IL NOVECENTO – IL SECOLO PIÙ LUNGO
Le avanguardie storiche in Europa
Il Futurismo fu la prima delle cosiddette “avanguardie storiche”,
cui seguirono il Dadaismo, il Surrealismo e l’Espressionismo. La
stagione delle avanguardie in Europa si prolungò oltre la Prima
guerra mondale; negli anni ’20 – e talvolta ’30 – dettero i frutti
migliori.
Prima della guerra, sotto l’abile regia di Filippo Tommaso
Marinetti, il Futurismo si era diffuso rapidamente, attecchendo in
particolare in Russia, dove il primo manifesto, “Schiaffo al gusto
corrente”, uscì nel dicembre del 1912. Qui il Futurismo assunse
una connotazione politica rivoluzionaria, anche grazie al poeta e
drammaturgo Vladimir Majakovskij, la cui opera celebra la classe
operaia e sferza l’ottusità dei quadri di potere.
L’avanguardia dadaista venne tenuta a battesimo nel 1916 nella
neutrale Svizzera, a Zurigo, dove avevano trovato rifugio artisti
e intellettuali di diverse nazioni belligeranti: tra questi, il
poeta rumeno Tristan Tzara, esponente di spicco, insieme ai
pittori francesi, riparati invece negli USA, Francis Picabia e
Marcel Duchamp. Nell’immediato dopoguerra il movimento mise radici
a Parigi, a Colonia e a Berlino. Il termine “dada”, inventato per
caso, fu prescelto come motto di questa avanguardia perché non
significava nulla. I dadaisti, infatti, mossi da una furia
nichilista, concepivano la scrittura e l’arte in genere come puro
gioco, nonsense. Il movimento Dada volle affidarsi al canone unico
di una libertà assoluta, togliendo anche all’arte serietà ed
esercitando su di essa una dissacrante ironia.
Tra i fiancheggiatori del Dadaismo ci fu anche, per qualche tempo,
una rivista parigina, “Littérature”, redatta da Louis Aragon,
André Breton e Philippe Soupault. A un certo punto, però, gli
animatori di “Littérature” si resero conto che il programma di
Tzara mancava di vere proposte costruttive. Per questo motivo se
ne staccarono, fondando il Surrealismo. Estensore del primo
“Manifesto del Surrealismo” fu Breton, nell’autunno del 1924.
L’obiettivo inseguito da questi poeti fu portare alla luce il
mondo sepolto nell’inconscio, nel quale essi riconobbero l’essenza
più vera dell’individuo. I surrealisti misero perciò l’arte al
servizio dell’immaginario, componendo opere che rispondevano alla
logica allucinata del sogno. Fu decisiva la lezione della
psicanalisi. Per liberare l’inconscio dal controllo inibitore
esercitato dalla ragione e dalla censura del Super-io, i
surrealisti praticarono la scrittura simultanea, eseguita cioè in
stato di trance o quasi, sotto dettatura diretta dell’inconscio,
nella maniera più rapida e immediata possibile. In pieni anni ’30,
l’avanguardia surrealista con il secondo manifesto (1929) volle
collegare questa liberazione delle pulsioni rimosse con
l’emancipazione sociale.
L’Espressionismo designa una costellazione di esperienze
artistiche sviluppatesi nei primi due decenni del secolo, che
ebbero in Germania il loro principale laboratorio e centro di
irradiazione. L’Espressionismo caratterizzò anzitutto un movimento
pittorico, nato nel 1905, a Dresda, dal gruppo “Die Brücke” (“Il
ponte”). A questo gruppo ne seguì un altro nel 1911, “Der Blaue
Reiter” (“Il cavaliere azzurro”): massimi esponenti ne furono il
russo Vasilij Kandinskij e il tedesco Paul Klee. Dopo la Prima
guerra mondiale l’Espressionismo si affermò anche in campo
musicale, intorno al compositore austriaco Arnold Schönberg e
dette risultati eccellenti anche nel cinema.
Presupposto comune a tutte queste esperienze è lo spiccato
soggettivismo della visione artistica, che non mira tanto alla
rappresentazione della realtà esterna, quanto all’espressione del
vissuto interiore, di cui gli oggetti sono solo la proiezione. E
siccome gli esponenti dell’Espressionismo erano spiriti
tormentati, ossessionati dal fantasma del male che sovrasta il
mondo, le loro opere diventarono lo specchio doloroso e disperato
dei loro incubi. Le parole portano la tensione al massimo grado.
Vladimir Majakovskij, “Avanza l’anno sedici”
Passato alla storia come il “cantore della rivoluzione sovietica”,
Vladimir Majakovskij nacque nel 1893 a Bagdadi, piccolo villaggio
del Caucaso georgiano. All’età di 13 anni si trasferì a Mosca con
la famiglia: qui entrò nel Partito bolscevico e presto venne
arrestato per attività sovversiva. Gli 11 mesi che trascorse in
carcere furono l’occasione per leggere i classici dell’’800 e
scrivere i primi versi. Le poesie d’esordio di Majakovskij vennero
pubblicate nel 1912 assieme al manifesto “Schiaffo al gusto
corrente”, l’atto di fondazione del Futurismo russo: vi si
proclamavano la fine dell’arte tradizionale e il bisogno di
rinnovarne la forma, legandola agli sviluppi della pittura
contemporanea. La poesia diventò declamata, teatrale, perché
mirava a un’arte totalizzante che unisse la parola, il gesto, la
musica, il colore. Nel 1915 Majakovskij diede alle stampe il poema
“La nuvola in calzoni”, fortemente mutilato dalla censura.
Partecipò con entusiasmo alla rivoluzione di febbraio e a quella
d’ottobre, che nel 1917 portarono al potere il Partito bolscevico.
Egli diventò la guida carismatica dei futuristi russi, chiamati a
fondare la nuova società socialista. Nel 1927, per il decennale
della rivoluzione bolscevica, Majakovskij pubblicò “Bene!”, un
poema celebrativo ch nascondeva malesseri latenti: le
organizzazioni letterarie lo opprimevano, molti artisti non
comprendevano la sua opera o la criticavano aspramente. A questo
si aggiunsero i problemi sentimentali, che determinarono
nell’opera di Majakovskij un nuovo interesse per i temi lirici. Il
14 aprile 1930, con un colpo di pistola al cuore, il poeta pose
fine alla propria esistenza.
“La nuvola in calzoni” di Majakovskij fu pubblicato nel settembre
del 1915. La censura cancellò 6 pagine, titolo compreso (“Il
tredicesimo apostolo”). Quando, 3 anni più tardi, l’opera venne
ristampata in versione integrale, Majakovskij aggiunse una piccola
premessa, dove additava i 4 valori borghesi contro cui il poema si
sarebbe scagliato: l’amore, l’arte, la società e la religione.
Altrettante sono le sezioni in cui “La nuvola” è divisa:
Majakovskij la definì “tetrattico”, come se fosse un’icona. L’eroe
dell’opera, un “alter ego” del poeta, grida un dolore che
appartiene a tutta un’umanità di miseri, di infelici, di reietti,
lanciando così la propria sfida a Dio, colpevole di non
risparmiare la sofferenza all’uomo. Fonte di tormento sono l’amore
non ricambiato, l’ingiustizia sociale, l’arte borghese:
Majakovskij li combatte assumendo via via i panni del clown, del
ribelle, del “dandy”, di Zarathustra, di Giovanni Battista, ma
soprattutto di Cristo in croce. Al di là delle montagne di dolore,
tuttavia, Majakovskij conserva la fede nella possibilità di
raggiungere, lui nuvola, dei cieli tutti terrestri, degli Eden
realizzabili nel mondo reale. Il poeta incita dunque la folla
cittadina a mettersi in cammino: non a caso “La nuvola” si apre e
si chiude con l’immagine dell’eroe in movimento. Come da
tradizione futurista, solo il dinamismo può spezzare le catene
della tradizione, vista come un peso e una condanna, e proiettare
l’umanità nell’avvenire.
“La nuvola in calzoni” è un poema composto interamente in
caratteri maiuscoli. Espediente consueto nel Futurismo, che amava
denotare i propri testi anche a livello tipografico, la tecnica
diventa qui particolarmente incisiva: il poeta è infatti un
tribuno, un capo del popolo che incita con voce tonante la propria
gente alla rivoluzione. Il confronto della voce narrante con
l’esperienza pasquale di Cristo è continuo: la morte del profeta-
martire prelude a una resurrezione, alla nascita di un mondo retto
da leggi nuove. Ma, perché questo avvenga, l’”io” si deve staccare
dal “noi”, il poeta profeta deve essere schernito dai borghesi che
detengono il potere. E’ questa solitudine che rende eroico lo
sforzo del poeta: nel suo annuncio della venuta di un salvatore,
egli si fa simile a Giovanni Battista che predica nel deserto.
Evidenti sono anche i richiami al “Libro di Giobbe”: la Bibbia è
insomma il testo fondamentale cui Majakovskij si ispira per i
propri aneliti rivoluzionari (a partire dal titolo “Il tredicesimo
apostolo”). Anche se Majakovskij è ateo, il suo è pur sempre un
bisogno di assoluto e di amore. Proprio questa malinconia di fondo
giustifica lo sdoppiamento dell’autore in diversi “alter ego” che,
portando avanti con slancio l’impeto rivoluzionario, mascherano la
sofferenza dell’uomo. La fine tragica che il poeta si impose non
toglie nulla alla forza che egli seppe mettere nelle proprie
creazioni, anche metricamente, con quella tipica “scalettatura”
dei segmenti che, nell’edizione originale, rendeva il verso
diagonale sulla pagina.
L’eroe del poema, paragonando la propria vicenda alla passione di
Cristo, proclama di amare l’umanità che ora lo sbeffeggia, e la
esorta a seguirlo in una rivoluzione che il poeta profeta vede
ormai alle porte.
Tristan Tzara, “Dada non significa nulla”
Samuel Rosenstock, in arte Tristan Tzara, nacque nel 1896 in
Romania. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si trovava già a
Zurigo, impegnato al Politecnico nello studio della filosofia e
della matematica. Nel febbraio 1916, presso l’osteria Meierei,
Hugo Ball fondò una società di artisti e letterati, il Cabaret
Voltaire. Una sera Tzara e l’amico Marcel Janco si presentarono a
Ball e lì nacque il Dadaismo. Assurdità, provocazione, anarchia:
questo era lo spirito dada. Tzara diventò presto l’animatore del
gruppo, anche attraverso una serie di proclami, tra cui spicca il
“Manifesto Dada 1918”. I dadaisti proclamavano l’unità di vita e
di arte. Questo convegno di stili non arrivava però a tracciare
una poetica comune: ogni dada era libero, senza leggi né obblighi,
e non doveva essere coerente nemmeno con se stesso. Contava solo
la spontaneità creatrice e distruttrice, il nichilismo attivo,
forte al punto che presto avrebbe negato se stesso: non arte ma
azione, sorprendente fino allo scandalo, il Dada preferì sparire,
piuttosto che cristallizzarsi in un nuovo accademismo. Durante la
guerra in Spagna e poi durante la Resistenza Tristan Tzara
combatté tra le file degli intellettuali progressisti e
antifascisti, prendendo anche parte al Congresso internazionale
degli scrittori per la difesa della cultura. Il legame tra
attività poetica e politica si faceva in lui sempre più stretto;
tuttavia nel 1956, in seguito alla repressione sovietica della
rivolta ungherese, Tzara si allontanò dal Partito comunista
francese. Morì a Parigi il 24 dicembre 1963.
Uscito nel 1918 sulla rivista “Dada”, fondata dallo stesso Tzara,
questo non fu né il primo né l’ultimo manifesto firmato
dall’artista rumeno. Nel 1916 egli aveva dato alle stampe “La
prima avventura celeste del signor Antipyrine”, la sua prima opera
compiutamente dadaista, che ospitava al proprio interno il
“Manifesto del signor Antipyrine”. Qui ogni gerarchia di valori è
sovvertita, il linguaggio si disarticola, l’anarchia abolisce la
logica. Nel 1920, anno in cui Tzara si trasferì a Parigi, fu la
volta del “Manifesto Dada sull’amore debole e l’amore amaro”, che
testimoniava ancora del gusto dada per l’assurdo, la provocazione
giocosa e satirica, i divertimenti verbali. Il “Manifesto Dada
1918” fu comunque il prodotto più significativo di questa breve
stagione. Ironico e corrosivo, il manifesto sin dall’inizio nega
se stesso: Tzara proclama ogni cosa e il suo contrario, si fa
beffe della verità, del progresso, dell’arte, della morale.
Per illustrare la ragion d’essere di un movimento, chi ne scrive
il manifesto deve innanzitutto precisare il significato del nome
che si è scelto come insegna. Anche Tzara non sfugge a questa
prassi, e tuttavia la mortifica, la mette in ridicolo, allineano
tutta una serie di significati, per il termine “dada”, che
evidentemente non hanno nulla di programmatico. Tzara sta giocando
con il lettore: dada, la ripetizione di un suono tanto elementare
da comparire in tutte le lingue del globo, in realtà non significa
nulla. E’ puro balbettio, “nonsense” fonico, potrebbe venire dalla
bocca di un bambino che a pochi mesi cominci a scoprire il
linguaggio. Proprio da una posizione infantile, ludica, vergine, i
dadaisti osservano la realtà, scoprendo che i valori del mondo
adulto, della società, sono semplici convenzioni: tanto austere,
seriose e incancrenite che la nuova missione sarà quella di
dissacrarle con ogni mezzo. Vittima illustre di questa rottura con
il passato è innanzitutto il concetto di bellezza. Tzara proclama
che la bellezza intesa come assoluto è morta perché ognuno, nel
relativismo che contraddistingue il mondo moderno, ha il diritto
di considerarla soggettivamente, secondo il proprio gusto, e solo
soggettivamente questo concetto può continuare ad avere un senso.
Tutti i valori fondanti del mondo classico e cristiano entrano in
questo tritacarne che con entusiasmo manda al macero interi
sistemi di pensiero, perché ormai ciascuno può parlare solo a nome
di se stesso, nel pieno diritto, che ogni individuo pretende, di
farsi le proprie idee e la propria arte. La forma del manifesto
era particolarmente congeniale a Tzara, che tra gli animatori del
Cabaret Voltaire fu il più abile nel provocare il tumulto del
pubblico. Era stato il Futurismo a inaugurare questo genere di
eventi. Molte sono le affinità tra i due movimenti. Entrambi
rigettavano il passato, pressoché per intero e con violenza tanto
verbale quanto degli atteggiamenti, fino a giungere alla
spregiudicatezza, alla provocazione, alla lite. Entrambi
predicavano la necessità di una rigenerazione del genere umano su
basi nuove: l’avvenire e il progresso tecnologico, per i
futuristi; l’individuo e la totale libertà di affermare e di
negare, per i dadaisti. Le linee di sviluppo di questi due
movimenti sono opposte: il futurismo aveva un preciso programma,
il Dadaismo aveva come programma il non averne alcuno. La sua
ribellione non perseguiva alcun fine utilitaristico, il che
rendeva l’idea di progresso molto lontana dallo spirito dada.
Tzara proclamava nei propri manifesti che tutto è inutile, persino
cercare di comprendere l’essere umano. Nulla peggiore, per i
dadaisti, che trovavano incarnato nella borghesia tutto ciò che si
sforzavano di demolire. Le loro armi principali furono il
paradosso, la satira, l’umorismo, che attentavano al dominio
mortale della logica sulla vita. Il senso dell’operazione
dadaista, il suo imperativo centrale, risiedeva nella
corrispondenza di arte e vita, che sono un’unica e indivisibile
forma di espressione dell’uomo.
In questo passo del “Manifesto”, Tzara allinea tutti i significati
del termine “dada”, proclama la relatività soggettiva dell’arte e
prende le distanze dal mondo borghese delle accademie, retto
unicamente dal denaro.
André Breton, “L’immaginazione non perdona”
André Breton nacque a Tinchebray, in Francia, nel 1896. Si avviò
allo studio della neuropsichiatria nella città di Parigi e fu
chiamato, durante la Prima guerra mondiale, a prestare servizio
negli ospedali psichiatrici. La lettura delle opere di Sigmund
Freud e l’amicizia con Guillaume Apollinaire determinarono la
nascita della sua vocazione letteraria. Nel 1919 fondò la rivista
“Littérature”, dedicandosi a esperimenti di scrittura simultanea
di cui resta a testimonianza l’opera “I campi magnetici” (1920).
Nel 1924, con i poeti Paul Éluard e Robert Desnos e con i pittori
Francis Picabia e Max Ernst, diede vita alla Centrale di ricerche
surrealiste, pubblicando il primo “Manifesto del Surrealismo”
sulla rivista “Révolution surréaliste”, fondata dallo stesso
Breton. I suoi lavori più importanti sono: “I vasi comunicanti”,
“L’amore folle”, l’”Antologia dello humour nero”. A causa
dell’invasione della Francia da parte di Hitler, Breton fu
costretto a fuggire negli USA, dove fondò la rivista “VVV” con i
pittori Marcel Duchamp e Max Ernst. Nel dopoguerra tornò a Parigi,
dove morì nel 1966.
Pubblicato sulla rivista “Révolution surréaliste” nel 1924, questo
testo inaugura ufficialmente il Surrealismo francese. Si tratta di
un inno all’immaginazione e al sogno, contro il dominio della
ragione che pretende di fornire, non sempre in maniera esauriente,
le coordinate per comprendere il mondo e gli uomini. Nel
“Manifesto” Breton contrappone alla visione scientifica della
realtà circostante l’urgenza di sondare i legami con le profondità
dell’io. Non a caso chiama in causa le scoperte freudiane, la
ps
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