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Homo ridens: una riflessione sulla natura della comicità

Homo Ridens è una lunga riflessione sulla natura della comicità intesa come esperienza umana fondamentale. L’umorismo, vale a dire la capacità di rendersi conto che qualcosa è divertente, è universale: non esistono culture che ne siano sprovviste. Quel qualcosa che viene percepito dal senso umoristico è quello che viene definito comico, riconosciuto da molti come l’incongruo. Esso evoca un mondo distinto, che opera secondo regole differenti, in cui i limiti della condizione umana vengono ad annullarsi.

Il prologo di Berger

Nel prologo, Berger afferma che la vita quotidiana è ricca di parentesi comiche, di situazioni umoristiche, di battute di spirito, da quelle improvvisate fino alle forme più elaborate. Si tratta, tra l’altro, di parentesi alquanto fragili, in quanto ciò che pare divertente in un dato momento può assumere all’improvviso parvenze tragiche in una situazione successiva. La barzelletta non dev’essere necessariamente verosimile: questa sua "falsità" può essere la forza che porta all’effetto comico. L’effetto comico di una storiella, inoltre, ha scarsa attinenza col mondo del giudizio morale: anzi, resta il fatto inquietante che pur avendo spiegato per filo e per segno perché una data storia sia moralmente riprovevole essa continua a risultare divertente. L’umorismo si può chiaramente utilizzare per varie finalità, buone o malvagie, ma la comicità in quanto tale pare abbia sempre una singolare collocazione al di là di bene e male.

La frivolezza e la cultura ebraica

C’è un termine appropriato per indicare l’intromissione inopportuna di un elemento umoristico all’interno di una situazione seria: frivolezza. Il comico sembra essere bandito da tutte le circostanze davvero serie, e da qui nasce la convinzione che la comicità sia un aspetto superficiale o marginale della vita umana. La cultura ebraica è probabilmente quella con la più alta tradizione di oralità nella storia dell’uomo, in particolare per quanto concerne i racconti umoristici. Gli ebrei sono esistiti ai margini della società per decenni, e da quell’angolazione è facile che si sviluppi una propensione all’umorismo.

La realtà del comico

Esiste un settore della realtà che, nella percezione comune, è distinto rispetto ad altri, ed è per l’appunto quello del comico. Nella vita ordinaria, quotidiana, la comicità si presenta con carattere dell’invadenza: si intromette in altri settori della realtà, normalmente definiti seri. Secondo Alfred Schutz esiste la realtà della vita ordinaria, quotidiana, definita come "realtà di significato dominante" e quella delle enclavi da lui nominate "sfere limitate". Un’ulteriore definizione di queste realtà secondarie viene data da William James, che le chiamerà "sub-universi".

Le sfere limitate

Si tratta di momenti in cui l’uomo "emigra" temporaneamente dalla realtà dominante della vita quotidiana, cioè quella in cui vi sono conseguenze concrete delle nostre azioni (e che quindi consideriamo più reale). Stiamo parlando del mondo dei sogni, del teatro, di qualsiasi altra esperienza estetica (dall’attrazione esercitata da un dipinto fino ad arrivare ad un brano musicale). Allo stesso modo, "all’ascoltare una storiella umoristica noi siamo pronti ad accettare per una frazione di tempo il mondo immaginario di quella facezia come una realtà in rapporto alla quale il mondo della vita quotidiana assume un carattere di assurdità".

Lo stile cognitivo e la comicità

Ciascuna di queste sfere ha uno specifico "stile cognitivo", una coerenza all’interno dei propri specifici confini, una specifica sospensione del giudizio in cui avvengono esperienze di sé, di socialità e prospettiva temporale a sé stanti (Schutz utilizza il concetto bergsoniano di "durée"). Finché dura, il sogno è più reale del mondo ad occhi aperti. Il mondo del sogno è più racchiuso in sé stesso, con un più forte tono di realtà. Il sogno è però un’esperienza passiva, che "ci accade", mentre la barzelletta è un atto volontario, in quanto "facciamo in modo che accada".

Percezione estetica e sessualità

Anche la percezione estetica e la sessualità sono in grado di creare realtà esclusive e circoscritte, in quanto una persona può ritrovarsi integralmente presa dalla contemplazione estetica o da una scena sensuale particolarmente intensa. La realtà del comico può rimandare alla vita di tutti i giorni in maniere sfumate, può diventare una sfida per il quotidiano (come la barzelletta politica), o un miglioramento per la vita di ogni giorno (una battuta umoristica può facilitare di fatto una trattativa d’affari, così come pure può farlo l’arredamento gradevole della sala delle riunioni o una leggera carica di eccitazione sessuale). La vita di ogni giorno subisce le minacce delle sfere limitate di significato, ma anche l’opposto.

Il concetto di comicità e quello di gioco

Un ulteriore paragone può essere fatto tra il concetto di comicità e quello di gioco, in particolare per come è descritto dallo storico Johan Huizinga nell’Homo ludens: egli afferma che tutta la cultura umana affonda le sue origini nel gioco; insistendo sulle caratteristiche autonome, sui generis, del fenomeno, scrive che esso "non contiene una funzione morale, né virtù, né peccato". Così come il comico, il gioco è un interludio. Ma il comico è più esclusivamente umano che non il gioco. Inoltre, il gioco è un tipo di azione, mentre il comico è un tipo di percezione (di una altrimenti segreta dimensione della realtà in ogni dimensione possibile dell’esperienza).

L'esperienza del comico

L’esperienza del comico è di tipo estatico (da ek-stasis, uno "stare al di fuori" delle credenze e dalle abitudini della vita di tutti i giorni), orgiastica (nel senso metaforico di riunire insieme quanto convenzioni e morale terrebbero disgiunto) e perciò ciò che è comico è spesso ritenuto pericoloso per tutto l’ordine costituito. È questo ciò che intuirono i sacerdoti di Delfi, che permisero agli attori del rito dionisiaco di avere un posto nel programma settimanale del santuario. Con l’integrazione si riesce a mettere un freno, il che, fra l’altro, è un’eccellente formula per fermare ogni tipo di fermento rivoluzionario. Allo stesso modo, la commedia inizialmente nasce come un interludio comico nel programma delle tragedie, il cosiddetto dramma satirico, di carattere dionisiaco.

La commedia nella poetica di Aristotele

Aristotele trattò il tema della commedia all’interno della sua Poetica, ma il secondo libro, ad essa dedicato, è andato perduto; ci è però pervenuto un brano in cui scrive: "la commedia è l’imitazione di persone che valgono di meno, [...] giacché il ridicolo è una parte del brutto. Il ridicolo infatti è un errore o una bruttura, [...] proprio come la maschera comica è qualcosa di brutto e stravolto, ma senza sofferenza". Quindi essa ci permette di vivere gli aspetti tragici in maniera indolore.

Prospettive di Cicerone e Erasmo

Anche Cicerone afferma che "si ride [...] quando è messo in rilievo, sottolineato con bel garbo, qualche aspetto sgradevole": vi è quindi anche in lui un rimando al deforme, alla caricatura.

Agli albori dell’età moderna si staglia l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Si tratta di una sorta di lungo racconto satirico in cui avviene una personificazione della Follia (Stultitia), addobbata a giullare, che si proclama di natura divina. È grazie a lei che l’uomo può vivere abbandonandosi alla spontaneità, agli eccessi, ed è solo così che la vita può risultare tollerabile; attraverso di lei vengono messe a nudo tutte le vanità del genere umano. Nell’opera di Erasmo troviamo una totale prospettiva comica della realtà: si tratta di quella di un mondo capovolto, pronto proprio per questo a svelare le verità nascoste. Secondo Erasmo, il comico quindi fornisce un punto di vista alternativo.

Contributi di Cartesio e Hobbes

Cartesio riteneva che il riso fosse una sorta di disfunzione fisiologica causata da un qualcosa di stupefacente e potenzialmente pericoloso, la "sorpresa della meraviglia". Thomas Hobbes concepisce il riso come uno dei peggiori attributi dell’uomo, che avrebbe come finalità di aumentare la presunzione di alcuni. James Beattie opinava che il riso era causato da "un’insolita mescolanza di attrazione e avversione, esibite o supposte come unificate nello stesso assemblaggio".

Teorie di Hutcheson, Mendelsohn e Kant

Francis Hutcheson aveva introdotto un termine che sarebbe diventato decisivo nella teoria del comico: il riso, scriveva, è la risposta alla percezione di qualcosa di incongruo. Moses Mendelsohn riteneva che il riso sia causato dal contrasto tra perfezione e imperfezione. Secondo Kant, l’esperienza del comico consente una percezione della realtà diversa da quella permessa dalla ragione. Del riso sottolinea anche l’utilizzo in ambito terapeutico. Johann Paul Richter era convinto che a scatenare il comico sia il momento in cui un’"aspettazione tesa" si risolve in niente, ma anche il contrario. La comicità, inoltre, è soggettiva. Il comico in sé è, a suo parere, il contrasto tra ciò che una persona cerca di essere e quello che di fatto è (incongruo).

La commedia secondo Hegel

La commedia, afferma Hegel, presenta un mondo parallelo inconsistente, e le azioni all’interno di quel mondo sono la fonte del riso. Anche lui afferma che il comico deriva dalla contraddizione tra soggettività umana e realtà. Kierkegaard trattò l’ironia come prodromo dell’interpretazione religiosa. La parola “ironia” viene dal greco e sta per “dissimulazione”, quindi secondo Kierkegaard chi fa ironia fa un gioco di simulazione con il suo pubblico. Quasi tutta la riflessione del filosofo è quindi un enorme esercizio di ironia, in quanto egli scrisse opere in cui venivano presentati punti di vista sempre diversissimi. L’autore inoltre concepiva l’umorismo come l’ultimo stadio esistenziale prima della fede.

Le Rire di Henri Bergson

L’opera filosofica più importante del XX secolo sulla comicità è Le Rire di Henri Bergson, in cui viene messa in grande rilievo l’esclusività umana del riso. La comicità si presenta in un segmento percettivo depurato dalle emozioni, quindi necessita di una "anestesia momentanea del cuore". Nell’esempio del pupazzo a molla notiamo che si verifica una specie di processo di automazione, in cui un essere vivente viene ridotto a un qualcosa di meccanico, e da questo nasce la sua comicità. "Le attitudini, i gesti e i movimenti del corpo umano sono risibili nelle stesse proporzioni in cui esso corpo ci fa pensare ad un semplice meccanismo". Secondo Bergson, perciò, l’incongruo si trova nella contrapposizione tra organismo vivente e mondo materiale. Don Chisciotte è preso da lui come perfetto esempio di comico, in quanto questi è una sorta di sonnambulo, mosso da "uno strano tipo di logica", sempre ai margini dell’incongruo, ma con allo stesso tempo uno straordinario carattere di libertà, in quanto i suoi atti non sono soggetti a verifica empirica.

Le modalità del riso secondo Joachim Ritter

Joachim Ritter nella sua opera sottolinea le diversissime modalità del riso, in cui vi è sì la presenza dell’incongruo, ma il comico dipende sempre dallo specifico ambiente all’interno del quale si mostra. Si parla quindi di relatività storica e sociologica dell’incongruità del comico. Secondo Francis Jeanson, la comicità non è il risultato di un processo inconscio e meccanicistico, ma è un atto intenzionale che ha un potere liberatorio. Egli concorda con Hobbes per quanto riguarda il fatto che il riso nasca da un sentimento di superiorità, e in particolare afferma che il sorriso è la più alta forma di riso in quanto esprime un senso di libertà e padronanza di sé.

La risata umoristica secondo Marie Collins Swabey

Marie Collins Swabey distingue la "risata umoristica" dalle altre modalità del ridere, in quanto essa nasce dalla percezione che una certa cosa è divertente (e non per imbarazzo o gioia). L’evento particolare viene percepito come comico su uno sfondo generale di un ordine complessivo delle cose non comico (che l’uomo impone nella sua visione del mondo).

Il riso come processo fisiologico

Non vi sono dubbi sul fatto che il riso, qualsiasi cosa sia e qualunque sia il meccanismo che lo provoca, sia un processo fisiologico: consiste fondamentalmente in una serie di contrazioni spasmodiche dei muscoli facciali e di improvvisi rilasciamenti del diaframma, e si differenzia dal sorriso per il fatto che quest’ultimo non interrompe la respirazione. In poche parole, si accumula una tensione che viene poi scaricata all’improvviso; questo processo può essere provocato da stimolazioni puramente fisiche, come il solletico, ma anche da stimolazioni “mentali”.

Homo ridens: l'intersezione tra animalità e umanità

L’homo ridens quindi si colloca nel punto di intersezione tra il massimo e il minimo di animalità degli esseri umani, in quanto il riso è un fenomeno che coinvolge chiaramente tanto il corpo quanto la mente e a differenza degli animali – l’uomo ha il proprio corpo. Nel momento in cui l’individuo perde il controllo su di esso, si "abbandona" al riso o al pianto; ma allo stesso tempo non è il corpo ma è lui a ridere o piangere, e lo fa per qualcosa. Non viene quindi completamente persa l’intenzionalità. Soltanto l’uomo partecipa di livelli distinti dell’essere, e quest’esperienza multiforme della realtà è alla base della percezione umoristica. Ciò di cui si ride ed i momenti in cui si può farlo appropriatamente dipendono dalla realtà sociale, ma l’incongruenza di base dell’esperienza del comico è una costante transculturale.

Il riso come sollievo psicologico

Tra gli psicologi si pensa che il riso nasca da un’esperienza di sollievo; l’effetto del gioco del cucù è questo: l’adulto guarda il bambino, poi si nasconde, quindi riappare. Il bambino è inizialmente turbato dalla scomparsa del viso noto, e sollevato dal suo ricomparire. La reazione è il riso.

Distinzione tra riso sociopositivo e socionegativo

Uno psicologo ha tracciato la distinzione tra ciò che ha definito riso "sociopositivo" e quello "socionegativo". Il primo è innocuo o innocente, che incoraggia la solidarietà di un gruppo, l’altro il riso malevolo, a scapito di qualcuno. Difatti è un’occasione comune della risata umoristica quella in cui avviene lo svilimento, l’umiliazione o il ridimensionamento di un individuo o un gruppo: questo è il caso dell’umorismo usato come un’arma. Ciò avviene soprattutto come espressione della malignità etnocentrica.

Il Witz e Freud

Il Witz, il motto di spirito, è inteso da Freud come una sottocategoria del comico. Si caratterizza per un approccio giocoso alla realtà, per la scoperta di affinità e associazioni nascoste e perché dà un significato a ciò che normalmente è inteso come privo di senso. Il motto di spirito "rende possibile il soddisfacimento di una pulsione a dispetto di un ostacolo che vi si frappone". Il comico "si trova", il motto di spirito "si deve produrre".

Funzione sociale dell'umorismo

Per quanto riguarda la funzione sociale dell’umorismo, esso ha un ruolo cruciale nelle prime fasi della socializzazione (far ridere è un mezzo comune con cui l’individuo cerca di farsi accettare). L’umorismo ha inoltre una funzione sociopositiva per il fatto di rafforzare la coesione di gruppo: le persone che ridono insieme sentono un senso di appartenenza. L’aspetto socionegativo principale è ovviamente quello di segnare i confini del gruppo, marcando così gli outsider. L’umorismo può anche avere una funzione difensiva, per affrontare paure e cose simili, come nel caso dell’umorismo nero.

Il rischio della disgregazione sociale

L’ordinamento sociale è sempre esposto al rischio della disgregazione, in particolare dal rischio dell’intrusione di altre realtà. Una è quella del sacro, un’altra quella del comico. Si può parlare di una macrosociologia del fenomeno dell’umorismo, quindi dell’esistenza di un umorismo nazionale, a sua volta ulteriormente differenziato in base a religioni, etnie e classi sociali. Una cultura del comico la si può descrivere come una definizione di situazioni, ruoli e contenuti accettabili all’interno di qualsivoglia gruppo sociale o società. Esistono culture del comico en miniature e di tipo regionale, appartenenti a sottoculture di vario tipo e quelle di intere società.

Il termine "fool" e la cultura occidentale

Nell’uso moderno i termini fool e folly rimandano tanto alla stupidità quanto alla pazzia. In passato vi era la distinzione tra "folle naturale" e "fou en titre d’office"; quest’ultimo aveva un vero e proprio ruolo sociale istituzionalmente definito, che rappresentava e riproduceva il "punto di vista della follia". Nella cultura occidentale la figura del fool affonda le sue radici nell’antichità classica, specialmente nel culto dionisiaco. Il fool medievale era invece un miscuglio di personaggi, di tipi; in questo caso si parla di goliards che vivevano del loro ingegno, relegati ai margini della società, in continuo movimento. Il fool godeva di una singolare libertà: con parole, canto e gesti gli era consentito un "abbas

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.venuto15 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Traina Giuseppe.
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