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Capitolo 1: La vigilia dell'era moderna

Il pensiero scientifico e la linguistica

Tra il 1600 e il 1700 il corso della linguistica fu interessato da due influssi: uno proveniente dall'Europa, l'altro dall'India; quest’ultimo con un forte impatto sulla materia. Ci fu una riconciliazione della cosmologia cristiana da parte degli scienziati contemporanei, da Newton a Boyle e infine a Linneo. L’atteggiamento successivo (XIX secolo), maggiormente critico, non condusse comunque a un profondo conflitto tra la fede nella Bibbia e le scoperte della scienza.

Nel 1700 ha inizio la moderna antropologia. E con questa mentalità scientifica generale si risvegliano gli schieramenti intorno all’origine del linguaggio. Ma più che focalizzarsi sulla chiave religiosa (in che lingua Dio parlò ad Abramo) ci si interroga sulle condizioni e sugli stadi di evoluzione nel sistema della comunicazione orale. I tentativi di fornire spiegazioni su questo unirono i filosofi del '700 e i loro predecessori (razionalisti e legati all’empirismo) a coloro che operarono successivamente nel movimento romantico agli inizi dell’800: "l’uomo del raziocinio" e "l'uomo del sentimento" infatti si realizzano attraverso le risorse della loro lingua.

Condillac, Rousseau e la filosofia del linguaggio

Verso la metà del '700, due filosofi francesi discussero l'origine del linguaggio umano: Condillac nel 1746 gli dedicò la seconda parte del suo "Saggio sull'origine delle conoscenze umane" mentre Rousseau nel 1755 trattò lo stesso argomento nel "Discorso sull'origine dell'ineguaglianza". Condillac si basò molto sulla teoria della conoscenza di Locke mentre Rousseau subì l’influenza sia del movimento razionalista che del movimento romantico che stava per sopraggiungere. Per entrambi il linguaggio ebbe la sua origine in gesti indicativi e naturali ma poiché i gesti erano poco efficaci prevalse l'elemento fonico via via che sequenze di suoni specifici erano semanticamente associate a entità e fenomeni.

Condillac parlò anche di una fase intermedia in cui gesti e parole erano associati. Considerarono i contrasti tonali come la sopravvivenza d'un tratto primitivo. Condillac non apprezzava la poesia latina dal momento che la costruzione grammaticale era molto libera a differenza di Rousseau che invece si rallegrava per la vivacità dei primi stadi del linguaggio umano quando non esisteva ancora uno schema così rigido.

Herder

Nel 1769 l’Accademia di Prussia propose un premio per chi fosse riuscito a spiegare l’evoluzione del linguaggio umano. Herder ricevette il premio e affermò l'inseparabilità del linguaggio e del pensiero: secondo lui avevano un'origine comune e letteratura popolare e i popoli potevano essere capiti solo attraverso la loro lingua. Questa teoria fu apprezzata perché era il periodo dell'affermazione dell'individualità di una nazione (nazionalismi dell’800).

Il primo passo verso il linguaggio fu il riconoscimento di un'entità ricorrente, con caratteristiche relativamente costanti e distintive, e la relativa simbolizzazione vocale. Per Herder fu l’udito il primo senso i cui dati furono isolati e nominati in tal modo per poi passare ai dati forniti dagli altri sensi. Il primo insieme di parole fu un vocabolario semplice: in seguito la diversità lessicale crebbe via via che il tesoro del pensiero umano si accumulava. Si ipotizzò che quella del verbo fosse stata la prima classe di parole a comparire.

Harris

Nel 1751, in Inghilterra, un rappresentante della teoria filosofica della grammatica universale, fu James Harris, pubblicò la sua opera. Il suo pensiero si può collegare ai cosiddetti platonici di Cambridge. Harris, di formazione aristotelica, guardò i fondamenti filosofici della grammatica. Distinse fra le differenze strutturali caratteristiche di ogni lingua e i principi che sono essenziali a tutte, come tutti gli universalisti.

Riprendendo da Aristotele, per lui le parole hanno un rapporto convenzionale con ciò che designano e la lingua è un sistema di suoni che hanno significato in virtù di un accordo. Il sistema grammaticale di Harris postula due principali: i nomi o sostantivi che significano sostanze e i verbi che significano attributi. I verbi comprendono ciò che formalmente si può distinguere in: verbi veri e propri, participi e aggettivi. Harris è ben consapevole delle differenze che si osservano in superficie fra le varie lingue, ma è necessario andare più in profondità per identificare le categorie universali della grammatica. Harris difese il concetto delle idee innate e reputò che la capacità umana di concepire idee universali, delle quali le parole sono i segni, è certamente un dono di Dio.

Tooke

L'opera di Harris, l’"HERMES", fu bersaglio di attacchi da parte di Horne Tooke. Tooke criticò molto Harris per aver costruito un sistema di grammatica universale sulla base di una insufficiente conoscenza delle lingue ed espose le sue idee sul linguaggio in una serie di dialoghi pubblicati in due volumi nel 1786 e nei quali compare lui stesso come interlocutore: la sua metodologia era empirista infatti, legata a Locke e la sua teoria fu la continuazione di quanto si pensava nel XVIII secolo sull'origine del linguaggio umano.

In parte ripeteva il pensiero di Condillac sul passaggio graduale dalle grida disarticolate alle lingue strutturate. Tooke riconobbe solo due parti essenziali del discorso: il nome e il verbo, tutte le altre classi di parole erano il risultato di abbreviazioni con cui le lingue venivano rese più scorrevoli. Tooke considerò gli elementi flessionali e derivazionali come frammenti di antiche parole indipendenti agglutinati poi alla parola radice. Opinione ricorrente anche in Condillac. Burnett credeva che si potesse studiare l'origine del linguaggio analizzando alcune lingue esistenti.

W. von Humboldt e la tripartizione dei tipi di lingue

Von Humboldt nel XVIII secolo scrisse molto su argomenti di linguistica, in particolare cercando di spiegare la creatività infinita del linguaggio grazie alla quale le risorse finite di ogni parlante possono essere combinate secondo le necessità. Definì quindi la lingua come un' "energeia", cioè una capacità insita nel parlante-ascoltatore e non un semplice prodotto, ergon descrizione fissa e morta del grammatico. Von Humbolt postulò la tensione della lingua al miglioramento e alla perfezione continua.

Fu consapevole dell'importanza del sanscrito e della linguistica storico-comparativa indoeuropea che si stava sviluppando. Viaggiò molto e conobbe alcune lingue degli indigeni in America. Le lingue possono mutare e adattarsi come richiedono le circostanze. Humboldt segue il pensiero di Herder affermando l'individualità di ogni singola lingua come possesso particolare del gruppo che la parla. La INNERE SPRACHFORM di Humboldt è la struttura grammaticale di una lingua, incorporante elementi, moduli e regole imposti al materiale greggio del discorso. Una parte è comune a tutti gli uomini, mentre un’altra la sprachform di ogni lingua, costituisce la sua identità formale.

La lingua di un popolo è il suo spirito e il suo spirito è la lingua. Per Humboldt il sanscrito era la lingua meglio sviluppata. Le differenze fra le lingue non si limitano ai suoni diversi, ma implicano differenze nel modo con cui coloro che le parlano interpretano e comprendono il mondo. Oggi le idee di Humboldt sul linguaggio sono state pienamente comprese. Forse la dottrina di Kant influì molto sul suo pensiero; egli diceva che le sensazioni prodotte dal mondo esterno erano ordinate da categorie imposte dalla mente; Humboldt adattò questa teoria al campo linguistico rendendo la innere sprachform responsabile dell'ordinamento dei dati dell'esperienza.

Tripartizione dei tipi di lingue

Il contributo più noto di Humboldt alla teoria linguistica è la tripartizione dei tipi di lingue in isolante, agglutinante, flessivo in relazione alla struttura predominante della parola come unità grammaticale. I due poli tipologici sono il cinese (lingua isolante) e il sanscrito (lingua flessiva). Humboldt considerò il cinese privo di classi grammaticali formali, ma proprio per questo lo ritenne una lingua di particolare eccellenza.

Humboldt distinse anche tre tipi di struttura della frase: quello che non presenta legami grammaticali manifesti fra le parole come il cinese, quello in cui le forme delle parole segnalano rapporti grammaticali come il sanscrito e il tipo rappresentato da lingue in cui la struttura essenziale della frase è incorporata in una sola parola (lingue amerindiane).

La scoperta del sanscrito

Alla fine del ‘700 la linguistica ricevette dall'India uno stimolo molto produttivo. Nel 1786 William Jones affermò a Calcutta la parentela storica del sanscrito, la lingua classica dell'India, col latino, greco e le lingue germaniche e lo fece in un momento propizio, poco prima che si destasse l'interesse per gli studi sull'India. Già nel XVI secolo si erano notate le affinità del sanscrito con le lingue romanze ma il suo studio permise lo sviluppo della linguistica comparativa e storica. Le origini della linguistica in India sono più antiche di quanto lo siano nell'Europa occidentale.

La linguistica indiana e la grammatica di Panini

La grammatica indiana è la prima descrizione completa di una lingua, in quanto i testi dovevano essere scritti in modo pressoché perfetto, tenendo conto tanto della fonetica quanto della morfologia. L'impulso alla linguistica in India veniva dal bisogno di preservare dall'azione del tempo certi testi rituali e religiosi trasmessi sin dal periodo vedico (i testi religiosi relativi al Re Veda fino ad allora venivano tramandati solo per via orale), lo stadio più antico della letteratura sanscrita.

La risposta andò molto oltre di quei bisogni immediati e i risultati furono:

  • Una teoria linguistica generale e semantica
  • Fonetica e fonologia
  • Grammatica descrittiva

Gli indiani presero in considerazione la misura in cui i significati potevano essere considerati una proprietà naturale delle parole, ma si capì subito che era tipico del linguaggio un rapporto convenzionale tra forma e significato. Si discusse sulla estensibilità dei significati delle parole: il contesto restringeva l'ampiezza di significato di una parola escludendo altri significati. I linguisti indiani discussero l'intera questione del primato fra la parola e la frase. Qualcuno affermava che la frase è data dal significato che fornisce ogni singola parola (concezione occidentale) altri invece affermavano che la frase è un organismo unico che permette di esprimere il proprio significato in un lampo.

Nella teoria dello sphota in un elemento linguistico vengono distinti due aspetti: l'evento vero e proprio (dhvani) e l'entità permanente attualizzata da ogni occasione dell'evento vero e proprio (sphota). Dal punto di vista della fonetica gli indiani si sono rivelati superiori agli occidentali. Gli indiani organizzarono una descrizione fonetica sotto tre punti principali: processi di articolazione, i segmenti cioè consonanti e vocali, la sintesi dei segmenti in strutture fonologiche. La sillaba fu l'elemento base della descrizione fonetica.

Gli indiani si mostrano consapevoli di differenze fonetiche ma la dottrina linguistica degli antichi indiani è nota soprattutto per la teoria grammaticale e per l'analisi grammaticale del sanscrito. Il trattato di Panini è il più antico esistente in lingua indoeuropea è diviso in otto sezioni principali e risale alla metà del primo millennio a.C.). La grammatica di Panini comprende un’esauriente esposizione delle regole di formazione della parola in sanscrito chiamate sutras, cioè fili. Panini raggiunse una grande economia nell'esposizione delle sue formulazioni ma la sua opera comunque, lo Asta Dhyayi, era tuttavia una grammatica per grammatici. Infatti la descrizione fonetica della lingua è data per scontata, non ci sono commenti. Il verbo flesso secondo la persona, il numero, il tempo fu considerato il nucleo della frase. Panini identifica radici e affissi, ciò che ispirò direttamente il nostro concetto di morfema.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher inzaghino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica Generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Assenza Elvira.
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