Storia della civiltà letteraria russa
L'inizio del '900: la crisi intellettuale
Quadro politico: la Russia di Vitte
Sergej Jul’evic Vitte, nel 1897 convertì il sistema monetario russo dalla base argentea a quella aurea, ponendo cioè le basi di ingegneria finanziaria per il pieno ingresso del sistema economico russo nel capitalismo internazionale. La grande spinta all’industrializzazione di un enorme paese arretrato come la Russia alla fine del regno di Alessandro III venne data proprio dalla politica di Vitte, che seppe attrarre grandi investimenti stranieri, sconfiggendo l’egemonia esercitata dagli agrari sulla politica russa.
Nel decennio di Vitte, l’impero russo subì una profonda, rapida trasformazione sociale ed economica, con la chiara ostilità della destra latifondista. Tra il 1896 e il 1900 vennero costruiti 16.000 km di strade ferrate, e nel 1901 venne completata la transiberiana, enorme quantità di commesse per l’industria siderurgica. Incremento dell’attività estrattiva (carbone, petrolio, metalli) e aumento della forza-lavoro richiesta dall’industria di base, con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita di una classe operaia in via di formazione. La Russia conosce così l’urbanizzazione crescente delle masse contadine.
Paese ancora sostanzialmente agricolo e arretrato, la Russia dell’epoca di Vitte, che coincide sostanzialmente con la prima metà del regno di Nicola II, assiste così a una radicale trasformazione socio-economica, che sposta il centro di gravità politico dalle vaste e mal coltivate campagne a una nuova condizione urbana e industriale.
Guerra col Giappone e la rivoluzione del 1905
Nonostante gli sforzi di Vitte, il paese rimaneva in larga misura agricolo e la coltura arretrata rendeva urgente il “bisogno di terre”. Risultato di ciò fu una forte trasmigrazione verso est, in Siberia. Sotto Nicola II, il fenomeno non si arrestò. Si trattava di un imponente fenomeno di emigrazione e di conquista coloniale, tuttavia, la cosa appariva naturale e l’idea di “colonialismo” fuori luogo.
L’impero cinese nel contempo stava attraversando una grave crisi e fu proprio l’espansione nei territori cinesi della Manciuria a far precipitare gli eventi. A forza di spingersi a est, la Russia finì per trovare il Giappone. Due elementi contribuirono allo scoppio del conflitto: da un lato, il complesso insieme di superiorità, odio e paura verso i “gialli”; dall’altro, la stupida idea del Ministro degli Interni che una piccola guerra vittoriosa avrebbe spezzato le ali al risorgente moto sovversivo.
Causa immediata del conflitto fu la questione dell’egemonia sulla Corea, rivendicata dai giapponesi per bilanciare quella russa in Manciuria. I russi lasciarono senza risposta un severissimo ultimatum dei giapponesi, e questi nel 1904 attaccarono, distruggendo il meglio della flotta russa in Estremo Oriente. Le operazioni di terra come quelle di mare furono sfavorevoli ai russi.
Le trattative di pace furono intavolate negli USA nel 1905: la Russia riconosceva al Giappone la sua influenza sulla Corea. Il Giappone si innalzava a grande potenza mondiale. La disfatta militare, oltre a costare alla Russia un altissimo prezzo umano ed economico, fu detonato della prima rivoluzione russa; l’insieme di fattori quali la modernizzazione industriale, i disordini studenteschi nelle università, le agitazioni operaie nei centri industrializzati, la ripresa di sommosse contadine locali, il terrorismo, divenne esplosivo con la caduta repentina dell’autorità del potere statale a seguito della sconfitta in Estremo Oriente.
Il 3 gennaio 1905 si ebbe uno sciopero grandioso a Pietroburgo, e quando la domenica (“Domenica di Sangue” al Palazzo d’Inverno) seguente la folla si mosse a portare una petizione allo zar, la polizia sparò sulla folla provocando 1.000 morti e 2.000 feriti. La rivoluzione era in atto. La situazione precipitò in ottobre con una serie di scioperi politici che da Mosca si propagarono per tutta la Russia, assumendo carattere insurrezionale.
Il 17 ottobre lo zar si decise a firmare il Manifesto che proponeva e accordava una Costituzione, l’unica soluzione per Vitte. L’apice tumultuoso degli avvenimenti fu a dicembre, con la sollevazione di Mosca, il cui Sovet (=consiglio) era guidato dai bolscevichi. Il 20 dicembre 1905 le forze dell’ordine ebbero definitivamente la meglio.
Regime di Stolypin
Fino al 1917 sopravvisse la Duma: un’assemblea parlamentare che doveva garantire l’egemonia delle classi più abbienti. Protagonista di questa stagione fu Stolypin, un coerente conservatore che si preoccupò principalmente della questione agraria (più dell’industria) in termini moderni. Lo fece con intenzione di favorire l’imprenditorialità agricola, spazzando i legami tradizionali della campagna russa. La “ripartizione nera” (=la redistribuzione della proprietà agricola) favorì di fatto la crescita del ceto dei contadini proprietari.
In politica estera fu un nazionalista convinto: nel 1908 iniziò la ricostruzione delle forze armate. Cadde vittima di un attentato. In questa situazione confusa e tesa si era più volte corso il rischio di una guerra generalizzata per il momento evitata, ma, con l’attentato di Sarajevo (l’erede al trono d’Austria, l’arciduca Francesco Ferdinando) del 1914 per l’impero degli zar fu l’inizio della fine.
La nuova atmosfera culturale
Le trasformazioni che investirono la società russa sotto il regno di Nicola II, ebbero riscontro nel formarsi di un’atmosfera culturale diversa da quella degli anni precedenti. È qui che andranno collocati e letti i movimenti culturali e intellettuali negli ultimi decenni del XIX secolo. L’età a cavallo tra il XIX secolo e il XX secolo viene solitamente indicata come “età d’argento”, il che sottolinea il rigoglioso fiorire dell’inventività intellettuale, ma allo stesso tempo tiene una certa distanza rispetto all’ “età dell’oro” del grande ‘800 russo.
Si distinguono tre fasi distinte: l’ultimo decennio dell’‘800; fino alla fine del 1905-1906; fino alla caduta del potere zarista. Il decadentismo è la parola chiave che caratterizza l’atmosfera intellettuale dell’età d’argento, inteso come rinascita dei valori estetici e prima fase del modernismo. In Russia infatti assume un valore positivo (in relazione alla decadenza degli istituti letterari ridottisi a stanchi epigoni della grande stagione ottocentesca), anche se si sdoppia nell’opposizione tra “decadenza” (concetto all’origine del nomignolo affibbiato in Francia ai decadenti) e “decadentismo” (come rinascita dei valori estetici e prima fase del modernismo).
A questi termini si aggiunge anche un terzo concetto, “decadence”, che si può ritenere la somma degli altri due, definito da Ivanov: “coscienza del più sottile legame organico con la tradizione della cultura passata, ma coscienza unita al sentimento opprimente, e insieme orgoglioso, di essere gli ultimi di una serie”. Questo senso “opprimente e orgoglioso”, parte essenziale del sentire il proprio tempo come apocalittico, appare il tratto comune alle tendenze più eterogenee dell’epoca.
L’età d’argento rappresenta sul piano culturale il momento di più intenso ammodernamento, europeizzazione, trasformazione del mondo russo; essa è tutta percorsa tuttavia da profonde contraddizioni che fanno parte storicamente di quella stessa atmosfera culturale. La Russia infatti era divisa in questo momento tra germanofili – che vedevano la Russia vittima di un complotto franco-giudeo-massonico – e franco-anglofili che sospettavano che la zarina tedesca vendesse alla Germania i segreti dello stato russo.
La sensazione di essere gli “ultimi di una serie”, di vivere il presente come momento apocalittico doveva rivelarsi ben altro che una “moda estetica”: come dice Misa Gordon nel finale del Dr Zivago, stava giungendo un tempo in cui i terrori culturali, psicologici, letterari diventavano concretamente terribili.
Il “Mir Iskusstva”
Letteralmente “il mondo dell’arte”, è un circolo culturale formatosi alla fine del XIX secolo; questi artisti e letterati russi proponevano un rinnovamento dell’arte russa rivolto alle esperienze delle grandi capitali europee, contrassegnato dall’Art Nouveau, dal simbolismo e dal culto del bello. Da questo gruppo nasce la rivista di Pietroburgo che diede voce alle aspirazioni di rinnovamento radicale, all’insegna del modernismo. “Mir Iskusstva”, rivista di alta qualità grafica, periodico che rappresentò la nuova stagione culturale (1898 - 1904).
Accanto alla rivista ebbero ruolo decisivo anche le mostre. Il periodico diede voce alle tendenze principali del decadentismo, simbolismo e acmeismo.
Il confronto ideologico
Il rinnovamento religioso
Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX in Russia si ebbe una forte ripresa del pensiero religioso che tuttavia non ostacolò troppo il processo di secolarizzazione. Ciò corrisponde al nuovo clima culturale indotto dalle trasformazioni sociali e politiche in atto, ma si inquadra più in generale, nell’ampia reazione a livello europeo. Accanto a una forte maggioranza di ortodossi, apparvero movimenti settari autoctoni e di origine occidentale, di tipo protestante. Questa religiosità eterodossa costituì un richiamo fascinoso per gli intellettuali e gli scrittori.
Tra le molte idee religiose che ebbero corso all’epoca, merita particolare attenzione la personalizzazione della saggezza come quarta persona dell’unità divina, che trovò rispondenza nel mito dell’Eterno Femminino.
Il marxismo legale e Struve
Il marxismo come movimento ideologico e politico, prese le mosse dal gruppo “La liberazione del lavoro” fondato a Ginevra da Plechanov l’anno stesso della morte di Marx (1883). Fin dall’inizio si trovò in conflitto con il “populismo classico”, in particolare sul tema dello sviluppo capitalistico in Russia che i marxisti ritenevano invece uno stadio necessario dell’evoluzione che avrebbe permesso in seguito la transizione al socialismo.
Negli anni ’90 comparve in Russia un gruppo di intellettuali che radicalizzarono, da un punto di vista marxista, la polemica contro la teoria populista della possibilità di uno sviluppo autonomo e originale per la Russia, indicando nel capitalismo non solo una tappa ineliminabile per un successivo pacifico passaggio al socialismo, ma un momento importante di omogeneizzazione con l’Europa occidentale. Questi marxisti erano detti “legali” perché affrontavano le questioni in termini di dibattito culturale, filosofico, giuridico, economico, politico e pubblicavano i loro contributi rifiutando la clandestinità.
Esponente principale del gruppo fu Petr Struve, redattore delle riviste legate al movimento (“Novoe Slovo” = nuovo verbo e principio).
“Vechi”
Momento centrale del confronto ideologico fu il 1905. La Rivoluzione aveva trovato appoggio ideale in tutta l’intellettualità russa del tempo con rarissime eccezioni; il suo fallimento indusse un diffuso senso di delusione. Ciò si tradusse in un’ansia di rimeditare la storia russa. È questo che portò alla composizione di una miscellanea di saggi “Vechi”; autori ne erano un gruppo di intellettuali di diversa formazione e specializzazione, di orientamento politico generalmente moderato.
“Vechi” significa letteralmente “pietre miliari” che nel senso traslato di “tappe fondamentali” implica il concetto di “svolta epocale”. La rivoluzione fallita viene vista come una nuova epoca dei Torbidi; l’intelligencija (antistatale, settaria, atea) vi ha giocato il ruolo di un “brigantaggio organizzato collettivo”, il cui modello è stato concretamente offerto dai cosacchi. L’intelligencija, in altre parole (secondo Struve), ha realizzato nel presente politico “una missione cosacca”.
Il fallimento della rivoluzione non era visto dunque uno stimolo di trasformazione/resurrezione, ma bensì il portato sciagurato e tragico del cinico utopismo che ha caratterizzato i movimenti rivoluzionari russi dell’ultimo cinquantennio. Finivano così sullo stesso spiedo slavofili, occidentalisti, radicali e populisti, anarchici e democratici di sinistra, marxisti: Vechi dunque scatenò un putiferio.
La disintegrazione del realismo
Il crollo del sistema: Gor'kij
La disintegrazione del realismo russo, che caratterizzava le strutture di base del romanzo, era già evidente nei racconti di Cechov. Infatti si può notare la differenza dei racconti cechoviani sull’adulterio rispetto ad “Anna Karenina”: i racconti non contenevano un giudizio morale, né lo suggerivano al lettore. Cechov non voleva essere un ideologo: nei suoi racconti e nei suoi testi drammatici il realismo era ormai in chiara dissoluzione.
Nel 1900 in una lettera a proposito dello stesso racconto, Gor’kij scrive apertamente a Cechov: “Sapete che cosa state facendo? State uccidendo il realismo! E ben presto ci riuscirete. Questa forma ha fatto il suo tempo. Ne sono incredibilmente compiaciuto. Era l’ora! Che vada al diavolo!”.
Allora, all’inizio del secolo, Gor’kij non avrebbe certo immaginato che trent’anni dopo, sarebbe toccato proprio a lui, per volere di Stalin, di diventare il più autorevole propugnatore del “ritorno ai classici”, di un nuovo realismo accessibile alle masse.
Col realismo di Gor’kij si voleva indicare un tipo di realismo “che tutti potessero capire”, e la cui funzione socio-didattica potesse essere fissata dalla burocrazia di Partito. In realtà si eliminava la tendenza del realismo russo a fare analisi sociale. Il processo di disintegrazione del realismo che caratterizzò l’insieme della prosa russa tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, può essere ben seguito nell’evolversi e modificarsi della tradizione realistica, sino al suo disfarsi.
Del resto neppure Gor’kij era più un realista nonostante i suoi tentativi di rinnovare il realismo ponendo sempre più l’accento sulla funzione sociale della letteratura.
Bunin
Epigono della tradizione realistica e, in particolare, della corrente legata alla vita della nobiltà terriera, sviluppatasi da Turgenev fino a Tolstoj. In alcuni suoi testi affiorano tratti stilistici vicini alla novellistica cechoviana, mentre in altri, quando Bunin sa staccarsi dallo spazio rurale russo, trapelano modi narrativi che ricordano la prosa dell’espressionismo. Quest’ultimo della letteratura nobiliare rappresenta in verità tanto la tradizione quanto il modernismo.
I motivi delle sue opere narrative sono quelli tradizionali della letteratura russa dell’Ottocento: il loro locus: tenuta nobiliare, lo spatium: ambiente contadino. Nella sua narrativa decade, insieme con il mondo del possedimento nobiliare, anche la cultura che ne è espressione. Viene piuttosto caratterizzato il contadino russo, enfatizzando nell’attaccamento alla terra e il conseguente oscurantismo.
In questi così significativi scrittori russi del primo Novecento vediamo dunque esaurirsi il mito “popolar-nazionale” del villaggio russo, in quanto fondamento del progresso sociale, e del contadino come portatore del carattere nazionale russo. La sua poetica: oggettivazione del dettaglio, legata alla percezione della bellezza naturale e del cosmo.
Dopo il 1905 i suoi orizzonti si allargano tanto in poesia quanto in prosa alla lirica “natìa” si sostituisce una propensione per l’elegiaco, il mitologico e motivi biblici. Nel controverso romanzo “Il Villaggio” raffigura la Russia come un “villaggio” dove rozzi contadini si esprimono in modo inadeguato, senza poter fare nulla per poter cambiare l’esistenza del paese.
Bunin è ancora legato ai fini del realismo letterario, ma non è più in grado di realizzarli; di osservare la coerenza compositiva dell’opera realistica. E intanto l’influsso decadente comincia a farsi sentire. Una delle sue creazioni narrative più alte, in cui a fare da sfondo non è più l’ambiente russo, ma abbondano i presentimenti catastrofici e l’espressionismo stilistico nettamente marcato è “Il Signore di San Francisco”, in cui l’isola solatia diviene, per Bunin, locus mortis. Non è secondario notare che esso uscì sulla scena letteraria europea solo due anni dopo “Morte a Venezia”, il romanzo di Thomas Mann.
Bunin supera il realismo facendo prevalere la forma (poetica) sul materiale narrativo (sociale). Questo significa che la prosa di Bunin non mira a ciò che sarebbe stato il fine tradizionale della narrativa russa, di indagare a fondo la vita del protagonista in tutta la sua tipicità, ma a “far sì che le cose atroci parlino la lingua di un lieve respiro e il torbidume della vita sibili e tintinni come il freddo vento della sera”.
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