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all'unificazione linguistica e culturale dell'Italia. I programmi Mamiani, tuttavia, ebbero effetti

insoddisfacenti nella lotta contro l'analfabetismo tanto che fu necessario intervenire con dei

“ritocchi”(i ritocchi Coppino)anche a causa del dibattito sulla questione della lingua che vedeva

contrapposti due schieramenti:

-Quello di Ascoli, favorevole all'uso didattico del dialetto

-Quello di Manzoni, promotore della diffusione del fiorentino in tutta Italia.

Per il dialetto si tollerò soltanto un uso strumentale, infatti, le parole della lingua materna erano

unicamente subordinate all’acquisizione delle parole italiane. Insomma il dialetto acquisisce solo un

uso strumentale.

L'inchiesta Matteucci del 1865 prende in esame anche la situazione dei libri di testo per valutarne

l'efficacia. Si chiede agli ispettori scolastici di indicare quale profitto si ricavi dai libri di lettura e

quali di questi siano più usati. Solo una parte di bambini veniva a contatto con i libri scolastici. Al

nord e la centro della penisola, grande era il profitto che si ricava dai libri di lettura, ancor di più se

questi venivano spiegati e commentati, mentre al sud si denunciano problemi come un mediocre

profitto dai libri di lettura perché i maestri li leggevano senza spiegarli.

Nella scuola dei primi anni di Unità Nazionale, il libro di testo scolastico assunse un carattere

enciclopedico, svolgendo diverse funzioni:

- è strumento di alfabetizzazione delle nuove generazioni

- organizza l'insieme delle nozioni ritenute adatte per l’unità intellettuale e morale

- è guida didattica per gli insegnanti

Prototipo del perfetto libro di testo è il GIANNETTO di Luigi Alessandro Parravicini pubblicato

nel 1837. Il libro intreccia due percorsi: uno Nozionistico e Enciclopedico, l'altro Narrativo e

Morale, ed è diviso in sei sezioni: l’uomo, i suoi bisogni e i suoi desideri; mestieri, arti e fanciulli;

geografia; scienze naturali; racconti sui doveri dei fanciulli; racconti morali tratti dalla storia

d’Italia. Questo racconto ha come sfondo la società industriale lombarda e come protagonista

Giannetto, figlio di un onesto e povero commerciante; il quale con l’istruzione e la buona volontà,

riesce prima a diventare un apprezzato artigiano, poi un ricco e stimato industriale. Giannetto, la cui

ascesa sociale è mostrata come un modello, è una sorta di SELF-MADEMAN(persona il cui

successo è dovuto alla sua forza di volontà) all'italiana. A Parravicini serve creare dei racconti come

esempi; l'immagine dell'infante (Giannetto aiuta la madre ,va bene a scuola)va in contrasto con la

figura del bimbo e diventa oggetto di odio degli altri compagni perché era il tipico scolaro modello

e perfetto.

La stagione dei libri educativi continua con le “letture graduate” del sacerdote Giulio Tarra. Quello

che colpisce nella sua opera è la preoccupazione di far accettare la povertà e anche la diffidenza

verso il mondo moderno; Tarra però non ignora che nel mondo popolare vi sia saggezza ma anche

superstizione; ribadisce le ragioni per cui occorre prestar fede ai proverbi e dall’altro invita a non

dar troppo peso alle credenze popolari, tutto ciò che sa di immaginario, quindi, può essere utilizzato

solo se corretto dalla fede.

Ricordiamo anche Cesare Cantù che costituisce uno dei pilastri formativi dell'Italia di allora. Egli

rappresenta il vecchio italiano diffidente verso tutte le novità e ritiene che ognuno debba rimanere al

proprio povero posto, senza invidiare chi è ricco, perché è la proprietà il motore dell'attività dei ceti

subalterni e l'operaio che tenta la ribellione con lo sciopero danneggerebbe solo e soprattutto se

stesso; occorre, quindi, accontentarsi rispettando la volontà di Dio. Tra le sue opere ricordiamo”Il

buon fanciullo”,”portafoglio di un'operaio”,”il galantuomo, ovvero i diritti e i doveri.

Con i vari avvenimenti storici (presa di Roma del 1870,morte di Vittorio Emanuele II nel 1878)

anche il campo della produzione dell'infanzia subisce cambiamenti: vi è un aumentata presenza di

testate di letture educative. Il graduale sviluppo dell'editoria educativa risulta concentrato in poche

aree regionali del nord mentre risultano scoperte altre aree regionali anche se non prive di qualche

significativo contributo: è il caso di Napoli.

La questione della lingua diventò un problema di natura sociale e nazionale. Nel 1867 il ministro

della Pubblica Istruzione Emilio Broglio, allo scopo di elaborare un progetto di intervento, nomina

una commissione presieduta da Alessandro Manzoni, il quale già da tempo sosteneva l'idea di una

lingua comune che attinga all’uso vivo del parlato. A conclusione dei lavori, la commissione

produce la relazione "Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla" nel 1868, proponendo

l'adozione del fiorentino parlato colto come lingua comune per tutti gli italiani e suggerisce alcuni

provvedimenti per diffonderlo in tutta la penisola come:

-la compilazione di un vocabolario

-la destinazione di insegnanti toscani nelle scuole di tutta Italia per insegnare ai maestri la buona

lingua e la buona pronuncia

-l'organizzazione di corsi per insegnanti.

Un tale progetto comporta in pratica la sostituzione di un idioma (fiorentino colto) a tutti gli altri (le

diverse parlate locali) e contiene l'idea di un emarginazione dei dialetti ritenuti ostacolo alla

diffusione dell'italiano.

Tale proposta viene criticata e contestata dal linguista Ascoli affiancato da altri antimanzoniani

come Carducci e De Sanctis, i quali pensavano che il fiorentino non poteva essere una norma

linguistica. Secondo Ascoli poi, il processo di acquisizione dell'italiano è più efficace se si sviluppa

in rapporto con i dialetti e le culture locali, attraverso un costante confronto tra i due sistemi. Nella

scuola reale, però, sia il progetto manzoniano che Ascoliano non vennero attuati e le cifre

dell'analfabetismo rimasero ancora elevate.

La produzione di libri scolastico-educativi aumenta notevolmente e i contenuti dei libri per la scuola

sono soggetti a un’estrema rigidità di struttura e di linguaggio poiché puntavano a formare l'uomo e

il cittadino attraverso ideali modelli portatori di qualità morali e civili. Uno dei modelli più presenti

e diffusi è il Giannetto di Parravicini del 1837. Altre opere sono tenute in maggior o minor conto

dagli autori di libri scolastici e utilizzate come modello da replicare con più o meno fedeltà. Ai libri

di Collodi, compreso il Giannettino, una commissione ministeriale istituita per esaminare i libri di

testo e scegliere i più adatti all'adozione indicò quelli di collodi sconsigliabili. Giannettino, il

protagonista era capriccioso, bugiardo e prepotente ma allo stesso tempo buono;

da questa opera Collodi produce una sorta di serial di libri didattici: il Minuzzolo, La geografia di

Giannettino, poi La grammatica di Giannettino, Il viaggio di Giannettino in Italia suddiviso in tre

volumi ecc.

Franco Frabboni analizzando il Giannettino come strumento scolastico riconosce al libro una serie

di caratteri pedagogici come:

-l'aderenza all'universo infantile;

-l'attenzione alle motivazioni spontanee del ragazzo;

-la presenza di «più linguaggi d'uso per trasmettere i contenuti»;

- l’idea di una pedagogia come sforzo e impegno intellettuali.

Carlo Lorenzini (1826-90),detto Carlo Collodi, dal nome del paese materno, inizia già da giovane

ad avvicinarsi ai libri, presso la Libreria Piatti di Firenze con l'incarico di redigere notizie e

recensioni per il catalogo della libreria che annunciava le novità. Sostenitore dell'Unità nazionale,

nel 1848 allo scoppio della prima guerra d'indipendenza parte volontario, ottenendo al ritorno dalla

sfortunata guerra un posto di segretario presso il Senato toscano, iniziando un'intensa attività

giornalistica.

Il primo testo è "un romanzo in vapore da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica" il quale

nasce come un libretto-guida della nuova linea ferroviaria. Anche "I misteri di Firenze", furono

commissionati a Collodi. Nel 1877 e ’78 nascono il Giannettino, che per la prima volta assume le

sembianze di un bambino vero dispettoso, disobbediente ma con un grande cuore, e Minuzzolo, che

ha come protagonista un bambino di nove anni, diviso fra gli impegni scolastici e il piacere del

gioco. Negli anni Ottanta(1880) Collodi fa uscire sempre con i Paggi "Occhi e nasi", volume

antologico diviso in due parti, la prima dedicata a figure, personaggi, ritratti della Firenze a lui

contemporanea, la seconda dedicata alla Firenze di una volta recuperabile solo con la memoria; il

libro ha il sapore moderno dell'indefinito. In “occhi e nasi” emergono elementi che si ritroveranno

nelle avventure di un burattino come il tema della fame o l'ironia di fondo. Alle soglie degli anni 80

possiede tutto il bagaglio tematico e gli strumenti linguistici per iniziare una nuova avventura:

Pinocchio.

Ida Baccini (1850- 1911) insegna nelle scuole elementari a Firenze, quando decide di dedicarsi

interamente al giornalismo e all’attività di scrittrice. Nel 1881 inizia a collaborare al «Giornale per i

Bambini» di Ferdinando Martini; tre anni dopo assume la direzione di «Cordelia», rivista per

giovinette e creò il "giornale dei bambini" destinato a fondersi nel 1906 con il nuovo "giornalino

della domenica". Nel 1900 ottiene ad honorem il diploma di abilitazione all'insegnamento della

pedagogia. Scrisse le “Memorie di un pulcino”, racconto autobiografico di un pulcino di campagna

che viene regalato ad un nuovo bambino e si trasferisce in città, il nostro protagonista, divenuto

ormai grande ritorna dov’era nato, in campagna nel vecchio podere di Vespignano nel Mugello.

Risulta comprensibile perché indica una tendenza ad «assumere punti di vista in cui si pretende di

collocarsi al livello degli animali e dei bambini per osservare e per descrivere il mondo».

Altri libri: "Il libro del mio bambino", "Come andò a finire il pulcino" (1898), da "L'abito nero e di

rigore"(1896) a “Con l'oro o con l'amore"(1899), entrambi dedicati a un pubblico adolescente o

adulto. La sua produzione si muove all'interno di un sistema di poche idee:

-la necessità di esorcizzare la morte e le deformità infantili,

-l'impegno della carità

-la valorizzazione delle teorie del socialismo cristiano,

-l'importanza dell'ubbidienza.

Solo su un punto la Baccini cambia opinione nel corso degli anni: nelle Memorie di un pulcino la

campagna è vista come oasi serena.

Fino a questo momento abbiamo parlato di prodotti per l'infanzia con un occhio rivolto alla

dimensione e alla storia del bambino, d'ora in poi si parla di testi non esplicitamente rivolti

all'infanzia, ma alla formazione di un pubblico adulto. È il caso di "Volere è potere" di Michele

Lessona (Torino 1823-’94),libro guida per la borghesia uscita dal Rinascimento. Lo scrittore era un

abile divulgatore e per questo fu chiamato dall'editore fiorentino Barbèra per compilare con esempi

italiani un libro simile a quello dell'inglese Samuel Smiles con “Self-help” (1859), tradotto nel 1865

col titolo "Chi s'aiuta il ciel l’aiuta." Smiles valorizza l'intraprendenza individuale soprattutto di chi

partendo da modeste condizioni ha saputo affermarsi nel campo della politica, dell'industria, della

scienza. Lessona prosegue proprio da questa strada partendo dalla Sicilia e risalendo l'Italia alla

ricerca di esempi simili a quelli utilizzati dall'inglese; il suo tono non è propriamente quello

narrativo ma ha un'impostazione vicina a quella del manuale di divulgazione scientifica.

Egli è moderno, e non vuole negare la necessità dell’istruzione femminile, la sua scelta è finalizzata

all’inserimento delle ragazze dei ceti subalterni come maestre e istitutrici.

Dal 1812, i fratelli Jacob e Wilhelm Grimm hanno fortemente caratterizzato a livello europeo il

modo stesso di intendere la fiaba perché se da un lato molti pedagogici dell'epoca sconsigliavano di

raccontare le fiabe ai bambini poiché avrebbero fatto nascere desideri che la vita reale non poteva

soddisfare, dall'altro si sosteneva che la fiaba è quasi il canone della poesia, in una fiaba tutto è

meraviglioso, misterioso e incoerente. Dalla metà degli anni Sessanta si comincia a discutere di

fiaba in modo più articolato: Vladimir Propp (1895- I 970), docente di lingua e letteratura russa,

tedesca e di folclore all'università di Leningrado, viene conosciuto dai lettori italiani nel secondo

dopoguerra con la prima traduzione occidentale del volume "Le radici storiche dei racconti di fate"

(1946), ma l'altro suo testo fondamentale, "Morfologia della fiaba" (1928), deve aspettare per la

traduzione italiana fino al '66.

Le raccolte dei vari Imbriani, Nerucci, Pitrè, non hanno come destinatario il giovane lettore; si

collocano nel campo della ricerca folclorica e della «sistemazione» letteraria del prodotto.

Altro importante autore per l’infanzia è Luigi Sailer (italiano) che scrisse dei componimenti poetici

pei bambini dai 5 ai 10 anni, contenuti in “L'arpa della fanciullezza”. Il volume costituisce una

mappa per entrare nell' idea di libro scolastico: Temi ripartiti come gli animali, l'uomo, il lavoro; tra

i componimenti troviamo: “La vispa Teresa”, poesia scritta nel 1850 e tra le più note filastrocche

per i bambini.

Altro personaggio è Dodgson (1832-98), docente di matematica a Oxford, il quale sotto lo

pseudonimo di Lewis Carroll, dà vita al personaggio di ”Alice nel paese delle meraviglie”, destinato

a lasciare una traccia profonda nella storia della letteratura per l'infanzia. Il suo successo deriva

anche dal suo proporsi come percorso didattico, riuscendo a rendersi autonomo come racconto

fantastico. Alice entra con grande leggerezza e determinazione nel dibattito pedagogico fra la

letteratura realistica e la produzione fantastica, fra piacere e dovere, gioco e formazione. Tra i vari

traduttori, troviamo Jules Verne (1828-1905), il quale scrisse “Viaggio al centro del mondo”, in cui

fa incontrare chimici e fisici famosi, con il personaggio immaginario, ossia il professor Otto

Lidenbro. Nel romanzo "Ventimila leghe sotto i mari" indica che l'elettricità è la fonte di energia

che fa muovere il sottomarino di Nemo. In tutte e due, la narrazione è in prima persona.

L'espediente del racconto in prima persona rende familiare la fantascienza, a fa vedere che in fondo

alla genialità dei personaggi c’è una profonda umanità, volontà di conoscere.

Il periodo 1878-1900 inizia con la morte di Vittorio Emanuele II, re dell'Unità nazionale, e si chiude

con l'uccisione a Monza del suo successore, Umberto I.

Nei programmi del 1888 lo spazio riservato all'insegnamento linguistico è minore rispetto a quello

di altre discipline, e ciò in base al principio che la scuola deve servire a tre fini:

1- a dar vigore al corpo

2- penetrazione all'intelligenza

3- rettitudine all' animo.

La nuova scuola doveva infatti educare i bambini all'osservazione del mondo circostante e fargli

comprendere quanto tutto ciò che li circondava poteva essere appreso.

Il forte richiamo dei programmi del positivismo alla realtà vissuta è dovuto all'intenzione di

«ricondurre entro l'ambito dell'insegnamento i problemi sociali del tempo»: il ritardo

nell'alfabetizzazione, le arretrate condizioni nel campo del lavoro e delle conoscenze scientifiche e

tecnologiche, la frattura tra nord e sud, lo sfruttamento del lavoro minorile; questioni alle quali gli

educatori positivisti pensavano che la scuola avesse potuto dare un contributo utile.

Ma il progetto non trova terreno favorevole. Gli ambienti moderati e conservatori consideravano

,però, l'istruzione popolare come un pericoloso terreno di elaborazione e diffusione di nuove idee e

dunque fonte di rivoluzione. Si andò così affermando una nuova filosofia di scuola che il ministro

Baccelli racchiude nella formula «Istruire il popolo quanto basta, educarlo più che si può». Quindi,

la scuola deve educare alla moderazione e deve funzionare come apparato per arginare le tensioni

sociali.

Il maestro, deve saper prendere spunto per le sue lezioni dagli elementi di più immediata

esperienza, come la forma degli oggetti e stimolare l'alunno alla conoscenza. Un primo catalogo

delle «cose» che possono essere oggetto di attenzione lo troviamo nei sillabari dove le pagine

ospitano disegni e nomi di materiali il più possibile vicini all' esperienza infantile. Un esempio è il

"sillabario illustrato" dei fratelli Treves. I temi, i contenuti, i toni delle letture sono quelli di una

tradizione che ruota intorno ai valori della Patria, della Religione, della Famiglia.

Le ragioni della nascita del "Giornale per i Bambini" sono dichiarate da Ferdinando Martini

nell'articolo di apertura. Tuttavia, al di là dell'impegno pedagogico e morale di Martini, alla base

della creazione del primo vero settimanale italiano per l’infanzia c’è una ragione economica. Nel

«Giornale per i Bambini» prevalgono i valori «positivi» della quotidianità: la casa come nido, il

lavoro come fatto etico e spirituale. Il primo punto, quello della casa come nido è uno dei temi più

frequenti della letteratura ottocentesca, dal Manzoni al Pascoli, e per quest'ultimo rappresenta «la

salvezza dall'inquietudine, dal mistero, dall'inconoscibilità della natura, dall'ombra della morte che

tutto avvolge». Il problema degli intellettuali del "Giornale per i bambini" è quello di legittimare le

differenze di classe rendendole meno rigide grazie al rapporto di carità da instaurare tra il ricco e il

povero.

“La Storia di un burattino” scritta da Giorgio Barberi, può essere letta come un radicale

rovesciamento di quei valori che i collaboratori del «Giornale per i Bambini» volevano trasmettere.

Ad esempio:

1)La casa come nido e il rovesciamento che ne fa Collodi: in casa pinocchio non ho trovato nulla da

mettere sotto i denti; la casa come nido gli si è rivoltata contro come luogo inospitale, privo di

conforto;

2)Le lacrime di commozione presenti nei racconti del "giornale dei bambini": mentre tutti gli

uomini quando sono impietositi, piangono, Mangiafuoco aveva il vizio di starnutire;

3)La figura della bambina dai capelli turchini, il viso bianco come un immagine di cera, gli occhi

chiusi e le mani incrociate sul petto: siamo davanti al capovolgimento della morte dove nel

"giornale per i bambini" è intesa come morte dei bambini poveri.

Nel brano di Collodi i dati tradizionali vengono stravolti: la bambina conserva il viso bianco ma ha i

capelli turchini, gli occhi chiusi, le mani incrociate sul petto e parla senza muovere le labbra. Chi

muore secondo gli schemi tradizionali del racconto morale, deve servire a qualcosa, lasciare un

ricordo; ma la bambina lascia a pinocchio un affermazione grottesca "aspetto la bara che venga a

portarmi via". Nel contesto ideologico del "Giornale per i bambini" la storia di un burattino risulta

veramente scritta con la mano sinistra e perciò più idoneo a portare ordine e normalità dei valori

borghesi.

Pinocchio è stato tradotto in tutte le lingue ed è considerata un capolavoro della letteratura per

l’infanzia. Qui Collodi mette in gioco se stesso, i suoi umori, le sue ossessioni, i nodi della sua

formazione. Pinocchio è un <<diverso>>, un burattino senza ascendenti e questo determina uno

status di privilegio, che gli consente di sopravvivere alle occasioni di morte che incontra sul suo

cammino. Il viaggio che Pinocchio affronta è solitario e nessuno degli altri personaggi che incontra

è veramente solidale con lui, tutti hanno qualcosa da insegnargli, tutti gli propongono di crescere,

di perdere la sua irresponsabilità e libertà. Il mondo che lo circonda è un mondo incapace di risposte

soddisfacenti ,non idoneo a ogni proposta formativa, un universo capovolto: ne è un esempio la

vicenda con il giudice scimmione il quale esercita la giustizia e che dopo aver preso parte del

racconto di frode a cui pinocchio era stato vittima lo fa mettere in prigione. Collodi dissacra la

scuola facendo finire in mare tutti i testi scolastici e dichiarandoli sgraditi ai pesci; dissacra l'etica

del lavoro, non con ironia ma amplificando i particolari. La pluralità di significati ha reso Pinocchio

un testo capace di affascinare non solo i giovani lettori, e lo confermano le letture di cui è stato

oggetto di studio da parte di diverse matrici culturali.

Edmondo De Amicis (1846-1908), dopo essere diventato sottotenente alla Scuola militare di

Modena partecipa alla terza guerra d'indipendenza e assiste alla presa di Roma. Abbandona poi il

servizio e inizia l'attività di giornalista e scrittore. In “Cuore” inoltre fu rara la comparsa del

discorso alimentare: mentre in pinocchio il cibo diventa un'ossessione.

Nella seconda metà degli anni Ottanta elabora due Opere: “Cuore” e “Il romanzo d'un maestro”.

Quest'ultima iniziata nell'estate 1885, viene interrotta dall'elaborazione della prima, cui De Amicis

si dedica con straordinaria intensità. L'impegno messo nell’opera emerge anche da affermazioni

contenute nella lettera alla nobildonna fiorentina Emilia Peruzzi, sua confidente e «cara mammina»:

La lettera, costituisce davvero la testimonianza di come De Amicis si impegni a creare un’opera

buona, educativa, ricca sentimenti.

È un libro destinato ai ragazzi e si presenta sotto forma di un diario di un bambino di terza

elementare, Enrico, di famiglia borghese. Si compone di tre blocchi distinti:

1- gli avvenimenti di vita scolastica

2- gli interventi epistolari dei genitori e della sorella

3- i racconti mensili

Un altro aspetto che colpisce in Cuore è quello della tristezza, della sofferenza, delle disgrazie e

delle morti seminate a piene mani: in questo caso De Amicis non si distacca dall'idea, che per

diventare adulti occorra dolorosamente <<purgarsi>>, bere filtri amari per dimenticare l'infanzia.

De Amicis pubblica “L'idioma gentile” nel 1905, stesso anno in cui vengono emanati nuovi

programmi per la scuola elementare. Ciò che collega gli uni agli altri è:

1- un' identica concezione di educazione linguistica;

2-avversione al dialetto e volontà di estirparlo

3-ansia di una lingua unitaria che porti a compimento il processo di unificazione politica e sociale

4-la diffusione del modello fiorentino.

L'idioma gentile è la conclusione del suo lungo processo di riflessioni sulla lingua. Sostenitore delle

idee linguistiche di Manzoni e quindi dell’uso del fiorentino come norma ideale del parlare e

scrivere. Diventa documento ufficiale della politica ministeriale in materia di educazione

linguistica. È un manuale divertente e colto sull’uso corretto dell’italiano, sulle origini di parole e

modi di dire, sugli errori ecc. Egli non si pone il problema di come fare per portare la lingua italiana

verso le classi sociali meno colte; infatti L'idioma gentile si rivolge ai giovani rappresentanti della

borghesia alla quale sono affidati gli interessi e le sorti del paese.

Emilio Salgari (1862-1911), veronese, di origini modeste, si dedica al giornalismo e la

contemporanea pubblicazione in volume dei primi romanzi (Duemila leghe sotto l'America, La

Scimitarra di Budda) e il matrimonio con Ida Peruzzi (1892), si trasferisce a Torino (1893); dove gli

offrono una serie di collaborazioni alle sue pubblicazioni per l'infanzia e l'adolescenza e gli

permettono di vivere del lavoro di scrittore. Salgari e Ida hanno quattro figli, ma sembrano non

essere totalmente in grado di controllare la situazione familiare: Emilio lavora moltissimo ma ha

sempre problemi di bilancio, Ida, dopo la tragica conclusione di un parto gemellare (1903),

comincia a dare segni di squilibrio mentale e finisce internata in manicomio (1911). Per combattere

la tensione, ma anche per mantenere un ritmo di lavoro sostenutissimo, lo scrittore abusa di

sigarette, ha problemi di parziale cecità da un occhio, cade, quindi, ancora di più in profonda

depressione, ricorda il suicidio del padre (1889), lo tenta anche lui una prima volta (1908), ma

fallisce; riesce nell'intento nel 1911 tagliandosi gola e ventre con un rasoio in un bosco vicino a

Torino e lasciando una toccante lettera ai figli e un atto d'accusa contro i suoi editori.

Salgari è vittima di un'editoria selvaggia, preoccupata soprattutto dei risultati di vendita; lo scrittore

porta in sé quella disorganizzazione, che se da un lato gli consente di assumere nomi di fantasia per

poter riempire più pagine, dall'altro gli impedisce ogni razionale pianificazione del lavoro e

dell'amministrazione della famiglia. Molte sono le opere che ancora oggi conservano una loro

freschezza, ricordiamo il “ciclo di Sandokan”, quello dei pirati e i romanzi del West. Nel primo

ciclo, quello di Sandokan, le pagine sono ricche di azioni, agguati di natura nemica pronti ad

affliggere sofferenze ai protagonisti, ma anche di malinconia: Salgari era consapevole che non

esistono soluzioni definitive ma brevi interruzioni e pause.

Nel "il corsaro nero" il protagonista, un signore di ventimiglia, diventa corsaro per vendicare la

morte dei fratelli, uccisi dal governatore. Il romanzo si conclude con un sacrificio: l'abbandono in

mare della donna amata, figlia del governatore, e la conclusione (il corsaro che piange) riprende il

tema della malinconia dell'avventura.

Mentre l'epoca del west è caratterizzata da errori grossolani infatti lo stesso Salgari non dà al suo

west grandi spazi, la sua produzione appare limitata a una decina di testi fra racconti e romanzi. Le

descrizioni della natura, della vita degli animali, la sistemazione narrativa dei tipi umani nascono in

funzione della volontà di avventura dei protagonisti, i quali,sono impegnati a risolvere difficoltà, a

superare ostacoli, a non restare mai immobili. "Il re della prateria" si potrebbe intendere come un

romanzo a metà, in quanto la prima parte è una vicenda di mare, la seconda entra nell'avventura del

western. Da questo romanzo emergono elementi che caratterizzano tutti gli altri libri.

La quotidianità della narrazione salgariana è data, anche dal tipo di linguaggio utilizzato dallo

scrittore, un linguaggio molto vicino al parlato e ai modi di dire tipici della conversazione popolare.

Tra gli altri autori ricordiamo Anna Vertua Gentile (1850-1926) e Sofia Bisi Albini (1856-1919).La

prima ci consegna volumi come “Istruzione in famiglia”, dove appare evidente che l'impegno non è

solo quello di chi produce ma è anche quello dell'industria editoriale che comincia a impostare

collane e a curare l'aspetto grafico del prodotto per bambini. Anche Bisi Albini vive a contatto con il

mondo della scuola, ha un incarico istituzionale, quello di ispettrice degli Asili e delle Scuole

elementari di Milano. Il testo di Bisi Albini forse più interessante è “Il figlio di Grazia”, in cui ci

sono tutti gli elementi tipici della sua produzione: una minuziosità descrittiva, una scarsa attenzione

al paesaggio, una grande capacità di descrizione degli stati d'animo e riferimenti alla povertà.

Virginia Treves Tedeschi (1849-1916), in arte Cordelia, brilla come narratrice autonoma a partire

dal periodico di letture per l'infanzia, "Giornale dei fanciulli"(1881-91), diretto insieme al primo

marito Achille Tedeschi, per finire al suo libro forse più noto, “Piccoli eroi”, costruito a imitazione

di "cuore" accentuando gli elementi conservatori e caricando di appelli alla carità. Cordelia teme

l'interclassismo, prova paura all'idea della perdita di privilegi e potere da parte della sua classe di

appartenenza, per questo motivo attua tutte le possibili strategie narrative per nascondere

commozioni e pietà all'interno di gerarchie sociali definite. Due casi a parte sono poi quelli di Eva

Cattermole Mancini (1846-96) conosciuta con lo pseudonimo di Contessa Lara, e di Emma Perodi

(1850-1918). La prima evade da schemi convenzionali sia per la produzione in versi, sia per le

novelle e le storie per bambini. In "Storie di Natale" riprende il tema dei piccoli saltimbanchi trovati

morti nel gelo e affronta il problema dell'infanzia sfruttata e abbandonata; in "Una famiglia di topi"

fa convivere i bambini di una famiglia nobile con la nidiata di una coppia di topini, dà agli animali

il compito di riflettere sull'umanità e sulle sue debolezze.

Emma Perodi scrisse "cuoricino bene fatto" dove presenta un gruppo di ragazzi e molte situazioni

drammatiche; inoltre mostra i giovani borghesi attenti ai bisogni degli altri. In "cuore del popolo"

valorizza il far da sé come fonte di prestigio e ricchezza.

Solo nelle fiabe abbandona gli aspetti più banalmente didattici e i suoi testi colpiscono per

l'originalità nei confronti

Tra gli autori stranieri che ebbero grande importanza in Italia ricordiamo: Robert Louis Stevenson

(1850-94), scrittore per vocazione pubblica articoli, saggi, racconti e romanzi come "L'isola del

tesoro" e "lo strano caso di dr Jekyll e Mr Hyde".


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
Università: Salerno - Unisa
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher a12795- di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura per l'infanzia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Salerno - Unisa o del prof Acone Leonardo.

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