Riassunti di linguistica generale
Le lingue del mondo
Secondo i dati di Ethnologue pubblicati nel 2008, le lingue viventi sono 6.909. Un difetto di tutti questi conteggi è che non si basano su una definizione rigorosa e condivisa del concetto di lingua, ma non per questo dobbiamo ritenere totalmente errati i loro dati. La distribuzione delle lingue rispetto ai parlanti non è affatto omogenea. Alcune lingue, come il cinese mandarino, sono parlate da più di un miliardo di persone, mentre ci sono lingue, come il bandjalang australiano o il cayuga statunitense, parlate solo da una decina di persone. Le lingue parlate, come lingue madre, da più di 100 milioni di parlanti sono otto: cinese, inglese, spagnolo, hindi, bengalese, portoghese, russo, giapponese. Le lingue più parlate vengono anche usate come seconde lingue o come lingue straniere da molte altre persone, come l'inglese, lo spagnolo e l'arabo. Per indicare queste lingue si usa il termine superlingue. Sono invece lingue ufficiali quelle usate dall'amministrazione, la giustizia, l'istruzione, la stampa, l'informazione, la cultura e la scienza ufficiali.
Abbiamo quindi visto che il numero delle lingue è molto superiore rispetto al numero degli stati, si parla di un rapporto 1:27. Questo ovviamente ci stupisce perché noi italiani siamo abituati a pensare alla lingua unica come caratteristica fondamentale di uno stato, un modo per identificare uno stato, ma questa nostra idea è solo un prodotto storico, non un dato naturale! La distribuzione delle lingue nel mondo non è omogenea. Circa i due terzi delle lingue parlate si trovano in Asia e Africa, seguite dall’Oceania, dalle Americhe e dall’Europa, il continente meno ricco di varietà linguistiche. Le aree che presentano un numero maggiore di lingue non sono disposte nel globo in modo casuale, ma si trovano nelle zone più vicine all’equatore.
Secondo un’ipotesi vi è un legame tra fattori climatici-sociali e politici ed il numero di lingue parlate. Secondo questa teoria infatti in quelle zone dove il clima non varia molto e dove la produzione alimentare è regolare durante l’anno si sono formati piccoli gruppi autosufficienti, popolazione frammentata con molte lingue diverse. Dove invece il clima non permetteva una produzione continua, la popolazione si è dovuta radunare in associazioni più ampie, dando vita a meno lingue. Se il rapporto tra i fattori climatici e quelli sociali è ancora un’ipotesi, molto più certo è il rapporto tra i fattori politici-sociali-economici e lo sviluppo divergente e convergente delle lingue.
La divergenza delle lingue si è avuta, ad esempio, con il crollo dell’impero romano che ha portato alla frammentazione del latino. Da questa frammentazione sono nate le sei lingue romanze (portoghese, spagnolo, provenzale, francese, italiano e rumeno) ed i dialetti neolatini che si sono succeduti nei secoli.
Per quanto riguarda la convergenza linguistica, questa è avvenuta in un primo momento con la rivoluzione industriale, che ha portato le persone per motivi economici a conversare nelle lingue nazionali e ufficiali a scapito di quelle minori (come è avvenuto in Italia in seguito all’unità). Nelle regioni di antica urbanizzazione la convergenza è da molto terminata ed ora si guarda con occhio attento a tutte quelle minoranze linguistiche mentre nelle aree in via di sviluppo la convergenza è un fatto di estrema attualità che viene spesso messo in atto a scapito delle lingue minori.
Dialetti e lingue
Che differenza c’è tra dialetti e lingue? Un dialetto è una lingua con parlanti limitati, che convive con un’altra lingua dagli usi più estesi. Sono ristretti geograficamente, solitamente non hanno una letteratura scritta e non vengono usati in contesti formali. Una lingua invece viene parlata in un territorio più ampio, solitamente coincidente con lo stato, è utilizzata in tutti i contesti, anche quelli più formali. L’imporsi di una lingua sulle altre, come è avvenuto con il fiorentino per gli altri dialetti italiani, è un fatto meramente storico, che non dipende da fattori linguistici, tant’è che il linguista Max Weinreich definisce una lingua “un dialetto con un esercito e una marina”. Non ci sono infatti differenze strutturali tra un dialetto ed una lingua. Vi si possono trovare differenze riguardanti il lessico per il semplice fatto che una lingua viene utilizzata in contesti dove invece il dialetto non viene usato (come contesti ufficiali o scientifici ecc.), quindi il fiorentino non si sarebbe arricchito di tante nuove parole relative alla scienza se non fosse diventato, per motivi storici, politici ed economici, la lingua degli italiani.
Lingue parlate, scritte e segnate
La scrittura non è necessaria alla comunicazione linguistica né allo sviluppo del genere umano o dei singoli individui, tant’è che un bambino esposto ad una lingua madre orale, imparerà a parlarla entro quattro o cinque anni, mentre questo non avviene davanti ad una lingua scritta (attraverso la scrittura si può imparare una lingua straniera, ma non la lingua madre). Lingua e scrittura non sono necessariamente collegate e non si evolvono di pari passo sebbene noi sentiamo il legame tra scrittura e lingua molto stretto.
Come nel caso delle lingue parlate, è difficile stabilire quante siano le lingue dotate di un sistema di scrittura. Gli studiosi hanno analizzato le traduzioni nelle varie lingue dei maggiori testi sacri per arrivare ad un numero molto indicativo di 2.000 lingue (la Bibbia è stata tradotta in 2000 lingue), ma questo è solo un dato indicativo che però ci fa capire come le lingue prive di un sistema di scrittura siano comunque più numerose tra le lingue viventi.
Accanto alle lingue scritte e alle lingue orali ci sono poi le lingue dei segni, che vengono usate per comunicare dalle comunità dei sordi e che vengono acquisite come lingue materne. Le lingue dei segni sono dei codici di tipo visivo-gestuale che utilizzano segni che non sono necessariamente iconici, ma che possono essere anche simbolici. Questi segni vengono articolati in uno spazio ben preciso, che va dal bacino alla testa di colui che li produce, il segnante. Queste lingue dei segni si differenziano tra loro, proprio come il resto delle lingue. Non esiste infatti un’unica lingua dei segni, ma ce ne sono diverse a seconda della comunità di sordo-muti che la utilizza. Secondo Ethnologue, attualmente esistono 114 lingue dei segni diverse.
Lingue vive e lingue morte
Fino ad ora abbiamo parlato di lingue vive, che vengono ancora parlate. Ovviamente è più difficile stabilire dei dati per quanto riguarda quelle lingue che non vengono più utilizzate. La linguistica scientifica tra 700 e 800 è nata proprio per studiare le lingue morte, mentre si è rivolta a quelle vive solo a metà dell’800. Noi possiamo studiare le lingue morte solo in base ai documenti scritti che queste ci hanno lasciato. I primi esempi di scrittura risalgono a circa 5000 anni fa, ma la capacità anatomica di parlare una lingua (la discesa della laringe) si è sviluppata nell’uomo già a partire dall’Homo sapiens, quindi per molte decine di migliaia di anni gli uomini hanno parlato senza lasciare alcuna traccia scritta. In questo caso non possiamo quindi sapere nulla sulle lingue da loro utilizzate. Anche molte lingue che poco più di una decina di anni fa erano considerate viventi sono da ritenere oggi morte. Si parla di quelle lingue considerate lingue minacciate. Se infatti in alcuni paesi sono in atto politiche per salvaguardare queste lingue, lo stesso non si può dire di altri paesi dove si mira allo sviluppo economico-sociale e politico senza tener conto delle minoranze linguistiche.
La classificazione delle lingue
Ci sono due modi per classificare le lingue: una classificazione genealogica, attraverso un’analisi di tipo storico-diacronico, ed una classificazione tipologica, in seguito ad un’analisi descrittiva-sincronica.
Classificazione genealogica
La classificazione genealogica distingue le lingue in base al loro grado di parentela e si esprime attraverso un grafico ad albero. L’albero genealogico è stato applicato alle lingue per la prima volta da August Schleicher. In questa classificazione si confrontano le lingue per individuarne i tratti comuni e poi vengono raggruppati in famiglie, gruppi e sottogruppi. Ad esempio l’italiano è un sottogruppo del gruppo delle lingue latine di famiglia linguistica indoeuropea (le altre cinque lingue romanze). L’inglese, invece, fa parte della famiglia dell’indoeuropeo ma del gruppo germanico.
Classificazione tipologica
La classificazione tipologica distingue le lingue in base alle loro caratteristiche interne e le raggruppa in tipi a seconda del tipo di analisi della lingua che si sta svolgendo. In base alla tipologia morfologica (analizza il modo in cui le lingue esprimono i significati all’interno delle parole) troviamo lingue di tipo fusivo, agglutinante o isolante. Nella tipologia sintattica individua lingue di tipo SVO (soggetto-verbo-oggetto), di tipo SOV (come il turco) o di tipo VSO (come l’irlandese). La tipologia fonetica studia invece le differenze tra i sistemi di suoni nelle varie lingue, basandosi, ad esempio, sulla presenza o meno di consonanti lunghe e brevi ecc.
Esiste un terzo sistema di classificazione: la classificazione areale studia le caratteristiche comuni di lingue che non sono imparentate dal punto di vista genealogico ma che si trovano in aree vicine o confinanti. Ad esempio le lingue dell’area balcanica, pur non essendo della stessa famiglia indoeuropea, hanno sviluppato la caratteristica di porre l’articolo determinativo dopo il nome. Queste lingue sono denominate lega linguistica.
Lingua: una definizione provvisoria
Possiamo definire una lingua come ciascun sistema simbolico, proprio della specie umana, diverso da comunità a comunità (ma anche da individuo a individuo), trasmesso per via culturale e non ereditato biologicamente, basato su simboli vocalici o su simboli gestuali attraverso i quali gli appartenenti a tale comunità sviluppano pensieri articolati, categorizzano, comunicano e conoscono la realtà.
- Trasmesse per via culturale e non ereditate biologicamente: Saussure spiega che ogni uomo eredita una facoltà di linguaggio, cioè la capacità di apprendere una lingua in maniera naturale, senza addestramento. Le lingue si acquisiscono grazie a questa facoltà ereditaria ma non sono a loro volta ereditarie. La lingua materna che il bambino impara grazie a questa facoltà dipende da quale lingua è parlata nell’ambiente in cui cresce. L’equilibrio tra trasmissione culturale della lingua e acquisizione naturale è importante perché differenzia la lingua umana dai sistemi di comunicazione animali, che sono ereditati per via biologica.
- Sono proprie della specie umana: non sono gli esseri umani comunicano. Le forme di comunicazione tra gli animali vengono studiate dalla zoosemiotica. È da notare che nessuna specie animale ha sviluppato lingue che si avvicinano alle caratteristiche delle lingue umane.
- Sono diverse da comunità a comunità: abbiamo già spiegato come non esista un’unica lingua, ma che ci sono tante lingue quante sono le comunità che le parlano. Questo è dovuto al carattere arbitrario dei segni linguistici. Il nesso tra la realtà e l’espressione linguistica utilizzata per indicare tale oggetto reale non è naturale ma culturale. Questa arbitrarietà non riguarda solo i lessemi, ma anche le strutture sintattiche e grammaticali.
- Sono diverse da individuo a individuo: Noam Chomsky ha elaborato il pensiero secondo il quale non esistono due individui, appartenenti alla stessa comunità, le cui lingue individuali non presentino delle differenze anche minime. Per questo distingue le lingue comunitarie, condivise dagli appartenenti alla società, dalle lingue individuali, proprie di ciascun individuo.
Cosa studia la linguistica?
La linguistica studia le lingue in sé per sé, sono il suo oggetto ed il suo fine, non studia le lingue come mezzo per arrivare ad altri fini come il letterato, il filosofo, l’interprete o il filologo. Le lingue non sono osservabili direttamente e quindi la linguistica usa come dati i prodotti delle lingue, cioè i testi (testi detti o scritti in qualsiasi lingua) e i giudizi che i parlanti danno su questi testi (questo solo dopo Chomsky). Ciascuno di noi è infatti in grado di analizzare un testo e stabilire se questo sia accettabile o meno. La linguistica quindi ha come fine scoprire come funzionino le lingue, in che modo permettano agli esseri umani di produrre e comprendere testi. Ci sono numerose teorie per arrivare a questo scopo, ma nessuna di queste è risultata del tutto esatta. Ci sono ancora molti problemi che queste teorie linguistiche non sono in grado di risolvere.
Linguaggio e segni: alcuni concetti di base
Il segno
Le lingue sono sistemi di segni vocali o gestuali. Ma cosa intendiamo per segno? Questo problema è stato affrontato da molti saperi. La filosofia, ad esempio, ha analizzato il rapporto tra i segni e la realtà che rappresentano, mentre la semiotica medica ha studiato i sintomi dei malati come i segni della malattia, in modo tale da giungere ad una diagnosi. I segni quindi indicano molte cose. Anche se si guarda in un vocabolario, il segno può essere:
- Una traccia lasciata su qualcosa
- Un fatto che permette di riconoscere o prevedere qualcosa (il cielo grigio è segno di un temporale imminente)
- La manifestazione di uno stato d’animo
- Una operazione aritmetica
- Un gesto per comunicare senza parole
Ad eccezione del primo caso, tutte queste accezioni sono entità complesse, composte da una parte sensibile (come il cielo grigio che prelude ad una tempesta, quindi percepibili materialmente attraverso i sensi) ed una parte concettuale, di natura mentale, come le nuvole grigie che indicano la pioggia. Da ciò si può quindi stabilire che il segno è un’entità costituita di un’espressione e di un contenuto.
Il filosofo americano Charles Sanders Pierce ha inoltre individuato tre tipi principali di segni: indici, icone e simboli.
Indici
Sono segni in cui l’espressione ed il contenuto sono legati da un rapporto di origine naturale e di tipo causale. Sono indici il cielo grigio, segno di un temporale imminente, e il fumo nell’aria, segno di un fuoco nelle vicinanze. Gli indici non sono segni prodotti in modo volontario e richiedono sempre l’interpretazione del ricevente.
Icone
Sono segni che rinviano a un oggetto o a un evento per analogia. Sono prodotti volontariamente, con l’intenzione di comunicare qualcosa. Molti segnali stradali sono icone ma esistono anche icone nelle lingue (parole onomatopee, e gli ideofoni parole come bee o altri versi di animali).
I simboli
Il legame tra espressione e contenuto è di tipo convenzionale, garantito da una tradizione culturale comune all’emittente e all’emissario del segno. Sono un esempio di simboli il segno della pace o il simbolo dell’islam, che senza una tradizione comune non verrebbero compresi. Le lingue sono, per la maggior parte delle volte, costituite da simboli. Ad esempio nella lingua italiana il collegamento tra espressione e contenuto è possibile solo conoscendo la lingua, il suono che scaturisce dalle parole italiane non rimanda ad alcun contenuto.
Arbitrarietà dei simboli
Ferdinand de Saussure ha stabilito che, per quanto riguarda i simboli, il rapporto tra espressione e contenuto è arbitrario. È possibile che in un singolo segno coesistano processi iconici, simbolici o indessicali. In tal caso è quindi necessario individuare il processo principale che ha determinato la costituzione del determinato segno. I cartelli stradali infatti, oltre ad essere delle icone, sono anche dei simboli per quanto riguarda la forma ed il colore della cornice che racchiude l’icona. Inoltre quella che prima era un’icona può, con il tempo, diventare un simbolo. Ne è un esempio la falce ed il martello, prima icona degli operai della rivoluzione Russa, poi simbolo del comunismo.
La struttura del segno linguistico
Abbiamo detto che la maggior parte dei segni del nostro linguaggio sono dei simboli. Oltre al contenuto e all’espressione però vi si possono individuare ulteriori piani. Ad esempio il linguista danese Louis Hjelmslev ha realizzato una quadripartizione del segno, dividendo i due piani in due strati costituiti dalla forma e dalla sostanza.
| Espressione | Contenuto | |
|---|---|---|
| Forma | Costituita dai fonemi che costituiscono le parole di una lingua, entità astratte, non i suoni concreti (significanti) | Il significato astratto che ha una sequenza di fonemi |
| Sostanza | Costituita dai concreti suoni linguistici che si creano nel momento in cui pronunciamo una parola, i cosiddetti foni. | Tutto ciò che colui che parla vuole dire e colui che ascolta intende. Il senso del discorso in base a un determinato contesto. |
Sono al di fuori dei confini della lingua gli elementi materiali: il materiale di espressione (il supporto fisico attraverso il quale si realizza l’atto comunicativo) e il materiale di contenuto (insieme di esperienze, nozioni e saperi che fanno parte della realtà in cui vivono gli esseri umani).
Arbitrarietà del segno
Oltre a Ferdinand de Saussure, molti altri studiosi si sono occupati dell’arbitrarietà, tra i quali Emile Benveniste. L’arbitrarietà può essere assoluta: non vi sono ragioni perché un dato segno sia così com’è. Sono un esempio l’esistenza di così tante lingue diverse in quanto se i segni linguistici non fossero arbitrari non ci sarebbero lingue diverse, ma un’unica lingua immutabile nel tempo.
L’arbitrarietà del rapporto tra la forma e la sostanza dell’espressione è detta formale e consiste nella diversità dei suoni delle lingue, sebbene l’apparato fonatorio sia il medesimo per tutti gli esseri umani. Ne sono un esempio alcuni fonemi utilizzati in lingue dell’Africa meridionale, come lo schioccare della lingua, che rappresentano peculiarità non condivise universalmente.
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