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Linguistica generale

Introduzione

Non è facile parlare di "lingua" poiché esso è un fenomeno complesso, sia nel suo esistere (andando ad analizzare le singole comunità di parlanti) sia nel suo divenire (tramite processi comparativi). Sicuramente bisogna distinguere la "facoltà di linguaggio" e il "linguaggio": la prima fa parte del nostro codice genetico, la seconda è un fattore culturale.

Nel mondo ci sono migliaia di lingue e tutte ci offrono uno spettro di studio molto ampio: possiamo immaginare una galassia di mondi linguistici su cui galleggiano le lingue, considerando tanto quelle tutt’ora parlate, quanto quelle antiche di cui abbiamo testimonianze scritte.

Ogni lingua è strutturalmente complessa e può subire variabili geografiche (etnoletti), sociali (socioletti) e individuali (idioletti); inoltre troviamo aggregati acustici (fonemi), a loro volta aggregati in gruppi designativi (morfemi) e questi ultimi vengono a formare aggregati con valore significativo (sintagmi – parole o gruppi di parole).

Per spiegare il lavoro del linguista possiamo far riferimento a due immagini: come una forbice deve concentrarsi su una specifica regione del suo oggetto di indagine, come un ventaglio deve allargare i suoi orizzonti connettendo la sua prospettiva con tutto il resto.

Procedimento a forbice

Per il procedimento "a forbice" (o metodo di pertinenza) è importante la precisione per poter assumere un punto di vista pertinente, in modo che tutto ciò che vi rientrerà sarà coerente, bisogna assumere un punto di vista, riconoscendolo come interpretativo perché si pone come un filtro tra noi e la realtà linguistica.

Un fonema è la più piccola unità acustico/articolatoria che si distingue da un altro fonema per uno o più tratti consecutivi, seguendo l’economia linguistica (due fonemi possono avere una stessa "base" ma dev’esserci almeno un elemento che li possa distinguere: es. borgo, porgo, porco, parco…).

Tramite il metodo di pertinenza è possibile ritagliare i morfemi. Un morfema è un aggregato di fonemi con valore designativo, seguendo il principio linguistico della selezione-combinazione (es. il morfema ramo è bimorfemico perché presenta il morfema "ram", che indica un’entità vegetale, e "o", che indica il genere e il numero).

Il linguista, mediante la sua "forbice", taglia con precisione per riconoscere i diversi livelli di strutturazione della parola.

Procedimento a ventaglio

Quando parliamo del procedimento "a ventaglio" dobbiamo tener presente l’adeguatezza nell’assumere un punto di vista esauriente. Tuttavia, per quanto ampio sia il ventaglio, non riesce ad allargarsi a tutto lo spazio della fenomenologia linguistica, pertanto il linguista lascia in ombra alcune "zone linguistiche" di cui è consapevole pur senza analizzarle.

Procedendo con il processo cognitivo a ventaglio si possono analizzare universali essenziali (propri di ogni lingua in quanto tale, come morfemi e fonemi), universali impliciti (connessi alla funzione comunicativa dell’atto linguistico, come l’anafora) e universali empirici, che appartengono a tutte le lingue ma non le troviamo nella lingua in quanto tale (come vocali e consonanti). Quest’ultimo tipo di universali è statistico perché comprende un gran numero di lingue ed uno di questi universali è l’ordine basico soggetto-verbo-oggetto (SVO).

Il ventaglio ci apre anche la prospettiva storica della lingua: una frase appartiene ad una lingua e ogni parola ha una sua storia (ad esempio nella frase italiana "il bambino", "il" deriva dal latino "ille").

La terza apertura consentita dal processo a ventaglio è quella individuale: si tende quindi ad analizzare una determinata frase in base al modo in cui viene pronunciata dai parlanti (è illimitato come procedimento). Si attua quindi una circo scrizione: ad esempio si fa pronunciare una stessa frase italiana ad un gruppo di italiani che vivono in varie parti d’Italia per vedere come varia una stessa frase foneticamente in base agli accenti diversi. Si può anche far pronunciare una stessa frase ad un singolo parlante ma in momenti diversi della giornata per verificare condizionamenti psico- e neurolinguistici.

Appartengono al procedimento a ventaglio tutte le percezioni metalinguistiche. In tal senso parliamo di una descrizione, un interpretazione operata dal punto di vista linguistico.

Parte prima

La lingua è un organismo vivo, che si trasforma continuamente, che da una comunità di parlanti arriva ad uno stato. Le lingue si sono fortemente evolute nel tempo, quindi risulta difficile per l’uomo odierno chiedersi le origini del linguaggio. Dalla prima forma linguistica al linguaggio di oggi vi è una distanza che va dai 150 mila ai 4 milioni di anni, mentre dalle prime documentazioni scritte non andiamo oltre i 5 milioni. Le forme linguistiche del passato, tuttavia, non possono essere definite primitive o ancestrali rispetto alle nostre per come erano articolate.

Vista l’impossibilità di analizzare le forme linguistiche del passato, la linguistica propone almeno gli strumenti di indagine, il metodo e i limiti di una tale ricerca. Per evitare speculazioni fantastiche circa indagini linguistiche sull’indescrivibile, la Société Linguistique di Parigi dal 1866 non ha accettato alcuna comunicazione riguardante l’origine del linguaggio.

La linguistica si è interrogata sulla presenza di una continuità tra le forme di linguaggio degli uomini e quelle degli animali (assai meno evolute, quindi). Ebbene, recentemente si è scoperto che gli scimpanzé posseggono una forma rudimentale di linguaggio: questi animali estendono un segnale connesso con "l’aprire" (ad esempio) alla situazione primaria di "aprire una porta" (per restare nell’esempio) ma perfino a quella secondaria di "accendere" (accendere una radio per esempio). Pertanto gli studi più avvalorati considerano le lingue originate dalla gestualità, in base ad intrecci acustici e ottici che per economia ed efficacia comunicativa sono diventati segnali fonetici. Considerando questa ipotesi, l’apparato di fonazione non è "l’organo del linguaggio" (o bioprogramma linguistico) del cervello umano, come affermò Bickerton nel 1981) ma è il frutto di un processo evolutivo e metamorfico che nell’uomo ha avuto un andamento accelerato.

Leroi-Gourhan ha studiato il processo di sviluppo della funzionalità della mano e della parte del cervello deputata alla parola. Seguendo tale analisi si arriva a supporre una nascita precoce del grafismo, inteso come l’uso di simboli convenzionali su supporti non deperibili. Il grafismo solo in un secondo momento si trasformerà in scrittura linguistica mediante un processo di sequenzialità lineare che prima mostra parole e poi risulta in grado di scomporle in segni sillabici e alfabetici.

Comparazione delle lingue

Comparando le lingue si possono individuare tratti comuni nella grammatica e nel lessico, arrivando così a rintracciare una "lingua madre" storicamente antecedente. Se invece ad essere comparate sono lingue già a loro volta ricostruite, si parla di "ricostruzione profonda" e tale processo raggiunge le ultime fasi del paleolitico superiore ed alle sue forme culturali.

Nella sfera della monogenesi (o poligenesi, studio delle origini delle lingue del mondo) Alfredo Trombetti afferma che la lingua madre primordiale abbia origine nel tardo paleolitico superiore in un’area auroasiatica e che si sia sviluppata secondo tre fasi:

  • Periodo delle radici: le parole si presentano in forma monosillabica invariabile
  • Periodo dei temi: le parole presentano aggiunte vocaliche e consonantiche
  • Periodo della flessione: le parole presentano valori grammaticali

Secondo lo studioso, a queste fasi bisogna aggiungere un discendente decadimento linguistico. Forme e suoni della lingua madre primordiali sono molto semplici, con solo tre vocali e l’assenza di aspiranti (come f,v) e di labializzate (l,m,n).

Roger Wescott, invece, afferma di ritrovare in zone meno grammaticalizzate della lingua forme di naturalezza e primitività, indicate come macrolingua e allolingua. Quest’ultima, secondo lo studioso, è divisibile in tre aree fenomeniche:

  • Pre-linguaggio: forme proprie dei pidgin (forme miste di lingua) e linguaggio infantile
  • Para-linguaggio: insieme di forme che convivono con la microlingua senza dipendere dalle sue regole (come le interiezioni)
  • Meta-linguaggio: forme artistiche che usano il linguaggio come strumento (poesia, musica)

Wescott nella ricostruzione delle lingue primordiali, afferma che la bilabiale "b" abbia un valore allolinguistico dispregiativo, giacché si trova nelle parole antiche per "confusione, tanfo, persona molto piccola ecc". Secondo lo studioso l’allolingua, in quanto immagine della naturalezza primitiva, sia l’inizio delle condizioni primordiali della lingua.

Molti studiosi vedono nei suoni antichi significati simbolici, e a tal proposito ricordiamo l’ipotesi del Proto Speech di Mary Le Cron Foster, in cui i fatti linguistici primitivi sono icona del mondo (suoni contenitivi come "m,n" sono femminili, quelli espulsivi "p, t" sono maschili).

Il futuro della lingua

Oltre allo studio delle origini della lingua, gli studiosi si applicano allo studio del futuro della lingua, il suo destino. Tuttavia una futurolinguistica non esiste anche se teoricamente sarebbe lecito interrogarsi tanto sul passato quanto sul futuro del linguaggio.

Riguardo lo studio sul futuro della lingua, bisogna procedere secondo due direzioni: una interna alla lingua e l’altra esterna ad essa. Nel primo caso, parliamo di tendenze evolutive della lingua stessa, nel secondo caso parliamo di modifiche legate a fattori esterni (etnologici, sociologici e psicologici). Un fatto interno della lingua è la spinta alla semplificazione dei sistemi fonologici. Essa viene dal principio generale dell’economia linguistica che consiste nel realizzare la comunicazione linguistica secondo la legge del minimo sforzo. Pertanto è lecito immaginare le lingue del futuro come semplificate dal punto di vista fonetico. Stesso discorso vale per la morfologia: le lingue molto evolute hanno infatti una morfologia povera, con una flessibilità notevole del morfema lessicale di base ed una tendenza al monosillabismo. Il vocabolario tende a ridursi e a specializzarsi. Un’altra semplificazione probabilmente avverrà sul piano sintattico, visto che c’è la tendenza crescente alla coordinazione di frasi e la regressione della subordinazione, insieme alla predominanza dell’ordine SVO (soggetto-verbo-oggetto), molto più naturale.

Secondo gli studi un codice linguistico si semplifica man mano che aumenta il numero di utenti, sia per aumento demografico che per fattori multietnici. Quindi una lingua futura, estesa su un’utenza globale, dovrà per forza essere più semplificata rispetto a quella odierna; pertanto i fattori interni di una lingua sono legati a quelli esterni. Possiamo immaginare, tuttavia, la presenza in un futuro di lingue transnazionali ma specifiche per gli ambiti della scienza e della tecnica. Situazioni del genere già sono in atto: basti pensare all’inglese usato con un vocabolario iperspecializzato a scopi tecnologici e scientifici con una rifondazione delle sue convenzioni lessicali da cui restano esclusi gli estranei a quell’ambiente lavorativo.

Preistoria linguistica e nicchie glottogenetiche

La percezione dei fatti linguistici del passato consiste in una percezione generica delle condizioni linguistiche di lunga durata e di larga diffusione, non legate a convergenze recenti e quindi si configurano come eredità di situazioni antiche. Per attuare tale indagine, si può sfruttare un’analogia delle situazioni linguistiche con i fenomeni della cultura materiale preistorica.

Nella preistoria antica troviamo aree di generalizzazione tipogenetica: spazi in cui non si afferma una lingua unica ma dove coesistono varie piccole lingue diverse ma traducibili l’una con l’altra grazie commutazioni di codice nel momento di interscambio tribale. Queste commutazioni di codice, probabilmente hanno favorito la diffusione di un vocabolario comune con riferimento ad entità e situazioni connesse con l’atto specifico dello scambio culturale. Tutti i fenomeni di convergenza linguistica diventeranno riconoscibili nella preistoria media.

Per tracciare una mappa della preistoria antica della lingua possiamo considerare il continente euroasiatico come diviso in tre aree:

  • Spazio settentrionale o euroasiatico che va dall’Atlantico al Pacifico attraverso fenomeni linguistici connessi col nomadismo
  • Spazio meridionale, subcontinente indiano
  • Regione insulare meridionale (autronesiana) va dall’Oceano Indiano a quello Pacifico

Le caratteristiche principali riscontrabili in queste aree sono soprattutto morfologiche: morfemi invariabili che si succedono con ordine fisso nelle lingue dello spazio euro-asiatico (->lingue agglutinanti), morfemi variabili dal punto di vista vocalico e consonantico nella zona indo-meridionali (->lingue flessive) e infine morfemi autonomi e fissi con sole variazioni di posizione e intonazione nello spazio sinotibetano-austroasiatico (-> lingue isolanti).

La preistoria media vede un’accelerazione culturale. Si formano mesoaree gruppoetniche, dette "piste" perché facilitano il veicolare dello scambio linguistico. Si formano luoghi di incontro e confronto dove si va a condividere un patrimonio lessicale e anche morfologico e sintattico.

Si parla di "gruppogenesi" per indicare il formarsi di un gruppo di lingue che condividono tratti caratteristici e ciò si verifica in un’area con andamento:

  • Longitudinale: direzione nord-sud (prima fase, dove le convergenze linguistiche investono tutti i livelli strutturali) e sud-nord (seconda fase, con l’insorgenza di precoci forme culturali)
  • Radiale: abbiamo un’area di gravitazione verso cui convergono movimenti dapprima migratori e poi culturali

Le piste longitudinali sono le più precoci (connesse ai cambiamenti climatici) mentre quelle radiali sono più recenti, poiché dettate dall’insorgenza di poli culturali. Prendendo l’America come "nuovo mondo" e area di colonizzazione, distinguiamo varie piste:

  • Longitudinale, Euroafricana Occidentale, arcaica
  • Radiale, Euroafricana Orientale, relativamente recente
  • Longitudinale, Indoasiatica, arcaica
  • Radiale, Asioamericana, recente

Evidenti processi formativi linguistici sono riscontrabili nella pista euroafricana orientale, dove ci sono tre aree di specificazione gruppogenetica (semitica, cartvelica e indoeuropea) che convergono radialmente su un’area di gravitazione anatolico-mesopotamica. È significativo notare i termini comuni tra indoeuropeo, cartvelico e semitico in specifici settori (come quelli connessi all’allevamento). La pista indoasiatica è importantissima poiché le genti uraliche ed altaiche discendono verso il subcontinente indiano stabilendo contatti prolungati con le genti dravidiche. Tante sono le convergenze che si parla di un "nostratico orientale". Recentemente è stata avanzata l’ipotesi di una pista asloamericana, legata al popolamento del nuovo mondo.

Nicchie glottogenetiche

Per "nicchie" si intendono aree di caratterizzazione glottogenetica. La glottogenesi è il correlato linguistico dell’etnogenesi, ovvero l’acquisizione di un’identità etnica. In questo caso non parliamo di come "nasce" bensì di come "matura" la lingua.

Ogni fatto linguistico passa attraverso varie fasi: dapprima vi è una generalizzazione (tipi), poi specificazione (gruppi) e infine caratterizzazione (lingue). Con le nicchie ci avviciniamo alla protostoria, fase in cui sono imminenti i processi di standardizzazione grafica ed istituzionalizzazione testuale che consentono la manifestazione storica di una lingua.

Le nicchie si formano in aree di intersezione tra spazi e piste, dove è forte il dinamismo culturale. Viene posto l’accento sullo spazio indomediterraneo e sulla pista radiale intorno alla regione anatolico-mesopotamica. Qui notiamo i più significativi fenomeni di sedentarizzazione le prime entità protostatali, oltre alla nascita di un sistema di computo mediante gettoni di argilla molto standardizzati (cilindri, coni, ecc) che vengono raccolti e che documentano una certa transazione economica, inoltre essi vengono rappresentati mediante incisione tu tavolette di argilla che rappresentano le prime forme di scrittura e di testualità. La Mesopotamia, soprattutto Uruk, la città del noto viaggiatore Gilgamesh, ci offre i primi testi scritti in lingua sumerica. La lingua sumerica così esce dalla nicchia ipercaratterizata e corrisponde ad un definito canone normativo.

Le lingue madri sono frutto di nicchie ipercaratterizzate e le loro "figlie" derivano da ulteriori differenziazioni. Il complesso anatolico-mesopotamico è patria anche delle testimonianze linguistiche incise con scrittura cuneiforme; ad esempio l’accadico è la lingua semitica in Mesopotamia più antica documentata. Stesso discorso vale per la valle del Nilo che ha prodotto una scrittura geroglifica che attesta una lingua camitica molto antica (l’egiziano, tra il terzo e secondo millennio).

Descrizione dei fatti linguistici

Per descrivere i fatti di lingua, ricorriamo ad un procedimento di tipo comparativo che consiste nel cogliere un fenomeno linguistico unitario e costante mediante proprio il confronto tra le variabili delle sue repliche. Il procedimento comparativo può sussistere all’interno di una singola lingua (dove troverà le somiglianze endolinguistiche) o può presentarsi tra due o più lingue (tro...)

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Morgana393 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica Generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Vallini Cristina.
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