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Pronomi: uso del pronome dativale li a scapito del dialettale ghe. Forse l’intento è

 nobilitante.

Il semicolto quando è costretto a entrare in contatto con l’autorità e a produrre un testo a

 essa rivolto, tenta faticosamente e in congruamente di imitane lo stile.

Sul piano testuale uso de il quale come un connettore generico privo di ordinamento

- grammaticale

Impaginazione strutturale del testo mostra la volontà mimetica di stile alto schemi

- paratattici ma ache tropicalizzazioni varie, giuntire attiate con il che polivalente,

procedimenti ellittici che indeboliscono la tenuta sintattica, anche se danno espressività.

Discorso diretto esplicitato in modo chiaro

- Cambio di enunciatore senza segnalazione, o discorso indiretto caratterizzato

- dall’interferenza indicale

Il possesso di queste tecniche verbali mostra una competenza linguistica non prevedibile, almeno

secondo certi parametri, in un pescivendolo dialettofono di metà ‘700.

10. Francesco Elia

Fu al servizio di Vittorio Alfiera dal 1766 al 1781; era un personaggio noto ai lettori della Vita di

Alfieri; lo accompagnò nel viaggio per l’Euripa. Tra le sue mansioni ilcompito, segreto, di inviare

periodicamente ai conti di Cumiana (cioè al cognato e alla sorella di Alfieri) dei dettagliati

resoconti delle avventure e sregolatezze del padrone. Abbiamo 6 lettere.

Privo di preoccupazioni letterarie, aveva però grande esperienza del mondo e possedeva una

intelligente perspicacia e avvedutezza. Privo di retorica e fortemente espressivo, concreto e attento

ai più minuti particolari ci restituisce lì immagine di uno strumento linguistico funzionale e

compatto pur nella diversità e disomogeneità delle sue componenti. Dimostra inoltre dimestichezza

nello scrivere: grafia disinvolta e scorrevole; uso della punteggiatura e il riconoscimento dei limiti

delle parole.

Lettera a Stoccolma, maggio 1770: la scrittura rispecchia una lingua usuale a livello di

conversazione media, non un vero dialetto.

Dialetto e realta demotica:

Indizi di realtà demotica sono i frequenti scempiamenti e le relative forme reattive con

- doppia intervocalica (trovatto, gettatto); il dittongo uo;

Dialettale invece la fonetica anaforesi, sostituzione della sibilante alveolare alla palatale,

- protesi di sibilante; regionalismi

Quando si trova in difficoltà nel trovare la corrispondenza nella lingua non dialettale, usa

- l’ellissi segno della coscienza metalinguistica che si sente in dovere di cancellare il tratto

demotico della sua scrittura

Morfosintassi e testualità:

Comprensivo di tratti della comunicazione orale e di tratti bassi

- 14

Si per ci

- Dove come connettivo generico

- che polivalente

- quando l’argomento merita una sottolineatura enfatica, rinuncia a segnalare alcuni elementi

- grammaticali; anche se a prezzo di errori la loro assenza fa acquisire una maggiore

espressività alla scrittura.

Il taccuino di viaggio di Elia dà segno dell’esistenza di una lingua d0uso di rilievo

 comunicativo e vale anche, per soprammercato, da tessera testimoniale della possibilità,

nella sua epoca, di uno scambio orale condotto con uno strumento non coincidente né con il

dialetto né con la lingua letteraria.

11. Scenario socio-culturale dell’Italia

Irreale pensare a un processo di italianizzazione che si estenda in modo omogeneo, ma ci sono dei

momenti nella storia linguistica in cui si verificano delle ondate successive di diffusione

dell’italiano.

Fase importante per l’italiano moderno Settecento quando nuovi parlanti e nuove situazioni d’uso

contribuiscono ad allargare lo spettro delle ragioni dell’adozione della lingua.

Caso della Sicilia: italiano entra nel repertorio della burocrazia già nel ‘500. Il siciliano, che sarà

dialetto solo con l’unità, per tutto il ‘700 poteva ancora essere intensionalmente usato nel dibattito

cultueale, alto, religioso e laico.  Compresenza di siciliano e dialetto.

Indicazioni di questo in documenti (di natura pratica): lettere, ricevute, resoconti che si riferiscono

all’amministrazione dei feudi di proprietà del principe Bisari. Gli scriventi sono sovrastanti, massari

amministratori di basso e medio livello diversa capacità scrittoria: chi con scarsa competenza, chi

con buona dimestichezza.

Buona dimestichezza Antonio Fusco, amministratore delle terre del principe a Lentini (lettera del

1797).

Caratteristiche:

Livello grafico:

- Limitata accentazione casuale di alcuni monosillabi

 Poche ricorrenze di concrezioni di parole

 Uso di maiuscole

 Frequenti abbreviazioni

 Punteggiatura ( ; per il punto fermo)

Fonetica:

- Patina siciliana, ma non invasiva

 Soluzione ipercorrettiva del genere (ambe le lati)

Sintassi e testo:

- Che polivalente

 Che relativo in declinato

 Ellissi del Che

 Il quale in funzione di oggetto

Nell’analisi delle testimonianze dei semicolti, c’è la tendenza a metterein rilievo e quasi a fare il

campionario degli errori o di ciò che devia dalla lingua (i dialettismi) e dalla norma. è corretto

15

questo procedimento? È necessario guardare sia ai fattori devianti sia a quelli in cui si registra un

tendenziale avvicinamento all’italiano e alle due basilari implicature.

Somiglianze con l’italiano:

- Tratti formali o arcaici

 Il invece di lu

 Il particolare articolarsi della testualità, una tenuta della sintassi di rilievo es attorno

 alla principale di dispongono una gerundiva strumentale, un inciso e dopo, una finale

completata da relativa. Una struttura quindi lineare e pragmaticamente efficace.

Guardando all’insieme dei documenti risulta che l’italianizzazione presente è parte di un processo

vasto che coinvolge I e II Settecento. Quelli più recenti hanno un’incidenza di siciliano che appare

quantitativamente meno forte, cedendo via via il posto a esiti e forme italiane e lasciando

intravedere un’esperienza di italiano orale e una netta propensione all’acquisizione della lingua.

12. Scrittura criminale: testi di briganti, criminali

Testi dei briganti meridionali attivi dopo l’Unità: studiati anche da psichiatri nel Novecento.

Importanti per la linguistica se si tiene conto di 2 fattori:

1) provengono da regioni e località marginali e contadine dove l’analfabetismo toccava livelli

endemici

2) la dominante pragmatica della scrittura è evidente: si è spinti a usare una lingua distinta dal

dialetto e comprensibile al destinatario o per fini poco nobili (minoritaria richiesta di beni ) o per il

miglioramento di difficili condizioni di vita (suppliche)

Nel brigantaggio si produsse una spinta all’apprendimento e alla pratica della scrittura

De Blasi ha condotto un’indagine sulla scrittura dei briganti nella Basilicata ta il 1861 e il 1864; di

rilievo dalle autobiografie di due pastori entrati con il tempo nel brigantaggio:

Michele di Gè: scrisse i suoi ricordi tornato al paese dopo 26 anni di lavori forzati, non

- aveva un regolare percorso scolastico, apprese a leggere e a scrivere da un compagno di

prigionia (lo racconta in una lettera)

Carmine Crocco: nei suoi scritti ci informa che anche se pastore imparò a lettere e a

- scrivere a scuola e ricorda con piaacere il maestro. Il distacco dalla scuola è dovuto

all’assommarsi delle sventure familiari, ed è vissuto con rammarico. Era divenuto capo dei

briganti poi. Egli dunque cresciuto in un ambiente nel quale la scrittura e l’alfabetizzazione

erano valori positivi; importanti si riveleranno nell’esercizio del brigantaggio e in carcere.

Tipi di testi dei briganti suppliche, autobiografie, cartelli, lettere di ricatto, lettere; di contro

abbiamo anche i rapporti e le lettere di servizio emanate dai membri dell’esercito e delle guardie

nazionali.

Cartello dell 1861 firmato da Crocco: l’italiano è di marca burocratica e scolastica. L’intenzione

di tendere a una lingua di tono alto nella II parte è condizionata da tratti regionali e meridionali. 16

In altri testi l’influsso dialettale è più forte lettera di richiesta di denaro e aiuti di Pasquale

Cavalcante (1862): elenco di oggetti e una serie di minacce. Dialetto Nelle sonorizzazioni e nella

resa con sorda di vi obicato.

Fenomeno del brigantaggio anche in Calabria (nella Sila Piccola catanzarese) dove assunse notevoli

dimensioni Lettera di ricatto a cui sono allegati gli atti di un procedimento giudiziario

Caratteristiche:

Disgrafie popolari

- Aberrazioni scrittorie

- Dimensione demotica

- Testualità trsandata

-

Questi elementi si elevano mescolandosi con altri 2 fattori:

Tensione all’italiano che muove senza eliminarlo del tutti dal sostrato dialettale per tentare

- forme comuni e condivise

L’inquadramento discorsivo in un singolare bon ton epistolare di stampo burocratico

- (chiusura e apertura).

Nei rapporti dell’esercito e nelle comunicazioni ufficiali 1863 ha per oggetto un conflitto a

fuoco nella campagna calbrese tra le truppe sabaude e i briganti della banda Monaco.

Caratteristiche:

Stereotipi lessicali e morfologici

- Avverbi in –mente

- Vivacità romanzesca non esente da sbrigative mosse oraleggianti

-

Ci mostra una lingua con cui erano costretti a misurarsi i semicolti e a cui non potevano non

guardare per stendere i loro scritti. Un italiano altro in quanto emanazione verbale di un’autorità

spesso sentita ostile o estranea che funziona da figura ancipite e solidare dell’italiano pidocchiale.

Lettera del tenente Alamprese (1861):

Ricerca di stile elevato nella sintassi (periodo complesso) e nel lessico

- La fonetica riconduce a una sorta di italiano regionali di marca meridionale . La sua è una

- lingua intermedia tra dialetto e standard, segna una tappa verso l’italianizzazione e al pari

degli altri documenti criminali testimonia come l’esperienza del brigantaggio sia stata una

palestra, marginale e singolare, d’italiano. Una scuola preterintenzionale in cui si

fronteggiavano, ignari di lavorare al definirsi di una lingua, sia gli esponenti dell’esercito

regolare, sia i ribelli del Meridione.

13. Il mezzadro Domenico Mezzano

Mezzadria= tipo di conduzione di poderi agricoli di antica origine e molto diffuso a partire dal XII

secolo in varie zone d’Italia; in crisi per diverse ragioni, vietato nel 1964. Prevedeva una divisione a

metà degli utili e delle perdite tra il proprietario della terra e la famiglia contadina residente sul

fondo. 17

NB: non è solo un tipo di contratto agricolo ma anche occasione linguistica. IL mantenimento di un

rapporto tra il proprietario e il conduttore del fondo doveva spesso avvenire per via epistolare. In

questo quadro si collocano i documenti che seguono. Sono delle lettere inedite che testimoniano

(1858-60) la corrispondenza tra un mezzadro (Domenico Mezzano) e la proprietaria Giuseppina

Viola. Le lettere del Mezzadro offrono un quadro di notevole interesse della competenza di italiano

scritto possedta da un illetterato in un’area rurale periferica di metà Ottocento.

I lettera: il mezzano propone di usare un fondo incolto per la coltivazione del foraggio per

l’allevamento e suggerisce l’acquisto di un bosco utile per produrre carbone di legna.

Caratteristiche:

Grafia chiara e scorrevole (buona dimestichezza)

- Tratti semicolti: mancanza di punteggiatura, apostrofi incongrui, accenti omessi, maiuscole

- immotivate, scempiamenti delle doppie, ipercorrettivismo, evitamento della z, mancanza

paletizzazioni della sibilante, esito in w germanica

Sovrapposizione termini formali, moduli parlati, considerazioni di antica saggezza

- contadina, vocabolario dialettale

Strutturazione testuale pensata: connettivo e; cioè; allora; così allora e cos’ rinviano a

- qualcosa di già menzionato e agiscono da anfora, connettendo il detto al dire successivo.

Sono veri e propri snodi del discorso.

II lettera: informa sull’andamento dei lavori per l’apprestamento dei prati da foraggio, avanza una

richiesta di denaro.

Caratteristiche:

Fenomeni gia citati (vedi sopra)

- Influssi burocratico-formale mescolati al dialettale

- Allora e così sono sostituiti da in somma, valle a dire, giache e adonque.

-

Aspetto comune alle due lettere è la morfologia verbale che si presenta regolare ed esente

dall’azione di forze centrifughe. Lo scrivente usa coerentemente tempi e modi e fa correttamente

uso del congiuntivo.

Nel processo di italianizzazione pesano più, in senso centripeto, la regolare adozione delle

 forme verbali di quanto incidano in senso contrario la ricorrenza di rubbo o carasse.

Se confrontiamo Fongi e Mezzano notiamo che la polimorfia verbale ancora presente nel Seicento

qui sia ridotta e regolata (Ottocento) è una traccia delle dinamiche attive in questo italiano

semicolto/pidocchiale. Pare esserci in esso una compresenza di forze diverse: inerziali e già ben

definite e quelle evolutive che indirizzano la scrittura verso certi esiti a discapito di altri.

14. Scritture semicolte tra ‘800 e ‘900

I fatti storici che tra ‘800 e ‘900 hanno inciso sulla scrittura semicolta sono:

L’emigrazione (soprattutto transoceanica): per mantenere un contatto con la famiglia si

- trovarono costretti a scrivere e se non ne erano capaci, dovettero imparare.

Prima guerra mondiale: produzione epistolare da parte degli arruolati al fronte.

- 18

1916-1919 raccolta di lettere dall’ospedale psichiatrico di Genova, scritte dai ricoverati al

direttore o ai familiari. Alle motivazioni pragmatiche, se ne aggiungono qui altre come allontanare

l’incubo del rientro al fronte, possibilità della morte; esprimere sofferenza; sottrarsi alla follia…

A questi casi è comune un movente essenziale e profondo: quello in contrasto con il ruolo imposto

di esserci e di esercitare ancora un diritto sulla propria esistenza.

Le lettere sono dirette in ogni parte d’Italia e disegnano un quadro complessivo dell’italiano scritto

semicolto caratterizzato da un indice sostanzialmente basso di dialettalità. Ma tali documenti non

certificano solo un momento importanti di italianizzazione presentano al suo grado più alto la

singolare specificità dell’incontro tra scrittura e illetterati o semicolti: quella di essere segno e

testimonianza di ciò che Foucalt chiamava esistenze-lampo, vite il cui fulmineo passaggio nel

mondo sarebbe stato, in assenza di queste deboli tracce, inghiottito nell’oblio sepolto nella

necropoli del tempo.

Lettera 1916, un giovane di Rovigo. Caratteristiche:

Tratti grafici popolari

- Mancata paletizzazione della sibilante in trassinar o il verbo essere in se che riprende il xe

- (regionalismi)

Organizzazione sintattico-testuale che si regge su moduli ricorrenti: uso di dove che surroga

- la forma in cui; il che ridondante; tematizzazione con quanto; basso livello di coesione e

forte tasso deittico con l’uso dei dimostrativi (aspetto della lettera di essere allocutiva eco

vocale)

Il veicolo di un testo come questo, dai temi, sentimenti e contenuti umani, è il tenore vocale.

-

15. Considerazioni di fine capitolo

Le scritture delle figure presentate possono essere disposte sull’arco di un diagramma che ha come

asse di riferimento la storia: al punto più basso troviamo semplici questioni personali, al centro si

collocano resoconti di fatti storici, mentre al polo estremo si registra il contatto o l’attrito tra destino

del singolo e le vicende di grande rilievo storico (Inquisizione, insurrezioni, Unità, Guerra). Una

relazione di convergenza (sul sé) e di divergenza (verso l’esterno).

L’altra grande dialettica è quella del rapporto, nei testi, di centrifugo e centripeto: di ciò che divaga

e s’allontana da un’ipotesi di italiano comune, a di ciò che a tale obiettivo si indirizza. Questa

dialettica di forze deve essere letta e interpretata attraverso l’analisi di una serie di punti la cui

escussione vale da tracciato della questione:

Fonetica e lessico: qui sono maggiormente attive le componenti demotiche e locali, si

- determina un effetto di pluralità e differenze

Morfosintassi: i fattori di convergenza unitaria sono più forti che nelle altre componenti

- linguistiche

Testualità: assetto dei doc semicolti si distingue da quello della prosa colta per una serie di

- evita menti reciproci:

Semicolto: incapace di attingere alti livelli; esplicita intenzione pragmatica

 Colti: tende a non indulgere a effetti di lasca coesione; intenzione pragmatica spesso

 mascherata, mediata o filtrata 19

Esiste però una zona condivisa: sottolineatura deittica; il quale coesivo; procedure di

tematizzazione e di messa in rilievo

Diversa è invece la funzione e la fruizione del parlato:

Colti: solo un’eco lontana, funzione retorica o estetica

 Semicolti: adozione integrale delle strutture parlate, funzione comunicativa e

 fruizione prativa. NB: Sono inoltre struttura largamente condivise, unitarie e

naturalmente centripete.

Influsso linguaggio burocratico: italiano con cui venivano in contatti i ceti illetterati. È un

- italiano pratico-amministrativo, e in un primo momento sembra avere una funzione di

convergenza linguistica maggiore di quella esercitata dal toscano letterario.

Figure intermedie: la loro scrittura e i fattori unitari di convergenza linguistica paiono forti sino a

far aggio su divergenti fattori fonetici. Da qui l’importanza di mettere in rilievo manchevolezze ma

anche quanto correttamente appreso

Quale contributo offre il parlato-scritto dei documenti semicolti alla conoscenza del parlato-parlato

in quelle epoche? 2 posizioni a riguardo:

Lo scritto non può fornire info sul parlato

1. Non si esclude la possibilità di trovare tratti del parlato nello scritto e viceversa.

2.

L’indagine linguistica sull’oralità deve comunque tener conto di una conoscenza storica indiretta e

congetturale. In assenza di un’entità (il parlato) materiale e vocale, i testi semicolti ne appaiono

come indizi indiretti; conoscerle può farci supporre che anche in passato si svolgessero scambi orali

in un italiano, rudimentale e tendenziale, simile a quello dei testi visti nei prg.

2. LIBRI DA LEGGERE E LIBRI PER IMPARARE

1.Colti e semicolti leggono gli stessi libri

Con l’espressione “libbricciole per legerre” si faceva riferimento tra fine ‘400 e inizio ‘500 a un

modello di libretto a stampa a larga diffusione caratterizzato dal formato ridotto, dall’assenza di

margini, dallo scarso numero di pagine, dall’illustrazione xilografica a vignetta, dall’eleganza sobria

dell’insieme. È una categoria in cui si raggruppano testi di diverso contenuti, unificati dal largo

consumo e dalla diffusione popolare.  Appare inattendibile l’ipotesi di una totale assenza di

prodotti librari in ambiente locale. I vari livelli culturali si intersecano, creando tra loro zone

intermedie, effetti di sfumato, linee d’ombra; così avviene che i semicolti, o i più colti tra loto,

intrattengano una qualche forma di relazione con i libri.

L’attestazione più probante è quella fornita da Menocchio che nel corso del processo cita undici

libri in volgare:

Bibbia

- Decameron

- Il fioretto della Bibbia

- 20

Legendario de santi

- HIstoria del Giudicio

- Il cavallier Zuanne de MAndavilla

- Lunario

- Corano (forse)

-

Da questo elenco si nota che i generi attorno a cui si svolge la lettura semicolta sono testi religiosi e

testi di avventura. Si entrava in contatto con questi libri attraverso una fitta rete di prestiti.

Ci sono elementi sufficienti per mettere da parte le tradizionali dicotomie tra orale e letterario,

educato e incolto e per sostituirle con un’interpretazione tesa a evidenziare la fluidità delle pratiche

e la parziale porosità delle frontiere culturali nell’Italia di Antico Regime. Non due livelli in

comunicanti ma l’estendersi tra questi di una densa e opaca dimensione ricca di transiti e

interferenze (lettori eruditi fruiscono per diletto testi popolari; lettori popolari rapporto con la

tradizione alta).

Lettori marginali che si avvicinano ai testi della tradizione: testimonianza consegnata nel XIV

secolo da Franco Sacchetti:

Conoscenza di Dante

- Illustra modalità libere della fruizione dantesca

- C’è però la predilezione tra i semicolti, di opere di sapore più popolareggianti (materia

- cavalleresca)

Orlando Furioso e Gerusalemme Liberata fanno parte del repertorio di letture umili interventi

censori ecclesiastici e di inquisitori. Tra gli altri testi censurati ci sono quelli eretici in volgare,

romanzi di cavalleria (Lancillotto, Tristano). Preziosa la documentazione veneziana relativa alle

professioni di fede a cui furono costretti nel 1587 i maestri della città lagunare (1564): da esse si

traggono notizie sulla scuola e sulle letture degli scolari:

Abbecedari

- Testi religiosi

- Libri di battaglia (Buovo d’Antona; Orlando furioso)

- Censure ecclesiastiche, interventi dell’inquisizione, atti giudiziari, resoconti di visite

 pastorali, piccate reazioni di letterati superciliosi, autobiografie, lettere , testimonianze

dirette di semicolti, testi letterari, ricerche demologiche, libri di viaggi ci informano che tra

scune opere letterarie e il mondo dei semicolti non esisteva una barriera invalicabile.

Il consumo è dunque trasversale con diversi gradi di fruizione: sregolata per i semicolti, attenta per i

colti (Dante, Boccaccio, Ariosto, Tasso). Jurij Michaijlovic Lotman parla di semantica a molti

gradini= ciò che in rapporto a un dato lettore porta un solo significato ne ha altri, più complessi e

metaforici, per un lettore in grado di coglierli.

Questa duplicità ha un risvolto concreto e materiale sul piano tipografico: gli stampatori nel ‘500 e

in seguito diedero vita a un doppio modello (e quindi due circuiti editoriali per 2 diversi destinatari):

Edizioni di lusso in forma di quarto per un pubblico signorile

- Edizioni meno raffinate in ottavo per un pubblico popolare che non poteva permettersi

- grandi spese 21

Innovazione tecnologica della stampa svolge un ruolo essenziale sia nell’approccio alla lettura

dei semicolti sia nella normalizzazione della lingua da usarsi nelle redazioni di testi tipografici. Per

quanto la stampa determini nell’ambito della produzione semicolta una diminuzione di margini di

libertà dovuta all’affermarsi della norma, è indubbio che il libro uscito dalle tipografie consenta una

crescita dell’italianizzazione e un generale progresso dell’istruzione: pare certo che l’abbondanza di

testi stampati e il loro basso costo abbia stimolato il desiderio di apprendere non solo nei grandi

centri ma anche in quelli piccoli.

Conseguenze positive della stampa sulla cultura e sull’alfabetismo: Tommaso Garzoni, erudito di

fine ‘500; tesse un elogio della stampa e tiene conto degli aspetti intellettuali e economici.

Dalla nascita della stampa comunque l’oggetto libro non era più possesso espclusivo dei dotti e la

sua vasta diffusione e la sua accessibilità economica consentivano percorsi inconsueti, non previsti

e apparentementi proibitivi (es la Gerisalemme liberata trovava ascolto e accesso tra artigiani e

pastori) Un incontro tra alto e basso che non rispetto ordinate scansioni d’apprendimento e di lettura

affidandosi a sregolate e confuse procedure, ma che pure contribuì all’avanzamento della

competenza dell’italiano.

2. Edizioni per persone idiote e semplici

La ricostruzione di fenomeni di interferenza deve rassegnarsi alla non univocità

dell’interpretazione. Suo compito è segnalare nodi complessi, convivenze di procedure, movimenti

ancipiti, sovrapposizioni di meccanismi, pluralità di letture.

La stampa si dedicò a confezionare prodotti prettamente destinati ai popolati e pensati per i non

colti “ per persone idiote e semplici”.

Primo livello di produzione: materiali di poco prezzo e di grande smercio, che fossero di

1. utilità pratica immediata (lunari, almanacchi, abbecedari, ricette, incantesimi, scongiuri) di

intrattenimento (cantari, frottole, rime) o di informazione (avvisi a stampa). Aspetti

caratteristici sono:

Basso numero di pagine

 Presenza di incisioni

 Frequenza del carattere gotico

Questo materiale era diffuso nelle città da strilloni, venditori di nove e avvidi; dai cartolai e

piccoli commercianti; nei paesi e nei mercati erano venduti dai colporteurs (merciai

ambulanti). E una vera produzione di massa. Rapido consumo e bassa qualità della cartam

facile deperibilità totale (quasi) scomparsa di questo materiale. La sua importanza è

attestata nel ‘600 quando il declino dell’editoria veneziana scoraggia gli investimenti in

grandi iniziative librarie, In Italia si assiste alla crescita di piccole aziende e all’incremento

di prodotti minuti, stampato quotidiano. Materiale che abituò alla scrittura, che crebbe nel

‘700 con il successo di lunari, calendari e almanacchi.

Secondo livello di accessibilità dei semicolti alla lettura, è la produzione dei libri di materia

2. cavalleresca (Ariosto, Tasso e altre opere inferiori)L’attestazione più famosa è quella fornita

dai Promessi sposi (il sarto ha letto Leggendario de’ Santi, Guerin Meschino e i Reali di

22

Francia). I semicolti hanno dimestichezza con testi devozionali, romanzi cavallereschi in

prosa. Posizione di rilievo Reali di Francia

3. Reali di Francia di Andrea da Barberino

È un romanzo in prosa incentrato sulle vicende fantastiche dei principi dell’epoca carolingia e

arturiana, composto sul finire del ‘300 da Andrea da Barberino. Pubblicato per la prima volta nel

1491 a Modena, successo vasto fino alla prima metà del ‘900.

Caratteristiche peculiari ricorsività, sapiente variazione di pochi schemi fondamentali (strutture

basilari della narrativa popolare e favolistica). Elementarità compositiva lo apparenta a certi

prodotti moderni definiti “paraletteratura”. Ciò che conta è l’arte dell’intreccio, la capacità di

variare l’argomento padroneggiando le varie fila del racconto.

Motivi del successo e all’accessibilità anche per i ceti più bassila semplicità (es. capitolo X, Libro

II)

Sintassi: impaginazione media, discorsiva, paratassi, connessioni con e anche in apertura periodo;

tendenza alla ripetizione e l’uso di una subordinazione semplice. È una lingua che non ricerca effetti

di prospettiva e che si affida per intero a un andamento di affabulante e ordinaria orizzontalità.

Altro motivo di successo è che a ogni edizione gli stampatori mutavano qualcosa con l’obiettivo di

rendere il romanzo sempre più comprensibile e alla portata di ogni lettore. Un libro in continuo

mutamento, un testo mobile confrontando le edizioni emerge la tendenza a intervenire sulla

punteggiatura e sull’ortografia, ma anche a eliminare tutto oquanto poteva risultare ostico al

comune lettore contemporaneo. In quest’opera di ripulitura, notevole è il cambiamento nella

morfologia verbale che passano (fine ‘600) alle forme regolariÈ un segnale minimo verso la

standardizzazione e verso un italiano comune che coinvolge anche le officine tipografiche e i loto

prodotti rivolti a un pubblico medio e popolare.

4. Testi per l’apprendimento

In che cosa consisteva quel poco di scuola con cui entravano in relazione gli umili?Quali forme di

lingua proponevano?

La tendenza, a inizio Cinquecento, di impadronirsi degli strumenti per leggere e scrivere pare non

essere limitata alle grandi città. Testimonianza è Libro di memorie del frate Sebastiano Vongeschi;

egli tenne scuola pubblica.

Ma questo periodo è segnato dal caos didattico, perché le situazioni di apprendimento del volgare

erano varie:

Istruzione in famiglia o in bottega

- Intervento di maestri privati (doctores puerorum)

- Maestri occasionali pubblici

- Uso di manuali da autodidatta.

- 23

Un caso famoso metà ‘400 Alessandra Macinghi Strozzi, borghese in contesto fiorentino,

addestramento casalingo di scrittura, insegnava al figlio; insegnamento della scrittura sugli aspetti

grafici e la buona forma.

L’insegnamento del volgare scritto consisteva in una serie di nozioni grafiche e di schemi

 epistolari.

Anche nel ‘500 che fu l’epoca del trionfo della grammatica, questa nella pratica didattica

coincideva col latino. Troppo forte il carattere elitario delle scelte e delle proposte dei grandi

intellettuali e linguisti rinascimentali per incidere concretamente sugli usi e sulle modalità

dell’apprendimento. Così nelle scuole di grammatica il volgare era bandito e perseguito dagli stessi

maestri. Tuttavia il volgare c’era, vuoi negli scambi tra allievo-maestro, vuoi nelle traduzioni o nelle

diverse fasi dell’apprendimento quando si affrontava la lettura piena.

questo è però un livello di istruzione a cui difficilmente potevano giungere ceti medio-bassi o

figure destinate a intraprendere nell’uso un volgare comune.

Prevalenza del latino nell’istruzione: anche nelle scuole popolari. In questi contesti di deve

presumere la mediazione in volgare dei maestri; inoltre il latino utilizzato era quello delle preghiere

più comuni e quindi familiare a tutti.

Testi Il principale era l’abicì, la Tavola alfabetica (Santacroce), presentava le lettere dell’alfabeto

- latino sino alla Z seguite dai frequenti segni di abbreviazione.

Salterio: si isolavano i gruppi sillabici. Questo testo conteneva orazioni da ripetere nel corso

- della giornata, si compivano i primi esercizi di lettura (oggetto erano le preghiere)

Donato : lo si usa una volta raggiunta abilità nella lettura. Scritto in latino e chiamato

- familiarmente Donatello: è la prima grammatica latina in forma dialogica compilata

nell’VIII secolo sulla base del testo scolastico in uso nelle scuole tardo romane (Ars Minor

di Elio Donato). Questo manuale si usava prima come libro di lettura senza comprensione e

successivamente come strumento di spiegazione delle varie parti del discorso.

Erano tutti e 3 largamente diffusi e usati e per la loro mancanza di pregio sono andati quasi

 completamente perduti.

Accanto a questi c’è anche un abbecedario Babuino di cui abbiamo due stampe (1521-1505): alla

tavola alfabetica seguono in italiano le definizioni e l’elenco delle vocali e delle consonanti, le

principali abbreviature e le possibili combinazioni sillabiche; nomi propri di uomini e donne, città,

castelli, cittadini, contadini. Infine alcune preghiere in latino.

Sulla base della presenza in esso del volgare si ritiene che si tratti del primo testo scolastico in

italiano. Nella scuola dell’abaco si colloca la sua origine, cioè in una scuola in cui il passo iniziale,

prima di affrontare il latino delle orazioni, consisteva nel compitare e leggere parole italiane. Il

Babuino pare costituire un possibile e necessario punto di giunzione tra studio pratico ed elementare

del volgare, e l’universo semicolto.

Manuali autodidatti: Libro maistrevole del veneziano Giovanni Antonio Tagliente. Il manuale si

rivolge a coloro che non sanno leggere, sia tra i giovani che tra gli adulti. All’esercizio di

24

composizione delle parole seguono elenchi di nomi propri, modelli di lettere missive e responsive e

differenziandosi laicamente dai salteri, massime e sentenze (è un manuale di istruzione minima). Si

percepisce l’esistenza di un pubblico di persone umili e di mestieri vari che aspira a coltivare lettura

e scrittura e la generale esigenza di una lingua comune: lontana da modelli nobili e letterari ed

estranea a rigorosi presupposti grammaticali: una lingua base, pratica, comunicativa.

Alla medesima famiglia di opere elementari appartengono altri libretti:

Dedicato al lessico c’è il Dictionario (1552, fiorentino) di Giovanbattista Verini, che mette

- a disposizione del lettore elenchi di parole di città, animali, piante, proponendo liste di

forme toscane ed equivalenti settentrionali. L’obiettivo è pratico: allestire un vocabolario di

base.

Simili nelle intenzioni i vari manuali di istruzione popolare scritti da Domenico Manzoni,

- marstro di abaco. La vera e principal ricchezza de giovani che desiderano imparar bene

legere scrivere et abaco suggerisce una distinzione funzionale tra le scritture; in Libro

mercantile mostra la consapevolezza degli obiettivi pragmatici della comunicazione scritta

e quanto sia lontana da qui la prospettiva da parametri estetici e bembeschi.

Il rigoglio di queste operette di maestri di scrittura o abaco, ha una fase editoriale breve. Il loro

progetto di alfabetizzazione popolare svanì rapidamente. 1563 concilio di Trento si concludeva e la

Controriforma attraverso il controllo dell’istruzione e della produzione libraria puntava a

un’educazione popolare a una didattica della scrittura e della lettura ben diverse da quelle tentate da

volenterosi maestri d’abaco.

5. Novità nell’educazione popolare a partire dal concilio di Trento

Parte significativa della produzione semicolta e dell’apprendimento dell’italiano rimane ancorata

alle varie situazioni descritte nella fase cinquecentesca e a percorsi anomali e sregolati.

L’egemonia dell’istruzione scolastica conquistata dai Gesuiti dopo il concilio di Trento, la sua

regolamentazione basata su una Ratio studiorum (definita tra il 1598-99) indirizzata alla formazione

dell’elite, il latino come unico strumentoo linguistico, potrebbero far pensare a un processo di

esclusione delle masse popolari e rurali.  In realtà l’operazione messa in modo dalla Chiesa fu più

organica e ampia proponendosi attraverso l’intervento nella scuola di vari ordini religiosi due

obiettivi:

Ridurre sempre di più le possibilità dell’insegnamento laico

- Puntare al controllo sull’educazione dei giovani senza distinzione sociale

-

Gli intenti di questa manovra si possono dedurre da Castellino da Castello, prete comasco

responsabile di un primo tentativo italiano di scuola popolare (Scuole della Dottrina Cristiana) e dal

Cardinal Paleotti in Istruttione redatta per i fanciulli delle scuole della dottrina della diocesi

bolognese l’insegnamento del volgare e di altre minime nozioni utili alla vita associata sono

reputati del tutto funzionali all’apprendimento dei principi della dottrina cristiana. Questi ultimi

veicolano precise regole di comportamento improntate al controllo sociale. È come se il volgare

affiorasse sulla superficie dello scambio linguistico, parlato e scritto, attraversando una folta schiera

di interdetti che riguardano i contenuti, la sua destinazione e la sua funzione sociale. 25

L’esperienza delle Scuole della Dottrina Cristiana viene ereditata dalla chiesa ambrosiana nel

periodo riformatore di Carlo e Federico Borromeo. Ne derivò anche nei centri rurali il sorgere di

una fitta rete di piccole scuole domenicali in cui numerosi catechisti univano all’insegnamento

dell’ortodossia un’embrionale trasmissione del volgare e della sua lettura. Il modello borromaico ha

avuto un influsso e un irradiamento limitati, anche se diffuso in Lombardia e ha contribuito alla

diffusione uniforme dell’italiano. In altre zone della penisola la catechesi si svolgeva in modo

tradizionale (omelia del prete, indottrinamento collettivo, rapporto passivo con la parola scritta).

La didattica religiosa (oltre all’insegnamento della dottrina cristiana)

Scuole Pie (1597, Roma, Calasanzio, dette dei Padri Scolopi): in primo piano c’è la

- formazione religiosa, ma si affiancano il leggere e lo scrivere (insegnati separatamente) e

per i fanciulli poveri l’insegnamento di un mestiere. I settori di abaco e grammatica sono

dunque separati, si insegnava il latino partendo dalla conoscenza del volgare. Si persegue,

nell’insegnamento dell’abaco, un addestramento prevalentemente tecnico-professionale: le

scuole pie finirono per occupare il settore più trascurato dalla strategia scolastica

controriformistica.

Ordine dei Redentoristi (Napoli, de Liguori) e Fratelli delle scuole cristiane (1700): il

- volgare e l’istruzione rivolta al popolo sono al centro. I Fratelli, coltivarono soprattutto

obiettivi di carattere prativo, rivolgendosi all’ammaestramento professionale degli allievi. In

questo quadro l’italiano è visto come funzionale prima alla copia e poi alla stesura autonoma

di testi collegati alle necessità della vita quotidiana.

Appare chiaro come a metà ‘700 si andasse definendo nel settore dell’educazione primaria e

popolare le premesse di una scuola ormai svincolata dal latino e strutturalmente fondata sulla cesura

sociale che vedeva opposti e in comunicanti la preparazione retorico-grammaticale e quella

professionale.

I rivolgimenti ideologici e istituzionali provocati dall’illuminismo, insieme alla limitazione dei

privilegi della Chiesa e all’incrinarsi del suo monopolio educativo radicalizzano queste premesse e

queste esigenze. Ne risulta un quadro di cui non si possono nascondere gli elementi di complessità,

varietà e intima contraddittorietà:

L’assunzione dell’istruzione da parte dello Stato agisce da forza propulsiva di mutamento di

- alfabetizzazione. Numerosi piani di riforma scolastica un po’ ovunque nella

penisola(Parma, Lombardia, Napoli, Modena).

Il costituirsi all’entità-Stato frammentato quadro politico italiano, di un apparato

- amministrativo-burocratico ha bisogno della formazione di impiegati e dei funzionari

allargando gli usi e le possibilità del volgare e delle sue relazioni con i cittadini.

Necessità, presupposti ideologici, novità tecniche nei vari campi produttivi, domanda di istruzione,

fervore di pianificazione educativa, indebolirsi del monopolio ecclesiastico e il riconoscimento

dell’importanza dell’insegnamento professionale, innesca un meccanismo che tende a sfociare in un

risultato o prodotto che si può sinteticamente esprimere la seguente formula: un’istruzione

primaria e laica, svolta in lingua italiana, gratuita e obbligatoria.

Tale obiettivo rimane più virtuale che effettivo. Tra le buone intenzioni rientrano alcuni aspetti

costitutivi della stessa visione illuministica: per essa la diffusione dell’istruzione popolare è un

26

problema perché si teme l’abbandono dei mestieri umili. La soluzione di compromesso era dunque,

per le classi minori, quella di una educazione diffusa ma finalizzata al lavoro quindi un italiano

pratico, funzionale ai compiti lavorativi e di rastremata essenzialità comunicativa in cui paiono

perpetuarsi, diffondendosi in orizzontale, alcuni degli aspetti che i semicolti del passato avevano

elaborato in un originale e suggestivo artigianato o bricolage linguistico. L’italiano nascosto va

quindi incontro a una vidimazione ufficiale.

È possibile leggere in questi termini alcune opere di destinazione popolare degli ultimi decenni del

‘700: Rudimenti della lingua italiana 1756, di Pier Domenico Soresi: una grammatica di successo

- e tante edizioni.

Dell’educazione del minuto popolo 1775, G. Galeazzi, si sancisce la dicotomia latino/popolo

- – nozioni pratiche, si connette esplicitamente il problema dell’educazione del secondo

all’ammodernamento delle tecniche e della vita economica perché a lingua era considerata il

canale necessario per passare l’aggiornamento specifico dei vari settori produttivi.

Prospetto delle Scuole Normali di Sicilia De cosimi, anni ’90, progetto di riforma scolastica

- e linguistica motivato da ragioni economiche. L’interesse è rivolto al popolo basso e alla

classe mezzana.

Grammatica ragionata F.lli Faure, Librai di S.A.R., Parma 1771

- Abbecedario G. Marelli e G. Motta, Milano 1786, totalmente laicizzato nel contenuto

- Compendio del Metodo delle Scuolr Normali per uso delle Scuole della Lombardia

- austriaca , manuale per l’insegnante dove vengono catalogati gli esiti fonetici delle scritture

semicolte

Dei Doveri dell’uomo e le regole di civiltà testo e lingua destinati alla fruizione diretta del

- popolo, operetta di Morelli. Adottato nelle scuole come libro di lettura per i ragazzi. Una

lingua per i semplici che mima, innervandola di raziocinante didatticità la loro domestica

articolazione discorsiva.

Concreti atteggiamenti linguistici dimostrano che lo strumento linguistico dell’istruzione primaria e

di base è l’italiano. Con ciò si aspira a mettere ordine nelle caotiche procedure didattiche che a

livello dei semicolti, l’Antico Regime aveva tollerato. Che poi il controllo sociale e le ragioni

economiche alla base dei progetti educativi del secolo dei Lumi, comportino una riduzione di quei

margini di libertà o di eccentricità tanto nell’apprendimento del volgare quanto nel suo uso scritto è

questione complessa.

Le cesure troppo nette sono però ingannevoli: le ombre del passato (sopravvivenze dell’Antico

Regime, lasciti post-tridentini) continuano a essere presenti. Emerge quindi una situazione

complessa e disomogenea: la trasformazione c’è , ma non procede linearmente. Testimonianzza le

reazioni popolari di fronte alle posizioni delle elite riformiste e rivoluzionarie (p. 148).

Ai residui del passato si aggiungono le difficoltà del presente: i nuovi libri redatti in italiano

appaiono troppo complessi, intollerabile il peso della miseria; endemica l’esiguità dei fondi

destinati all’insegnamento e bassa la considerazione sociale del maestro. Tuttavia sono frequenti le

richieste di istruzione dal basso e la consapevolezza dell’importanza della parola scritta-

In sintesi Pare profilarsi alla fine del ‘700 una situazione in cui a dominare e la sovrapposizione di

elementi divergenti:

Difficoltà strutturali e pratiche eterogenee

- 27

Intenti riformatori e sopravvivenze del passato

- Offerte didattiche, nuova ma rigide, proposte dalle elite

- Richieste di istruzione flessibili e adatte alle proprie esigenze da parte dei ceti bassi

-

Queste contraddizioni spiegano la conservatività dell’italiano pidocchiale.

6. Fiore di virtù

Il più diffuso testo di lettura in uso nelle scuole dal Rinascimento in poi. Redatto nei primi del 1300

da un anonimo padano. Ha contribuito a formare un tessuto linguistico e culturale di robustezza

difficile da precisare, ma notevole. Composto in un volgare settentrionale, trasmesso soprattutto da

manoscritti toscani e toscaneggianti. Suddiviso in brevi capitoli, tratta dei vizi e delle virtù

alternando alla definizione di ogni virtù quella del suo contrario; seguono gli exempla di animali e

poi numerosi giudizi tratti da filosofi antichi o da testi sacri.

Stampa Fior di virtù istoriato e novamente recorretto appresso Valerio Media a Milanopriva di

data, ma probabilmente metà ‘500. Libretto di piccole dimensioni, testo su doppia colonna,

inframmezzato da vignette. Analisi capitoli VIII e IX dedicati alla leggerezza e alla tristezza

Interpunzione e grafia:

Punto fermo e virgola (usata anche per intro discorso diretto)

- Et &

- Maiuscole corrette

- Apostrofo presente

- Assente l’accento

- Univerbazione sistematica in sie invece che si è, ma anche ilquale, lhomo, intelletto, laffa

- Grafie latine o latineggianti

- Grafie settentrionali come la s al posto della z

-

Lingua: un generico italiano settentrionale dinamicamente attratto dal toscano.

Sintassi e testualità: segnati da un’ascetica essenzialità discorsiva. DA cui ci si discosta per minime

giunture subordinative: Significativo l’ordinamento schematico della scrittura.

Fiore di virtù ebbe fortuna e diffusione ovunque e in ogni epoca: le sue edizioni come testo

scolastico di lettura si estendono sull’arco dei secoli . Il libro, nonostante quanto dichiarato

nell’intro, non ha ambizioni filologiche e si indirizza anche per le dimensioni tascabili al medesimo

pubblico delle tante stampe precedenti.

La lettura degli stessi capitoli trascelti dalla stampa ‘500tesca e il confronto con essa possono essere

utili: ai prevedibili uniformazione e restauro grafico e alla sistemazione della morfologia verbale si

accompagnano scelte tese a radere via l’originaria patina settentrionale e a enfatizzare il tono

toscano o toscani sta dell’edizione.

Il trattamento di marca toscanista operato da Agenore Gelli sul primo libro di lettura ai fanciulli

e il sentimento di recuperare una lingua pura e schietta spingono a riflettere si due punti:

Come il gusto toscanista con le sue credenze puristiche abbia agito a una certa altezza

- cronologica da ostacolo all’italianizzazione

Induce a sottolineare come vi sia stata nei processi culturali italiani anche una versione

- estetizzante municipale e improntata al culto del primitivo, della categoria del semicolto

28

linguistico; che si è trovato così schiacciato tra l’indifferente aristocraticità della cultura alta

delle elite letterarie e i suoi interessanti recuperi ad opera delle medesime classi. 

condizione che ha reso ulteriormente nascosta e difficile l’esistenza di un italiano comune e

comunicativo, e tormentato e singolare il suo percorso nei secoli

3. NEL RETROSCENA DEI LETTERATI

1.

Prima che la “democrazia” linguistica conquistasse la fortezza letteraria (Manzoni, Pascoli) la

scrittura italiana a intenti estetici ha vissuto in una condizione di separatezza da motivi ed

espressioni connessi all’uso quotidiano. Non significa che uomini di lettere abdicassero nel loro

esercizio all’intento di dar conto dell’esistenza. Dietro ai loro capolavori si scorge un’attività di

scrittura che ha dato origine a una produzione vasta di lettere, epistole, biglietti o semplici note e

cartigli. Spesso però l’obiettivo era editoriale: tracce di discorso usuale e di italiano comunicativo

vanno cercate a un livello epistolare inferiore a quelli indirizzato alla stampa e alla lettura di terzi.

Utilizzando il modello elaborato (per altri scopi) da Goffman nel 1969, si può affermale che nel

complesso la produzione scritta dei letterati del ‘500 si svolge su due piani paralleli:

Pubblico (detto ribalta) dove l0attore mette in scena il suo io sociale

- Privato (detto retroscena) dove l’individuo torna a essere se stesso. (quello che ci interessa)

-

2. Lettere di Ariosto

Ariosto, lettere al duca Alfondo di Ferrara (1522-25). A proposito di queste lettere Benedetto Croce

espresse un giudiziose tranchant: sono tutte d’affari, secche, sommarie e frettolose. Sono proprio

questi caratteri a rendere interessanti tali documenti

Lettera aprile 1523: tutta fatti e opinioni, non persegue alcun obiettivo di bella scrittura per quanto

abbia una precisa struttura narrativa. Ci sono latinismi grafici, terminologia giuridica, linguaggio

cancelleresco, filigrana settentrionale tutto ciò però NON pregiudicano la sostanziale italianità del

discorso. Questa scrittura privata testimonia una competenza della lingua italiana fuori del dominio

della letteratura. In questo caso la continuità con i modelli prosastici derivati dal latino umanistico è

stornata e attraversata da tensione di altra origine.

I fatti sono esposti e i giudizi espressi attivando le essenziali risorse discorsive di un italiano diretto

e comunicativo. Ci sono schemi e procedure di conio cancelleresco, qui rivitalizzate nella sintassi

nervosa del fatto narrato, nell’assenza di ogni lenocinio formale e nelle strutture e nella veste di una

lingua italiana a fini informativi.

Nelle cancellerie: abbandono del latino e il ricorso di tratti locali; si registra nel ‘500 un processo di

omologazione linguistica che favorisce la diffusione del volgare scritto in Italia. Alla base del

processo stanno ragioni concrete: la necessità di comunicare opinioni e fatti; il bisogno di farlo in

maniera che fosse a tutti comprensibile. Luogo in cui questo processo avviene al massimo grado

sono le corti italiane, che diventeranno anche sedi di omologazione linguistica.

3. Baldassar Castiglione

Appartiene al mondo delle corti e delle cancellerie al suo livello politico e amministrativo più alto.

Ci interessano le scritture del suo retroscena, quindi i lacerti di discorso domestico o familiare. 29

Lettera da Urbino alla Madre, ottobre 1509:affrotna questioni spicciole (richiesta di un

copricapo di lana, condizioni di salute, questioni di affati, valutazione di varie ipotesi matrimoniali,

il batter cassa alla madre).

Caratteristiche:

Latinisti lessicali e grafici

- Sul piano fonetico:

- Settentrionalismi

 Toscanismi

 Scempiamenti

 Ipercorrettismo

 Uso incongruo delle geminate

 Scripta cancelleresca mantovana /lingua cortigiana

Sul piano morfologico: stesse matrici dette sopra

-

Le componenti linguistiche con cui si misura uno scrivente colto ma non toscano a inizio ‘500 sono:

Traizione letteraria fiorentina

- La propria parlata originaria (spogliata dall’eccessivo localismo, dimensione regionale)

- Latino a livello grafico e lessicale

- Moduli e formule cancelleresche.

-

Tali componenti non assumono, almeno in questa lettera, un ruolo violentemente centrifugo, anche

se disomogenei. Ciò è dimostrato dal fatto che a 500 anni di distanza la lettera ci è ancora

comprensibile. Ma questo è solo merito della cultura di Castiglione? Sono scopo, argomento e

destinazione che fanno la lingua del messaggio e spingono quindi su determinate scelte. La

comprensibilità del testo ancor oggi aggetta, oltre che sulla stabilità dello strumento linguistico, su

ragioni pragmatiche e su ruolo, tenore e valore dei temi in esso affrontati.

Ciò trova conferma negli aspetti sintattici e testuali della lettera:

Costrutti della messa in rilievo (struttura tematizzante, estrapolazione del sogg dalla

- subordinata che mette al primo posto la questione, la dislocazione a sinistra con ripresa

pronominale, doppia occorrenza della forma pronominale “darmela a me”)

Vicino al parlato ci sono anche le procedure aggiuntive, giunture paratattiche, periodi

- monofrasali, uso del che indeclinato…

Sintassi e testualità di fati, azioni e gesti verbali con cui si può dialogare e farsi capire anche

 da chi, a differenza della madre di Caastiglione, occupa una posizione socioculturale e

linguistica più bassa.

Relazione epistolare di Castiglio con il fattore Cristoforo Tirabosco1522, parodizza la parlata

locale sottolineandone il dialettale vegnù.

Nel 1527 Castiglione gli scrive una lettera in cui gli affida una serie di compiti: lo fa molto

schematicamente, utilizzando una lingua che tende ad adeguarsi al livello del destinatario. Il quale è

in grado di intenderla anche se è un umile fattore e di agire di conseguenza. NB: è segno di una

trasmissione comunicativa tra classi diverse che si vale di un italiano che, per quanto elementare,

30

serve ai bisogni essenziale e che presuppone una competenza almeno passiva da parte

dell’interlocutore.

Risposta di Cristoforo Tirabosco: lingua impacciata e vicina ad alcune produzioni semicolte

d’ambito settentrionale. Nonostante questo la lettera di Cristoforo è consapevole del suo obiettivo

comunicativo e di certe formule sintattiche. Non una confusa trascrizione del dialetto dunque ma la

prova della competenza anche attiva per quanto imperfetta di un italiano tendenziale in grado di

sintonizzarsi con le richieste e gli usi linguistici del suo padrone.

Lettere alla moglie Ippolita Torelli: lei era di Modena, ceto nobiliare, ma sia la giovane età, sia le

modalità dell’apprendimento linguistico offrono una preziosa testimonianza del grado di

alfabetizzazione di una donna di rango e quello di grammaticalizzazione della sua scrittura.

Caratteristiche:

Adesione a una koinè settentrionale che risente sia di tratti emiliani, sia di formule toscane

- Sintatticamente il discorso si configura come un esempio di lingua d’uso in cui ala

- gentilezza dei modi si unisce l’efficacia comunicativa

Lettera di Castiglione in risposta alla moglie: illustra come in un italiano privo di esortazioni si

riesca a dar conto di sentimenti e fantasie intime e profonde.

4. Pietro Bembo

Indulge anche lui a un italiano d’uso o a comportamenti verbali meno controllati quando si trova

nelle sue lettere a trattare di questioni quotidiane.

Nel suo epistolario esiste un ampio gap stilistico-espressivo tra due gruppi, quello delle letterate ad

amici e parenti (spicce e concise) e quello di tutte le altre. Anche Bembo pare quando il

destinatario lo richiede o quando prevalgono intenti pratici e necessità e urgenza predominano,

ricorrere a una lingua fatta in primo luogo per capirsi.

Lettera a Cola Bruno, il suo segretario siciliano, 1525: morfologia la cui regolarità ben si

distingue da quella di tanti testi. Da questa dimensione composta ci si distacca solo per pochi tratti,

oscillanti tra l’opzione toscana e quella più oraleggiante.

Significativo l’andamento sintattico e testuale della lettera:

Apoditticità finanziaria

- Ossessiva la marcatura deittica, sia per le notazioni spaziali che quelle personali;

- segmentata l’articolazione discorsiva in periodi brevi e veloci che contemplano anche

- l’intervento di procedimenti aggiuntivi

strutturazione dell’argomentare e delle sue fasi sulla base dell’intervento in principio di

- periodo di e e o che agiscono da congiunzioni testuali;

necessità di ripetere intere seguenze

- uso di strutture tematizzanti per il cambio argomento

- ricorso al dimostrativo enfatico

-

Lettera del 1529 sempre a Cola Bruno presenta forme dialettali o espressioni latamente regionali.

LA sintasssi ripropone le movenze della lettera precedente. Ritmata dalle ripetizioni del verbo che

esprime l’oggetto della richiesta, essa vuol essere esplicita al massimo grado anche facendo ricorso

31

a schemi contemporaneamente anaforici con cui tirare le fila del già detto e tematizzanti con cui

segnalare enfaticamente quanto più preme allo scrivente. Questo procedere discorsivo tutto cose

non è un episodio isolato.

Lettera al figlio Giovan Matteo 1540: folta di venetismi. Continua focalizzazione dell’argomento

e sottolineandone il tema a più riprese. In assenza di ragioni estetiche l’obiettivo è essere chiaro e in

equivoco- Ripetere, minuzzare sono gli imperativi pragmatici e sintattici di un discorso che quando

vuole affrontare questioni concrete di vale di una testualità diretta al raggiungimento del suo scopo.

Bembo ha la caratteristica di avere semplicità nella scrittura, sia nelle Prose della volgar lingua sia

nelle sue lettere.

Dai vari es di scrittura pratica nel retroscena dei letterari e dei loro umili corrispondenti si puà

dedurre che accanto alle due grandi tradizioni di prosa colta (Boccaccio e il Cortegiano di

Castiglione) si può collocare in basso e al di fuori del dominio artistico, una terza tendenza di

scrittura prosastica, letterariamente ininfluente e avulsa dalle questioni della cultura. È una scrittura

familiare che individua una possibilità comune della lingua in cui in fondo Castiglione si ritrova

accanto a Bembo insieme a Tirabosco, Cola Bruno e altri, accomunanti dal convincimento che

anche lo scritto, a certe condizioni di contiguitò con la vita ordinaria e con il parlato, è fatto per

farsi intendere.

4. UN VOLGARE PER LA FEDE

1. Lingua della Chiesa e il suo influsso sulla diffusione dell’italiano presso i ceti popolari

Per Librandi la chiesa fu in Italia la sola fonte irradiante di italiano tra i semicolti e gli

- incolti;

per Coletti quel poco di volgare usato dalla chiesa sembra caratterizzarsi come strumento di

- controllo e di orientamento di comportamenti morali prestabiliti;

Pozzi discutendo della predicazione tra ‘500-‘800 riduce il contributo di questa alla

- diffusione di una conoscenza passiva dell’italiano nazionale: lingua che dalla moltitudine si

intende e non si parla ma che gli è stata offerta in una misura quale nessun’altra fonte ha mai

fatto fino ai media

Matarrese riconosce il ruolo della chiesa, ma sottolinea che si è trattato di alfabetizzazione

- passiva.

Recentemente gli storici riducono il peso e la funzione avuti dalla Chiesa nel processo di

unificazione linguistica. In Fragnito si marca come l’esclusione dalla traduzione in volgare delle

Sacre Scritture e della Messa, l’azione del Sant’Uffizio e degli Indici dei libri proibiti, la difesa del

latino, abbiano finito col tenere il comune credente lontano da un’esperienza consapevole della

propria fede e col distoglierlo da un approccio individuale di Dio. L’esposizione all’italiano delle

classi subalterne sarebbe stata dunque ridotta e responsabile solo dell’apprendimento di poche

formule stereotipate e inerti (argomentazione di Graziadio Isaia Ascoli).

Concilio di Trento affida al volgare solo la predicazione e la catechesi ribadendo l’uso del latino

per la messa ed escludendo ogni possibilità di traduzione in volgare della Bibbia. 32

Predicazione: nel ‘500 Paleotti invita a ridurre le cose alla praica e al modo di vivere predicando

cattolica dottrina, facile e fruttuosa.

Tuttavia il quadro della predicazione resta estremamente complesso e variegato e irriducibile a un

unico tipo espressivo.

L’andamento della predicazione nei secoli è una figura simile a un sinusoide che al punto esptremo

della curva in basso si ibrida al parlato, mentre al punto estremo della curva in alto si sintonizza con

i registri più elevati della letteratura. Alcuni esempi:

Esercizi retorici del francescano (e bembiano) Cornelio Musso: ripetizioni ampollose,

- antitesi artificiose, metafore prolungate;

Francesco Panigarola responsabile di enumerazioni tramate di richiami fonici e di

- semantici giochi antitetici;

Paolo Segneri più sensibile alla lingua e volontà di parlare alle masse rurali, non abdica al

- carattere elevato del discorso e alla sua tenuta oratoria. Quaresimale raccoglie le sue

prediche (Predica X): il tema del desiderio dell’ora della morte si struttura discorsivamente

in chiasmi, terne, schemi parallelistici, giochi antitetici, enumerazioni, anafore, ellissi

verbali.

Oltre alla predica, altre possibilità: paiono accomunate da una scelta consapevole di letterarietà che

indice anche sulla predicazione bassa e quoidiana di cui non esiste la documentazione scritta.

Momenti di intenso commercio tra parlato e oralità vanno cercati prima della fine del Seicento e

del Settecento in 2 casi:

Giordano da Pisa: oralità nella testualità (nello scritto) convergenza oralità-retorica

- ampio ricorso alle strutture del parlato nell’organizzazione del discorso; similitudini con la

prosa media del ‘200; ripetizione sia per funzione di coesione si a un’introduzione di scatti

auto correttivi che risentono del procedere oraleggiante del pensiero. Fenomenologia parlate

del fiscorso giordiano si trova anche nella progettazione della frase (anacoluti, dislocazioni a

sinistra con ripresa, topicalizzazioni con prolessi dell’oggetto, topicalizzazioni del compl. Di

argomento, collocazione in principio di periodo del sogg della subordinata, ostentazione

degli indici di persona Interazione pleonastica del pronome di II sing.). NB! Tutti questi

fenomeni di testualità parlata fanno intendere come esista da sempre un italiano parlato,

semplice e comunicativo, ad alta funzione pragmatica e come esso si disponga attraverso i

secoli in modo costante rivelando un filo sdi continuità che parte dalla prosa media del ‘200.

Un filo che non si spezza mai; e che rimane nascosto sotto il coriaceo tegumento della

norma letteraria del ‘500.

San Bernardino da Siena: numerosi i tratti tipici del suo corredo enunciativo: andamento

- della phonè con le sue pause, scatti, interruzioni, reticenze enfasi, allocuzioni (= fatti

paralinguistici). Il ciclo di prediche senesi sono testimonianza diretta dell’oralità.

Caratteristiche sono:

Rinuncia lessico impegnativo

 In rapporto con l’uditorio riferendosi in tono familiare a questo

 Deissi personale

 Sottolineatura dell’allocutore

 Formule fatiche e conative

 Deformazioni fonich, onomatopee, pause d’esitazione e di reticenza

 33

Funzioni interruttive

Federico Borromeosi dedica consapevole del proprio malcerto italiano di lombardo, a riformale la

lingua della predica attingendo al Boccaccio e alla tradizione toscana del ‘300. Persegue un ideale

di decoro, di eleganza e di classicità. È consapevole delle esigenze comunicative del genere oratorio

e degli scopi pragmatici che possono essere raggiunti (consiglia infatti ai predicatori ordine,

chiarezza e piacevoli maniere familiari).

Documenti che si collocano lateralmente all’esperienza di Borromeo provenendo da scriventi dal

profilo socio-linguistico medio o semicolto fenomeno della predicazione itinerante, cosa che ha

consentito un processo di italianizzazione linguistica. Foscolo sviluppando la nozione di lingua

itineraria scrive che a una lingua comune di questa specie dovette contribuire anche l’azione dei

frati inviati a predicare in ogni secolo della penisola. La consapevolezza delle istituzioni cattoliche

che esistevano zone ad alto tasso di superstizione e ignoranza religiosa e di grave arretratezza

dottrinaria a rischio di neopaganesimo, indusse a dar vita, correlativamente a quanto era avvenuto

per terre lontane, dell missioni interne. Questo imponeva la scelta di una lingua che si accomodasse

alla capacità degli ascoltanti e che, se da un lato non poteva accordarsi sempre al dialetto locale,

dall’altro neppure indulgeva ad artifici letterari o spiccati toscanismi. Congregazione delle

Apostoliche Missioni, Fulvio FOntanta, Francesco de Geronimo imposero delle regole sulla base di

questi assunti appena indicati.  Anche senza ridurre a eccessivi termini basici è evidente che queste

figure nel momento in cui si facevano corifei della dottrina e difensori dell’ortodossi presso gli

indigeni nostrano, svolgevano un ruolo di mediatori linguistici e culturali e proponevano all’ascolto

del pubblico e alla sua competenza passiva sequenze o particole di italiano realizzando così la

funzione di diffusione della lingua comune.

Che tale azione potesse poi tradursi in fattore di acquisizione della scrittura è testimoniato dal vasto

materiale costituito dai carteggi dei cardinali Carlo e Federico Borromeo: all’interno della

Chiesa strumento fondamentale di collegamento fra centro e periferia fu la comunicazione

epistolare, intensità eccezionale in età borromaica. Dà conto del processo di alfabetizzazione, della

mobilità e dell’azione dei predicatori itineranti e delle prediche tenute dai curati; il carteggio

presenta alcuni doc di scriventi di media cultura che certificano il possesso di una lingua che rivela

un notevole grado di omogeneità e funzionalità comunicativa.

2 esempi dall’ambiente monastico:

Stralcio di una lettera di una religiosa anonima che dal suo convento milanese intrattiene una

- corrispondenza con il cardinale Federico Borromeo (intercette grafiche e fonetiche,

andamento paratattico. Testualità essenziale che veicola efficacemente le sue poche risorse

agli scopi prefissi)

Lettera dal Convento de le dischete di savona al cardinal Federico Borromeo 1624 (pochi

- regionalismi, testualità con scarsa cura interpunto ria, si affida a una sola gittata discorsiva,

tante forme del parlato.  Nell’insieme ne deriva una lingua che merita l’appellativo di

italiano comune: non marcato in senso dialettale, non ascrivibile a quello che si è ritenuto

essere il solo italiano scritto e letterario. 34


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cecc.ila

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in italianistica, culture letterarie europee, scienze linguistiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cecc.ila di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lingua e cultura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Viale Matteo.

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