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la fonetica è il livello di analisi relativo alla sostanza dell’espressione e studia tutto il procedimento che parte dalla produzione di

suoni che si trasmettono nell’aria all’acquisizione di tali suoni da parte dell’ascoltatore. Metodologicamente si divide in

 Fonetica articolatoria: studia il modo in cui viene prodotto il suono attraverso l’atto del parlare. È la disciplina che si è

sviluppata prima. La sua nascita risale alla fine del 1700, quando, non a caso, la linguistica occidentale entra in contatto

con la grammatica sanscrita indiana, nella quale la fonetica si era sviluppata già dall’età classica (almeno dall’VIII a.C).

 Fonetica acustica: si occupa della trasmissione dei suoni attraverso l’aria e i suoi studi risalgono alla fine dell’800,

sebbene solo dopo la seconda guerra mondiale questa ebbe un impatto rilevante nullo studio della linguistica.

 Fonetica uditiva: studia il processo di ascolto e di percezione dei suoni linguistici. Questa materia si è sviluppata in

modo tardivo rispetto alle altre in quanto è molto difficile lo studio dell’apparato uditivo sia per la sua collocazione

fisica, sia perché è ancora impossibile distinguere le componendi meccaniche da quelle neurologiche nella fisiologia

della percezione del suono.

Tra le tre quella su cui ci concentreremo è la prima, in quanto è la dimensione fonetica più facile da capire per quanto riguarda i

processi fisici a cui fa riferimento, sia perché è quella che, essendo sorta prima, ha influenzato maggiormente le discipline

linguistiche.

MECCANISMO E PRODUZIONE DEI SUONI LINGUISTICI

La maggior parte dei suoni linguistici sono polmonari, cioè vengono prodotti attraverso il turbamento del flusso di aria sospinto

dai polmoni all’esterno mediante il meccanismo di ispirazione-espirazione comune anche alla respirazione (infatti mentre noi

pronunciamo un suono linguistico non possiamo respirare in contemporanea). Esistono anche suoni non polmonari, che sono

presenti in alcune lingue del mondo, diffuse in Africa e nel Caucaso.

Durante il rilascio di aria dai polmoni, questa passa nella rete dei bronchioli ed arriva alla trachea, che collega i polmoni al tratto

vocale.per tratto vocale si intende il percorso che separa l’aria dall’esterno e culmina con le labbra o con le narici. Dopo la

trachea il tratto vocale è costituito , in ordine, da:

a) Laringe: individuabile all’esterno dal pomo di Adamo

b) Glottide: è la parte della laringe compresa tra le pliche vocali che possono assumere diverse posizioni modulando la

voce. La voce modale si ha quando la tensione e la compressione della glottide è media e quando le pliche vibrano in

modo periodico. Una voce mormorata è invece il risultato di un’apertura triangolare della glottide nella sua parte

cartilaginea e di una vibrazione periodica mentre una voce cricchiata si ha quando la distribuzione della tensione

muscolare determina ispessimento e compressione delle pliche vocali, che vibrano solo nella parte meno rigida.

c) Faringe: si trova sopra la laringe e la sua estremità coincide con la radice della lingua

d) Lingua: è un organo molto mobile che è composto da una radice, collegata direttamente alla faringe, il dorso (la parte

centrale) e la corona ( parte anteriore mobile). Quando la lingua è spinta avanti la faringe si dilata, quando va indietro

questa si restringe.

e) Velo palatino: un organo che pende dal palato duro e che divide la faringe e la cavità orale

f) Ugola: rigonfiamento posto all’estremità inferiore del velo palatino

g) Palato duro: cupola ossea, rivestita di mucosa, della cavità orale

h) Alveoli: rigonfiamento della parete della cavità orale in prossimità delle radici dei denti

i) Denti: prendono parte all’articolazione linguistica solo gli incisivi

j) Labbra o cavità nasali: le labbra possono assumere diverse posizioni e modulare il suono. Se il velo palatino si abbassa

l’aria passa alle cavità nasali.

FONETICA, TRASCRIZIONE , TRASLITTERAZIONE

L’esigenza di redigere un alfabeto fonetico, mediante il quale potessero essere trascritte le lingue orientali, nasce con lo studioso

William Jones alla fine del 1700, sebbene il primo alfabeto per la trascrizione fonetica venne realizzato solo nel secolo

successivo. tra gli alfabeti fonetici l’IPA (alfabeto fonetico internazionale) è quello più usato e più diffuso internazionalmente.

Venne messo a punto tra 800 e 900 da Paul Passy e Daniel Jones, con lo scopo di trascrivere foneticamente porzioni del parlato

di qualsiasi lingua mediante elementi grafici e segni diacritici aventi un’interpretazione univoca. Attualmente è in uso la versione

dell’alfabeto pubblicata nel 2005. Infatti un’associazione internazionale comprendente i maggiori studiosi di fonetica si occupa di

aggiornare o/e modificare l’IPA nel tempo, integrandolo con eventuali nuovi suoni o modificando la terminologia. Accanto all’IPA

esistono altri sistemi di trascrizione, come ad esempio quello utilizzato dai linguisti romanzi.

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NB: la trascrizione non va confusa con la traslitterazione, la resa in un determinato sistema linguistico di una espressione

linguistica appartenente ad un altro sistema grafico tenendo conto non del valore fonetico dei singoli elementi ma della

corrispondenza di una unità grafica di un sistema con un’altra unità grafica di un altro sistema.

IL VOCALISMO

La prima distinzione che viene fatta durante la trascrizione fonetica è tra foni vocalici e foni consonantici, che si distinguono in

quanto i foni consonantici sono realizzati mediante un diaframma, un restringimento o una chiusura del tratto vocale. Le vocali

si distinguono in base alla posizione che i diversi organi assumono durante la loro produzione. Le vocali si distinguono in base a

4 coefficienti: 

1) Anteriorità-posteriorità vocali anteriori, centrali, posteriori. In base alla posizione avanzata, centrale o arretrata del

dorso della lingua, che provoca una variazione del volume della cavità orale.

2) Grado di altezza vocali alte, vocali medio-alte, vocali medio-basse, vocali basse. Dipende dalla posizione del dorso e

della radice della lingua, che determina il volume della cavità faringali.

3) Arrotondamento vocali arrotondate e vocali non arrotondate. Dipende dalla posizione degli angoli della bocca. Sono

labbra arrotondate quando gli angoli sono vicini tra di loro, sono labbra non arrotondate quando gli angoli sono rivolti

verso l’esterno.

4) Nasalizzazione vocali orali o nasali in base alla posizione del velo palatino. Se questo si trova in posizione rialzata

l’aria passa esclusivamente dalla cavità orale, producendo vocali orali, quando il velo si abbassa l’aria passa anche dalle

cavità nasali, dando origine a vocali nasali.

Nell’IPA questi coefficienti sono indicati in un grafico a forma di trapezio. Sulla linea orizzontale è indicato il coefficiente

anteriorità-posteriorità, su quella verticale il parametro di altezza. Poi a sinistra sono indicate le vocali non arrotondate, a destra

quelle arrotondate.

 Vocale alta, anteriore, non arrotondata [i] it. Vinti, fili

 Vocale alta, anteriore, non arrotondata, centralizzata [I] ted.bitten

 Vocale alta, posteriore, arrotondata [u] it. Tu, lutto

 Vocale alta, posteriore, arrotondata, centralizzata [ʊ] ing. Butter, pull

 Vocale medio-alta, anteriore, non arrotondata [e] it.mele, venti 20

 Vocale medio-alta, posteriore, arrotondata [o] it. Voce, botte

 Vocale medio-bassa, anteriore, non arrotondata [ɛ] it. Festa

 Vocale medio-bassa, posteriore, arrotondata [ɔ] it. Lotto, corpo

 Vocale bassa, anteriore, non arrotondata [ǽ] ing. Bad, black

 Vocale bassa, centrale, non arrotondata [ɐ]it. Casa, latte

 Vocale bassa, posteriore, non arrotonsìdata [α] ing, fathaer, last

 Vocale centrale, non arrotondata [ə] ing. The

 Vocale alta, anteriore, arrotondata [y] fr. Lune

 Vocale alta, anteriore, arrotondata centralizzata [Y] ted. Hutten

 Vocale medio-alta, anteriore, arrotondata [ǿ] ted. Hohle

 Vocale medio-bassa, anteriore, arrotondata [œ] ted. Holle (inferno)

 Vocale medio-bassa, posteriore, non arrotondata [Ʌ] ing. Cut

 Vocale bassa, posteriore, non arrotondata [ɒ] ing. bother

 Vocale centrale, medio-bassa, non arrotondata [ɐ] ted. Bruder

 Vocale medio-bassa, anteriore, non arrotondata, nasale [ɛ]fr. Fin

 Vocale medio-bassa, anteriore, arrotondata, nasale[œ] fr. Un, brun

 Vocale medio-alta, posteriore, arrotondata, nasale[ɔ] fr. Mon, blond

 Vocale bassa, posteriore, non arrotondata, nasale[ȧ] fr. Dans, blanc

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CONSONANTISMO:

i foni consonantici si caratterizzano dalla presenza di un diaframma nel tratto voxcale e si classificano in basde a 3 aspetti:

1) Modo di articolazione: dipende dal tipo di diaframma. Se il diaframma determina un forte innalzamento della

pressione nella parte del tratto vocale che precede il diaframma e ostruisce il flusso d’aria si hanno del ostruneti, che a

loro volta si dividono in occlusive e fricative. Se il diaframma non determina una differenza rilevante per quanto

riguarda la pressione, si hanno le sonoranti, che possono dividersi ulteriormente in nasali, vibranti, laterali ed

approssimanti. Le occlusive sono caratterizzate dal diaframma che, in una fase, impedisce all’aria di uscire. Si realizzano

in 3 fasi: impostazione ( gli organi articolatori si posizionano per creare il diaframma) tenuta (il diaframma blocca il

flusso dell’aria) rilascio o soluzione (l’aria viene buttata fuori in modo rapido). In base alla velocità con cui avviene la

fase di soluzione le occlusive si distinguono in momentanee e affricate. Nel primo caso il diaframma è rilasciato molto

velocemente, nel secondo caso più lentamente.o

2) Luogo di articolazione: classificato in base agli organi articolatori. Si distinguono consonanti bilabiali, labiodentali,

dentali, alveolari, retroflesse, postalveolari, palatali, velari, uvulari e glottidali. Gli organi che sono principalmente

responsabili delle distinzioni delle consonanti sono il labbro inferiore, corona-dorso-radice della lingua, pliche vocali.

3) Coefficienti laringei: si distinguono le consonanti in base alla presenza o meno del meccanismo laringeo. Le consonanti

realizzate con la glottide in vibrazione sono sonore, quelle con la glottide aperta sorde. Se il meccanismo laringeo entra

in funzione in ritardo, dopo il rilascio del diaframma, si ottiene una sorda aspirata. le occlusive, se si prende in

considerazione l’attività laringea, si distinguono in sonore, sorde e sorde aspirate, mentre le sonoranti possono essere o

sorde o sonore. Le occluisive sonore sono caratterizzate dalla presenza di un meccanismo laringeo con voce modale,

mentre nelle occlusive sorde tale meccanismo avviene con un ritardo rispetto al momento di rilascio. Tale ritardo è

ulteriormente prolungato nelle occlusive sorde aspirate. 

Consonanti occlusive: [t ʃ] affricata postalveolare sorda

 

[p] occlusiva bilabiale sorda [d ʒ] affricata postalveolare sonora

 

[b] occlusiva bilabiale sonora [ʈʂ] affricata retroflessa sorda

 [ɖʐ] affricata retroflessa sonora

[t] occlusiva alveolare sorda

 [d] occlusiva alveolare sonora

 Consonanti nasali:

[ɖ] occlusiva retroflessa sonora

 [k] occlusiva velare sorda  [m] nasale bilabiale

 [?] occlusiva glottidale (sorda)  [ɱ] nasale labiodentale

Consonanti fricative: il diaframma ostacola l’uscita dell’aria  [n] nasale alveolare

creando una differenza di pressione all’interno del tratto 

vocale. Quando l’aria esce provoca un rumore di frizione. [ɲ] nasale palatale

 [ŋ] nasale velare

 [ɸ] fricativa bilabiale sorda Consonanti vibranti:

 [β] fricativa bilabiale sonora

 [f] fricativa labiodentale sorda  [r] Vibrante alveolare

 [v] fricativa labiodentale sonora  [ɾ] Monovibrante alveolare

 

[θ] fricativa dentale sorda [ʀ] Vibrante uvulare

 [ð] fricativa dentale sonora

 [ç] fricativa palatale sorda Consonanti laterali:

 [ʝ] fricativa palatale sonora 

 [l] laterale alveolare

[x] fricativa velare sorda 

 [ʎ] laterale palatale

[ɣ] fricativa velare sonora

 [χ] fricativa uvulare sorda Consonanti approssimanti:

 [h] fricativa glottale sorda  [ɥ] Approssimante labiopalatale

Consonanti affrancate:  [w] Approssimante labiovelare

 [j] Approssimante palatale

 [pf] affricata labiodentale sorda

 [ts] affricata alveolare sorda

 [dz] affricata alveolare sonora 8

DITTONGHI

È molto difficile stabilire nettamente la differenza tra iato e dittongo. Nella teoria uno iato si caratterizza dalla successione di

due vocali stabili, mentre nel caso del dittongo una delle due vocali non è in una posizione stabile. Nel parlato però questa

distinzione è molto più sfumata. I dittonghi possono distinguersi in ascendenti e discendenti. Sono dittonghi ascendenti quelli

dove il primo elemento è debole e il secondo forte (fiore, fuori, azione), in caso contrario siamo davanti a dittonghi discendenti.

Possono esistere anche trittonghi, costituiti da una sequenza di tre volaci che può comprendere o debole+debole+forte o

debole+forte+debole.

Una ulteriore distinzione tra iato e dittongo è che uno iato comporta sempre vocali collocate in sillabe diverse, mentre un

dittongo è sempre tautosillabico.

CARATTERISTICHE PROSODICHE

La prosodia (dal latino prosodia(m), che procede a sua volta dal greco prosodia, composto di pros-, "verso" e odè, "canto") è la

parte della linguistica che studia l'intonazione, il ritmo e la durata (isocronia) e l'accento del linguaggio parlato.Le caratteristiche

prosodiche di un'unità di linguaggio parlato (si tratti di una sillaba, di una parola o di una frase) sono dette soprasegmentali,

perché sono simultanee ai segmenti in cui può essere divisa quell'unità. Le si può infatti rappresentare idealmente come

'sovrapposte' ad essi. Alcuni di questi tratti sono, ad esempio, la lunghezza dei segmenti, il tono, l'accento.

Le unità prosodiche non corrispondono a unità grammaticali, anche se possono dirci qualcosa su come il nostro cervello analizza

il parlato. I sintagmi e i periodi sono concetti grammaticali, ma possono avere equivalenti prosodici (unità

prosodiche o intonazionali), a più livelli gerarchici.

Lunghezza dei segmenti: la durata nel tempo dei segmenti è molto variabile e può dipendere sia da fattori extralinguistici, come

la volontà di colui che parla, sia da fattori che hanno un valore linguistico. In tal caso è necessario che la durata della pronuncia

del segmento venga rappresentata nella trascrizione fonetica. L’IPA prevede 5 livelli di lunghezza:

 strabreve: sopra la lettera

 breve: lettera senza nessun simbolo

 medio-lungo: es: [e·]

 lungo: es: [e:]

 stralungo es: [e::]

di fatto però le lingue distinguono solo tra segmenti brevi e segmenti lunghi. In questo caso ci sono 3 sistemi per indicare la

di erenza di lunghezza. Nel primo sistema, u lizzato sopra u o per le vocali, si indica il suono breve con una linea ricurva con le

estremità rivolte verso l’alto , mentre il segmento lungo è indicato con una linea dritta orizzontale -. Nel secondo sistema viene

raddoppiato il simbolo IPA del suono lungo, mentre nel terzo sistema il grado lungo è indicato da due puntini : .

la sillaba è l’unità fonica minima che il nostro organismo è in grado di produrre ed è caratterizzata da un picco di sonorità, cioè

un elemento che, rispetto agli altri, ha un volume maggiore. Il picco è detto nucleo sillabico, che può essere preceduto e seguito

da elementi marginali. Se il margine precede il nucleo si dice attacco sillabico, se invece lo segue è detto coda sillabica. Se il picco

ha una coda, siamo davanti a sillabe chiuse (tratt- di tratto), se ha un attacco a sillabe aperte (ta- di tavolo). Nell’alfabeto IPA il

confine sillabico si segna con un punto fermo. Il nucleo della sillabe è l’unico elemento foneticamente necessario, che può essere

prodotto e percepito anche in isolamento. Possono costituire il nucleo sillabico, oltre alle vocali, anche le consonanti sonoranti e

fricative, ad eccezione delle occlusive, che non possono essere percepite o prodotte in modo isolato. Nel caso dellrfe

approssimanti, queste non possono occupare da sole il nucleo ma possono essere collocate ai margini della sillaba, in attacco o

in coda.

Accento: l’accento indica la maggior prominenza di una sillaba rispetto alle altre che compongono una parola. Tale prominenza

può essere ottenuta attraverso il volyme, l’altezza o la durata del nucleo sillabico tonico rispetto a quelli atoni. In alcune lingue

l’accento all’interno della parola è fisso, mentre altre sono ad accento libero. Fanno parte della prima categoria lingue come il

turco, il polacco o il ceco, mentre l’italiano, ad esempio, fa parte delle lingue ad accento libero in quanto lascia un margine di

libertà nel posizionamento dell’accento. La sillaba tonica, in italiano, solitamente è una delle ultime 3. In base alla sillaba

accentata si hanno parole tronche(ossitone), piane (parossitone) o sdreucciole (proparossitone). In alcuni casi la sillaba

accebtata può anche non essere tra le ultime tre della parola. È il caso della terza persona plurale dei verbi che a lla 1 singolare

dell’indicativo sono sdruccioli (es: scivolare. Sivolo- scivolano) o quando una parola è costituita anche da un pronome atono (es:

considerali, comunicamelo).

Tono ed intonazione: esistono lingue tonali, parlate soprattutto in Asia orientale, Africa occidentale e Papua Nuova Guinea, e

lingue non tonali. Nelle prime ilo dominio della variazione di altezza è costituito dalla sillaba o dalla parola, mentre nelle lingue

non tonali è costituito dalla frase. In queste lingue non tonali la frequenza di vibrazione della glottide determina l’intonazione

della frase e fornisce quindi informazioni grammaticalmente rilevanti in quanto ci permette di distinguere, nel caso dell’italiano,

tra frasi dichiarative, interrogative, esclamative ecc… l’intonazione segnala quindi la modalità della frase, il suo carattere.

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LA FONOLOGIA ( cap.4)

Cos’è? La fonologia (anche fonematica o fonemica) è quel ramo della grammatica che studia, all'interno d'una certa lingua,

i suoni linguistici dal punto di vista della loro funzione (trasmettere significati) e della loro organizzazione in parole, a partire

dalle unità distinte di suono, i fonemi.

La fonologia studia insomma la competenza che normalmente i parlanti nativi hanno di quel sistema, appreso nei primi anni di

vita, che serve a individuare e separare i suoni che distinguono significati da quelli che non distinguono significati.

Esistono due diversi strati di espressione: la forma fonologica, cioè la rappresentazione dei singoli elementi lessicali, e la

realizzazione fonetica, l’insieme delle proprietà dell’espressione di una sequenza concretamente realizzata.

Ma che differenza c’è tra forma fonologica e realizzazione fonetica? Facciamo l’esempio della parola prato. La vocale tonica di

questa parola più essere bassa posteriore, bassa centrale o bassa anteriore. Queste 3 differenze possono darci info , ad esempio,

sul luogo di provenienza di colui che parla ma in ogni caso si intende sempre “l’estensione di terra ricoperta d’erba”. Tutte e tre

le forme di prato rimandano quindi alla medesima forma fonologica e, dal momento che nella lingua italiana parole con queste 3

differenze non sono mai distinte, possiamo dire che i tre suoni in questione rimandano alla medesima unità dell’espressione

linguistica. L’unità minima della forma dell’espressione linguistica è detto fonema, un’unità esclusivamente formale in quanto

non è un suono fisico ma una classe di elementi che svolgono tutti la medesima funzione nella distinzione tra diverse unità del

lessico.

Allofono: un allofono è una diversa realizzazione fonica di un medesimo fonema. Le tre vocali definite in precedenza per la

parola prato sono allofoni in quanto sono 3 suoni che vanni intesi come 3 diverse realizzazioni, 3 allofoni di un’unica espressione

linguistica.

Procedure per l’analisi fonemica: commutazione e distribuzione: per inventario fonologico si intende l’insieme delle unità del

significante della lingua, che si dividono in segmenti e costituenti prosodici. Segmenti e costituenti prosodici si individuano

mediante 2 criteri:

 la prova di commutazione e coppia minima: con questa prova si vedono i rapporti paradigmatici. Due elementi sono

commutabili se, scambiandoli l’uno con l’altro, si ottiene comunque una diversa unità accettabile, rispetto a quella

precedente. Se tue elementi sono commutabili allora tra questi vige un rapporto sull’asse paradigmatico e costituiscono

due unità distinte della lingua. Questa prova può essere applicata anche a livello fonologico e consiste nello scambiare

tra di loro due diverse realizzazioni fonetiche, due fonemi. Se, con lo scambio all’interno di almeno una parola della

lingua si ottiene una diversa parola della stessa lingua siamo davanti a due fonemi commutabili. es: pasto l’elemento

da commutare è p, mentre asto è il contesto linguistico. Se commutiamo l’elemento con b otteniamo un esito positivo

in quanto basto è una parola della lingua italiana con un significato. Pasto e basto costituiscono quindi una coppia

minima, cioè una coppia di parole che si differenzia per una sola proprietà foentica (p e b). 

nella lingua italiana sono presenti 6 occulisve in opposizione tra di loro con i seguenti rapporti

l’inventario fonologico delle vocali della lingua italiana è costituito in modo analogo

 l’esame della distribuzione: utilizzato per determinare l’inventario fonologico. Dati due elementi, ci possono essere 3

diverse distribuzioni: distribuzione complementare, sovrapposta e coincidente. Nella complementare o c’è A o c’è B, la

presenza di un elemento esclude l’altro. Nella sovrapposta i contesti in cui compare l’elemento A in parte si

sovrappongono con quelli in cui compare l’elemento B, mentre nella coincidente i due elementi compaiono sempre

insieme. Solo dove c’è distribuzione sovrapposta o coincidente si possono formare coppie minime, mentre nel caso

della distribuzione complementare i due elementi non possono essere commutati poiché non hanno nessun contesto

linguistico in comune.

Allofonia condizionata e variazione libera: l’allofonia, la presenza di più varianti di realizzazione, è dovuta dal contesto

linguistico (es. area geografica). Si parla per ciò di allofonia condizionata, che si verifica quando due allofoni sono

complementari, cioè quando uno può sostiture l’altro senza una conseguende modifica del significato quando l’allofonia non è

dovuta al contesto linguistico si parla di variazione libera, nella quale le varianti sono sostituibili tra di loro in ogni contesto.I

tratti: abbiamo sempre ritenuto il fonema come il costituente minimo della forma dell’espressione linguistica ma in realtà i

fonemi sono un insieme simultaneo di proprietà diverse. La nozione di tratto è stata appunto introdotta in questa prospettiva,

idicando non unità linguistiche che possono stare isolate, ma qualcosa che deve per forsa unirsi in fonemi. Si sono susseguite 3

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teorie dei tratti. La prima, di Roman Jakobson, intende i tratti come tratti distintici, distinguono quindi tra loro i fonemi. Ogni

tratto è binario, ammette solo la presenza o l’assenza di una proprietà, non ci sono mezze misure. La seconda teoria indica i

tratti come proprietà comuni a classi di suoni coinvolte nei medesimi processi fonologici. Terza teoria: nella fonologia auto

segmentale si fa uso dei tratti come proprietà componenziali dei suoni. Si capisce quindi che il numero e la descrizione dei tratti

dipende fondamentalmente dalle finalità che ci si pone per farne uso.

LA MORFOLOGIA:

è lo studio della struttura interna delle parole, ma cosa significa la parola parola? Spesso è usata con diversi significati, per

ognuno dei quali è possibile utilizzare un termine meno ambiguo. Ad esempio, nella frase “ anno nuovo, vita nuova” qualcuno

vedrà 4 parole, mentre qualcun altro ne vedrà solo 3. Le risposte sono entrambe giuste perché variano in base al significato della

parola parola. Chi ne vede 4, considera le parole grafiche, la sequenza di lettere spezzate da spazi bianchi, chi ne vede 3 invece

considera i diversi lessemi, ed in questo caso nuovo-nuova sono lo stesso lessema. I lessemi sono divisi in parti del discorso, che

possono essere variabili o invariabili. In italiano le parti del discorso variabili sono il nome, articolo, aggettivo, pronome e verbi,

mentre sono invariabili le preposizioni, congiunzioni, interazioni e avverbi. La divisione non è la stessa per tutte le lingue, non è

universale. Ad esempio in inglese l’articolo è invariabile, mentre in latino nemmeno esiste. Una parte del discorso è variabile

quando i lessemi si presentano in forme diverse in base alle frasi in cui sono utilizzate. [Per indicare un lessema variabile si

utilizza la sua forma di citazione, come, nel caso dell’italiano, l’infinito per i verbi o il maschile-singolare per gli aggettivi. Anche

in questo caso la forma di citazione varia da lingua a lingua. (es: in greco antico per i verbi si una la prima persona singolare del

presente indicativo attivo)]. Se si prende la frase “pian piano lo faranno” pian e piano sono lessemi diversi (in quanto la prima è

tronca) ma vogliono dire la stessa cosa. Sono uguali per significato ma diversi per significante. Quindi non è del tutto vero che gli

avverbi sono invariabili, possono variare nel significante, ma non nel significato da ciò si capisce che una variazione di forma

può avvenire in due modi: quando varia solo il significante, come in questo caso, o quando variano sia significato che

significante. Un altro esempio di variazione esclusiva del significante sono le forme flesse dell’aggettivo bello. Bei, begli e belli

sono 3 diverse parole grafiche e fonologiche che però realizzano la stessa parola grammaticale in quanto hanno lo stesso

significato.

Categorie grammaticali: le forme flesse dei lessemi esprimono i valori delle categorie grammaticali, cioè di quelle dimensioni

congitive fondamentali dell’esperienza umana come la nozione del tempo o della numerosità. Le forme flesse di un lessema

appartenente ad una parte di discorso variabile servono, dunque, per esprimere un determinato valore della categoria

grammaticale, come è richiesto dalla grammatica di una lingua in modo obbligatorio. In italiano i nomi sono variabili per

numero, articoli ed aggettivi per numero e genere, i pronomi variano per numero, persona, genere e caso, i verbi per modo,

tempo, numero e persona.

NUMERO: non è presente in tutte le lingue. La distinzione più comune è quella tra singolare e plurale sebbene esistano alcune

lingue, come il greco antico, che presentano il duale o altre, come alcune lingue oceaniche, che presentano anche il paucale.

CASO: sebbene sia presente in moltissime lingue, alcuni studiosi ritengono di non poterla considerare universale. Questa

categoria informa sulla funzione sintattica che un nome ricopre (soggetto, oggetto, oggetto indiretto o modificatore di un nome)

o sulla funzione che l’entità denominata dal nome svolge nella funzione descritta dalla frase (luogo, strumento ecc). ci sono 2

diversi sistemi di marcatura del caso: il sistema nominativo-accusativo e il sistema ergativo-assolutivo. Nel primo i nomi che

hanno la funizione di soggetto sono nel valore nominativo, mentre quelli che svolgono la funzione di oggetto ricevono il valore

accusativo. Nel secondo sistema il caso assolutivo è assegnato al soggetto dei verbi intransitivi, mentre all’oggetto di verbi

transitivi viene assegnato il caso ergativo.

GENERE: ad un nome viene attribuito un genere non sempre in base a proprietà oggettive. In alcuni casi il genere è determinato

dalla natura del referente (in italiano se il referente è umano o animale solitamente si usano nomi maschili per i maschi e

femminili per le femmine), in altri caso può non essere così. Solitamente le lingue si dividono, per quanto riguarda la categoria

del genere, in lingue che utilizzano un criterio semantico e lingue che usano un criterio fonologico/morfologico. In una lingua

del primo tipo basa sapere il significato del nome per dedurre il genere (inglese), nel secondo caso conoscere il significato delle

parole non aiuta ad individuare il genere (tedesco)

PERSONA: ogni atto del parlare prevede un emittente (prima persona) un ricevente(seconda persona) e altri individui (terza

persona). A queste si aggiunge poi la categoria del numero. La persona noi è ambigua perché può indicare l’emittente ed il

ricevente oppure l’emittente e altri escluso il ricevente. In alcune lingue ci sono proprio diversi modi per indicare i due diversi

tipi di persone, in italiano no.

TEMPO,ASPETTO e MODO: sono tre categorie realizzate sul verbo. La categoria del tempo si organizza intorno a 3 valori:

passato, presente e futuro. Alcune lingue fanno prevalere l’opposizione tra passato e non-passato, mentre altre, più esigue,

quella tra futuro e non futuro. Ad esempio in italiano prevale la prima opposizione, tant’è che nel parlato si dice “domani ti

chiamo” anzichè chiamerò, indicando una secondarietà della forma futura. Per quanto riguarda la categoria dell’aspetto, questa

distingue tra eventi o azioni che si stanno svolgendo (aspetto imperfettivo) ed eventi/azioni che si sono già concluse(aspetto

perfettivo). La categoria dei modi distingue tra azioni reali, ed azioni non reali ma possibili o auspicabili o necessarie. I tempi

verbali combinano tali categorie. Ad esempio l’imperfetto indicativo ha valore di tempo passato e valore di aspetto imperfettivo.

Alcune combinazioni sono però implausibili dal punto di vista semantico, come la combinazione tra un valore di modo

imperativo ed un valore di tempo passato. 11

DIATESI: categoria detta anche voce. Segnala il tipo di ruolo semantico assunto dagli argomenti del verbo all’interno della frase.

Se il verbo è in forma attiva il soggetto ha il ruolo di agente e l’oggetto di paziente mario [(agente)magia la mela (paziente)]. Se il

verbo è passivo il soggetto ha il ruolo del paziente, mentre l’argomento, con il ruolo di agente, può anche non essere espresso [il

panino(paziente) è mangiato (da mario-agente-)].

Flessione inerente e flessione contestuale, accordo e reggenza:

un lessem o una forma flessa possono presentare un certo valore di una categoria inerentemente, senza che queso valore sia

condizionato da qualcosa di esterno al lessema. Sono un esempio il lessema forchetta, di genere femminile, o il lessema coltello,

di genere maschile. Sembra che facciano eccezione lessemi come dito/dita o zio/sia ma in realtà costituiscono due lessemi

diversi legati da una relazione derivazionale, non sono uguali lessemi con valori di categorie differenti. Nella lingua italiana anche

la categoria del numero è inerente solo che, se per il genere l’inerenza riguardava l’intero lessema, il numero è inerente solo a

una certa forma flessa di un lessema, non all’intero lessema. Esistono inoltre lessemi che acquisiscono un determinato valore di

una categoria per accordo con un altro lessema. (le forchette piccole le e piccole (target) si accordano con forchette

(controllore). Il nome fa da controllore dell’accordo nelle categorie di genere e numero su target come aggettivi e avverbi. I

target di accordo presentano determinati valori non per inerenza, ma per accordo con il controllore, un altro elemento del

contesto. Un altro modo di dipendenza tra un elemento e un altro è la reggenza. Nella reggenza una parola richiede sempre un

determinato caso (es: mit in tedesco vuole sempre il dativo). Reggenza e accordo sono due modi in cui determinate forme flesse

di pa-rti del discorso variabili acquisiscono un certo valore di una certa categoria grammaticale.

Che differenza c’è tra accordo e reggenza? Nel caso dell’accordo il controllore ha gli stessi valori delle stesse categorie dei target,

mentre questo non è necessario nel caso della reggenza. Un nome che vuole un dativo non deve essere per forza al dativo

anche’esso.

Paradigmi e classi di flessione le diverse forme flesse dei lessemi che fanno parte delle parti di discorso variabile sono

organizzate in paradigmi, strutturati come un insieme di celle contenenti ciascuna una forma flessa caratterizzata da una

determinata combinazioni di valori di categorie grammaticali.i lessemi di parti variabili del discorso possono anche raggrupparsi

in diverse classi di flessione:le coniugazioni per i verbi e le declinazioni per nomi-aggettivi-pronomi. Una classe di flessione

raccoglie un insieme di lessemi che compongono le diverse forme flesse del loro paradigma nello stesso modo.

Irregolarità nei paradigmi. Sono dovute a

 forme perifrastiche: solitamente una cella è occupata da una sola parola, ma in presenza di forme perifrastiche è

occupata da due o più parole

 fusione: solitamente in una cella i lissemi sono facilmente segmentabili in morfi, ma a volte si ha una fusione e tali

lessemi non sono segmentabili

 polimorfia: quando due forme diverse occupano la stessa cella pichè hanno stesso significato e realizzano gli stessi

valori delle medesime categorie (es: devo/debbo, sepolto/seppellito)

 direttività:un lessema è direttivo quando non presenta alcune celle del sua paradigma, mentre lessemi della stessa

parte del discorso le presentano (il verbo soccombere non ha il participio passato)

 allomorfia: quando, in contesti diversi, un significato è rappresentato da significanti diversi

 suppletivismo: quando i morfi di un lessema non sono fonologicamente derivabili l’uno dall’altro, quando hanno diversa

etimologia (es: verbo andare io vado, tu andrai)

 sincretismo:due forme che occupano celle diverse di uno stesso paradigma hanno significati diversi ma significanti

uguali (es: le tre forme del congiuntivo singolare che io ami, che tu ami, che egli ami)

 invariabilità. Lessemi che non presentano forme flesse diverse nel significante (es: nomi che hanno il plurale ed il

singolare identici città, euro, crisi, sosia..)

 deponenza: forme verbali che hanno le forme flesse identiche al passivo ma che sono attivi

 oscillazione nella classe di flessione:alcuni lessemi possono essere usati come se appartenessero a classi di flessione

diverse. Un esempio è il caso di starnutire e starnutare, che hanno un doppio paradigma, mentre in altri casi ci sono

lessemi che hanno alcune forme appartenenti ad una classe di flessione e altre ad un’altra.

ENTITA’ DELLA MORFOLOGIA E MODELLI DI ANALISI MORFOLOGICA

La morfologia è lo studio della struttura interna dei lese mi e delle forme flesse dei lessemi variabili. Un modo per studiare la

forma flessa dei lessemi variabili è considerare la forma come il risultato della concatenazione di entità. Ad esempio il lessema

cane è composto da due entità (can-e), dotate ciascuna di significante e significato (can: animale domestico della famiglia dei

canidi-e: singolare). Queste entità sono dette morfemi, che si individuano comparando espressioni che hanno in comune

porzioni di significante e vedendo se hanno anche lo stesso significato.

Ci sono tre modelli di analisi per analizzare la diversa struttura delle parole: il modello a entità e disposizioni, il modello a entità

e preocessi ed il modello a lessemi e paradigmi, più antico dei precedenti.

ENTITA’ E DISPOSIZIONI: in questo modello di analisi è utile sotto classificare i morfemi in base a diversi punti di vista e si basa

sull’idea che ogni parola sia scomponibile in morfemi, cioè in unità linguistiche minime. La prima distinzione è tra morfemi

lessicali e morfemi grammaticali. I morfemi grammaticali sono quelli che hanno come significato i diversi valori delle diverse

categorie grammaticali (nel caso di cane il morfema e), mentre i morfemi lessicali hanno come significato tutte le altre parole

possibili, e sono numericamente molto maggiori rispetto ai morfemi grammaticali. Una ulteriore distinzione riguarda i morfemi

liberi ed i morfemi legati. I morfemi liberi possono costituire da soli una parola, mentre quelli legati si trovano sempre insieme

ad altri morfemi, quindi all’interno di parole polimorfe miche. In italiano la maggior parte dei morfemi sono legati (nella parola

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Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale
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