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Linguistica generale

Informatica umanistica (Università di Pisa)

Appunti presi con il professor Dini

2019-2020 Appunti di Maria Teresa Mazza

Prima definizione di linguistica

La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio verbale (umano). Analizziamo la definizione parola per parola:

  • Linguistica: termine che appare nel panorama degli studi alla fine dell’Ottocento, inizio Novecento;
  • Studio: studio della struttura interna, tanto della forma quanto dei vari usi che ne può fare nelle relazioni e nella società;
  • Scientifico: fa riferimento a due concetti fondanti della materia:
    • È in opposizione a prescrittivo-normativo: si fa riferimento a come veramente l’individuo parla, non a come si dovrebbe parlare/scrivere. Il fenomeno linguistico non è un fenomeno grafico, ma orale e aurale, uditivo. Se in grammatica il fine è quello di dettare norme sulla forma del parlare, in linguistica si ha un fine solo conoscitivo.
    • È il tipo di scienza che la linguistica aspira ad essere: una scienza umana annoverata tra le scienze “deboli”, ovvero con scarsi riscontri pratici. Si tratta di una scienza cognitiva.
  • Linguaggio: a che tipo di linguaggio si fa riferimento? Esiste un linguaggio dei fiori, degli animali, tuttavia, tutti questi esempi sono usi scorretti di linguaggio, termine adoperato in una vasta gamma di contesti. In questo caso, va inteso come opposto di comunicazione. Infatti, bisogna distinguere tra fenomeni di tipo intenzionale e di tipo non-intenzionale. Gli indizi e i segnali sono i termini tecnici di cui si occupa la semiologia, che prende in esame i codici specifici, detti segnici. Questa questione portò alla nascita del dibattito in cui veniva discussa la possibilità di inserire la lingua tra gli studi della semiologia o meno. Quelli che interessano la linguistica sono piuttosto i fenomeni intenzionali di comunicazione;
  • Verbale: questo termine è sinonimo di orale, a ricordare che la linguistica è collegata indissolubilmente all’auralità; già di base questo concetto finisce per secernere tutti quegli usi impropri della parola “linguaggio”;
  • Umano: può apparire una precisazione superflua, in quanto l’uomo è l’unico essere dotato di un linguaggio chiaro e inequivocabile, il parlante per eccellenza, che non a caso viene definito “animal simbolicum”, dove simbolicum deriva dal greco συμβάλλω, sumbállein, «mettere insieme, far coincidere». L’uomo dunque è colui che sa unire sequenze di suoni che assumano un senso compiuto e che risultino intendibili anche dagli altri appartenenti alla stessa comunità linguistica.

Zoosemiotica e linguaggio

Ma il linguaggio è realmente una esclusiva del genere umano? Alcune forme di comunicazione, dette zoosemiotiche, riguardanti quindi le interazioni tra animali, furono proposte dagli etologi come linguaggi veri e propri. Uno tra questi, il più studiato, fu il linguaggio delle api, in particolare delle trasportatrici di miele, dette mellifere. Questo ambito venne approfondito dallo studioso Karl Ritter Frisch. Nella sua teoria, l’ape che scopre il miele comunica alle api bottinatrici, incaricate di raccoglierlo e trasportarlo nell’alveare, attraverso delle danze che, a seconda delle inclinazioni e dei movimenti dell’addome, indirizza le compagne verso il giacimento, indicando se questo è vicino o lontano. Questo passaggio di informazione è ottenuto anche grazie alla distribuzione, per così dire, di piccole particelle del bottino scoperto, che verrà poi individuata grazie alle antenne e “seguita” dalle api bottinatrici.

Molto simile e altrettanto articolato è il linguaggio delle formiche. Mentre comunicano, le formiche distribuiscono dei ferormoni, degli odori, grazie ai quali le altre formiche possono risalire al giacimento di cibo. I cercopitechi verdi, invece, sono in grado di produrre 36 richiami verbali diversi, in grado di esprimere ognuno un fenomeno diverso.

Proprietà rilevanti del linguaggio verbale umano

L’essere umano possiede 6 proprietà che differenziano il suo linguaggio da una qualsiasi forma di comunicazione zoosemiotica:

  • Distanziamento: ciò che permette di parlare di cose che possono non essere immediatamente prossime a chi parla. La lingua ci permette di distanziarci nel tempo e nello spazio;
  • Referenzialità variabili e molteplici: capacità di riferirci a più cose nello stesso momento. Il linguaggio animale è invece caratterizzato da una referenzialità fissa, che sta cioè in un rapporto di 1:1;
  • Produttività o creatività: capacità di esprimere uno stesso messaggio attraverso enunciati sempre vari, diversi, originali. Il nostro parlare è dotato della proprietà di non-finitezza. Il linguaggio delle api a cui avevamo fatto riferimento, invece, si muove su un asse orizzontale, è finito, non conosce creatività;
  • Linearità: successione nel tempo. Se si parte da t0, è possibile solo continuare in avanti, tendendo a . Non abbiamo a che fare con un tempo circolare. Nel linguaggio sussiste una temporalità intrinseca;
  • Arbitrarietà: esiste una relazione senza alcun vincolo naturale o cosciente fra ciò che la linguistica produce in termini di suoni e di significato, che prescinde dall’espressività;
  • Articolazione: processo per cui le singole parole si articolano componendo una proposizione e varie proposizioni si articolano formando un periodo.

Proprietà dei segni linguistici

Una prima proprietà ovvia, tautologica in quanto costitutiva di tutti i segni e quindi anche di quelli linguistici, è la biplanarità, il fatto che ci siano in un segno due facce, o, appunto, due piani, compresenti (il 'qualcosa' e il 'qualcos'altro' che dicevamo prima). Vanno qui introdotte le importanti nozioni di significante e di significato. Il 'significante' - chiamato anche 'espressione' e, con maggiori rischi di equivoci, 'forma' - è la parte o faccia o piano fisicamente percepibile del segno, quello che cade sotto i nostri sensi (il 'qualcosa' che sta per qualcos'altro: per esempio, la parola gatto pronunciata o scritta); il 'significato' - chiamato anche 'contenuto' - è la parte o faccia o piano non materialmente percepibile, l'informazione veicolata dalla faccia percepibile (il 'qualcos'altro': nell'esempio, il concetto o idea di "gatto").

  • SIGNIFICANTE: locuzione fonica di <sedia>
  • OGGETTO REALE: la sedia a cui si fa riferimento
  • SIGNIFICATO: concetto mentale di sedia

Seconda definizione di linguistica

La linguistica si può definire anche come scienza umana che studia cosa sono e come funzionano le lingue (storiconaturali). Il fulcro di questa nuova definizione è lingue. A distinguere un linguaggio dalle lingue sta nel fatto che un soggetto parlante possiede la facoltà generale di linguaggio, che si traduce in varie modalità, le lingue, appunto, a seconda delle quali è possibile per il soggetto-ascoltatore comprendere o meno il messaggio comunicato.

La semiologia e la semiotica sono due nomi per indicare la stessa disciplina. Secondo De Saussure, che ne è il caposaldo, anche la linguistica avrebbe dovuto essere annoverata tra gli ambiti della semiologia, in quanto studio di segni e di codici segnici. Di diverso avviso erano invece altri studiosi che vedevano la linguistica come una scienza in cui si muovevano le altre, in quanto si servivano di essere per esprimere concetti.

Settori della ricerca linguistica rispetto alla 'linguistica generale'

Le lingue funzionano secondo una articolazione interna. Le possibili applicazioni settoriali della linguistica generale sono varie:

  • Tempo (linguistica storico-comparativa);
  • Spazio (geolinguistica);
  • Società (sociolinguistica);
  • Tipo (tipologia linguistica), a seconda delle differenze da lingua a lingua;
  • Cultura (etnolinguistica);
  • Rapporto tra le lingue (interlinguistica), studia cosa avviene tra le lingue quando vengono in contatto tra loro.

Lingua e nomenclatura

Le lingue sono tante, se ne contano circa seimila: non è possibile definirne un numero esatto, in quanto soggette a estinzione, o comunque ad un perenne cambiamento. Alcune lingue parlate solo in certi territori remoti si perdono anche prima che potessero essere descritte e fissate. È necessario precisare che le lingue non sono delle nomenclature, né un insieme di etichette che vengono associate alle cose del mondo. Conoscere un’altra lingua oltre la propria non vuol dire saper abbinare alle etichette della propria lingua madre le etichette di un’altra lingua x. Saper tradurre una parola nella corrispondente di un’altra lingua non è garanzia della conoscenza della lingua stessa.

Critica di tale concezione

Un problema di questo tipo implica un’articolata complessità: il mondo extralinguistico non è un qualcosa di ben definito di per sé, in cui le diverse lingue non sono il risultato di norme lessicali arbitrarie e astratte. Ciò è evidente anche solo effettuando delle semplici operazioni contrastivo-comparative. Si ha a che fare con questioni normative-prescrittive, che non rientrano nel campo di interesse del linguista, se non da contraltare per specificare che non è questo che interessa allo studioso di linguistica.

Molte lingue, dunque, distinguono già dall’orario il mattino da un non ben specificato giorno: da un’osservazione banale e semplice, già cade quell’assunto che vede il mondo fuori dalle lingue uguale per tutti. Il mondo fuori dalle lingue, infatti, non esiste: il mondo è nelle lingue, sono queste ultime che ritagliano le porzioni di mondo. In questo caso particolare, la scansione temporale di una lingua che prevede il mattino, il giorno, in un’altra lingua non ne sottolinea invece la differenza.

L’usanza di considerare le lingue come mera nomenclatura si infrange anche su un altro esempio. Proviamo a considerare le lingue come degli scatoloni in cui sono contenuti tanti bigliettini (etichette): ogni bigliettino si presume, secondo questa visione della lingua, avere una esatta corrispondenza in ognuno di questi bussolotti e corrisponde ad una cosa o evento del mondo. Ebbene, prendiamo in esame la parola cavallo: come vediamo, il lituano non prevede una sola traduzione della parola cavallo, che anzi, non esiste in forma generica: le due traduzioni disponibili fanno riferimento – nel primo caso- ai cavalli da corsa, mentre – nel secondo- a quelli da tiro. In questo caso la corrispondenza tra le lingue non è 1:1.

Altri rapidi esempi di anisomorfismo lessicale:

  • Fiume in francese è o rivière – che sfocia nel mare – o fleuve – che sfocia in un fiume;
  • Se in italiano facciamo una distinzione tra bosco, legno, legname e legna, come accade anche in inglese, russo o spagnolo, in francese tutti questi vocaboli si riflettono nella parola bois;
  • In italiano si distingue foglia e foglio: ciò non accade in spagnolo, dove entrambi vengono indicati con hoja;
  • Per gli esquimesi, la neve rappresenta un elemento costante e quotidiano nella vita, infatti vi sono diversi appellativi dedicati a questa parola, appellativi che ne descrivono implicitamente alcune caratteristiche (friabile, dura, mescolata ad acqua, etc). Queste caratteristiche, nella traduzione all’italiano, verrebbero perse, in quanto traducibili con la sola parola neve, oppure, per poter avere una trasposizione esaustiva, sarebbe obbligatorio affiancare alla parola neve altri aggettivi. In questo caso, la questione riguarda la etnolinguistica, che studia il modo in cui la percezione e la concettualizzazione influenzano la lingua, e dimostrano come questo sia collegato con diverse culture e società.

Lingua e organizzazione particolare dell’esperienza

Anche se facciamo riferimento alla dimensione dei colori si notano delle evidenti incongruenze da lingua a lingua: lo spettro solare non risulta suddiviso ugualmente. In gallese (lingua celtica, sempre meno parlata), glas si riferisce all’ “unione” dei colori verde e blu. Differenze del genere rendono le lingue non sovrapponibili: ognuna di essa ritaglia le stesse porzioni di mondo in maniera differente.

La lingua-repertorio, o lingua-nomenclatura, si rivela essere dunque estremamente semplicistica ed errata. Il mondo non è ordinato in categorie di oggetti perfettamente distinti anteriormente alla visione che di essi hanno gli uomini: sono gli uomini, parlando una lingua, a dividere il mondo in un certo modo. Ogni lingua è come un prisma, un cannocchiale, attraverso il quale le differenti comunità linguistiche nel tempo hanno ritagliato il mondo e si sono fatti un’idea del mondo e delle realtà extralinguistiche. Il senso di studiare le lingue antiche sta anche in questo: attraverso lo studio della lingua si comprende una civiltà, il suo modo di vedere e vivere il mondo.

Alfabeto Fonetico Internazionale. Fonetica e fonologia

L’alfabeto Fonetico Internazionale fu messo a punto da Passy verso la fine dell’800. Esso fu inventato per ovviare alle incongruenze delle grafie tradizionali ed avere uno strumento di rappresentazione grafica dei suoni del linguaggio, valido per tutte le lingue, che riproduca scientificamente la realtà fonica. La trascrizione fonetica si pone fra parentesi quadre [ ].

Dal punto di vista fonetico, invece possiamo annoverare altri validissimi esempi. La “t” dell’italiano, ad esempio, differisce dalla “t” di altre lingue, come ad esempio quella dell’inglese, che ha una articolazione alveolare (esperimento del foglio: ponendo un foglio davanti le labbra, nel pronunciare “tetto” il foglio rimane fermo, mentre nel dire “tall”, il foglio viene mosso dall’aria emessa dalla bocca). In inglese, inoltre, la brevità o la lunghezza di una vocale ha un valore pertinente, a differenza dell’italiano. Ad esempio, ship (pronunciato ship) e sheep (pronunciato shiip) hanno due significati diversi, mentre questo non accade nell’italiano (tetto e teetto hanno lo stesso significato).

Le differenze tra lingua a lingua sono tali tanto a livello lessicale, che a livello fonetico, che morfologico. Le lingue non sono dunque etichette, repertori, mere nomenclature: possono essere associate a dei filtri di interpretazione del mondo. Ogni lingua, in conclusione, organizza, articola i dati del mondo in modo particolare, sia sotto il punto di vista fonetico (espressione) che semantico (contenuto, significato). Questi due livelli si muovono di pari passo.

Parlare una lingua straniera vuol dire conoscere un altro mondo, scoprire nuove forme di distinzione nel mondo stesso. Più questa lingua straniera sarà distante dalla nostra realtà europea, tanto più sarà profonda la diversa classificazione e distinzione del mondo. Essere bilingue significa essere biculturali.

L’articolazione analizzata dal punto di vista fonetico e semantico, è una caratteristica essenziale di ogni lingua, di ogni modalità storico-naturale della facoltà di linguaggio. Il livello lessicale è sicuramente il più semplice ed evidente: le parole sono, nell’ambito linguistico, ciò che più si avvicina al concetto di oggetto. Vengono infatti prestate, fatte proprie, cambiate, assimilate, restituite diverse dalla forma originale (la parola budget nasce in Francia, come bougette, a significare “sacchetto”, per poi emigrare in Inghilterra e diventare budget, per poi tornare in Francia, e in Europa in generale, trasformate con un nuovo significato). Per definire i rapporti tra le lingue non possiamo quindi soffermarci e prendere in esame esempi lessicali: molto più affidabili sono quelli morfologici. Bisogna precisare che non sono impossibili le cosiddette mutuazioni di elementi morfologici, ma è stato dimostrato che queste avvengono solo se sono precedute da un massiccio afflusso di lessico straniero. L’acquisizione di un alto numero di parole di una lingua estranea prepara il terreno alla mutuazione di elementi morfologici.

Questo vale per la relazione tra inglese ed italiano? In quanto assistiamo, soprattutto negli ultimi decenni a causa dell’avvento della tecnologia (clickare, linkare, spammare, etc), all’immigrazione di un alto numero di parole provenienti dall’inglese, dobbiamo aspettarci anche la prossima introduzione di elementi morfologici? Ebbene, apportiamo alcuni esempi. Pensiamo ai vari modi per indicare il plurale in italiano: tavol-o/tavol-i; la città/le città... Se però prendiamo in esame una parola come file, è evidente che le regole grammaticali dell’italiano non bastano a individuare una giusta versione al plurale della parola: i file o i files? Vengono usate entrambe le versioni. Per “prestiti” antichi (come bar, sport, film) è sicuramente impossibile sentire un plurale che preveda la “s” finale, in quanto ormai assimilate al 100%, mentre per parole nuove, di recente importazione, come file (files) non è così improbabile. Questo può farci immaginare, nell’ambito di una ipotetica “fantalinguistica”, che un giorno assisteremo davvero all’importazione di elementi morfologici dall’inglese all’italiano.

Tappe di storia linguistica: 1816, 1916, 1957

Le tappe dello sviluppo dei concetti della linguistica generale:

  • 1816: Franz Bopp, riassumendo una ricerca che aveva coinvolto già molti studiosi, pubblica “Sul sistema della coniugazione”, nel quale per la prima volta venivano studiate sistematicamente le relazioni tra le lingue indoeuropee al di là delle semplici analogie lessicali, che potevano essere frutto di coincidenze o di prestiti. Bopp mostrò come i nessi tra le lingue della stessa famiglia coinvolgevano anche i sistemi grammaticali e i sistemi morfologici, non sog
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mariateresa200127 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Dini Pietro.
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