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Gabriele Frasca

L’oscuro scrutare di Philip K. Dick

Saggio funzionale alla comprensione di “Dai cancelli d’acciaio” di Gabriele Frasca

Nota

In appendice a questo saggio è presente anche un riassunto di tutti i romanzi

principali qui citati, in modo da agevolarne la comprensione. Lo scopo di questo

“appunto” è quello di trovare similitudini, collegamenti, spunti e interpretazioni tra il

saggio qui presente di Frasca, i romanzi di Dick e il romanzo “Dai cancelli d’acciaio”

(sempre di Frasca). Per una corretta comprensione di questo testo, sarebbe meglio

leggere prima il romanzo “Dai cancelli d’acciaio”.

Capitolo Primo

Su un fondo nero

Il clima in cui apparve “The man in the high castle” (1962) è quello di Kennedy e del

Vietnam, la vera paranoia americana. Dick sembra dire che non esiste alcun

doppiofondo nella superficie del mondo, è il passato, piuttosto, quello che può

d’improvviso cedere, e cambiare, mutando all’istante il presente. “The man in the

high castle” non è un’allegoria, è solo l’emersione di una diversa superficie, il verso

di un foglio o di una moneta. Il metodo di Dick è a suo modo assimilabile a quello di

Michel Foucault: nulla è dato come universale, e tutto viene messo alla prova del suo

nome e dei suoi discorsi. È una science fiction che si sottrae alla rassicurante

lontananza del futuro, per ripiegare, ma alterandolo, e alternandolo, più o meno negli

stessi anni di stesura del romanzo. In questo romanzo, l’Asse (Germania, Giappone e

Italia) ha vinto la Seconda Guerra Mondiale (si tratta di un’ucronia). Si incrociano i

vari destini dei personaggi, com’è tipico di Dick. I personaggi partecipano alla storia

non-domestica, della grande Storia che li perturba, semplicemente perché vi sono

immersi, per il semplice fatto stesso di essere supposti ad esistere. Le loro vicende

vengono progressivamente compresse nel punto di fusione fra l’autentico e

l’inautentico. La morte di Bormann e la lotta per la sua successione, è in realtà, come

tutte le pieghe che sollevano e mettono in luce anche il fondo nero di un’altra

superficie, una falla attraverso la quale prendono a scorrere un po’ alla volta, dati ed

eventi del mondo zero (il nostro mondo), coi suoi orrori e le sue grandi psicosi

collettive, sui quali campeggia un’altra piega, altrettanto minacciosa, quella del

rischio atomico in Corea, della crisi cubana e del paventato scatenamento di una

nuova guerra totale.

Il mondo uno (quello della narrazione) è come se si sfaldasse, ripercorrendo in

qualche modo la stessa parabola di un precedente romanzo, “Time out of joint”

(1959). Qui si scopriva che la tranquilla cittadina degli anni Cinquanta è solo una

contraffazione, e i giochi nei quali il protagonista eccelle, servono in realtà a

determinare le coordinate di puntamento dei missili da cui dipendono milioni e

milioni di vite.

Secondo Zizek, l’ideologia stessa più ideologica è quella di dichiarare finite le

ideologie. Come in “Gravity’s Rainbow” di Thomas Pynchon, esiste qualcosa di

peggio della visione paranoica che collega ogni evento in un’unica trama, ed è

l’antiparanoia, in cui tutto è slegato e se ne va in pezzi. Vi sono realtà che (non)

esistono dietro a realtà che (non) esistono, una superficie insomma esiste e l’altra

insiste, su una struttura così vuota da garantire ogni forma di intercambiabilità. È

insomma leggere la compresenza di figura e sfondo, rinunciando alla pretesa linearità

del cosiddetto continuum storico, sorretto da quella visione alfabetica del mondo che

non a caso Marshall McLuhan vedeva giusto in quegli anni entrare in crisi con

l’avvento della tecnologia elettrica.

Le pagine di “The man in the high castle” sono una sorta di storiografia

espressionista, che assume come fatto storico non un accaduto ma un accadere, vale a

dire l’emozione da suscitare nel soggetto alla storia. Ad esempio, nel docudrama di

Frank Capra “”Why we fight” la verità non è mai un atto di fede ma un processo.

L’atto di creazione in sé, pertanto, come processo di verità, non distingue l’autentico

dall’inautentico. È l’inautentico, allora, che da la storia (e le storie), in quanto mette

in moto un processo di verità che lo dichiarerà tale (cioè vero). L’artista, diceva Gilles

Deleuze, è creatore di verità, proprio perché la verità non preesiste, si crea. È una

continua dialettica fra il world of change, dichiaratamente inautentico, e un

permanent landscape, un paesaggio latente, in cui l’allestimento di mondi possibili

per Dick diventa un’operazione dichiaratamente isotopa (analoga) dell’alternarsi del

reale. L’autentico è un dato, o un presupposto, prefenomenico, e in quanto tale

raggiungibile solo come residuo, né più né meno del falso, cioè del processo che crea

la verità.

In “Time out of joint” il mondo spurio, il world of change è collocato

paradossalmente negli stessi anni di stesura del romanzo (i tardi anni Cinquanta

dell’amministrazione Eisenhower), e il permanent landscape sbalza il tempo nel

classico futuro della science fiction (la fine degli anni Novanta), di modo che il

mondo due (la guerra del futuro) soppianti il mondo uno (che l’autore arreda, come in

un romanzo realista, con elementi del mondo zero). La fantascienza, per Dick, è la

macchina di verità che dichiara il falso in quel mondo falso che è il mondo reale. In

“The man in the high castle”, al contrario, al di sotto del mondo uno (dove l’Asse ha

vinto la guerra) traspare direttamente il permanent landscape del mondo zero.

La grande psicosi collettiva del complotto, che nel sociale delle culture liberiste

occidentali nasconde un paesaggio permanente autoritario e fascista, si sviluppa

essenzialmente durante la presidenza Nixon. È un manifestarsi di un’emozione

culturale particolarmente duratura nei luoghi centrali, come cinema, letteratura di

consumo e fumetto.

In “The man in the high castle” la “libertà di verità”, l’apparizione in controluce del

mondo zero, ribadito dall’I Ching, nasconda invece l’essere in filigrana del mondo

uno nel mondo zero. I mondi si alternano così come le superfici slittano l’una

sull’altra a ogni increspatura, come a volerne creare uno solo (un terzo, appunto)

ancora più nascosto proprio perché sotto gli occhi di tutti.

Il mondo alternato descritto in “The man in the high castle” nasce dall’assassino di

F. D. Roosevelt prima della sua rielezione, il mondo zero farà trascorrere poco più di

un anno dalla pubblicazione del romanzo prima di consumare l’omicidio dello stesso

Kennedy, il cui programma si ricollegava esplicitamente alla tradizione democratica

roosveltiana.

La partita con il nazismo e con la sua ideologia sociale, lungi dall’essere vinta, non

era forse stata addirittura nemmeno portata a termine. Emblematico è il film “The

Stranger” (1946) di Orson Welles, dove il nazista Franz Kindler (sotto le mentite

spoglie di un bonario professore) finisce in qualche modo col mostrarsi necessario al

tessuto sociale della tranquilla provincia americana. L’esorcizzante morte di Kindler,

impalato in puro stile fumettistico da una statua dell’orologio, fa ripartire, a guerra

finita, le lancette della storia.

In “The Simulacra” del 1964, il mondo uno si sviluppa in un ipotetico 1994 dove la

Germania Occidentale è entrata a far parte degli USA (divenuti pertanto USEA, Stati

Uniti d’Europa e d’America). Ci fu una guerra calda a partire dal 1980, con tanto di

attacco atomico, scatenata essenzialmente dalla Cina. La Terra vive oramai in una

fase di relativa rappacificazione, determinata da un’equa spartizione dei territori:

l’Impero Francese, con un regime totalitario dei cristiano-democratici, lìAsia

Popolare e l’Africa Libera (nera, non musulmana). In questo romanzo, la società è

pianificata per garantire e moltiplicare il gioco degli interessi, e rimuovere gli

eventuali ostacoli all’unica reale libertà che un sistema liberale riconosce pienamente,

quella della circolazione dei prodotti. La libera concorrenza e la pianificazione della

vita dei cittadini regolano questo mondo uno. La fusione fra cultura americana e

quella tedesca sembra essere avvenuta, anche tramite i germanismi copiosamente

diffusi nelle pagine. Il vero potere è concentrato nelle mani della first lady, Nicole

Thibodeaux (modellata su Jacqueline Kennedy), come testimonia la sua costante

presenza sugli schermi televisivi. È sorto un gruppo paramilitare di fanatici religiosi,

che si autodefiniscono the Job’s Sons, accusati di propagare un’ideologia neonazista,

e sono guidati da un tale Bertold Goltz, che però è un ebreo. Le cose non sono quello

che sembrano: il presidente è un androide, la first lady un’attrice, e i Figli di Giobbe

hanno altri scopi. È una struttura nascosta del potere, dove Goltz tenta di restaurare

l’autentica democrazia (ma con l’aiuto dell’esercito), per consentire alle piccole

imprese e non solo ai monopoli, di fare la loro parte sul mercato. Le grandi

concezioni monopolistiche, invece, sono quelle che comandano il finto presidente e

che hanno attitudini autoritarie. Così come in “The Penultimate Truth”, un piccolo

gruppo di privilegiati finge sia ancora in corso una guerra atomica, costringendo il

resto della popolazione a vivere e produrre negli immensi rifugi antiatomici

sotterranei.

Sempre in “The Simulacra”, fa capolino un’inquietudine tipica dei primi anni

Sessanta in America, quella connessa alla diffusione capillare dei mass-media come

principio di controllo sociale e interpolazione dell’inautentico. Quindi si assiste al

prelevamento di Herrman Göring dal 1941 per fargli assistere alla disfatta della

Germania (e al suo stesso suicidio) e convincerlo così della necessità di eliminare

Hitler una volta tornato nel suo tempo. Lo scopo è quello di barattare la vita di sei

milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento con una serie di armi del futuro

che garantiscano al Reich al vittoria finale. Cambiare il passato non può che avere

effetti sul futuro che ne è conseguito. Il nazismo, anche se “sconfitto”, diventa

pervasivo e indistinguibile dalle forme di politica occidentale postbelliche.

Non può apparire un caso che in “The man in the high castle” le grandi innovazioni

tecnologiche dell’America postbellica del mondo zero, dalla televisione all’avventura

spaziale fino all’energia nucleare, non sono certo in questo mondo uno appannaggio

del Giappone, ma della Germania. Ecco allora affiorare l’alternanza delle superfici

dei due mondi: è nelle tecnologie che affondando le loro radici nello sforzo bellico

che sembrerebbe essersi annidata l’ombra del Terzo Reich, l’ideologia della

sopraffazione tecnologica. La “funzione Goebbels” durante il nazismo fu esattamente

questa, quella di comprendere prima, e poi sfruttare al massimo, le potenzialità dei

media elettrici, a partire innanzi tutto dalla radiofonia, per creare il mondo

rappacificato del Reich prima ancora che questo nascesse (in poche parole, l’uso della

propaganda). La sera del 10 maggio 1933 gli studenti di Berlino cominciarono il

primo rogo di libri. Si dissolveva, in modo traumatico, ciò che sarebbe stato proprio

della guerra imminente, ovvero il monopolio alfabetico che aveva per secoli chiamato

“storia”, quello che tornava ad essere raccontato come fiction, docudrama, finzione.

Il signor Tagomi, personaggio di “The man in the high castle”, si lascia convincere

dal signor Childan ad acquistare un nuovo e stranissimo gioiello. È un triangolo di

gocce cave, uno sgorbio d’argento. Al signor Tagomi pare veder guizzare per un

attimo la luce sulla sua superficie: è la riflessione di un mondo riflesso, quella che fa

brillare, direbbe Lacan, per la sua assenza il reale. Tagomi vedrà le strade duplicate,

insolitamente rumorose, i due mondi si sono sovrapposti.

Due sono i libri costantemente citati in questo romanzo. Il primo è il libro dei

mutamenti, l’I Ching, che non predice il futuro, ma disegna sotto i nostri occhi una

gestalt (un insieme) delle forze attive che determineranno il futuro. L’altro è “The

grasshopper lies heavy”, di Hawthorne Abendsen, che descrive un altro mondo

presente in cui gli Alleati hanno vinto la guerra. Si tratta di un testo nel testo. Tuttavia

non si tratta di una descrizione esatta del nostro mondo zero. Il libro di Abdensen (è

lui l’uomo nell’alto castello), descrive come l’attacco di Pearl Harbor sia stato

scongiurato, come l’America non abbia inviato armi all’Unione Sovietica che di

conseguenza è crollata sotto l’attacco nazista. Dopo la guerra vi è solo l’Occidente e

il suo modello, pacificato, prospero, che ha finalmente sconfitto i suoi malanni; fame,

malattie, guerra e ignoranza. Che erano poi i nemici comuni dell’uomo nella New

Frontier kennedyana. La protagonista Julianna Frink trova lo scrittore Hawthorne

Abendsen, e dopo una conversazione concitata con lui riesce a fargli ammettere di

aver scritto “The grasshopper lies heavy” consultando costantemente l’oracolo, l’I

Ching. L’I Ching ha espresso “l’intima verità”. Quello che il finale di questo libro

esplicitamente dichiara non è tanto l’identità tra il mondo uno e il mondo zero, quanto

piuttosto che non esiste alcuna differenza tra il mondo uno e il mondo due. Il mondo

zero ritorna pertanto a essere ciò che è sempre stato, vale a dire l’oggetto della

riflessione. La funzione del mondo due (“The grasshopper”, per intenderci) è la stessa

della recita che Amleto allestisce in “Amleto”, cioè una messa in scena per raccontare

la verità (nell’opera teatrale Amleto reinscena un “Amleto nell’Amleto”, ossia

l’omicidio del padre davanti allo zio usurpatore e assassino). È naturalmente il punto

di rilevazione del mondo zero a provocare il collasso.

Per il neoliberismo via via più intransigente, ogni “eccesso” di Stato, se non è

comunismo è già nazismo. Occorreva dunque favorire attivamente la concorrenza (e

dunque l’ineguaglianza). Per i teorici del pensiero liberale postbellico bisogna essere

liberi dai condizionamenti ideologici, e lasciar fare all’all’economia, che non è

un’ideologia. Più c’è concorrenza, più c’è libertà, quando interviene lo Stato sarebbe

totalitarismo. Se non che, come ha giustamente puntualizzato Foucault, il regime

nazista non si era mai caratterizzato per un eccesso di Stato. L’intera politica nazista

aveva come obiettivo evidente la sistematica sottrazione di poteri allo Stato stesso.

Nelle politiche sociali del ventesimo secolo, sono due le forme diverse della stessa

progressiva decrescita della presenza dello Stato: da un lato quella determinata

dall’incremento di governabilità del partito, dall’altro quella con forza ricercata e

realizzata, dalla governabilità liberale. In “The man in the high castle” si inscena la

lotta a suo modo fratricida fra il liberalismo pulviscolare delle piccole imprese e

quello dei cartelli dei monopoli. Secondo Theodor W. Adorno, Hitler, il boia della

società liberale, era troppo liberale per capire come altrove, sotto il velo del

liberalismo, si costituisse l’irresistibile supremazia del potenziale industriale. Il

nazismo, che avrebbe voluto disvelare quello che c’è di falso nel liberalismo, non

comprese fino in fondo la potenza che gli sta dietro. Il crollo dell’Unione Sovietica ha

finito, proprio come immaginava Dick, col cambiare non il futuro ma il passato., in

qualche modo riprogrammandolo. Da questo futuro non c’è traccia nella storia se non

della guerra civile dell’economia capitalista.

Capitolo Secondo

La notte delle superfici

In “Ma gli androidi sognano pecore elettrice?” (1968), il kipple è una cenere che

copre ogni cosa, che si posa a spegnere il fuoco della vita. È, insomma, la marea

montante di rifiuti non più riciclabili di tutte le creazioni, di quelle autentiche come di

quelle spurie, è la sostanza che il mondo uno del romanzo sottrae al mondo zero per

assumere consistenza. È materia residuale.

Nel mondo del romanzo, la democrazia è solo formale, e la legge nasconde più o

meno un reticolo di oppressioni con cui garantire l’unica libertà possibile, quella del

gioco economico complessivo della scarsità dei mezzi. Rick Deckard è chiamato a

ritirare una mezza dozzina di elettrodomestici difettosi, soltanto per accorgersi che

tutto ciò che gli è richiesto, in quanto a suo modo rappresentante dell’ordine, è

continuare ad essere una figura del “flagello”, che pretende un tributo di “cose

sbagliate”.

Ci si può chiedere quali possano essere state per l’autore le linee evolutive che lo

indussero a condursi dal suo ’66-’68 al 1992 di Deckard, il mondo uno come una

configurazione stabile fortemente influenzata dalla sua configurazione gemella

altamente probabile nel mondo zero. Il crollo (europeo) dell’ideologia sessantottina

segna per davvero, sull’asse Friburgo-Chicago, la nascita di una del tutto nuova e

inglobante cultura occidentale. Un’uniformità simultanea dei costumi, alla fac

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cooling85-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Weber Luigi.
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