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La collezione di sabbia

La collezione di sabbia è una raccolta di testi che Calvino aveva pubblicato precedentemente (in parte) sui giornali. La pubblicazione del libro vero e proprio è avvenuta nel 1984, segue di poco la pubblicazione di Palomar del 1983 e contiene degli articoli di recensioni di mostre: racconta di tutto ciò che Calvino vede a Parigi nel periodo in cui viveva lì.

Suddivisione del libro

Il libro è suddiviso in 4 parti:

  • Esposizioni e esplorazioni: capitolo in cui compare la descrizione di numerose mostre visitate da Calvino
  • Il raggio dello sguardo: contiene un testo dedicato alla camera chiara di Roland Barthes in occasione della sua morte
  • Il resoconto del fantastico: viene trattato il tema del “fantastico”, che ha a che fare con il tema del vedere, è una forma di vedere cose che non ci sono, sinonimo di immaginazione.
  • La forma del tempo: racconta 3 viaggi fatti da Calvino (Giappone, Messico e Iran). Nel viaggio in Giappone il tema del vedere è molto importante: uno dei temi fondamentali del vedere è quello di vedere le differenze, delle differenze che aiutano.

La maggior parte di questi testi sono inediti, ma alcuni erano stati anche pubblicati prima su alcuni quotidiani. La collezione di sabbia è il primo testo della prima parte, e in esso è contenuta la poetica dell’intero libro.

Stile di scrittura

La scrittura del testo è molto semplice, a volte persino paratattica, essenziale e molto precisa, ma usa anche molto la descrizione e soprattutto l’elencazione.

Il primo capitolo: la collezione di sabbia

Il primo capitolo inizia con la descrizione di una donna, la collezionista di sabbia, che a Calvino non interessa descrivere dal punto di vista fisico. Prima di tutto vengono elencati gli spazi e i luoghi in cui la sabbia è stata raccolta. Questa collezione (come tutte le collezioni) è una sorta di diario, un diario dell’esistenza e del proprio modo di vivere.

“Ecco che come ogni collezione anche questa è un diario: diario di viaggi, certo, ma pure diario di sentimenti, di stati d'animo, di umori..”

Il diario/la collezione è un modo per salvare qualcosa che si perde, cioè la vita, l’esistenza. L’esistenza è fatta da un flusso continuo di pensieri, parole e emozioni, ovvero di cose che scappano, che sono vane. Ma dal flusso dei pensieri si può salvare qualcosa. La scrittura per Calvino è qualcosa che serve per salvare: la scrittura nasce dall’esistenza, e Calvino si paragona alla collezionista di vasi di sabbia.

Questa persona (la collezionista) che ha girato il mondo fa memoria delle cose che ha visto e dei posti in cui è stata: questo significa salvare l’esistenza attraverso le parole (nel caso di Calvino) o attraverso la raccolta della sabbia (nel caso della collezionista).

La sabbia che scorre nella clessidra è il tempo reso visibile: l’immagine della sabbia che si ha nel primo capitolo poi ritorna sotto forma di tempo. La forma del tempo è l’ultima sezione, in cui viene fatta un’analogia tra la sabbia della clessidra e il tempo che la clessidra stessa misura.

Il paragone tra la collezione di sabbia e la scrittura di Calvino

Per Calvino, quindi, esiste un paragone fondamentale: quello tra la scrittura, composta da acini (“acini di scrittura”: le parole sono composte di lettere, e ogni lettera è come un granello di sabbia) e la collezione di sabbia, ovvero il paragone tra libri e vasetti. Calvino si pone sempre un problema: che cosa rimarrà di tutta la sua esistenza?

Quello che resta sono i suoi libri: i libri sono esattamente come i vasetti di sabbia. Anche qui torna il tema del visivo: la collezione è visiva, è una serie di oggetti esposti con una logica, e ogni oggetto rappresenta la personalità di chi li ha realizzati.

La collezione nasce come qualcosa di infantile: la collezionista accentua questo elemento un po’ infantile, ma è anche presente un elemento egotico. Esiste anche un aspetto egotico nella collezione, perché in essa si esprime la personalità della collezionista, così come in ciò che Calvino scrive si esprime la personalità dello scrittore.

L’aspetto visivo nella scrittura

L’aspetto che Calvino ritiene più importante nella scrittura è l’aspetto visivo, ed egli riconosce che esistono due elementi visivi nella scrittura:

  • Quello che noi vediamo sulla pagine: la scrittura stessa, le parole sono fatte di lettere, e ogni lettera, come spiega Calvino, nasce come immagine di qualcosa, di un oggetto. La scrittura quindi è un’immagine: sulla pagina ci sono parole e lettere che costituiscono le immagini.
  • La scrittura, però, ha anche un altro elemento immaginario e visivo, cioè quello che noi vediamo leggendo. Quando noi leggiamo, vediamo alcune cose che nella realtà non ci sono. La scrittura è visiva come fonte dell’immaginazione; il fantastico è qualcosa che non c’è ma che compare nella nostra mente.

Noi vediamo con gli occhi: gli occhi sono la parte del nostro cervello che si è spinta fino al confine della nostra persona. Scrivere è vedere: lo scrittore parte dalla propria esperienza e scrive (scrivere è un diario trasposto). Del vissuto di Calvino, quindi, restano le pagine che ha scritto, i libri, i romanzi.

Collezione come raccolta di ciò che resta

La collezionista è una donna, ma a Calvino non interessa darle un volto o una figura: Calvino non conosce questa donna e non sa chi è ma non le interessa, perché lui desidera soltanto mettersi al suo posto per capire il motivo che l’ha spinta a creare la raccolta.

La collezione di sabbia è anche una collezione di rimasugli, una collezione di quello che resta della vita e di quei luoghi dove lei si è recata. Calvino dice che la sabbia è quello che resta del vissuto, del mondo e dell’universo, così come la scrittura di una pagina è ciò che resta delle cose che lui ha vissuto.

Qui emerge un elemento tipico della poetica di Calvino: il pathos della distanza, ovvero il mettere a distanza le cose. Nella collezione di sabbia, a Calvino interessa la distanza, o meglio ciò che resta delle montagne, della roccia: la scrittura dovrebbe render conto di tutto ciò che resta di tutto. In un diario non c’è la vita, ma la memoria della vita, la vita sminuzzata e ridotta in parole; lui, quindi, nella raccolta cerca la struttura dell’esistenza. Per questo motivo non distoglie gli occhi dalla sabbia: entra con lo sguardo in una fiala e la analizza.

I cambiamenti di soggetto

Calvino si identifica con la collezionista di sabbia ma se ne tiene anche a distanza: gioca con “egli” e “io”, usa soggetti grammaticali che rappresentano le diverse figure. Come con Palomar, l’io narrante si tiene distante ma entra nella testa di Palomar, quindi è un narratore onnisciente, e Palomar è anche l’alter ego dello scrittore. Anche in questo caso Calvino prova ad immaginare cosa ha immaginato la collezionista, ma è un’immaginazione: non gli interessa come lei sia fisicamente, ma vuole capire cosa l’abbia spinta a creare la collezione.

Quando dice “tu” intende “tu lettore” ma anche “io tu”: il “tu” che usa Calvino si riferisce anche a se stesso. “Egli” è la collezionista, ma anche “io” che cerco di entrare nella testa della collezionista.

La melanconia delle collezioni

Ogni collezione ha anche un tratto melanconico: la melanconia è il rimpianto del passato, e ogni collezione contiene un elemento in memoria del passato. Il passato è andato, e ne rimane una sensazione di malinconia, una malinconia che, però, può essere anche una malinconia felice nel ricordare una cosa piacevole del passato.

Il pensiero è pessimista, ma è un pessimismo della razionalità. Cosa c’è scritto nei vasetti di sabbia, in questa esistenza triturata? Tutto questo si avvicina a ciò che a Calvino interessa di più, ovvero la struttura dell’esistenza: Calvino cerca di arrivare al fondamento delle cose, all’essere, all’esistenza.

L’obiettivo di Calvino nel libro è quello di cogliere la struttura dell’esistenza: Calvino si chiede dove stia la struttura silicea dell’esistenza.

Calvino si chiede cosa abbia voluto fare questa collezionista: le boccette di sabbia, infatti, sono come dei souvenir. La collezionista vuole salvare dei momenti dei suoi viaggi e della sua esistenza, e la boccetta contiene la sabbia di un luogo, contiene quello che resta di quella esperienza e di quel luogo. Calvino sostiene di avere anche lui delle boccette, che sono i suoi libri, i suoi scritti: la scrittura è come la sabbia, è come la cosa che resta di un luogo, di un momento. Questa sabbia, questo rimasuglio, è l’essenziale, ed è ciò che resta dell’esistenza.

Calvino nel testo si fa delle domande quasi infantili, come quelle che si pone il signor Palomar. Nel testo si chiede quali siano le cose essenziali, e lo fa utilizzando queste collezioni.

Com’era nuovo il Nuovo Mondo?

Il Nuovo Mondo di cui parla Calvino è l’America, ed egli sostiene che il problema di scoprire il nuovo mondo è quello di vedere, di riuscire a vedere le cose. Calvino in questo capitolo si reca ad una mostra chiamata L'America vista dall'Europa, che riguarda il modo in cui gli europei vedevano questo nuovo continente scoperto. La domanda che si pone è: ma noi vediamo tutto ciò che c’è di nuovo?

Il verbo “vedere” ha una radice indoeuropea che vuol dire “vedo e dunque so”. E la domanda che viene naturale di farsi è: se un Nuovo Mondo venisse scoperto ora, lo sapremmo vedere?

Il tema del vedere non è solo un fatto ottico, ma è soprattutto un fatto mentale, una disponibilità mentale (aprire la mente). Calvino si pone una domanda: riuscirei a vedere un nuovo mondo, se fosse scoperto?

Egli inizia facendo un elenco di tutto ciò che è cambiato dai tempi di Colombo: “una capacità di osservazione obiettiva, uno scrupolo di precisione nello stabilire analogie e differenze, una curiosità per tutto ciò che è insolito e imprevisto, qualità tutte che i nostri predecessori dell'antichità e del Medioevo sembra non possedessero.”

La curiosità è l’elemento che ha fatto sviluppare la scienza, una cosa che precedentemente, nel Medioevo, era considerata peccato: l’uomo non doveva essere curioso perché non doveva avere bisogno di conoscere altre cose diverse da quelle che la chiesa comunicava. Per Calvino la curiosità è molto importante, invece: egli va a vedere mostre l’una diversa dall’altra per ragionare, per pensare, proprio perché è curioso. Calvino vuole far capire che la visione è una delle cose fondamentali.

“Ma sarà davvero così? Come i primi esploratori dell'America non sapevano in che punto si sarebbe manifestata una smentita alle loro aspettative o una conferma di somiglianze risapute, così anche noi potremmo passare accanto a fenomeni mai visti senza rendercene conto, perché i nostri occhi e le nostre menti sono abituati a scegliere e a catalogare solo ciò che entra nelle classificazioni collaudate. Forse un Nuovo Mondo ci si apre tutti i giorni, e noi non lo vediamo.”

Egli parla dell’abitudine: tutto quello che noi vediamo lo omologhiamo a tutto ciò che abbiamo già visto, quindi vedere il nuovo è una delle cose più difficili.

Il viandante nella mappa

Calvino negli anni in cui vive a Parigi visita anche una mostra dedicata alle carte geografiche, un tema che lo interessava molto. Calvino era interessato ad esse perché sono una visione della realtà, sono una rappresentazione. Le mappe, inoltre, orientano, e orientarsi è molto importante per l’uomo: le mappe, prima di essere mentali, sono fisiche.

Calvino è uno scrittore, quindi tende a vedere e spiegare ogni cosa anche dal suo punto di vista, da quello della scrittura. Egli, infatti, dice che il viaggio ha una struttura narrativa: scrivere un romanzo è come scrivere una mappa, perché è come disegnare il percorso che compiono i protagonisti della storia. La visione per Calvino è un elemento di vedere, e la mappa è un modo di vedere: la carta geografica, infatti, è una visione del mondo.

Il museo dei mostri di cera

Calvino si reca presso un museo molto particolare, cioè il museo delle cere anatomiche del Dottor Spitzner. Un particolare interessante del museo su cui Calvino si sofferma è la presenza di una pelle conciata di un uomo di 35 anni che viene esposta nel museo e appare come una carta geografica; anche Calvino la espone, ovvero ne inserisce una fotografia nel suo libro.

Non soltanto modelli in cera sono esposti, ma anche reperti naturali, come per esempio una pelle umana completa, interamente conciata, d'un uomo di 35 anni (pezzo unico, avverte il catalogo, quale nessun museo ne possiede d'eguale): questo tappeto umano, schiacciato come un fiore nelle pagine d'un libro, m'è apparso là in mezzo come l'immagine più fraterna e riposante. Devo ammettere che non ho mai sentito l'attrattiva delle viscere (così come non ho mai sentito una...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aeea11 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bergamo o del prof Belpoliti Marco.
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