra due elementi di cui il primo è manifestazione del secondo.

Un esempio(non linguistico) è dato dal “fumo” che è indice del fuoco, nel senso che se c’è fumo necessariamente si sta

verificando una combustione (ma non vale l’inverso, perché non tutte le combustioni portano al fumo).

27.2

Gli indici linguistici si riscontrano spesso nel parlato. Si consideri, ad esempio, la deissi (ovvero la designazione di aspetti

del contesto situazionale mediante un discorso e mediante pronomi dimostrativi o localistici, legati tra di loro durante la

comunicazione. La deissi è un fenomeno processuale che necessita di contiguità fattuale con ciò che deve essere espresso.

Per citare un celebre esempio letterario in cui troviamo indici linguistici, analizziamo “ quel ramo del lago di Como”

(Promessi Sposi, Manzoni): l’aggettivo “quel” indica una lontananza, “ramo del lago” metaforicamente ci porta ad una

situazione geografica ben precisa.

27.3

I simboli linguistici (arbitrariamente legati al contesto storico di produzione) formano le icone linguistiche

(motivatamente legate al contesto istituzionale di produzione) ed esse, a loro volta, formano un indice linguistico

(collegato per forza al contesto situazionale di produzione).

28.1

I simboli convenzionali di un contesto storico sono unità scelte dal parlante in base al riconoscimento da parte sua dei

rapporti pratici tra le unità.

Saussure afferma che tali rapporti si basino sulle distinzioni tra due o più unità; pertanto propone il concetto di

“opposizione” , il quale prevede una base comune (la base di comparazione) ed un elemento di diversità (il tratto

distintivo) e porta ogni unità linguistica ad un valore individuabile solo all’interno di un rapporto.

28.2

Saussure indica che l’unità linguistica per il parlante è un’entità concreta che esiste grazie all’associazione del significante

e del significato. L’entità linguistica esiste, secondo il linguista, quando è delimitata rispetto al resto della catena fonica;

tali unità separate si oppongono nel meccanismo linguistico.

Per delimitare un’unità linguistica, immaginiamo due rette parallele s ed r, e è la retta della dimensione acustica mentre s

è quella della dimensione concettuale della lingua: una delimitazione corretta si ha se ad un segmento sulla r corrisponde

un uguale segmento sulla retta s.

28.3

Il fonema è la più piccola unità fonologica di una data lingua ed ogni significante di una parola può essere suddiviso in

fonemi. Truberckoj classifica le opposizioni fonologiche in due gruppi:

-in riferimento al rapporto con il sistema di opposizioni(bilaterali): la base di confronto è proprio solo di questi due

termini dell’opposizione

*es. in lingua tedesca l’opposizione t-d è bilaterale perché queste due lettere sono le uniche occlusive dentali del sistema

fonologico*

-in riferimento al rapporto tra i membri dell’opposizione(multilaterali): la base di confronto si estende ad altri membri

dello stesso sistema

*es. in lingua tedesca l’opposizione d-b è multilaterale perché la base di occlusività e sonorità si estende anche al fonema

g (velare)*

Altra distinzione è tra opposizioni proposizionali (il rapporto tra i membri è uguale a quello tra i membri di un’altra

opposizione es. in lingua tedesca l’opposizione p-b è proporzionale perché il rapporto tra queste due lettere è lo stesso

che troviamo tra t-d, k-g) e isolate( il rapporto tra due fonemi è unico e solo  es. in lingua tedesca il rapporto p-sch è

unico perché non ce ne sono altri uguali tra altri fonemi).

Le opposizioni possono essere:

-privative (un elemento è segnato da una mancanza, ad esempio sonorità-mancanza di sonorità)

-graduali(i termini hanno un diverso grado della stessa particolarità, come avviene tra due diversi gradi di apertura delle

vocali)

-equipollenti ( i membri sono logicamente su un piano di parità) -> per Trubecskoi queste sono le più frequenti.

28.4

Jakobson afferma che un tratto distintivo è tale se richiama un suo opposto (rapporto di presenza/assenza). Si tratta di

opposizioni binarie di validità universale di cui si servono le lingue per la costruzione dei fonemi.

28.5

Andrè Martinet afferma che ogni enunciato( o sintagma) è divisibile in monemi (formati da fonemi). Distinguiamo due

articolazioni:

-prima articolazione ( di espressione o del contenuto) , ogni lingua possiede un numero definito di monemi combinabili in

un numero indefinito di sintagmi linguistici

-seconda articolazione (riguarda solo il piano dell’espressione), identifica fonemi che unendosi formano i monemi.

28.6

Il danese L.Hjelmslev identifica i cenemi come “unità vuote di contenuto” che oppone ai pleremi, “unità piene”. Il nesso

tra questi due elementi è il glossema, un elemento linguistico minimo concepito unicamente dal rapporto che contrae con

altri elementi.

28.7

Bloomfield afferma che la produzione linguistica sia una risposta ad uno stimolo non linguistico, ma che funziona come

uno stimolo che provoca una risposta non linguistica. In pratica. Bloomfield richiedeva di presentare il significato di una

frase in termini di stimolo e risposta, di rapporti sperimentalmente verificabili fra le parole usate, le reazioni fisiologiche

del parlante e i mutamenti delle condizioni materiali circostanti. La sua linguistica proponeva analisi grammaticali e

fonologiche.

29.1

I sintagmi sono combinazioni non casuali di simboli convenzionali (unità linguistiche). I rapporti sintagmatici tra le unità

linguistiche si verificano in presenza, poiché due o più termini sono motivatamente presenti del sintagma.

29.2

Trubeckoj propone la teoria delle varianti fonologiche, per cui il fonema non è identificabile solo come prodotto

dell’attività fonatoria. Un fonema può essere pronunciato in diversi modi, e questi prendono il nome di varianti fonetiche.

Tra le varianti di un fonema, possiamo distinguere:

-le libere, dipendono dalle concrete realizzazioni foniche del parlante

-le combinatorie, provocate dal contesto fonetico della parola.

La neutralizzazione delle opposizioni fonologiche si verifica quando in certe posizioni sintagmatiche un’opposizione

fonologica viene soppressa. Trubeckoj individuò anche l’arcifonema, inteso come il fonema intermedio tra due o più

fonemi, risultante dalla neutralizzazione di un’opposizione fonologica.

29.3

I processi grammaticali che collaborano alla formazione della lingua sono sei:

-ordine delle parole: il sintagma AGGETTIVO+NOME diventa un composto, viceversa restano due parole staccate. Nel

primo caso abbiamo il fenomeno della fusione, ovvero si annullano i confini morfemici.

-composizione nominale e verbale: parliamo dei composti coordinanti (copulativi e iterativi) e subordinanti

-affissazione: combinazione di morfemi con morfemi, portando alla prefissazione, infissazione e suffissazione

-mutazione vocalica o consonantica: rappresenta il fenomeno morfologico dell’apofonia

-variazione di accento: assume carattere simbolico

-raddoppiamento: ripetizione di un morfema e di un complesso di morfemi con un altissimo tasso motivazionale

29.4

N.A.Chomsky ha fondato la grammatica generativa, per cui il parlante possiede una competenza di generare delle frasi

grammaticalmente corrette a partire da una serie di rappresentazioni lessicali (di una lingua standard). Lo studioso si

approccia alla sintagmaticità della lingua ponendo attenzione alle modalità di produzione (processi mentali che portano

alla formazione di una frase).

30.1

Il testo è il livello più alto della strutturazione della lingua ed è il punto di partenza per l’individuazione di sintagmi. Una

linguistica testuale è ancora fragile, quindi possiamo proporre una definizione “provvisoria” di testo, affermando che il

testo sussiste grazie a due condizioni: una semantico-significativa ed una pragmatico-comunicativa. Un testo è un insieme

ordinato di elementi combinati in modo predicibile (i sintagmi), idiosincratico e definitivo. Le unità di cui è formato il

testo sono simboli arbitrari che indicano in modo convenzionale la realtà, mentre i sintagmi sono icone e pertanto il testo

risulta come un insieme di indici che comunicano tra loro.

30.2

Aspetti importanti della testualità sono la ripresa anaforica (incontro Marco e lo saluto, poi ho visto Paolo, che è il padre

di Marco), l’anticipazione cataforica (quando lo vedo, sono sempre felice di parlare con Luca), la ripetizione, la

coreferenza (tifava per Bartoli e non per Coppi, ma amava tutti i ciclisti), la coerenza, l’intenzionalità, l’informatività e la

situazionalità.

30.3

Nell’ambito delle discussioni circa il problema del tipo di testo, G.R.Cardona definisce un testo come qualcosa di

socialmente prefigurato e regolato in una zona di contaminazione tra contesto istituzionale e situazionale. Questa

situazione può generare però equivoci: ad esempio se penso al sonetto come un testo, escludo il fatto che sia astrattamente

un contesto situazionale formalizzato di cui il sonetto scritto è replica idiosincratica.

30.4

Concludendo, possiamo affermare che il testo sia un vettore di indici nell’ambito di una complessa e definitiva situazione

comunicativa.

31.1

Per “designazione” si intende il rapporto tra un signans linguistico ed un signatum extra-linguistico, ovvero è il rapporto

tra segno linguistico e realtà.

Essa si realizza mediante i morfemi (unità di prima articolazione) e fonemi(unità di seconda articolazione)

Dato un contesto, si può riconoscere un numero abbastanza ampio di morfemi che si collegano a realtà distinte e precise

mediante la designazione, processo che chiama in causa i rapporti segno-realtà e non segno-utente o segno-segno.

31.2

Lo studioso Frege operò una distinzione tre elementi dell’istanza di rappresentazione linguistica:

-referenza: cioè che si vuoil dire e corrisponde a ciò che noi chiamiamo designazione

-senso: modo in cui si realizza la formulazione del messaggio (è la significazione)

-immagine associata: coinvolgimento di ciascun utente dell’istanza di rappresentazione, in quanto emittente e ricevente

(quindi è la comunicazione)

Questa analisi spesso è sostituita dalla bipartizione di Mill, in:

-denotazione (la referenza di Frege)

-connotazione (tutto ciò che non è referenziale).

31.3

Il triangolo della significazione di Ogden e Richards correla come elementi costitutivi un significato ("pensiero") al

vertice con un significante ("simbolo") ed un referente alla base.

Ullman ha poi modificato il triangolo suggerendo come termini “nome”, “senso”(informazione trasmessa dal nome) e

“cosa”(referente).

31.4

Le designazioni di una lingua si organizzano in campi semantici. J.Trier, parlando di campi lessicali e concettuali, affermò

che alcuni gruppi di parole si costituiscono in insiemi strutturati, dove ogni elemento dipende dagli altri. A questi campi

sembrano simili quelli associativi di Bally, che sono latamente psicologici poiché chiamano in causa le tensioni mentali

associative dei parlanti. Questa definizione lascia però troppo spazio alla dimensione psicologica ed emotiva dell’utente

linguistico, per cui è adatta più a scorgere segnali subliminali piuttosto che indicare notizie sulle condizioni generali della

designazione.

Oltre i campi sopracitati, ricordiamo quelli nozionali di Matoré il quale si concentra sull’aspetto materiale, economico,

tecnico e politico del lessico. Matoré individua negli stadi linguistici parole-testimonio oppure neologismi corrispondenti

a nozioni nuove ( egli studia anche le parole-chiave, così chiamate perché comandano le altre e stanno al centro di un

campo nozionale).

31.5

Sapir parlò di “concetto basico” per indicare la situazione in cui oggetti, azioni, qualità sono espressi mediante unità

linguistiche che possono presentarsi come autonome (es. avverbi) sia legate ad altre unità (es. gatt-o, verd-i). la

rappresentazione del concetto basico è data dal suo essere legato alla realtà (alla cosa designata in modo diretto). Ogni

parola posta sotto analisi mostra la loro specifica categoria semantica ed emerge ciò che ha di peculiare e non

generalizzabile(tratto idiosincratico; es. “oggi” ha un tratto designativo non presente in “adesso”).

31.6

Durante il contesto storico le unità di una lingua realizzano una rappresentazione specifica ed etnicamente determinata (la

designazione). Per tale motivo, a contesti storici diversi, corrispondono designazioni diverse (ad es. “virtus” in latino si

riferiva al valore in battaglia mentre adesso si rifà alle virtù morali).

Le designazioni delle unità sono estrapolazioni di condizioni di rappresentazione complesse, di natura sintagmatica, a cui

diamo il nome di significazioni e che si verificano all’interno del contesto istituzionale.

31.7

I nomi propri designano qualcosa in modo extra-sintagmatico, univoco, permanente e possono essere:

-personali, individuali (antroponimi, come “Maria, Umberto” e teonimi, come “Giove, Minerva”)

-collettivi (etnonimi, come “Napoletani” e geonimi, come “Vesuvio”).

Questi nomi, essendo designazioni assolute, non sottostanno alle regole grammaticali.

32.1

Per significazione si intende l’istanza di rappresentazione di due o più parole (unità di prima articolazione tra loro legate

in un sintagma lessicale) o di gruppi nominali/verbali-nominali e verbali (sintagmi frastici).

La significazione non è data da un sistema di designazioni, bensì da una designazione complessa, dove le motivazioni si

trovano nella norma linguistica in contesti istituzionali.

32.2

L’analisi semica procede per raggruppamenti di termini in opposizione binaria: ad es. il confronto lungo-largo rivela come

tratto comune l’orizzontalità (->comparazione designativa).

I tratti designativi comuni sono chiamati semeni.

Per evitare che tale analisi diventi fuorviante, andando man mano ad analizzare un numero di semeni sempre maggiore, si

può circoscrivere l’analisi semica con diretto riferimento all’istanza di comunicazione realizzata dai testi, dove si

rilegittima/delegittima ogni modalità dell’istanza di significazione.

32.3

L-Hjelmslev ha affrontato il problema delle unità minime di contenuto determinando due classi:

-pleremi (elementi pieni)

-cenemi( elementi vuoti, quindi unità minime di espressione)

La loro determinazione avviene con la regola di commutazione: per vedere se due elementi sono pleremi bisogna

esaminare il piano dell’espressione, quindi se al variare di un elemento del contenuto varia anche il piano

dell’espressione, abbiamo un plerema, altrimenti una variazione di plerema.

Ad esempio, in tedesco gli elementi “albero” e “legname” sono pleremi perché ad entrambi corrispondono espressioni

diverse (in danese entrambi i concetti sono varianti perché si rendono con la stessa espressione “trae”).

32.4

Katz e Fodor hanno sviluppato la semantica componenziale, che prevede due parti:

-il dizionario, cioè la parte definizionale costituito dal sapere accumulato in un vocabolario monolinguistico

-regole di proiezione, che indicano come usare l’informazione ottenuta dal dizionario

Gli elementi della prima parte dell’analisi (il dizionario) si apprendono unità per unità, non serve conoscerne un numero

enorme; invece gli elementi della seconda parte si imparano in blocco e assicurano il reale funzionamento di una lingua

perché permettono di codificare/decodificare l’informazione ottenuta.

Una voce del dizionario comprende:

-classe grammaticale

-categorie semantiche

-differenziatori (indicano cosa sia idiosincratico)

-restrizioni selettive (indicano la possibilità di una parola a combinarsi con un’altra)

Le regole di proiezione sono invece classificabili in due tipologie:

1*: ha dati di partenza l’interpretazione dei costituenti gerarchicamente inferiori (sintagmi lessicali) e per dati finali

l’interpretazione dei costituenti superiori (sintagmi frastici).

Weinreich nell’ambito della semantica componenziale si interroga sui rapporti intrattenuti dai semeni all’interno di un

morfema e i morfemi all’interno di una frase.

Egli indica come:

“agglomerazione”(mancanza di ordine) la formula (a,b)=(b,a) si può cambiare l’ordine dei semeni senza alterare il

senso di un morfema

“configurazione”(con ordine) la formula (a->b)=/= (b-a) cambiare l’ordine dei semeni cambia il senso del morfema

*il simbolo -> vuol dire “implica”, =/= vuol dire “diverso da”, le parentesi indicano un morfema in cui troviamo a e b*

Es. di agglomerazione: “o”, nella lingua italiana questo morfema indica sia il singolare che il maschile, due concetti non

legati tra loro ed intercambiabili

Es. di configurazione: “gatt-o”, in lui il semena “felino” indica un essere animato e quindi abbiamo a->b

(felino->essere animato) ma non possiamo legare l’essere animato solo alla classe dei felini (per cui non vale b->a).

Nei rapporti tra i morfemi abbiamo due tipi di relazioni:

-concatenazione( la formazione di un’agglomerazione)

-non-concatenazione (la formazione di una configurazione) distingue tre sottoclassi: incastro(rapporto tra che rende

conto della transitività… nella frase “leggo il libro” il libro è legato ad incastro a io leggo),delimitazione(rapporto tra un

morfema e quelli che indicano il suo campo di estensione…aggettivi numerici, indefiniti, dimostrativi), modalizzazione

( dice che non bisogna interpretare l’unità semantica composta letteralmente, ma con una qualificazione come può essere

l’assoluta certezza o meno di verità in un’affermazione… è una funzione mossa da avverbi come “forse, senza dubbio” e

verbi al condizionale, congiuntivo).

32.5

Sapir individua due nozioni circa le modalità linguistiche:

-concetti derivativi: si realizzano mediante processi grammaticali di affissazion/mutazione vocalica o consonantica

interna (apofania) che modificano il concetto designativo basico (es. cartiera,cartella sono variazioni del concetto basico

cart-)

-concetti relazionali concreti: insieme di processi grammaticali che portano relazioni che vanno oltre il sintagma lessicale

e riguardano la significazione del sintagma frastico.

32.6

Una unità morfemica può assumere storicamente diverse istanze di designazione, in base alle condizioni sintagmatiche di

significazione. Per tale motivo la parole “pallone” trova significati diversi nei costrutti “un viaggio in pallone”(->pallone:

mongolfiera) e “giochiamo a pallone”(->sport).

33.1

La comunicazione ha un carattere processuale ed una dimensione psicolinguistica, e può essere definita come l’istanza di

rappresentazione dei testi, a loro volta agenti come indici necessari di un contesto situazionale.

Eugenio Coseriu si è interrogato sul senso/significato proprio del testo, pensando alle situazioni in cui pur essendo

corretta la sequenza di parole e frasi ci si chiede quale sia il senso del discorso. Si tratta di ricercare qualcosa oltre il

significato, la vettorialità espressiva ed è questo che i linguisti dovrebbero approfondire.

33.2

Il massimo livello di concretezza linguistica si verifica nella comunicazione testuale, cioè nel fatto che la lingua si

attualizza. La comunicazione è un fenomeno complesso non categoriale né predicibile, in quanto essa avviene solo in un

contesto interattivo in cui giocano diversi fattori.

33.4

Come forme particolari di testo, proviamo ad analizzarne due:

-il proverbio: ripetitivo, la trama prevedibilmente enuncia la banalità; la struttura è simmetrica e il piano del contenuto

richiama quello dell’espressione(parallelismi formali, rime,ecc);è compatto ed è un testo immobile, un’etichetta.

-enigma: si basa su una comunicazione interrotta, tutti gli elementi concorrono alla riuscita della comunicazione (quindi

alla soluzione); l’enigma contiene in sé tutte le informazioni per la comprensione, ma questo lo si capisce solo a soluzione

ottenuta

33.5

La comunicazione letteraria punta ad un coinvolgimento emotivo del lettore mediante un ventaglio specifico evocativo. In

questo contesto la lingua realizza il prodotto più alto possibile. In un testo letterario, attorno ad un perno centrale si

verifica una comunicazione idiosincratica evocativa basata sulla contiguità vocalica del testo/verso.

33.5

I concetti relazionali di Sapir che concorrono alla comunicazione, sono espressi da forme sintattiche ed implicano una

relazione completa ed autonoma dei tipi di concetti espressi in una specifica frase da specifici processi grammaticali.

La lingua è rappresentata dalla condizione necessariamente testuale della comunicazione, per la sua specificità e

complessità.

34.1

Per sistema si intende l’insieme dei rapporti che le unità di designazione intrattengono e dai quali risultano

sintatticamente condizionate.

Il linguista Saussure ha analizzato tre nozioni importanti:

-identità, che si dividono in: sincroniche (presenti in uno stato di lingua) e diacroniche (riconoscibili in un mutamento

linguistico)

-realtà

-valore

L’identità può essere spiegata come l’uguaglianza tra due segni che abbiano lo stesso significato e lo stesso

significante. Ma questo non è sufficiente poiché ci può essere identità senza questa corrispondenza; si pensi che il modo

di pronunciare una parola può far variare di molto le sue caratteristiche foniche. Per spiegare l’identità facciamo un

esempio extra-linguistico: ci sono due treni Ginevra-Parigi delle 20,45 che partono a 24 ore di distanza. Questi sono per

noi lo "stesso" treno, anche se locomotiva, vagoni, personale ecc. completamente diversi. Pertanto possiamo dire che ciò

che resta “uguale” dei due treni sono solo il percorso e l’orario di partenza( elementi formali, non materiali). Allo stesso

modo possiamo dire che l’identità linguistica non è data dalle sue caratteristiche materiali bensì da ciò che la distingue

dalle altre.

Le realtà( sincroniche)non si presentano da se stesse all’osservazione; si considerano concetti grammaticali,

di cui non si ha certezza se corrispondano o meno ai fattori costitutivi della lingua. Le classiche distinzioni in aggettivi,

sostantivi, verbi non sono più efficaci. È chiaro che la linguistica deve lavorare in ogni caso su

porzioni foniche differenziate in base ad un’attribuzione di significato.

Alla nozione di valore si arriva facendo confluire le prime due. il valore è quella qualità che, attribuita arbitrariamente ad

un segno, lo rende speciale e differente dagli altri, gli attribuisce determinate caratteristiche

sue proprie. Ogni unità linguistica è un valore. La lingua è forma, ovvero un sistema di rapporti che rappresentano valori

puri e in cui le singole unità sono riconoscibili in quanto si manifestano come valori.

Nessun elemento è autonomo perché rappresenta sempre un valore all’interno di un sistema di valori. Anche il segno

linguistico è un valore perché è dato solo dal rapporto tra significato e significante.

Saussure analizzando i valori, parla di:

- rapporti sintagmatici, si verificano nella catena parlata e interessano il sistema solo quando riguardano i tipi di sintagmi

costruiti su forme regolari

-rapporti associativi, sono sistematici e si formano come classi mnemoniche aperte.

34.2

Un fonema è formato da tratti distintivi pertinenti che lo identificano; tali tratti (sonorità,nasalità ecc) hanno natura

sistematica. In Trubeckoj il carattere peculiare di queste opposizioni ha portato al concetto di coppia correlativa, applicata

a due fonemi che tra loro sono in rapporto di opposizione privativa, proporzionale e bilaterale. Per il linguista un segno di

correlazione è una proprietà fonologica e in base alla sua presenza/assenza derivano coppie correlative.

Per fonema correlato si intende un fonema che fa parte di una coppia correlativa; invece un fonema non-correlato è un

fonema che non appartiene ad alcuna coppia correlativa.

Un sistema fonologico basato sulle correlazioni è economico, poiché con poche differenze foniche riesce ad individuare

molti fonemi.

34.3

Jakobson, che parla di combinazione per spiegare la condizione del sintagma, invece ci lascia la definizione di

“selezione” (il meccanismo linguistico che consiste nella limitata facoltà di scelta tra le potenzialità offerte dal repertorio

delle unità sistematiche).

La selezione riguarda tutti i morfemi: l’istanza di designazione seleziona dei morfemi invece di altri possibili.

34.4

Benveniste ha analizzato il sistema linguistico, riflettendo sulla sua complessità. Ciascuno dei livelli linguistici risulta

caratterizzato da proprie modalità oppositive che consentono studi fonologici, morfologici, lessicologici, sintattici ecc.

Tutti i livelli sono interconnessi in una struttura gerarchica dove gli elementi identificati nel livello inferiore funzionano in

quello superiore (es. i fonemi nei morfemi, i sintagmi lessicali in quelli frastici, ecc). Ad esempio nel livello inferiore

troviamo i tratti acustico-articolatori, in quanto essi funzionano nel fonema (livello superiore); nel livello inferiore

abbiamo il fonema che funziona nel morfema (livello superiore)…

Halliday, invece, propone categorie grammaticali e scale di riconoscimento( riguardano l’uso della teoria stessa nel

riconoscimento delle modalità delle categorie grammaticali).

Il sistema grammaticale è chiuso, il numero dei suoi termini è finito, mentre quello lessicale è aperto e suscettibile a

cambiamenti.

Pike parlando della lingua afferma che essa si snoda lungo tre modi di essere:

-le particelle: fonemi, morfemi, ciò che forma la struttura linguistica e sono legati tra loro come i mattoni di un muro

-le onde: illustrano che nella lingua i sistemi fonemici e morfemici si accavallano e sovrappongono

-il campo: riguarda tutta la lingua, dal testo al repertorio mnemonico.

In base alla teoria da lui esplicata (chiamata “tagmemica”) gli enunciati linguistici sono allo stesso tempo presentati in un

piano lessicale , fonologico e grammaticale.

* Per tagmema si intende il rapporto complicato tra le strutture grammaticali*

Il linguista Makkay indentifica nel sistema linguistico vari strati:finemico, morfemico, lessemico,sememico,

ipersememico. La lingua è vista come un sistema di sistemi, ogni strato è indipendente poiché ciascuno di essi è

organizzato con i propri principi.

35.1

La “norma” è data dall’insieme di modelli(linguistici) a cui i sintagmi si conformano e da cui risultano semanticamente

condizionati. Ogni norma è una specifica esplicitazione istituzionale della dimensione storica del sistema e tale

esplicitazione assume forti valenze idiosincratiche quando si passa a contesti istituzionali fortemente caratterizzanti.

35.2

Il “tecnoletto” indica il sistema di parole ed espressioni proprie dei singoli linguaggi tecnici e settoriali, usate da chi

coltiva le discipline o esercita le attività cui tali linguaggi appartengono.

35.3

Saussure è uno dei principali linguisti e ci ha lasciato la dicotomia “langue-parole” (ovvero “sitema-processo”): in pratica

viene separato ciò che è collettivo ed essenziale (la lingua) da ciò che è individuale e accessorio (la parola). Consideriamo

la definizione di “lingua” come un sistema grammaticale presente nel cervello di tutti gli individui ed esiste nella massa.

Saussure afferma che la “parole” sia un atto individuale di volontà ed intelligenza in cui si distinguono le combinazioni

(che il parlante usa per comunicare istanza sintagmatica della norma) e il meccanismo psico-fisico (che consente al

parlante di esternare le combinazioni  istanza testuale del processo).

Lo studioso, parlando dello studio della lingua, propone anche due “linguistiche”:

-linguistica della lingua(essenziale), studia la lingua in quanto fatto collettivo

-linguistica della parola (“normativa” se parliamo di combinazioni e “processuale” se ci riferiamo ai processi psico-fisici),

si occupa della situazione individuale del linguaggio, come la fonazione.

Tra la langue (dimensione etnica del sistema linguistico) e la parole (dimensione psichica del processo) sussiste l’istanza

linguistica della norma (dimensione sociale intermedia tra le due citate).

35.4

Hjelmslev divide la lingua in tre forme:

-forma pura: definita autonomamente dalla sua manifestazione materiale

-forma materiale: realizzazione sociale ma indipendente dal dettaglio della manifestazione

-complesso di abitudini: definite dalle manifestazioni osservate in una società.

Lo studioso parla di “schema” per indicare la lingua come forma pura, di “norma” per la lingua come forma materiale e di

“uso” come insieme di abitudini.

Hjelmslev afferma che la norma presuppone l’uso e l’atto: da loro due nasce la norma.

Uso e abitudini rappresentano la realtà mentre la norma è un’astrazione: è un corollario che imposta la maniera corretta

dell’uso (è superflua).

35.5

Il linguista Coseriu sottolineò che la norma viene imposta all’individuo, limitandone la libertà espressiva e restringendo le

possibilità che il sistema offre nelle varie realizzazioni tradizionali. La norma è, infatti, un sistema di realizzazioni

obbligatorie, di imposizioni sociali e culturali, che dipende dall’estensione e indole della comunità presa in analisi.

36.1

La dimensione del processo è l’insieme delle condizioni di realizzazione a cui i testi si conformano e da cui risultano

condizionati praticamente. Saussure usa l’immagine del “circuito” per spiegare il meccanismo dell’atto di parola (il

circuito della parola).

parlante A

destinatario B

Tale circuito riprende esattamente uguale se il destinatario (B) parla a sua volta (quindi si ripercorrono le tappe ma questa

volte partendo da lui per arrivare al primo parlante,

A)

Un atto di parola indica necessariamente un emittente ed un ricevente, quindi una situazione comunicativa.

36.2

Jakobson ha esaminato l’atto linguistico mediante sei punti di osservazione a cui corrispondono funzioni universali del

linguaggio. Tali punti di vista sono:

-parlante (produttore dell’atto linguistico), funzione emotiva

-ascoltatore, funzione conativa/di appello (uso dell’imperativo,vocativo…)

-messaggio, funzione poetica(tutte le forme di strutturazione e contenutistica del messaggio)

-contesto, funzione denotativa/referenziale (es. il ricorso alla IIIpersona sing/II plurale, ecc)

-contatto, funzione fàtica (es. un sì detto durante una conversazione ma che non indica risposta affermativa, ecc)

-codice, funzione metalinguistica (di riferimento alla lingua parlata).

36.3

Il filosofo Lewis ha concentrato il suo studio su certe “coordinate” che formano un “insieme di fattori rilevanti, un

indice”.

Giuliano Bernini ha individuato varie coordinate:

-coord.del mondo possibile (considera situazioni che potrebbero essere o che sono)

-coord.del tempo (in frasi che contengono riferimenti verbali o avverbiali temporali)

-coord.del luogo ( in frasi con locuzioni spaziali)

-coord.del parlante (in frasi che contengono riferimenti alla prima persona, sing o plu)

-coord.dell’uditorio (in frasi che contengono tu,te,voi,vostro)

-coord.dell’oggetto indicato (in frasi con sintagmi dimostrativi)

-coord.del discorso precedente (in frasi con sintagmi come l’ultimo, il suddetto, ecc)

-coord.dell’attribuzione (in frasi con insiemi di cose, sequenze di cose, ecc)

36.4

La dimensione psicolinguistica del processo di comunicazione impone di riconoscere in esso un tasso alto di condizioni

idiosincratiche riferibili al “qui e subito” di un evento comunicativo.

La comunicazione (come istanza di rappresentazione) non è un fenomeno chiuso ma praticamente processuale, un’opera

aperta e potenzialmente infinito.

Tutta l’istanza linguistica è sempre in espansione e la lingua si pone come immagine della facoltà umana di costruire

diverse possibilità.

37.1

Per sintattica si intende la pertinenza metalinguistica che si collega al sistema(e a tutte le istanze in esso contenute) e al

contesto che lo presuppone. La sintattica è la scienza delle relazioni sistematiche tra i segni (ovvero, unità in grado di

designare in modo simbolico).

37.2

Tre sono i filoni intellettuali che si sono dedicati allo studio della sintattica:

-strutturalismo (Saussure, Hjelmslev): idea sistematica della lingua che tende a non occuparsi degli aspetti normativi e

processuali (è totalizzante)

-funzionalismo (Trubeckoj, Martinet, Jakobson): la lingua è un insieme di funzioni che si realizzano in essa e quindi i fatti

linguistici si trovano al centro tra causalismo (la funzione è assunta come causa) e teleologia (la funzione è assunta come

scopo).

-generativismo (Chomsky): la lingua non è un prodotto psichico ma un meccanismo di produzione spichicamente

preordinato.

37.3

Ogni unità linguistica può essere definita in base ad una formula sintattica, di cui vanno ricercati gli aspetti essenziali.

La formula sintattica si può ricavare in modo sperimentale rispondendo a tre domande:

1. Prima apertura del ventaglio: qual è la frequenza assoluta (FA) nel contesto storico, relativa (FR) nel contesto

istituzionale e specifica (FS) nel contesto situazionale?

*FA-> va cercato nei testi; FR ->si riconosce preventivamente, con una presupposizione metaculturale;

FS->riguarda una specifica situazione comunicativa*

2. Seconda apertura del ventaglio: Qual ‘ la sua attitudine combinatoria (AC) che può essere assoluta, relativa e

specifica?

*AC esplicita la modalità di FA/FR/FS e registra le restrizioni selettive di ogni unità (le sue possibilità combinatorie)

3. Terza apertura del ventaglio: qual è la sua cooccorrenza (CO), assoluta, relativa e specifica?

* CO esplica le modalità dell’AC.

La formula sintattica di ogni unità di lingua è data dalla raccolta di queste informazioni (frequenza, attitudine

combinatoria e cooccorenza sono i lati del triangolo sintattico ideale dell’unità linguistica).

38.1

La semantica è data da i sintagmi di significazione e la loro valenza semiotico-iconica e sociale in un contesto

istituzionale (la pertinenza metalinguistica si collega alla norma e alle istanze in essa contenute e al contesto che la

presuppone). Per semantica intendiamo la scienza delle relazioni normative tra segni e realtà.

38.2

La semantica studia il significato delle parole, ma esse essendo sintagmi lessicali (combinazioni di morfemi) risultano

“povere” di senso se non vengono considerate all’interno del processo di comunicazione in cui si trovano.

Per definire semanticamente i sintagmi lessicali bisogna passare per il riconoscimento di tutti i gradi della istanza di

rappresentazione della lingua.

Lo studio della semantica (significazione) si trova tra quello della sintattica (designazione) e comunicazione (pragmatica).

38.3

Per parlare di configurazione semantica, dobbiamo considerare il carattere figurale della significazione (come quelle di

Weinreich, quali agglomerazione, configurazione, concatenazione, non concatenazione). Tale carattere può essere colto

mediante i criteri della tecnica espressiva e del disegno semantico (che quindi danno l’identikit semantico del sintagma).

Tecnica espressiva

Si pensi ai processi grammaticali di Sapir, come l’ordine delle parole, la composizione nominale e verbale, l’affissazione,

la mutazione vocalica e consonantica, variazione dell’accento, raddoppiamento.

Disegno semantico

Parliamo di significato nucleare semplice, con espansioni, con inclusioni ed espansioni.

Il primo si manifesta in pochi casi e corrisponde all’istituzione semantica dei sintagmi monomorfemici invariabili

(si,no,ieri,oggi…); il secondo si verifica in sintagmi polimorfemici dove il significato nucleare è modificato da significati

aggiunti(gattino,rosso…); il terzo prevede un significato nucleare la cui espansione è predicativa (oggi piove ->la

piovosità non è un tratto distintivo dell’oggi ma un accessorio); il quarto comprende sia l’attribuzione sia la predicazione

circa un significato nucleare attraverso le configurazioni delle tecniche espressive (il gattino miagola -> troviamo il

significato nucleare aggiunto “gattino” e l’espansione del miagolare).

39.1

Per pragmatica si intende la scienza delle relazioni processuali tra segni( testi che comunicano in modo indiziale) e realtà.

39.2

La pragmatica si occupa di tutta la fenomenologia linguistica processuale, come la deissi, l’implicatura conversazionale,

la presupposizione. Tale scienza è complementare alla semantica verofunzionale, basata sull’alternativa vero/falso

dell’enunciato.

39.2.1

Deissi: atto di indicare qualcosa mediante un aspetto preciso dell’atto linguistico. Le modalità pragmatiche della deissi

seguono tre categorie (persona del contesto situazionale relativamente ai partecipanti della comunicazione; luogo del

contesto situazionale, relativamente alla collocazione dei partecipanti della comunicazione; tempo del contesto situazione,

relativamente al momento rispetto al quale agiscono i partecipanti).

Un testo è pragmaticamente forte se ciascun elemento linguistico funziona come indice pragmatico deittico .

39.2.2

Implicatura(conversazionale): deriva dall’interazione linguistica e si basa sul criterio di cooperazione, che soddisfa

l’esigenza pragmatica dell’efficienza e dell’efficacia dell’atto linguistico. Possiamo identificare quattro norme: la prima

(della qualità) richiede di evitare affermazioni false o senza giuste prove; la seconda (della quantità) chiede di fornire

un’informazione giusta ai fini del discorso eliminando gli eccessi; la terza (della relazione) chiede contributi informativi

pertinenti (cioè bisogna rispondere in modo pertinente ad una domanda, ad es); la quarta norma (del modo) richiede

chiarezza per evitare ambiguità e disordine espositivo.

39.2.3

Presupposizione: relazione necessaria tra una frase (il suo contenuto comunicativo) e una precondizione in base a cui la

stessa frase realizza una comunicazione accettabile. Ad esempio la frase “i figli di mia moglie hanno smesso di viaggiare”

è accettabile se chi parla è sposato, i figli non sono necessariamente suoi, tali figli prima viaggiavano. Tra gli attivatori

precupposizionali, ricordiamo la definitezza, fattualità, implicazione, cambiamento, iterazione.

39.2.4

Tutti i fenomeno analizzati convergono all’interno degli atti linguistici(oggetto di studio della pragmatica).

Lo studioso Austin ha notato che alcuni atti linguistici non descrivono uno stato di cose ma modificano tale stato. Questo

tipo di enunciati sono chiamati da Austin “performativi”, per distinguerli da quelli informativi.

Secondo lo studioso, il parlante compie un’azione mediante tre atti:

-atto locutorio (il parlante dice una frase con significato e referenza specifici)

-atto illocutorio (affermazione / promessa/offerta)

-atto perlocutorio (promessa/offerta ma anche invito per portare un effetto sull’ascoltatore-es. piovevoglio che cabmi

abito per uno più adeguato).

Searle classifica diversamente le azioni linguistiche, distinguendo:

-atti rappresentativi: il parlante è coinvolto nell’enunciazione (asserisce, racconta, conclude)

-atti direttivi: il parlante tenta di condizionare l’interlocutore

-atti commissivi: il parlante si impegna a fare qualcosa (promette, minaccia)

-atti dichiarativi: si verifica un cambiamento (vi arresto, vi dichiaro marito e moglie).

39.3

Gli atti linguistici (e ciò che comprendono) sono indici testuali della situazione comunicativa, seguendo una forza diversa

di caso in caso. Tale forza è la “vettorialità espressiva” che prende il nome di “vettore pragmatico” di un testo, formato

dai fenomeni appena discussi ed altri (come l’intonazione).

40.1

Il parlare non è un evento naturale, ma necessita di un lungo insegnamento: infatti bambini abbandonati, cresciuti con

animali, una volta reinseriti nella società molto difficilmente riusciranno ad imparare a parlare; anche lo studio di una

lingua straniera risulta inibito dopo una certa età. Nel parlare si svolgono attività metalinguistiche, ovvero l’ascolto, la

comprensione del concatenarsi delle parole analizzando il “continuum” linguistico.

40.2

Analogia: una parola cambia forma fonologica e morfologica per diventare più somigliante a un’altra parola già esistente

nella lingua.

Risegmentazione morfologica: il parlante individua in una parola un “nuovo” morfema che utilizza in processi derivativi

per formare parole nuove (es. “Hamburger” vuol dire “di Amburgo”, in quanto er indica l’appartenenza, come “Berliner =

di Berlino”; successivamente in questo termine si è isolato il morfema “ham” di prosciutto, creando il nuovo morfema

“burger” da riutilizzare con l’accezione di “panino” hamburger=panino, cheesburger=panino al formaggio)

Etimologia popolare: cambiamento lessicale voluto dal parlante per rimotivare un’espressione oscura( da “monte di

Tariq” –nome di un condottiero berbero- a “Gibilterra”-motivato geograficamente)

40.3

Il parlante per potere operare sulle parole, modificandole, deve saperle riconoscere. Per farlo può servirsi, ad esempio,

dell’accento per identificare le parole. Il parlante, oltre alla delimitazione delle parole, riconosce le costrizioni

fonotattiche(obblighi nella disposizione dei suoni) e tonotattiche(obblighi di posizione dell’accento).

40.4

Il logogramma rappresenta graficamente la parola. Tutte le scritture più antiche ricorrono a logogrammi per rappresentare

visivamente la realtà linguistica: ad es, nella lingua sumerica, vi sono segni per indicare parole come “re”, “pecora” ecc.

discorso analogo vale per gli ideogrammi, che pur non rimandando alla parola, indicano un concetto. Tale concetto lo

troviamo nei numeri arabi (1,2,3,…) che pur avendo letture diverse (uno, deux, three) indicano un solo significato.

Si può pensare che un idiogramma derivi da un logogramma che, nel corso della diffusione linguistica subita, perde il suo

riferimento linguistico e ne assume uno concettuale.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Elaborato personale, basato sullo studio autonomo del manuale consigliato dalla prof. a lezione, ovvero "La Forbice e il Ventaglio, Silvestri" e dalle conoscenze apprese durante il corso. Gli argomenti trattati sono: concetto di forbice e ventaglio,origini del linguaggio,spazi, piste, nicchie,rapporti "verticali", "orizzontali" e "circolari" tra le lingue,mutamento linguistico,variabilità, variazione e varietà linguistica,Presupposizioni metaculturali, simboli, icone, indici,unità, sintagmi, testi,designazioni, significazioni, comunicazioni,istemi, norme, processi,sintattica, semantica, pragmatica,parole, sillabe, foni,politiche linguistiche, standardizzazione, lingue artificiali,Apprendimento, insegnamento, Interpretariato e traduzione,tnologia, sociologia, psicologia,euroscienze e neurolinguistica, scienze cognitive, linguaggi non verbali,descrivere, interpretare, operare nell'universo linguistico.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, lettere e culture comparate
SSD:
A.A.: 2017-2018

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