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Massimo Palermo: Linguistica italiana

Lessico

Nozioni generali e unità di analisi

Lo studio del lessico è affidato a due discipline distinte:

  • La lessicologia (studio scientifico del lessico)
  • La lessicografia (individua le modalità più efficaci per descrivere e catalogare il lessico di una lingua).

Il lessico è l’insieme delle parole di una lingua. Queste parole vengono descritte e spiegate nei dizionari. L’unità di analisi fondamentale per lo studio del lessico è il lessema, a cui si riconducono tutte le forme flesse delle parole variabili. È un’unità concettuale astratta. Il lemma, invece, è la controparte lessicografica.

La competenza lessicale di un individuo è diversa da quella collettiva di una comunità di parlanti. Le lingue sono spesso paragonate a organismi vitali, perché esposte a mutamenti. Il lessico è una categoria aperta: l’introduzione di nuovi elementi avviene attraverso prestiti da altre lingue e neologismi. È lo strato più estremo di una lingua, perché più esposto al contatto con le altre lingue e perché fa da ponte tra il sistema linguistico e la realtà extralinguistica. Inoltre, a differenza dei mutamenti grammaticali, quelli lessicali sono più percepibili perché possono avere tempi più rapidi. Quasi il 95% del lessico del nostro vocabolario di base è entrato nell’uso tra il Duecento e il Trecento. Solo il 5% è entrato a far parte nell’ultimo secolo e mezzo.

La semantica studia il significato delle parole. Di conseguenza, si associa allo studio del lessico perché quando pensiamo a una parola pensiamo in primo luogo ad abbinare il suo significante con un significato. Non tutte le parole sono dotate di significato. Si distingue, infatti, in: parole semanticamente piene (nomi, aggettivi, verbi, alcuni avverbi) e parole grammaticali (articoli, preposizioni, pronomi, congiunzioni).

La testualità interagisce col lessico e con la semantica, in quanto ogni informazione viene acquisita e gestita attraverso la dimensione testuale ed interpretata dal ricevente. Inoltre, i meccanismi che permettono l’interpretazione sono aperti al mondo extralinguistico. La morfologia lessicale descrive i processi attraverso i quali una lingua crea parole nuove a partire da parole esistenti.

Tipologia del prestito linguistico

Una parola o un’espressione possono entrare a far parte del lessico di un’altra lingua attraverso il prestito e il calco. Il prestito consiste nell’accogliere un’espressione straniera. Questo termine, però, presuppone una restituzione. Ciò avviene solo, in un certo qual modo, con i prestiti di ritorno: parole date in prestito ad altre lingue e poi “ritornate a casa” col significato modificato (it. Bacchetta → fr. Baguette ‘filone di pane’ – it. Disegno → ingl. Design).

Per quanto riguarda la forma si distingue tra prestito non adattato, se mantiene la struttura fonologica e morfologica originaria (ing. film, fr. collage) e prestito adattato, se si verifica un’assimilazione totale o parziale alle strutture della lingua ospite (ingl. Beefsteak → it. Bistecca - fr. Mannquin → it. Manichino). In questo caso, dunque, si tratta di parole che si sono italianizzate tanto nella grafica quanto nella fonetica e nella morfologia. Un adattamento parziale si ha nel caso sia normalizzata solo la grafia (it. Disc → ingl. Disk) o solo la morfologia, come nei verbi presi in prestito dall’inglese (surfare, chattare, loggare).

Inoltre, l’italiano contemporaneo tende a non adattare i nomi (show) e gli aggettivi (basic). In realtà anche nei prestiti non adattati si ha un avvicinamento piuttosto che un’aderenza totale alla pronuncia originaria: ciò avviene soprattutto quando vi è la presenza di foni estranei all’italiano.

Il calco può essere di due tipi: strutturale o semantico. Il calco strutturale si ha nei composti o nelle espressioni polirematiche e consiste nella traduzione dei singoli elementi (ing. Week end → it. Fine settimana). A volte, però, i calchi sono frutto di traduzioni libere o addirittura errori (ingl. Cartoons → it. Cartoni animati anziché Disegni). I calchi semantici consistono nell’aggiunta di un nuovo significato alla parola italiana già esistente (star).

La stratificazione storica

Nell’analisi della stratificazione di una lingua si fa riferimento a tre categorie: le parole ereditarie, i prestiti e le formazioni endogene. Nel caso dell’italiano, però, bisogna ricorrere a una quarta categoria, poiché il contatto col latino si è verificato su due livelli:

  • Lessemi ereditari, accomunano l’italiano alle altre lingue romanze con la presenza di parole provenienti dal latino parlato e arrivate a noi attraverso una tradizione ininterrotta nei secoli della transizione latino-romanza (lat. Hōmo → it. Uomo);
  • Rapporto intenso e prolungato con la cultura latina di chiunque esercitasse una professione intellettuale. Una grande fetta della popolazione viveva in una situazione per cui, pur parlando il volgare, praticava il latino per tutti gli ambiti della cultura alta. Ciò ha permesso il passaggio per osmosi di molte parole latine nel lessico italiano.

Questi termini prendono il nome di latinismi (o cultismi). I lessemi ereditari e i latinismi sono anche detti parole popolari (vezzo) e parole dotte (vizio).

Lessemi ereditari

Le parole ereditarie sono circa 4500, non numerosissime, ma assai importanti perché costituiscono l’ossatura del nostro lessico. Vi appartengono parole grammaticali, verbi, nomi e aggettivi. Più della metà del vocabolario di base è composto da parole ereditarie. Esse possono essere nella forma dalla base latina di origine (lat. Plāteām → it. Piazza) in quanto hanno subito dei processi di evoluzione fonetica e morfologica. Anche in significato può variare (lat. Tēstam ‘vaso di terracotta’ → testa, ovvero lat. Cāput).

Talvolta i mutamenti presentano delle regolarità, ovvero possono risultare un ampliamento di significato (Stāre ‘stare in piedi’ → ‘essere’, impiego ausiliare) o una restrizione dello stesso (lat. Nēcāre ‘mandare a morte, uccidere’ → ‘uccidere, morte per affogamento’). Alcuni termini del latino volgare non sono attestati nella documentazione finora nota, ma sono stati ricostruiti per congettura perché sulla base delle leggi fonetiche sono gli unici in grado di spiegare determinati esiti. In tal caso la base latina ricostruita è preceduta da un asterisco (rozzo, dal latino *Rūdius comparativo neutro di Rūdis).

Il latino è stato anche il tramite attraverso cui l’italiano ha avuto accesso a parole di origine greca o di altre lingue che in Italia coesistevano col latino prima dell’espansione di Roma.

Latinismi

Il GRADIT ha censito circa 30.000 latinismi dell’italiano. Grazie alle traduzioni di opere latine tra il Duecento e il Trecento un buon numero di latinismi entrò nel lessico volgare. Fecero il primo ingresso nella nostra lingua parole astratte (alleanza, amicizia, difficoltà) e tecnicismi di ambito del diritto, della geometria, della medicina e dell’architettura. A volte il traduttore sceglieva di italianizzare il termine latino per farsi comprendere dal lettore (respublica → comune).

Dante nelle sue varie opere volgari introdusse parole latinizzate di volta in volta necessarie per gli argomenti trattati: nel Convivio termini di filosofia (intellettuale, speculativo, essenza); nella Vita nova termini di psicologia e degli affetti (intimo, ineffabile, mirabile, orribile); nella Commedia accoglie latinismi appartenenti a diverse aree semantiche. Sulla stessa scia si mossero tanti altri nel corso dei secoli, attingendo anche ad ambiti semantici più concreti.

Anche per effetto della cultura umanistico-rinascimentale si ebbe un grande afflusso di latinismi, ma la maggior parte di essi sono entrati a far parte dell’italiano tra Ottocento e Novecento. Nel corso della storia, però, vi sono stati momenti di esaltazione del latino e momenti di vero e proprio rigetto: basti pensare alla reazione antiumanistica che si ebbe nel teatro comico del Cinquecento. Nello stesso periodo si creò la ‘poesia macaronica’, la quale puntava, attraverso la parodia, alla latinizzazione di termini volgari e dialettali. Anche il purismo manifestò un’avversione culturale nei confronti dell’atineggiamento: i termini latini erano considerati al pari dei termini di altre lingue straniere, ovvero degli elementi da evitare nelle buone scritture.

I latinismi hanno comunque determinato altre conseguenze:

  • Hanno creato allotropi (variante formale sincronica di un’altra parola);
  • Hanno determinato lievi modifiche delle regole fonotattiche (consonante + l → consonante + /j/; nesso -ns- → caduta della nasale nelle parole ereditarie);
  • Hanno incrementato il contingente di parole sdrucciole.

I latinismi non adattati sono poco più di un migliaio nel nostro vocabolario e sono perlopiù vocaboli di tutti i giorni (curriculum, virus), termini di ambito giuridico (referendum, omissis, quorum), della medicina (herpes, ictus) o di altri ambiti settoriali. In alcuni casi, invece, vi è la somiglianza fonetica che non rende distinguibili questi termini dalle parole italiane (agenda, grosso modo). Inoltre, vi sono anglolatinismi, ovvero termini latini entrati a far parte dell’italiano tramite l’inglese (auditorium, focus, mass media).

Forte fu anche l’uso dei latinismi semantici da parte degli scrittori italiani: si tratta dell’uso di parole italiane che accanto al significato corrente ne assumono un altro per influsso dell’originario significato latino. Leopardi nello Zibaldone spiega come i latinismi semantici non possono che ostentare e nobilitare il significato delle parole a tutti gli effetti italiani. Anche Montale nei Motetti usa il verbo ‘fingevi’ col significato originale del verbo latino FINGēRE, ovvero ‘recitare, interpretare la parte di’, stessa base etimologica del termine odierno fiction.

Il latino del popolo

L’abitudine all’ascolto di passi della Bibbia e la familiarità col latino della liturgia hanno determinato un patrimonio di modi di dire in cui si cela un’espressione latino storpiata o risemantizzata, a causa dell’oralità.

La componente greca, germanica, araba

I grecismi presenti nel nostro lessico sono migliaia, e in buona parte sono entrati attraverso il latino. Si tratta di nomi di piante, di animali (soprattutto marini), di parti del corpo, di oggetti quotidiani, di nomi delle principali scienze dell’antichità. Derivano dal greco anche molti termini di ambito religioso (battesimo, vescovo, basilica). Con la dominazione bizantina entrano a far parte del nostro lessico termini come anguria, argano, molo, ormeggiare. Nel periodo umanistico, invece, termini chiave del lessico intellettuale come catastrofe, entusiasmo, dialetto, periodo. In epoca moderna il greco lascia tracce di sé in interi settori delle terminologie specialistiche, in particolare della medicina e delle scienze naturali e matematiche.

I germanismi entrano a far parte del nostro lessico già in età imperiale con parole come alce, sapone, vanga. Con i Goti si ha l’avvento di parole della vita quotidiana come fiasco, termini militari come albergo, elmo e guardia. I Longobardi, invece, lasciarono tracce nella toponomastica con parole tipo Gualdo, da *wald ‘foresta’. Alcuni longobardismi hanno subito un processo di degradazione semantica: sgherro ‘uomo d’armi prepotente e privo di scrupoli’, risale a una base *skarrjo ‘capitano’. I Franchi conquistarono l’Italia quando erano già latinizzati linguisticamente, quindi non è facile capire quali parole derivino dalla loro lingua e quando siano entrate nell’italiano. Esempi di franconismi sono banco, guanto, roba. Nel complesso la terminologia derivante del fràncone è legata alla cura del cavallo: briglia, staffa, stallone.

Gli arabismi risalgono a prima del X secolo. I primi contatti si ebbero a partire dal VII – VIII secolo e si intensificarono nel IX secolo con la conquista della Sicilia. Nei secoli dell’alto medioevo arrivano in Italia opere arabe di filosofia, geometria, matematica, astronomia e scienza naturali, con la conseguente assimilazione di termini di cultura materiale (prodotti agricoli o alimentari importati dagli arabi e termini legati al commercio e alla marineria) e del lessico intellettuale (lessico scientifico). Ben visibili sono i lasciti della toponomastica siciliana (cala- ‘castello’; Gibil- ‘monte’). I numeri sono un lascito della cultura araba: la cifra vuota, lo zero, ha determinato la creazione di termini provenienti appunto dalla parola sifr ‘vuoto’, come cifra e zero da zephiru(m). Nel XX secolo si ha l’introduzione di termini alimentari (kebab), termini legati alla cultura religiosa (halal), termini legati ai conflitti politici mediorientali (fedayn, intifada).

La composizione attuale

Il GRADIT conta circa 260.000 lemmi. Se prendessimo come unità di misura la parola, il numero salirebbe decisamente.

Il vocabolario di base, comune, corrente, esteso

Il vocabolario è un deposito di parole, la somma delle competenze dei parlanti. Vi sono raccolte le parole di uso giornaliero, quelle usate più raramente, quelle desuete, quelle di uso specialistico e quelle di provenienze regionale o dialettale. Un buon vocabolario fornisce le informazioni relative al loro ambito d’uso. Questa operazione è realizzata dai lessicografi ricorrendo a particolari marche d’uso, ovvero abbreviazioni che ci dicono se un lessema (o una sua accezione) è d’uso dialettale, regionale e a quel ambito appartiene.

Il nucleo del nostro lessico è costituito dal vocabolario di base (6.700 lessemi, l’insieme dei vocabili necessari per farsi capire nelle comunicazioni più frequenti). Al suo interno si individuano:

  • Vocabolario fondamentale (circa 2.000 lessemi);
  • Vocabolario di alto uso (circa 2.700);
  • Vocabolario di alta disponibilità (circa 2.000).

Ma come si fa a stabilire quali sono le parole che compongono il vocabolario di base? Giuseppe Baretti, che nella seconda metà del ‘700 insegnava italiano a Londra, osservava nella sua prefazione alla Easy Phraseology che era riuscito a inserire nei testi circa 10.000 vocaboli, ossia quanti ne bastano anche a un nativo per cavarsela nella maggior parte delle situazioni comunicative. Rispetto agli studi odierni, aveva collocato l’asticella un po’ più in su rispetto al vocabolario di base.

Fino all’avvento dell’informatica, gli studi erano realizzati su base empirica con stime interamente basate sull’esperienza soggettiva del lessicografo, ora basate, invece, sulla statistica. Il vocabolario fondamentale è quello più utilizzato dagli utenti. Per delimitarlo bisogna ricorrere ad un vocabolario di frequenza, che ordina i lemmi in base alla loro frequenza nel corpus di riferimento. Nel 1971 fu pubblicato il LIF (Lessico di frequenza dell’italiano contemporaneo) basato su un corpus di circa 500.000 occorrenze tratte da testi scritti. Negli anni Novanta è stato pubblicato il LIP (Lessico di frequenza dell’italiano parlato) basato su un corpus di circa 500.000 occorrenze tratte da vari tipi di produzione orale.

Sulla base dei vocabolari di frequenza si è individuato il vocabolario fondamentale (primi 2.000 lemmi) e quello di alto uso (fino a quota 4.700). Tra i lessici più usati di frequenti vi sono le parole grammaticali. Scendendo troviamo il lessico giornaliero. I lemmi di alto uso sono leggermente. Sappiamo, però, che esiste una terza componente, la quale andrebbe a dividere serie semantiche omogenee e ad escludere parole e referenti comuni. Si è deciso dunque di integrare circa 2.000 ulteriori vocaboli definiti «di alta disponibilità», che corrispondono «ad atti e oggetti di grande rilevanza nella vita quotidiana». In pratica, per definire il vocabolario di base è stato necessario integrare il metodo statistico con l’analisi soggettiva del lessicografico.

Tra il vocabolario di base e quello esteso s’individua il vocabolario comune, che comprende tra le 40.000 e le 45.000 parole. Aggiunte al vocabolario di base, costituiscono il vocabolario corrente (circa 50.000), tutto ciò che si trova nel vocabolario e che non sia connotato in senso regionale, stilistico o tecnico-specialistico. Il vocabolario corrente equivale a circa il 20% del vocabolario esteso. Il resto (oltre 200.000 voci) comprende termini che sono in qualche modo connotati.

Costituiscono un gruppo a sé le parole di origine straniera che, a seconda del radicamento nell’uso, possono appartenere al vocabolario di base, a quello comune o a quello esteso.

Regionalismi e dialettismi

Gli studiosi non sempre concordano sulla distinzione tra regionalismi e dialettismi. Entrambi accolgono termini di origine geograficamente circoscritta. I regionalismi sono impiegati soprattutto nella regione d’origine (sic. Carnezzeria). I dialettismi sono termini d’origine locale che hanno varcato i confini originari e sono compresi da parlanti di aree diverse (sic. Cannolo). In altri casi i dialettismi sono parole che hanno avuto successo perché dotate di valore espressivo o connotativo (rom. Coatto; nap. Fetenzia). Nella realtà i confini tra le due categorie sono spesso sfumati.

Spesso dialettismi e regionalismi sono legati alla cultura materiale:

  • Lessico alimentare;
  • Mestieri tradizionali (rom. Barcarolo);
  • Nomi di utensili da cucina;
  • Nomi di abitazioni (pugl. Trullo);
  • Nomi di elementi del paesaggio naturale (meridionale fiumara);
  • Nomi della sfera della criminalità e della marginalità sociale (mafia, camorra, ’ndràngheta).

Nel GRADIT sono registrati circa 7.700 termini tra dialettismi e regionalismi.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

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