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Nazioni Unite, questo Mussolini malato durante la guerra, ipocondriaco all’ultimo

stadio, è capace di fare il male ma di accettarne la colpa, fino a poter apparire come

una sorta di Cristo paradossale. Gino Molinari usa le sue morti per risolvere

pienamente lo stress delle sue responsabilità, ma anche e soprattutto per aggirare le

sempre più frequenti pressioni che gli giungono da Lilistar. Il suo è un corpo guasto

che funziona proprio perché guasto. È Kathy Sweetscent, la schizo, la prima a

sperimentare il JJ-180, e a saggiarne l’incredibile capacità di portare a spasso nel

tempo, e finirà inevitabilmente per un po’ nell’America prebellica, e tanto per

cambiare penserà di far avvertire Roosevelt dell’attacco di Pearl Harbor. Ma chi

sfrutterà al massimo le potenzialità del JJ-180 è Gino Molinari, una droga che in

modo contraddittorio salva e condanna, che mette in contatto con il passato e il futuro

di tanti mondi alternativi, tanti mondi enne presenti.

“Ubik” del 1969, contiene l’ormai consueto paesaggio permanente occidentale. La

politica del vivente si è potuta espandere ben oltre i confini della vita, grazie alla

tecnologia che consente di ibernarne i corpi e conservare in funzione le attività

cerebrali dei defunti per un periodo più o meno lungo, nonché di consentire i contatti

con loro tramite un sofisticato sistema comprensivo di un amplificatore protofasico,

un microfono e una cuffia. Varie onde cefaliche possono sprofondare i semi-vivi in

una specie di sogno collettivo determinato dalla fusione di tanti sogni, dove si può

persino finire alla mercé del sognatore più “forte”. Si finisce così prigionieri di una

sorta di artificialmente prolungata visione after death, esattamente come quella che al

signor Tagomi aveva ricordato il Libro tibetano dei morti, con tutto il suo carico di

orrore freddo e determinato. In questo romanzo mancano tracce di qualsivoglia forma

di Stato centrale, e persino le Nazioni Unite sono ridotte, un po’ come nel mondo zero

del nostro presente, che possono esercitare un compito di pressione meramente

ideale, si battono inutilmente per abolire le pratiche di semi-vita. A fronte di questa

latenza dell’autorità centrale, la liberalizzazione selvaggia dei servizi raggiunge un

comicissimo parossismo: porta d’ingesso e doccia entrano in funzione con un sistema

a pagamento diretto. Ampia risulta l’offerta dei beni di consumo, comprensivi di tutti

i più interessanti prodotti inseriti nella faramacopea, dalle anfetamine ai pacchetti di

gomme tranquillanti alla pesca. I cittadini in questo Stato così poco ideale finiscono

nel regime di piena concorrenza in atto non certo col distinguersi in produttori e

consumatori, ma fra prosumatori influenzabili e influenzatori che in vario modo ne

fanno consumo. Nel mondo di “Ubik” la parassitosi è legata al concetto stesso di

consumo: vi sono i Norms, la gente comune che deve essere messa nelle condizioni

di consumare e produrre, i loro parassiti, i cosiddetti Psis, di talento paranormale, e

infine i parassiti dei parassiti, gli Anti-Psis, che hanno il potere di bonificare una

determinata area dalle macchine influenzanti. Insomma, ognuno parassitizza l’altro.

Ubik è appunto lo spray fissante che per un po’ arresta la devastante entropia.

Un’altra inattesa presenza si manifesta, una sorta di Dio dispettoso e maligno. C’è

una vita residuale negli oggetti che affiora nel senso inverso del tempo del mondo

due, una sorta di idea platonica sempre in regressione. La tv polifonica del mondo

uno diventa un vecchio televisore a tubo catodico, poi addirittura una radio. Questo

andare a ritroso, questo scorrere l’incubo della storia, a un certo punto si arresta, si

fissa, diviene paesaggio permanente tutt’intorno a Joe Chip, l’insolvente predestinato

lavoratore in transito nel tempo. L’esplosione dell’umanoide kamikaze ha fatto

dunque riaffiorare il trauma, il solito. Sarà da quel momento in poi il mondo di Joe

Chip, il passato del mondo zero.

Capitolo Terzo

Un oscuro scrutare

“A scanner darkly” è il lavoro narrativo più dichiaratamente autobiografico di Philip

K. Dick. Apparso nel 1977, a cavallo fra quella che potrebbe definirsi la “trilogia

nixoniana” (“Flow my tears, policeman”, “A scanner darkly” e la prima e più politica

redazione di “Valis”), in tutte queste opere la compromissione fra vero e falso si

aggiunge all’operato di una divinità inferiore e malevola che interpola false creazioni

nel paesaggio permanente. L’America di Nixon pareva sul punto di trasformarsi in

uno stato di polizia, e Dick scopriva insomma che il mondo zero non era altro a sua

volta che un mondo contraffatto, un mondo uno sfuggito alle pagine di un pessimo

romanzo.

Nell’ “Esegesi” è scritto espressamente che tutta la creazione non è altro che

linguaggio, e che ciascuno di noi oltre a essere linguaggio è parte, e ha come scopo

evolutivo quello di divenite parte, come aveva affermato Teilhard de Chardin, di una

sorta di cervello collettivo. Con l’avvento della radio e poi dei successivi media

elettrici, l’informazione era diventata vivente, e tutti gli interconnessi potevano far

parte di un’unica intelligenza angelica. A questo punto della sua vita, dal marzo 1974,

Dick sosteneva di aver ricevuto una rivelazione da Dio tramite un raggio rosa.

In “Valis” il tema di fondo è quello dell’informazione vivente, vale a dire di

un’informazione contenuta nei testi gnostici e in quelli magari esseni riportati alla

luce dopo la Seconda Guerra Mondiale a Nag Hammadi e Qumran (in “The Divine

Invasion” sarà addirittura la Torah). Dick affermava che siamo tutti in una condizione

di semi-vita, colui che sogna, come il sognatore del “Finnegans wake” di Joyce, si sta

rigirando ed è in procinto di tornare alla coscienza. Noi, insomma, siamo dentro quel

sogno.

Pubblicato nel 1974, “Flow my tears, policeman” risente fortemente del clima di

latente guerra civile conseguito alla prima elezione di Richard Nixon. In questo

mondo uno, non solo tutti i movimenti radicali sono esplicitamente fuori legge, ma i

campus universitari sono circondati dalla polizia e gli studenti ribelli e gli stessi

intellettuali che vivono in clandestinità vengono immediatamente rinchiusi in campi

di lavoro. La legge Tidman restringe i diritti delle minoranze, una sorta di versione

liberale e democratica della Soluzione Finale: l’imposizione alle coppie di colore di

generare un solo figlio.

“A scanner darkly” mette in scena uno stato repressivo, proibizionista e poliziesco

incarnato nel conreto dalla gestione del potere durante la Presidenza Nixon. La

società che vive e prospera del suo stesso proibire genera così nei personaggi una

duplicità costante: gli agenti in incognito della Narcotici finiscono col diventare

tossicodipendenti e spacciatori, e gli spacciatori prendono a comportarsi come agenti,

nel trionfo della pratica della delazione. Gli abbienti, i “perbene”, vivono in quartieri

circondati da mura elettrificate, i tossici, i vecchi da pensione sociale, i senza lavoro, i

piccoli malavitosi, vivono in quartieri degradati. La Sostanza M, la droga

apparentemente sintetica, è la responsabile del maggior numero di vittime fra i

tossicodipendenti di questo mondo uno. S’insinuano a loro volta ambigue e

ambivalenti, le forze dell’ordine, precipitato ultimo di uno Stato di polizia

organizzato sull’incognito, il tutto basato su una generalizzata sindrome Watergate.

La guerra nel Vietnam condusse le masse nel tentativo di creare un nuovo modello

di vita, libertario e anticonformista. Ciò che si perseguiva era un nuovo life-style,

nella direzione stessa del sovraccarico percettivo, che Deleuze avrebbe definito

“sistema autonomo Desiderio-Percezione”. Prima generazione a registrare appieno la

schizofrenia di un sistema a doppia informazione (quella ancora alfabetica del mondo

della scuola, col la sua storiografia, e quella simultanea, risonante e genealogica degli

ormai pervasivi media elettrici), finì per cullarsi nel mito della rivoluzione personale,

dell’allargamento dell’area della coscienza, come esaltazione delle potenzialità

dell’individuo. Per questa generazione lisergica la morte parrebbe in qualche modo

sul punto di essere ingoiata dal manifestarsi di una sorta di pace escatologica

praticamente alla portata di mano, se non di un autentico millennio lisergico

(perfettamente speculare a quello economico) contro il quale l’establishment

esplicitamente si opporrebbe.

Il new medium cui si da costantemente riferimento in “A scanner darkly”, il

cefalocromoscopio, parrebbe proprio funzionare come una sorta di teleschermo per

viaggi psichedelici, proiettando colori e ceph patterns dell’individuo stesso che lo

mette in funzione (una sorta di home theatre a base tomografica). La stessa tuta

disindividuante degli agenti in incognito ha delle caratteristiche lisergiche, come

fosse carne da sopravvestire.

Nell’ “Esegesi” Dick scriveva che gli altri credono di sapere ciò che stanno facendo,

e che noi crediamo di sapere cosa stiamo facendo, ma non è così. Quanto stiamo

facendo realmente è qualcosa da nascondere. Non sta succedendo nulla, e nessuno sa

cosa sia. Nessuno sta nascondendo alcunché se non il fatto che non si capisce più

niente, e si ha voglia di tornare a casa.

Il titolo “A scanner darkly” deriva dalla Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo, in cui

si contrappone la conoscenza presenta parziale con quella futura, quella che verrà

donata agli uomini quando si compirà infine ciò che è perfetto. Solo allora, scrive

Paolo, ci sarà dato di vedere le cose faccia a faccia, vale a dire direttamente, non

invertite e confuse, e la nostra conoscenza sarà, nell’atto stesso di conoscere, un

essere conosciuti, un comprendere compresi. Dunque, la citazione paolina, che a sua

volta riprende quella contrapposizione fra le due conoscenze (attraverso uno specchio

o faccia a faccia, diffusissima nella cultura antica, sia cristiana che pagana che

gnostica), messa com’è addirittura in esponente, vale a dire in qualche modo a

immettere il lettore sulla strada che conduce al senso pieno della vicenda narrata.

L’autore non prende mai esplicitamente la parola, non commenta, egli risuona

costantemente in Bob Arctor: è un intreccio di sguardi che si guardano, come avviene

per ogni micropotere senza mai incrociarsi (Fred guarda Bob, poi crea Bruce; il

lettore legge Dick che si rispecchia nella vicenda dell’agente tossicodipendente e così

via).

I personaggi del romanzo ai quali è dato oscuramente scrutare affermano la loro

nuova natura, e l’occhio si riempie di quanto, solo una volta perso non può che essere

ripreso Così, in questo estremo momento di concludere, Bruce saprà accostarsi alla

verità lacerando in un colpo solo (e per un istante irripetibile) la notte delle superfici

che l’occhio di Bob/Fred, fino a diventare vitreo e inerte, aveva inutilmente tentato di

perforare. Il fiore del futuro non è per Bruce, perché ne ha avuto fin troppo: se la

formula del liberalismo è vado a produrti di che essere libero, allora a liberazione

avvenuta, non ne resta proprio più di libertà per chi l’ha consumata, se non quella di

limitarsi a produrla per altri. Nel millennio economico si coltiva solo ciò che si è già

raccolto.

Capitolo Quarto

Restare al buio

In “The Transmigration of Timothy Archer” il tempo non è reale, avrebbe detto Dick

a Metz, nonostante noi percepiamo il nostro mondo contemporaneo, sotto di esso,

nascosto (apocrifo), c’è il mondo antico, il mondo biblico. Dio non è entrato nella

storia del primo secolo dopo Cristo, ne è uscito. La missione di Cristo è stata un

fallimento. Dick intravedeva solo la grande prigione di ferro nera di cui avevano

parlato gli gnostici. È un paradosso. Chiunque sconfigge un segmento dell’Impero

diventa l’Impero (cfr. Il discorso sul nazismo del Capitolo Primo), questo prolifera

come un virus, imponendo la sua forma ai suoi nemici. Da ciò consegue che una

forma d’avversione può sempre ritorcersi su se stessa. La prigione di ferro nera è

l’elemento dissolutore, la conseguente necessità di imparare a sopravvivere a quanto

(non) ci sopravvive.

L’incredibile lampo di gnosi (paolina?) sfolgora in un testo eretico come il Vangelo

di Giovanni (al quale oramai si può appaiare, anche perché coevo, il cosiddetto

Vangelo di Tommaso, uno dei più bei regali giunti dalla biblioteca gnostica di Nag

Hammadi). Fra il I e il II secondo dell’era cristiana, dunque, si sarebbe giocata, con la

nascita del canone neotestamentario (e proprio con l’esclusione di logia formidabili

come il testo ritrovato a Nag Hammadi) una partita fondamentale per la storia della

nostra cultura: il compromesso che nelle regole e oppressioni sarebbe arrivato fino a

noi. Come avrebbe detto Dick: l’Impero non è mai finito. Lo gnosticismo del

sincretismo paolismo insiste nel ribadire che questo è il vero mondo, questo della

carne che è viva solo finché c’è il respiro, e che occorre se mai solo disporsi a fare

quanto possibile acché questo mondo vero, adesso, prima che venga la morte, e

contro la morte si configuri. Paolo non ingannava nessuno: attendeva per davvero il

ritorno di Cristo, e lo attendeva da vivo. Ecco cosa ci dice il testo che, per noi,

inaugura il Nuovo testamento: ci esorta tutti a vigilare, mentre i nostri fratelli uno per

volta continueranno ad addormentarsi nella morte, a essere insomma tanto svegli da

non farci sorprendere dalla fulmineità dell’evento, a persistere insomma, acché sia

possibile che un pensiero non conforme pensi il mondo.

È l’8 dicembre 1980 e John Lennon era appena stato ucciso. E Angel pensava di

aver capito perché siamo su questa Terra: per scoprire che ciò che ami di più ti verrà

tolto, probabilmente più per un errore nei piani altri che per un preciso disegno. “The

Trasmigration of Timothy Archer” è l’ultimo romanzo scritto da Dick, ed è imbastito

a partire dal solito incipit in cui tutto è già avvenuto e si prefigura già l’epilogo. Una

sorta di monologo interiore ipernarrativo: quasi tutto il tempo testuale si svolge

malgrado le persistenti intrusioni memoriali in quell’oretta scarsa dell’8 dicembre

1980. Il vescovo Timothy Archer cercava ciò che sta dietro Gesù: la realtà autentica.

Secondo Paolo nulla tace, ogni forma di messa in stato risuona sempre. La verità

autentica è la morte, persino quella di Cristo. Lo gnosticismo radicale dell’ultimo

Dick predica la grande truffa di una realtà nata inautentica, che ogni processo di

autenticazione può soltanto contribuire a disperdere. La real truth, che si può

perseguire solo individualmente, e solo per un’intima e delirante smania conoscitiva,

non è altro che il niente intorno al quale si è avvolta la pellicola phony, stupida.

Il raggio rosa a cui si è accennato in precedenza, quale che fosse la formula chimica

che aveva innescato l’intero processo, sfavillò nel cervello di Dick, per suscitarvi una

serie di episodi glossolalici, precognizioni e visitazioni da parte di spiriti remoti.

Oltre all’improvvisa manifestazione di Dio, nella forma impalpabile di onde radio

provenienti da un satellite, prendendo spunto da Theilard de Chardin, che Dick finì

col dare il nome di Valis (Vast Active Living Intelligence System). Dio avrebbe

continuato a manifestarsi a Dick, a partire da quel febbraio-marzo 1974, alternando

lunghe latenze a visioni sempre più complesse, nelle quali si sarebbe rivelato come il

deus absconditus e remoto degli gnostici, o l’inconoscibile essere che tutto contiene,

o un alieno proveniente dallo spazio profondo, o la gelosa divinità ctonia che

pretende tributi, o il dio dell’eterna lotta manichea, o il cristo glorioso che ha vinto la

morte, o una sfoglia di verità autentica dopo l’altra, il dio dei riti della fertilità che in

qualche modo lo precede e preannuncia, magari Dioniso. Infine in un ultimo

straordinario evento nel novembre 1980 (Dick era particolarmente fatto), come il

Signore della cattiva infinità, se non l’Intelligenza-zero del paradiso di Cantor (“mi

sono rivelato a te e hai visto che io sono il vuoto infinito”).

Nella prima stesura di Valis del 1976, il personaggio si scinde in una pseudocoppia:

da un lato c’è Phil Dick, che ne rappresenta la parte razionale e scettica, dall’altro

Nicholas Brady che, al pari di Hoselover Fat, dichiara di essere entrato in rapporto

con un’entità benevola aliena, magari Dio. L’impero che non è mai finito, per

combattere il quale l’entità Valis cerca di risvegliare (con la conoscenza, appunto) gli

esseri umani, è allora qui rappresentato direttamente dal suo arconte (un Anticristo),

un tirannico presidente USA, un paranoico avvocatuccio di Orange County (come

Nixon), Ferris F. Fremont. Questi vorrebbe spazzare via la prevista vittoria dei

radicali.

Il vescovo Timothy Archer è la trasfigurazione letteraria del vescovo episcopaliano

James A. Pike, pacifista e radicale che ha combattuto a fianco dei giovani attivista di

Berkeley, con le minoranze razziali e con Martin Luther King. Buona parte dei fatti

raccontati nel romanzo si riferiscono ad avvenimenti reali della vita di Pike: dopo il

suicidio del figlio, si era dedicato a delle sedute spiritiche con la sua amante Maren e

ne aveva tratto un libro molto controverso (“The other side”). Pike era morto nel

1969 in circostanze misteriose nel deserto della Galilea. Per gli gnostici i

rappresentanti del potere sulla terra rispecchiavano il demiurgo, l’arconte, insomma il

malvagio e stupido dio inferiore.

“The divine invasion” è un complesso intreccio fra le teorie gnostiche relative alla

caduta e frammentazione della divinità e al suo ripristino grazie alla sigizia con cui

Cristo rientra in contatto con l’elemento femminile, Barbelo o Haghia Sophia, come

nel cosiddetto Apocrifo di Giovanni. Yah, cioè Iahvé è per davvero un dio alieno.

Il problema per Dick era serio, e riguardava, come per gli studiosi delle commissioni

interconfessionali, la nascita delle prime comunità cristiane e magari la figura storica

dello stesso Cristo. I vari libri della tradizione della Torah riemersi a Qumran

testimoniano a volte un canone diverso da quello masoretico alla base della Bibbia

giudaica, i rotoli del Mar Morto offrono agli studiosi non pochi spunti di riflessione

sulla molteplicità delle sette giudaiche e sulla stessa nascita del cristianesimo.

Con la scoperta del Vangelo di Giovanni, privo di farciture narrative ma vibrante di

densa vocalità sapienziale (“E Cristo disse…”), nella quale più volte i teologi

(specialmente protestanti) hanno inteso la vera voce del Gesù storico, ci fu un

autentico terremoto negli studi storico-religiosi cioè della fonte unica da presupporre

alla base dei sinottici, a sua volta ritenuta un insieme di logia (e che retrodaterebbe

non poco la stesura del testo).

In “Valis” l’informazione vivente viaggia attraverso le parole scritte e attiva in

questo modo, in chi legge un processo di progressiva redenzione dalla morte:

“Chiunque trova la spiegazione di queste parole non gusterà la morte”. E Dick nell’

“Esegesi”: “Gesù disse: Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non

avrà trovato. Quando avrà trovato sarà turbato. Quando sarà turbato, si stupirà, e

regnerà su tutto”. Secondo Dick la morte era una cosa assurda, così come la

convinzione che l’uomo sarebbe incline a peccare, ma sarebbe piuttosto stato spinto a

farlo.

Il messianismo settario aveva un aspetto bicefalo, esplicato nell’attesa del doppio

messia, quello davidico e quello sacerdotale. Ciò si riflette anche in “Timothy

Archer”, e nei continui rimandi tra mondo uno e mondo zero, dove una quantità

sconcertante di logia di Cristo, attribuiti a un figura carismatica alla quale questi

documenti si riferiscono con un termine ebraico che si potrebbe tradurre come

“l’Espositore” o “l’interprete della Legge”. Insomma, sarebbe la fonte della stessa

fonte. Cristo, per intenderci, o un altro Cristo, avrebbe pronunciato le parole che gli

vengono attribuite nei Vangeli due secoli prima di… Cristo! L’anokhi nel romanzo

non è altro che un fungo allucinogeno con cui gli zadochiti preparavano un brodo e

del pane. Allora Gesù era uno spacciatore, con gli apostoli colti sul fatto mentre

cercavano di introdurre il fungo a Gerusalemme.

Allegro aveva pubblicato nel 1979 “The dead Sea scrolls and the christian myth”, in

cui identificava il Maestro di giustizia della comunità del Mar Morto con Gesù

Cristo, anticipando così per davvero di due secoli le vicende evangeliche. La

comunità di Qumran era allora esplicitamente precristiana (se non proprio cristiana).

Allegro, già di suo controverso, diede alle stampe, con un guizzo più dickiano dello

stesso Dick, un documentato saggio che scatenò una vera e propria crociata: “The

sacred mushroom and the cross”. Qui non ci sono solo i riferimenti criptici (se non

criptati) al fungo allucinogeno e al suo uso nei testi del Nuovo Testamento, ma anche

il tentativo di rivenire le tracce di quella che sarebbe diventata la ritualità cristiana

negli antichi miti di fertilità diffusi in Mesopotamia. Allegro non si poneva di negare

l’esistenza di Gesù, quanto piuttosto di dimostrare che il cristianesimo, culto radicale

e costantemente costretto alla clandestinità, aveva in realtà prosperato per secoli e con

diversi nomi. Oltre all’uso dell’elemento psicotropo in uno straordinario rito

collettivo.

Secondo San Paolo, la morte, perché non uccida, non uccida già da vivi, deve essere

ingoiata. Come recita il Vangelo di Filippo, un altro formidabile testo gnostico

cristiano giuntoci da Nag Hammadi: “Coloro che dicono ‘prima si muore e poi si

risorge’ si sbagliano. Se già durante la vita non si riceve la resurrezione, anche alla

morte nulla si riceverà”. Paolo non parlava per niente per metafora: l’uomo risorge

letteralmente dalla morte. Avevano le loro tecniche, che noi oggi magari

chiameremmo medicina, e loro anokhi. Qualcosa da mangiare e da bere, da ingoiare

per rivestirsi di immortalità. Occorre avere il coraggio di assumere ciò che va assunto

(“ingoiare” la morte), e poi, con altrettanto coraggio, in un’epoca in cui la massiccia

dose di informazioni ci arreda costantemente la vita limitandoci al passato

narcisistico, espellere tutto il resto, per provare ad ascoltare mentre si resta al buio

ancora un soffio, dove anche per un solo istante traspaia la fine chiara di un giorno

oscuro.

Appendice: Riassunti dei romanzi citati

Tempo fuor di sesto (Time out of joint, 1959)

La storia si apre come vicenda realistica: in una tranquilla cittadina statunitense

degli anni cinquanta, in un quartiere periferico residenziale (suburb) di graziose

villette tutte uguali, con il giardino ben curato e il televisore sempre acceso, vive una

famiglia tipica: Vic Nielsen, gestore di un supermercato, e Margo, casalinga, genitori

di Sammy. L'unico elemento fuori posto in questa famiglia modello è Ragle Gumm, il

fratello di Margo, che dalla fine della guerra non s'è trovato né moglie né lavoro, e

vive ospite del cognato. Ragle passa il suo tempo amoreggiando con le vicine di casa,

tra cui l'avvenente e infantile Junie Black, e partecipando a un gioco a premi che

viene pubblicato tutte le mattine dal quotidiano locale, la Gazette. Il gioco gli

permette di avere sempre qualche dollaro in tasca perché, per strano che possa

sembrare, Ragle vince sempre, tutti i giorni, da anni. Ormai gli abitanti della piccola

città si sono abituati a vedere la sua foto sulle pagine della Gazette, e lo conoscono

tutti.

Ma Ragle non è affatto contento della sua vita. Si sente in colpa perché, a differenza

del cognato e di tutti gli altri uomini adulti, non si è fatto una famiglia e non ha un

lavoro rispettabile. Inoltre, a complicare la sua situazione, cominciano a capitargli

strani incidenti: ogni tanto qualche oggetto attorno a lui sparisce, lasciando solo un

biglietto con sopra il nome dell'oggetto svanito. Ragle comincia a sospettare di essere

malato di mente, ma scopre che anche ai suoi parenti succedono cose strane.

Il gioco a premi in cui Ragle è impegnato, si intitola "Dove andrà oggi il nostro

Omino Verde?". Si tratta di indovinare in quale casella di una scacchiera si recherà il

personaggio del gioco. Ragle vince quasi tutti i giorni, ed ha stretto un accordo con

l'editore del gioco per cui può sbagliare un certo numero di volte prima di essere

estromesso dalla classifica generale dei giocatori del quiz. Il motivo di questo

trattamento preferenziale sta nel fatto che il pubblico vuole i suoi eroi, e desidera

veder vincere sempre le stesse persone.

Alla fine del romanzo, Ragle scopre la verità sulla sua vita; lui non è un giocatore, ma

un analista di intelligence, e il gioco dell'omino verde in realtà consiste nello scoprire

dove cadranno i missili del nemico (la Terra è impegnata in una guerra

interplanetaria). Ad un certo punto Ragle aveva avuto un regresso mentale, si era

chiuso in se stesso, e per non perderlo i suoi capi avevano deciso di creare intorno a

lui un ambiente fittizio, nel quale avrebbe continuato inconsapevolmente il suo

lavoro, sotto forma di gioco a premi. Pertanto era stata creata una piccola cittadina

fittizia, in cui tutti gli abitanti erano attori.

La svastica sul sole (The man in the high castle, 1962)

L'autore immagina un'ucronia in cui la Germania nazista e l'Impero

Giapponese hanno sconfitto gli Alleati nella Seconda guerra mondiale, diffondendo

il nazismo e l'imperialismo nel mondo intero, Stati Uniti compresi. In quest'universo

alternativo, il destino dell'America ricalca quello della Germania post-1945: è infatti

divisa in tre stati, corrispondenti alla costa orientale (sotto controllo tedesco), quella

occidentale (controllata dai giapponesi) e gli Stati delle Montagne Rocciose, che

fungono da cuscinetto tra gli altri due. L'Italia, a causa della sua pessima condotta

nella guerra, si trova in posizione subordinata rispetto al Reich tedesco.

Il Mediterraneo è stato prosciugato con l'energia nucleare ed è semi-fallito un

tentativo di genocidio dell'intera Africa.

In primo piano le vicende di un gruppo di personaggi: l'orafo ebreo Frank Frink (il

cui vero nome sarebbe Fink, alterato per sfuggire alla caccia dei nazisti), la sua ex-

moglie Juliana, insegnante di arti marziali, l'antiquario Childan (che vive servendo i

giapponesi ma ammira segretamente i nazisti), il funzionario nipponico Nobosuke

Tagomi e l'uomo d'affari svedese Baynes. Le vite di queste cinque persone entreranno

in contatto in modo drammatico, quando verranno coinvolti in una serie di complotti

orditi dalle potenze che si sono spartite il mondo (nazismo tedesco

e imperialismo giapponese); a tutti verrà però concessa una rivelazione sul mondo in

cui vivono e che sembra loro normale, per quanto mostruoso.

Tipico esempio di ucronia, La svastica sul sole descrive una società dove il Terzo

Reich controlla ogni azione e nega ogni diritto che "minacci" l'ordine e lo Stato; fa da

contraltare l'imperialismo nipponico, in apparenza meno brutale ma capace di

condizionare sottilmente le vite degli americani sconfitti. Tale modo differente di

gestire i territori sotto il proprio controllo, richiama la differenza di controllo dei

sovietici (paragonati al Terzo Reich) e degli USA (paragonati all'Impero del

Giappone) che si dividevano il mondo all'epoca dell'uscita del romanzo.

Il romanzo si distingue, però, soprattutto per la sua costruzione. Uno dei personaggi

del romanzo, lo scrittore Hawthorne Abendsen, è famoso per aver scritto e pubblicato

un'opera fantapolitica (nel suo mondo), in cui Hitler ha perso la guerra: La cavalletta

non si alzerà più (The Grasshopper Lies Heavy). Si tratta di un "libro nel libro"

(un metalibro, o pseudobiblium) che risulta speculare a quello di Dick.

La finzione letteraria ricorre quindi a un narratore interno per mettere in

contrapposizione due universi paralleli che si escludono e, tuttavia, si sognano e

temono l'un l'altro. Gli anni dal 1945 ai sessanta (vale a dire quelli di Abendsen)

diventano così due binari della Storia su cui corrono due mondi, il primo alternativo

al secondo e viceversa. È altresì importante il sottotesto del Libro dei Mutamenti, il

libro cinese degli oracoli, usato da vari personaggi del romanzo, e forse dallo stesso

Dick nella stesura del suo romanzo.

I simulacri (The simulacra, 1964)

Il romanzo è ambientato nel XXI secolo, in degli ipotetici "Stati Uniti d'Europa ed

America", governati dal partito unico Democratico-Repubblicano, tramite il

presidente, Der Alte, e la First Lady Nicole, vero motore del potere.

Si tratta di un romanzo corale, in cui non si riesce a individuare un protagonista

preciso ma piuttosto una lunga serie di personaggi che si muovono fra complotti di

stato, lotte del potere fra corporazioni e conflitti sociali fra élite e massa.

La storia si basa sull'intreccio di alcune vicende:

Le trame politiche ordite dai governanti degli USEA (Stati Uniti d'America e

d'Europa), nati dalla fusione di USA e Germania Ovest durante la guerra fredda, al

centro delle quali sta il cambio del Presidente (in realtà un simulacro, cioè

un androide perfettamente somigliante a un essere umano) e la figura della

giovane first lady, Nicole Thibodeaux;

La spietata concorrenza delle industrie che costruiscono i simulacri presidenziali (la

grande multinazionale Karp e la piccola azienda familiare Frauenzimmer);

La progressiva distruzione della psiche del pianista telecinetico Kongrosian, che

soffre di schizofrenia e non può curarsi con uno psicanalista, dato che questi ultimi

sono stati messi fuorilegge;

Le disavventure di due poveri sprovveduti, Ian Duncan e Al Miller, suonatori di

anfora, che dall'oscurità passano alla celebrità quando sono invitati a esibirsi

alla Casa Bianca;

Le oscure macchinazioni di Bertold Goltz, ebreo, un demagogo che ha fondato un

movimento neonazista (i Figli di Giobbe) che si oppone al governo;

Grazie ad una macchina del tempo la first lady progetta di portare il gerarca

nazista Hermann Göring nel presente per trattare con lui la salvezza degli ebrei

deportati nei lager in cambio di armi che avrebbero assicurato la vittoria dei nazisti;

La presenza di uomini di Neanderthal nella California settentrionale,

chiamati chupper, risultato forse di contaminazione da radioattività.

Le trame s'incrociano in una successione di colpi di scena e rivelazioni, che

culminano in una catastrofe finale, con lo scoppio di una guerra civile che porta gli

USEA sull'orlo della distruzione.

Le tre stimmate di Palmer Eldritch (The three stigmata of Palmer Eldritch, 1965)

La vicenda è incentrata sulla concorrenza tra due imprenditori, Leo Bulero e Palmer

Eldritch: il primo vende ai coloni terrestri su Marte dei plastici di case terrestri con

riproduzioni in miniatura di mobili ed elettrodomestici nei quali posizionare la

bambola Perky Pat (evidentemente ispirata da Barbie). Così facendo, e grazie all'uso

di una droga illegale ma tollerata dalle autorità, il Can-D (sempre smerciata da

Bulero), i coloni terrestri possono immaginare di essere di nuovo sulla Terra a vivere

una vita spensierata (le donne incarnate nella bella e giovane Perky Pat, gli uomini

incarnati nel suo aitante e ricco amico Walt), e così rimuovere la deprimente e

desolata vita sul pianeta rosso.

Concorrente di Bulero è Palmer Eldritch; più un cyborg che un uomo, perché a causa

di un attentato ha dovuto farsi impiantare occhi artificiali Luxvid; ha sostituito una

mano, persa in un incidente di caccia, con una protesi metallica; e ha denti d'acciaio

inox. Eldritch è famoso perché pronto a tutto pur di fare soldi, anche a compiere le

azioni più avventate; come quella di andare su Proxima Centauri per fare affari con

gli alieni che lì vivono.

Palmer Eldritch torna dal suo viaggio mutato: gli è successo qualcosa di misterioso

(forse l'incontro con una creatura vagante nello spazio interstellare) che lo ha

cambiato in modo inquietante, e appena tornato mette sul mercato una nuova droga, il

Chew-Z, che darà ai coloni esperienze di vita molto più varie e interessanti di quelle

sempre uguali create dal Can-D.

Scoppia così una guerra commerciale tra i due imprenditori nella quale viene

coinvolto Barney Mayerson, giovane rampante alle dipendenze di Bulero, che si trova

alla fine a essere deportato su Marte e a fare l'esperienza della nuova droga di

Eldritch.

Scopre così che usare il Chew-Z non vuol solo dire entrare in mondi illusori, ma che

questi mondi sono controllati da Eldritch, e che uscirne non è affatto facile. Inoltre, si

rende conto che attraverso Eldritch si sta probabilmente attuando un'invasione della

Terra e di Marte che non ha bisogno di armi ed astronavi, ma attacca direttamente la

psiche dei terrestri.

Il finale aperto non dice se Eldritch, la cui futura morte pare inesorabile, sia stato

veramente messo fuori gioco, dato che i personaggi continuano ad avere allucinazioni

nelle quali le persone attorno a loro assumono i tratti spaventosi del cyborg.

Illusione di potere (Now wait for last year, 1966)

Nel 2055, la Terra combatte per la propria libertà contro i Reeg, formiconi alti due

metri. Si è alleata con gli Stariani, alieni dalle fattezze inequivocabilmente umane

(perché nostri antichi progenitori).

In realtà gli Stariani hanno mire di asservimento sulla Terra, mentre i Reeg

vorrebbero solamente essere lasciati in pace a guerreggiare contro i loro secolari

nemici; una cosa che Gino Molinari, capo del governo mondiale e delle forze

terrestri, capisce benissimo e cerca in tutti i modi di realizzare, evitando rapporti

troppo stretti con gli Stariani.

Molinari, perennemente malato, è dotato di misteriosi poteri esp, con cui “cattura” le

altrui malattie dal suo staff, usandole poi per scongiurare le richieste stariane.

Il dottor Eric Sweetscent, specialista in chirurgia di organi artificiali, riesce a liberarsi

dalla terribile moglie Katherine[1], arruolandosi nell'equipè di Molinari.

La trama del romanzo si fa caotica nel momento in cui entra in campo la droga JJ-

180, dagli effetti tossici (nata come strumento di guerra nei laboratori terrestri contro

i Reeg, ma usata dagli Stariani per drogare Katherine), sprofondando in una serie di

slittamenti temporali (dovuti all'uso della droga), di universi paralleli, con un paio di

Eric che si rincontrano, e almeno tre Molinari, fra morti, simulacri e vivi. Si capisce

alla fine che Molinari viene sostituito periodicamente da suoi alter ego provenienti da

altri universi paralleli.

Nel finale Eric, deciso a suicidarsi, incontra due unità dei Cani Pigri che continuano a

scorrazzare nella città e capisce, ancora una volta utilizzando Schopenhauer, che

il Wille, la voluntas, il desiderio di vivere è alla base di ogni cosa; e in un dialogo

surreale con un taxi automatico che riesce a parafrasare le idee del filosofo di

Danzica sul suicidio, accetta di tornare dalla moglie, lesionata dall'abuso di droghe e

oramai irrecuperabile, pur avendo visto nel futuro quale sarà il suo destino.

Ma gli androidi sognano le pecore elettriche? (Do Androids dream of Electric

sheep, 1968)

In un 1992, futuribile anno in cui la Terra è stata stravolta da una guerra nucleare che

l'ha ridotta a un desolato pianeta post-apocalittico nel quale gran parte degli esseri

umani sono migrati nelle colonie extramondo e la maggioranza delle specie animali si

sono estinte, Rick Deckard è un cacciatore di taglie che vive con sua moglie Iran

a San Francisco.

L'intera metà settentrionale della California è sotto il governo dell'anziano cacciatore

di taglie Dave Holden. Deckard ha pochi contatti con lui, poiché spesso assume

qualche incarico che Holden non ha voglia o tempo di eseguire.

Un giorno Deckard viene a sapere che Holden è stato ricoverato in ospedale in

seguito ad uno scontro con uno degli otto androidi del tipo Nexus 6 fuggiti

dalla colonia extramondo di Marte. Due di questi sono stati eliminati da Holden, ma i

restanti sono ancora a piede libero. Deckard è quindi incaricato di trovare i

sei replicanti in fuga ed eliminarli. Egli accetta l'incarico per dare un senso alla sua

vita e combattere la noia della sua esistenza, travagliata da una recente depressione

causata da una malattia che ha colpito la moglie e per superare lo stigma sociale che

lo affligge per non essere in grado di possedere un animale domestico vivente.

A causa dell'estinzione di quasi tutti gli animali, infatti Deckard possiede solo

una pecora robotica malfunzionante, mentre altri fortunati sono proprietari di un

animale vivente, come il suo vicino di casa Barbour, che possiede una

vera cavalla incinta e che pianifica di donare il puledro a Deckard.

A bordo della sua auto volante, Deckard si reca alle Rosen Industries a Seattle per

somministrare il test di riconoscimento dei replicanti. Qui conosce Rachael Rosen, la

nipote di Eldon, il capo dell'azienda. Deckard la sottopone al test e

sorprendentemente la giovane non lo supera. Eldon però spiega a Deckard che

Rachael è certamente un essere umano ma ha subito un trauma infantile che ha

alterato il risultato del test. Infatti la donna è stata cresciuta dai genitori in una nave

che cercava di raggiungere e colonizzare il pianeta Proxina.

Rachael tenta di corrompere Deckard offrendogli in dono un autentico gufo vivente,

ma durante questa conversazione Deckard scopre che Rachael è effettivamente una


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in dams (discipline delle arti, della musica e dello spettacolo)
SSD:
Docente: Weber Luigi
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cooling85-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Weber Luigi.

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