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Epoca medievale

Transizione linguistica in Gallia

La storia del latino in Gallia e della sua transizione verso il francese, l'occitano e il francoprovenzale mostra chiaramente che la lingua ha subito costantemente variazioni, ma essendo il ritmo differente per ciascun gruppo di locutori è difficile datare i cambiamenti linguistici. A metà del IX secolo, verso l'850, gli abitanti del nord della Gallia presero coscienza della coesistenza di due entità linguistiche, il latino colto (lingua abbastanza omogenea, a differenza del francese medievale che tende invece alla frammentazione) e il parlato corrente, ossia il "francese".

Influenze e tensioni linguistiche

Tale parlato subì una doppia tensione: una tensione unificatrice, poiché restò durante tutto il Medio Evo sotto l'influenza del latino conducendolo a funzioni elevate e prestigiose della lingua sapiente e producendo una tendenza all'unificazione e alla normalizzazione linguistica poiché una lingua dotta deve poter veicolare un messaggio scritto anche in zone lontane (perciò necessita unità formale e limitate variazioni), e una tensione interna, che lo condusse invece alla frammentazione. Le tendenze centrifughe saranno sempre combattute, ma una qualche forma di armonizzazione sarà presente solo in epoca post-medievale. Il latino colto continuerà comunque ad influire sul francese grammaticalmente e lessicalmente in quanto lingua di cultura. La tendenza centripeta venne combattuta da una reazione codificatrice e normalizzatrice conducendo all'esistenza di una lingua con norme (francese) accanto a quella materna circoscritta a una comunità o a zone geografiche limitate e chiamata lingua vernacolare, ossia il patois, limitato geograficamente.

William Labov e le variazioni linguistiche

William Labov studiò la stratificazione sociale dell'inglese a New York e si interessò soprattutto alla variazione nello spazio (studio dei dialetti) e nel tempo (storia della lingua) mettendo l'accento su:

  • Variazioni "diastratiche", che corrispondono alla variazione sociale della lingua tenendo conto che uomini, donne, giovani ecc. non parlano esattamente nello stesso modo.
  • Variazioni "diafasiche" che non si interessano all'uso della lingua ma all'uso che ne fa un locutore in un momento e una situazione precisi.

Le tendenze centrifughe saranno sempre combattute ma una qualche forma di armonizzazione sarà solamente post-medievale. La relazione tra ciascun tipo di variazione si modifica con il tempo: nel Medioevo infatti la variazione tende ad essere geografica piuttosto che sociale poiché in una data una regione, anche a diversi strati sociali, i locutori utilizzano lo stesso dialetto e quindi la differenziazione sociale è secondaria. Oggi invece la situazione è totalmente contraria, poiché la variazione è sociale piuttosto che geografica.

Dialetti del francese medievale

I dialetti del francese del Medioevo hanno interessato numerose ricerche durante il XIX secolo esprimendo due difficoltà maggiori:

  • La lontananza nel tempo, che ci rende privi di contatto con i locutori dell'epoca e quindi estranei alla loro esperienza e coscienza linguistica.
  • La specificità delle fonti: i documenti pervenutici sono esclusivamente scritti in una società dove dominava l'orale poiché gran parte della popolazione era analfabeta.

Nel medioevo il termine "dialetto" non esisteva ma è stata testimoniata l'esistenza del sostantivo "vernacolare" per designare un parlato incomprensibile dall'esterno. Fu Ronsard ad utilizzare per primo il termine "dialetto" per designare il parlato di Vendomois, la sua regione d'origine. Il termine deriva dal greco "dialektos", che designava le grandi varietà regionali del greco antico.

Approcci alla nozione di dialetto

Si possono distinguere due approcci dominanti della nozione "dialetto": un approccio geografico, poiché i dialetti non sono riuniti da confini specifici e la geografia linguistica cerca infatti di tracciare linee "isoglosse", ossia linee ideali, per distinguere due aree dialettali (tracciando su una carta linguistica una linea che separa punti dove si incontrano tratti donati da quelli dove non si incontrano) attraverso cui spesso si riconobbe che un'area dialettale fosse attraversata da isoglosses comuni con aree dialettali vicine, e genetico, che riprende la metafora dell'albero genealogico situandosi in una prospettiva storica: il latino si ramifica in numerosi rami dove uno è il romano occidentale, che si separa a sua volta in gallo romano, diviso ancora in francese (che di dividerà a sua volta in lorrain, normanno ecc), occitano e francoprovenzale. Il francese si differenzia in varietà regionali e in ciascun tappa si può parlare di lingue differenti come dialetti della lingua più in alto sull'albero.

Variazioni linguistiche del medioevo

Le variazioni che subisce la lingua in quest'epoca sono variazioni prevalentemente geografiche, dette diatopiche, differenti dalle variazioni sociali, dette diastratiche, variazioni di registro, dette diafasiche, variazioni di mezzo, dette diamesiche (orale-scritto), che interessano il francese moderno. La nozione di dialetto in senso moderno non è applicabile all'epoca medievale poiché presuppone la presenza di un livello standard, mentre il francese in quell'epoca non era standardizzato. Alla fine del XIII secolo sono presenti una lingua standardizzata scritta e dei dialetti orali e solo nel XVI secolo si raggiungerà quasi una standardizzazione, anche se il francese standard comparirà solo tra XIX e XX secolo.

Il concetto di koinè

Per evitare confusioni è stato avanzato il concetto di koinè, che rinvia alla lingua scritta comune che serve da "tetto" nella Grecia antica a numerosi dialetti parlati, ed indica una varietà di lingue nata dal contatto di più dialetti della stessa lingua mettendo anche l’accento sulle relazioni tra i dialetti in una situazione di contatto che ha portato ad una nuova varietà linguistica. Chiamiamo "koinizzazione" il processo per cui dalla combinazione dei dialetti emerse una nuova varietà linguistica e "koinè" il suo prodotto. Questa nuova varietà era generalmente utilizzata come mezzo di comunicazione tra locutori di differenti aree dialettali, come lingua standard e ufficiale di una regione politicamente unificata e come mezzo di espressione estetico.

La scripta e il dialetto scritto

Per scoprire la realtà dei dialetti medievali, si è tentato di colmare le lacune delle documentazioni scritte medievali basandosi sulla situazione dialettale di XIX e XX secolo per via dell'affinità tra le grafie medievali e il sistema fonico dei dialetti moderni. L'interpretazione della grafia era una delle principali difficoltà della dialettologia medievale ma la lingua scritta tendeva a eliminare i tratti dialettali per poter costituire una koinè comprensibile da tutti: la lingua grafica tende alla koinizzazione, mentre la lingua orale è meno standardizzata.

Tenendo conto delle specificità delle fonti scritte vennero distinti regionalismi da dialettismi, che rivelano la coscienza linguistica (se una persona parla patois, il suo discorso presenterà delle caratteristiche fonetiche locali, ma se vuole parlare francese in modo corretto, eviterà i tratti più forti di questo dialetto, ed il francese regionale evita perciò i tratti dialettali e poiché nel Medioevo gli scrittori della lingua d'oil non utilizzavano il dialetto, questo farà ingesso nello scritto e nella letteratura solo nel XVI secolo) e venne utilizzata la nozione di "scripta", letteralmente "lingua scritta", introdotta da Louis Remacle per distinguere la lingua scritta (scripta) da quella orale. La distinzione tra dialetto e scripta lascia comunque dei problemi poiché non sappiamo se tale nozione corrisponda a quella che fu nella coscienza linguistica degli amanuensi dell'epoca, non sappiamo se esisteva una norma cosciente scritta locale o sovra-regionale, e inoltre gli "scriptae" sono di difficile interpretazione poiché non sono i riflessi esatti delle abitudini fonetiche dei dialetti effettivamente parlati ma sono frutto di un debole numero di locutori (i più saggi, spesso influenzati dal sistema grafico del latino), ed infine è possibile che le differenze tra gli "scripta" fossero risultato di differenze geografiche e della tradizione di differenti atelier di amanuensi più che di effettivi differenze di pronuncia. Il dialettismo non è tuttavia il regionalismo perciò la scripta, lingua scritta regionale, non è il dialetto. Sono possibili legami tra dialetti e scripta ma è difficile precisarne natura ed intensità. Chaurand riguardo al Piccardo afferma che non ci siano documenti del V e VI secolo, ma si riconosce il medesimo tratto (mantenimento della "K" iniziale davanti "a" etimologica dal latino) tra un paesano piccardo che pronuncia "Kvoe" e la forma dialettale "keval" in un testo dialettale del XIII secolo (keval nella Piccardia e cheval nell'Ile de France).

Nacque un vivo dibattito sulla natura degli "scriptae" che dopo Remacle assicurerà la loro intelligibilità nell'insieme del dominio francofono grazie al miscuglio delle forme regionali e sovra regionali: l'elemento dialettale resterà numericamente inferiore rispetto a quello sovra regionale grazie ad amanuensi che evitavano parole dialettali per poter essere compresi nelle altre regioni. Le scripta amministrativa rimasero perciò più vicine al dialetto parlato rispetto alla scripta letteraria: le carte, i testamenti, gli inventari sono dei testi pratici che i borghesi e i commercianti non letterati vogliono comprendere. La natura composita di scriptae spiega forme doppie o triple provenienti da strati differenti, mentre negli strati regionali e supra-regionali bisogna aggiungere un terzo costituito da forme prodotte da delle interferenze.

Nascita e sviluppo dei dialetti

La differenziazione dialettale all'interno della zona francese cominciò molto presto, ma non abbiamo molte informazioni sulla frammentazione dialettale. La diversità dialettale della Gallia del Nord derivò dalle differenze di latinizzazione (il latino non era parlato con la stessa intensità ed allo stesso livello culturale in tutte le parti della Gallia, non cessò di essere compreso in tutte le regioni alla stessa epoca, l'impiantazione e l'influenza franche non erano ugualmente ripartite sull'insieme del territorio) insieme agli effetti di substrato e superstrato. La lingua vernacolare poteva evolversi liberamente poiché non era fissata come il latino da una tradizione scritta legata a una comunicazione tra persone acculturate nello spazio e nel tempo e inoltre nessun potere centralizzatore cercò di regolarla. L’area della lingua d’oil è frammentata prima di opporsi nettamente alla lingua d’oc. Intorno all'anno 1000 la coscienza linguistica delle distinzioni dialettali non emerge ancora dalle testimonianze: nel 995 il vescovo Aymon al sinodo di Mouzon non precisa il dialetto utilizzato mentre agli inizi del XII secolo Rodolfo di Saint-Trond afferma che l'abate Adelard parla una lingua definita "vallona" più che "romana".

L'elemento unificante che potrebbe spiegare l'intercomprensione degli "scriptae" nel dominio d'oil potrebbe essere l'affermazione di un dialetto principale da cui tutti gli altri saranno subordinati o l'adozione generalizzata delle regole di trascrizione grafiche legate al latino, ma il passaggio dalla lingua al dialetto è lento e graduale perciò risulta difficile sapere il momento preciso, anche perché la coscienza linguistica non è immediata. Wright parla di comprensione panromana del IX secolo mentre Remacle sostiene che nella stessa data la dialettizzazione del vallone fosse già avanzata tanto da essere ormai indipendente, tesi appoggiata anche da Gossen e altri autori romani secondo cui dialetti della lingua d'oil si formarono in epoca merovingiana (tra IX e X secolo).

Problemi di individualità e influenza dialettale

Remacle pone inoltre il problema di quanti tratti un dialetto debba possedere per essere considerato individuale ed autonomo: nell’analisi di una carta di Liegi del 1236 conta il 77% di forme francesi, anche sovra-regionali, mentre il resto sono forme dialettali. Remacle ha tentato di spiegare questa proporzione per l'influenza di un dialetto direttore, in questo caso quello dell'Ile de France. Qualificare "francesi" le forme sovra regionali significherebbe riconoscere un'influenza parigina o franciliana sul resto del dominio d'oil, influenza contestata però prima del XIV secolo. L'idea secondo cui la lingua dell’Ile de France diviene, dall’inizio del XII secolo, il parlato direttore per l'uso letterario, è stata abbandonata. Molti negano infatti il ruolo di Parigi prima del XIV secolo, secondo Delbouille in particolare i tratti comuni non sono del parigino ma riflettono una antica unità linguistica poi perduta. Delbouille avanzò la nozione di "unità predialettale", sostenendo che l’unità ritenuta francica o parigina sia soprattutto un’unità antica d’oil, ossia la manifestazione di una tradizione “pre dialettale”. L’antico francese scritto a Liège era vicino al francese scritto nella stessa epoca nell’Ile de France poiché la differenziazione dialettale sull’insieme dialettale del dominio era ancora debole. Nel IX secolo le somiglianze sembrano prevalere rispetto alle divergenze nel dominio d’oil. Tale posizione venne abbandonata perché non esistette mai tale unità pre-dialettale: con l'apparizione della lingua vernacolare esse non presentavano già più un'unità linguistica. Wright e Delbouille sostengono quindi una dialettizzazione tardiva mentre Remacle e Gossen una dialettizzazione precoce.

Dialetti, scripta e influenze regionali

Per quanto riguarda il problema dell’esistenza di dialetti più prestigiosi o miscele, Remacle sostiene che nell’Ile de France si parli un dialetto direttore per l’insieme francese verso cui tutti gli altri tendono, mentre Delbouille nega il ruolo centrale del parlato di Parigi. Dall’inizio del IX secolo la parte settentrionale della Gallia era divisa in grandi insiemi dialettali. Alcuni ne contano tre: est e nord-ovest, ovest, dialetti centrali (Ile de France e Champagne), mentre altri ne contano solo due con Champagne, Piccardia, Hainaut, Vallonia, Lorena da una parte e dall'altra l'ovest della Francia con il dialetto del Centro, il normanno e l'anglo normanno. A partire della specificità fonologica del dialetto vallone, Remacle stabilisce il ritmo del processo di dialettizzazione: prima del IX secolo 14 fatti analizzati oppongono al vallone il dialetto centrale confermando che a quest'epoca avanzata la segmentazione dialettale del nord della Gallia già si delineava, progredendo inoltre tra 800 e anno 1000 al punto che la dialettizzazione del nord-est della Gallia sembra già molto marcato all’inizio del XII secolo. Il fenomeno si accentua nel corso del XII secolo. Remacle inoltre ha rilevato 17 fatti per la prima metà del XIII secolo, 16 per la seconda metà del XIII e 15 per il periodo posteriore, ma solo pochissimi tra questi 48 fatti analizzati presentano differenze evidenti. Verso il 1200 non si può parlare dell’esistenza di una koinè, ma piuttosto di un rinforzamento di due o tre blocchi dialettali. Secondo Remacle i tratti comuni del XIII secolo provenivano dal parigino, sostenendo quindi una differenziazione precoce dei dialetti, mentre secondo Delbouille dall’antico francese comune, sostenendo quindi una differenziazione tardiva. L’esistenza di una volontà di una scripta comune all’inizio del XIII sembra oggi abbandonata poiché gli scribi volevano prima di tutto essere compresi da un pubblico regionale.

Ragioni amministrative e politiche

Uno dei fattori della dialettizzazione fu la specializzazione funzionale del francese: un buon numero di funzioni prestigiose come l’uso letterario, giuridico, scientifico, filosofico e diplomatico furono a lungo destinati al latino, lasciando al francese l’uso familiare e quotidiano, più prossimo alla dialettizzazione piuttosto che agli usi elevati, che favoriscono invece la normalizzazione. La storia del francese è quindi una conquista di funzioni alte. Il latino, in quanto lingua della chiesa e veicolo del pensiero astratto, doveva poter essere compreso in tutto l’insieme dell’occidente cristiano. La storia della lingua francese è quella di una lenta conquista delle funzioni di prestigio, che comincia ad affermarsi una volta che questo fenomeno di differenziazione dialettale è nettamente avanzato.

Ci si domanda se la frammentazione politica della "Francie" occidentale (più tardi Francia), ebbe un ruolo nella frammentazione linguistica: dopo il regno di Carlo Magno, i carolingi rivelarono dei grandi difetti come l'immensità del territorio dell'impero, amministrato da funzionari ambiziosi. La decadenza del potere centrale suscitò l’emergenza di principati e i titolari delle cariche politiche, come conti, duchi, marchesi, spesso legati alla famiglia reale, utilizzano per i propri scopi il giuramento di Carlo Magno per garantire la fedeltà dei soggetti. Delle entità politiche, delle quali la formazione è stata favorita dal potere centrale, si emancipano per formare dei principati territoriali e nella Francia dal IX secolo i principi confiscano una grande parte di diritti reali e il re interviene solo attraverso gli intermediari duchi e principi, ma non esercita pienamente il potere pubblico. Questo fenomeno si estende per tutto il X secolo e verso il 950 dei conti confiscano al re l’autonomia delle loro cariche e quindi l’impero carolingio...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/04 Lingua e traduzione - lingua francese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgia2808 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Floquet Oreste.
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