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Riassunto esame Letteratura Italiana Contemporanea, prof. Luigi Weber, libro consigliato Distopie, viaggi, allucinazioni: fantascienza italiana contemporanea, Iannuzzi Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura Italiana Contemporanea (02609) del prof. Luigi Weber, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente "Distopie, viaggi, allucinazioni: fantascienza italiana contemporanea", di Giulia Iannuzzi.

Esame di Letteratura Italiana Contemporanea docente Prof. L. Weber

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2. Lino Aldani

2.1 Un itinerario lungo la storia della fantascienza italiana

Si avverte, nelle narrazioni nostrane, l’ambizione di andare oltre quella che può

essere la trovata tecnologica o l’ingegnosità delle situazioni, per tendere alla

rappresentazione dell’uomo. Questo è quanto sosteneva Lino Aldani nel 1962,

facendo una distinzione tra la fantascienza italiana e i modelli anglo-americani.

L’esordio di Aldani avviene nei primi anni Sessanta, sulle pagine della romana “Oltre

il Cielo”. I primi racconti compaiono sotto lo pseudonimo di N. L. Janda. Nei primi

anni Settanta viene eletto sindaco di San Cipriano nella lista del Partito Socialista, la

sua produzione letteraria non resta estranea alla riflessione politica. Tra le varie

decadi, ha avuto una carriera discontinua, fatta di lunghe pause. Già negli anni

Ottanta Aldani viene consacrato come uno dei padri della fantascienza italiana. Tra

gli autori italiani, infatti, Aldani è stato forse il più tradotto all’estero in varie

antologie di racconti e monografie. La sua attività è esemplare anche da un altro

punto di vista: la sua narrativa è rimasta del tutto ignorata dalla critica letteraria.

L’opera di Aldani smentisce la presunta incapacità degli autori italiani di scrivere una

narrativa di genere appassionante, basata su trame ben costruite, e insieme

letterariamente matura, senza scarificare l’aspetto tecnico-scientifico, coniugando

introspezione, avventura e riflessione critica.

Per riassumere, si possono individuare alcune direttrici creative fondamentali, una

della fantascienza avventurosa, una space opera rivisitata, una distopica, di riflessione

socio-politica, una introspettiva che affronta il disagio della modernità.

Aldani è tra gli scrittore che hanno compiuto con ottimi risultati un processo di

assimilazione del repertorio tematico derivato dai modelli anglo-americani,

coniugando elementi tipici della fantascienza secondonovecentesca con modelli

letterario-filosofici individuati in ambiti molto diversi (Sartre in primis).

2.2 Assimilazione e riuso del repertorio di genere

“Spazio amaro”, l’ottavo racconto edito su “Oltre il Cielo” nel 1960, resta uno dei

più interessanti. La riuscita del racconto affidata alla ricostruzione di un’atmosfera e

alla rievocazione, da parte di uno degli uomini, del mistero e dell’incanto che

avevano segnato il suo primo sbarco su Venere. Vi è un impiego di termini di gergo

fittizio da bettola astroportuale, il cui significato può essere facilmente ricostruito dal

lettore, come ad esempio gli astronauti che vengono definiti “spaziali”, e coloro che

non ganno mai viaggiato nello spazio come “piombo”. Durante una partita a scacchi

gli spaziali rievocano a turno le loro avventure su pianeti alieni. Il narratore non ha

mai lasciato la Terra e teme che gli altri possano deriderlo. “Spazio amaro” è

pressoché privo di azione.

Altri racconti usciti nel 1960 sono degni di una lettura ravvicinata.

“La luna delle venti braccia” è ambientata in un’epoca di esplorazioni e conquiste

spaziali. Il racconto si apre all’interno di una classe, durante un’interrogazione di

astronomia. All’alunno David viene chiesto di leggere la storia dell’avvenimento

definito la “luna delle venti braccia”, poiché non la conosce. David comincia a

leggere, e con lui il lettore. Era il 2025 e il sistema solare era ormai stato esplorato.

Sulla Terra era scoppiata l’epidemia del Morbo Rosso che ha decimato in pochi mesi

la metà della popolazione mondiale. L’equipaggio della Ibis trasporta la xemedrina,

una forma vegetale di Titano, che contiene un principio in grado di sconfiggere il

morbo. Ma qualcosa va storto e si verifica un guasto. La nave viene svuotata, ma ci

sono ancora 64kg di troppo. La terribile soluzione al problema sarà tagliare un

braccio a ciascun membro dell’equipaggio. David termina la lettura e realizza di voler

fare l’astronauta. Questo racconto ha tutti gli ingredienti della narrativa spaziale, è

eroico e pioneristico, invita a trarne un insegnamento morale.

Diversi racconti pubblicati su “Oltre il Cielo” con lo pseudonimo di Janda,

realizzano il repentino ribaltamento finale del punto di vista che ha il suo archetipo in

“Sentinella” di Fredric Brown (1954, cfr. “Le meraviglie del possibile”). Questo tipo

di finale si può riscontrare nella prima fase di attività di Aldani: “Dove sono i vostri

Kumar?” (primo racconto pubblicato), “Incompatibilità”, “I curiosi”, “La vespa”.

“Dove sono i vostri Kumar?” È la domanda incessante che un alieno sulla Terra

continua a porre agli umani. Si scoprirà che i Kumar sono i padroni, che secondo

l’alieno è la razza costituita dalle scimmie.

In “Incompatibilità” il tema dell’incontro con l’alieno viene sviscerato

nell’impossibilità di comprensione. Un’astronave umana si imbatte in un veicolo

alieno, quest’ultimo lancia un raggio di calore. Gli uomini fuggono. In realtà il

linguaggio di questi alieni erano proprio le onde termiche, e le onde radio umane li

hanno uccisi tutti.

Ne “I curiosi” si ricalca molto da vicino il racconto “Sentinella”: nel finale si scopre

che i protagonisti sono alieni.

In “La Vespa” un’astronave raggiunge un pianeta popolato da forme di vita

incredibili. Il lettore comprende che l’astronave è un veicolo alieni e l’ambiente

misterioso l’interno di una capanna umana, smisurata rispetto alle dimensioni della

specie extraterrestre. L’abitante della capanna scambia l’astronave per una vespa e la

schiaccia. Originale è l’ambientazione africana, dove abita un prete missionario,

Padre Barroso.

“Gli ordini non si discutono” è ispirato a “L’ultimo dei marziani”, sempre di Brown,

pur complicandone gli sviluppi. In una redazione una dattilografa comunica al

direttore che due dei collaboratori sono dei marziani. Il direttore la tranquillizza, poi

convoca i due e li rimprovera per averla fatta sospettare e per aver quasi

compromesso la missione. Quindi sono tutti e tre degli alieni. Il narratore esterno,

poi, farà scoprire che anche la segretaria e un’altra donna sono agenti venusiani in

attività di controspionaggio.

“Un treno chiamato evasione” tratta di universi paralleli. Nella campagna francese,

René Lafitte viene incaricato di ritrovare un intero convoglio ferroviario che è

misteriosamente scomparso. Scoprirà essere incorso in una falla dimensionale. Lafitte

è descritto nelle sue caratteristiche psicologiche e vive con disagio la sua routine.

L’uomo deciderà di restare nella nuova dimensione.

La novelette “Più in alto delle stelle” un tentativo di fantascienza pienamente

avventurosa.

Aldani si muove tra racconti ce puntano sull’invenzione, sulla godibilità, sulla

sorpresa finale, e racconti in cui si affacciano, accanto a questi elementi,

approfondimenti psicologici, drammi individuali, atmosfere emotive.

2.3 Distopie sociali e tecnologiche

Alcuni dei migliori racconti di Aldani svolgono una riflessione sulla modernità

tramite la proiezione anti-utopica, riflessioni critiche su aspetti della realtà

contemporanea.

“Tecnocrazia integrale” è un racconto che si distingue per l’adozione di

un’ambientazione italiana. Il protagonista Guido Alberici vive infatti nella Roma

futura del 2278. Guido è stato ammesso a un concorso pubblico. La notte prima delle

prove scritte, insonne, passa in rassegna le proprie conoscenze n fisica e matematica.

Lo svolgimento della prova scritta viene poi descritto nella ressa dei candidati, le

procedure di assegnazione dei posti a sedere, la macchina burocratica del concorso.

La prova richiede conoscenze scientifiche avanzate. Guido risolve abilmente alcuni

problemi. Il mondo in cui guido vive è governato dall’enorme calcolatore Rhune, lo

stesso che due secoli prima ha sentenziato l’abolizione dei robot. L’ultima scena del

racconto descrive la pubblicazione dei risultati. Rhune era una macchina che lottava

in preda all’ambizione di rendere gli uomini simili a se stessa, si lamenta Guido. Poi

scopre di aver vinto uno dei posti e immediatamente dimentica l’atteggiamento

critico e disilluso di poco prima. Il lettore scopre qual era il posto di lavoro tanto

agognato da Guido: un posto da spazzino di seconda classe. Vi sono temi nuovi per la

narrativa dell’autore: la burocrazia di un sistema stritolante, il problema del lavoro, e

in generale quello dell’organizzazione collettiva della società moderna, un delega di

responsabilità da parte dell’individuo alle gerarchie di un sistema che finisce per

procedere fuori controllo. Guido ricorda certi personaggi di Frederik Prohl,

prigionieri del fisco o delle multinazionali. Nel 1961 la versione italiana di “Galaxy”

pubblicava, appunto, molti esempi di fantascienza sociologica statunitense.

“Buonanotte Sofia” tratta di un mondo futuro in cui il sistema dell’onirofilm ha

portato gli uomini al rifiuto della realtà, che è molto meno allettante delle eccitanti

esperienze virtuali preconfezionate. La protagonista è Sofia Barlow, una famosa

attrice di onirofilm all’apice della carriera, ma in crisi esistenziale. Sofia prende un

aviogetto privato per recarsi a San Francisco sul set di un nuovo onirofilm, quando

un’improvvisa avaria costringe il pilota a un atterraggio di fortuna. Il fatto replica

esattamente la trama di uno dei più famosi onirofilm di Sofia. Si scopre che

l’avventura di Sofia era, infatti, un onirofilm ricevuto in regalo dal suo produttore. In

questo racconto, Aldani apparenta l’onirofilm alle modalità fruitive della televisione.

È una tecnologia che impone all’uomo l’annichilimento della propria coscienza. Il

medium è considerato come fattore di alienazione dell’individuo, ma anche di

alienazione collettiva, nel senso marxiano: alienazione dei mezzi di produzione dai

lavoratori.

Un’analoga constatazione vale per “Trentasette centigradi”. Questa volta

l’ambientazione torna ad essere italiana: il protagonista si chiama Nicola Berti e vive

a Roma. La società futura è dominata da una corporazione terribile di medici,

denominata CMG (Convenzione Medica Generale). Questa regola ogni aspetto della

vita dei cittadini, che sono vessati da regole, controlli e multe salatissime. Nico non

riesce neanche ad appartarsi con la sua ragazza senza essere sorvegliato.

Quando viene a conoscenza di non aver passato gli esami straordinari r di dover

pagare una multa salata, Nico decide di chiamarsi fuori dalla CMG. Il prezzo da

pagare è alto: nessun medico o ambulatorio lo curerà più in caso di malattia o

infortunio. Nico e Doris arrivano fuori città e iniziano ad amoreggiare in un bosco,

ma lui si accorge a stento del graffio causatogli da un filo spinato. Quando Nico si

ammala, nessun medico può diagnosticare o curare la malattia. Il responso di un

medico radiato, e quindi clandestino, è che potrebbe trattarsi di una banale infezione

facilmente curabile, ma se si trattasse di tetano non ci sarebbe più nulla da fare. Nico

muore. Curtoni ha letti in questo racconto un significato scopertamente politico: la

presa du posizione contro l’individualismo è una costante nell’opera di Aldani, ed è

l’indizio più esplicito della sua fede socialista.

“Domenica romana”, scritto nel 1967, riprende il tema degli aspetti più alienanti

della vita, soprattutto quello della sovrappopolazione. Il racconto si distingue per lo

spirito ironico e l’adozione di un punto di vista inconsueto, la voce narrante di un

bambino. La sovrappopolazione è descritta nel lungo viaggio verso il mare, nel fare il

bagno a gruppi scaglionati, nel fatto che non ci sia abbastanza spazio per nuotare. Il

viaggio di ritorno non è da meno. A casa, la famiglia vive come il resto della

popolazione: a fasi alterne. Trascorrono metà dell’esistenza in ipnosospensione,

ciascuno nella sua sleeping-box, per dare la possibilità a qualcun altro di vivere nel

frattempo nei medesimi spazi, dividendo le risorse, che sono tutte rigidamente

razionate. Qui Aldani fa ampio uso di termini informali, sia per il punto di vista

ingenuo del bambino, sia per la descrizione della vita famigliare.

Ne “L’altra riva” la narrazione comica ex abrupto, quando un medico chiede al

paziente (o cliente) di scegliere un numero di tre cifre e una lettera a caso. Ne esce la

combinazione M-715. Si intuisce trattarsi di un animale, ma la scena cambia

bruscamente e il punto di vista diventa quello di qualcuno che sta dando la caccia a

un animale, un erbivoro alieno che sfugge alla cattura. I cacciatori sono ominidi

primitivi, cosa che si desume dall’arco, dal linguaggio semplice e da altre

caratteristiche distintive. Il medico e il paziente ritratti nella scena iniziale stavano

evidentemente osservando queste creature. Non resta che firmare. I kindus sono

ominidi primitivi e vengono utilizzati da una multinazionale della medicina come

riserve viventi di organi per trapianti. Dopo qualche titubanza morale, il paziente cede

per salvare la propria vita.

Questo gruppo di racconti sono accomunati da una riflessione critica sulle

dinamiche collettive della società moderna: uso dei media, sovrappopolazione,

burocratizzazione, logiche del capitalismo.

2.4 L’individuo alienato: modernità e follia

Nella produzione di Aldani c’è un filo conduttore, come la direttrice introspettiva: la

rappresentazione del disagio della modernità dal punto di vista del singolo individuo.

Con “XXII Secolo”, intitolato anche “Doppio psicosomatico”, si torna al 1960 e

viene pubblicato per la prima volta su “Oltre il Cielo”. “Doppio psicosomatico” è, tra

quelli di Aldani, quello di più scoperta ispirazione sartriana (Sartre compare anche in

epigrafe), e si presenta quasi come una rivisitazione de “La chambre”, con un sistema

di personaggi costituito da due coppie, individui alla deriva in uno scollamento dalla

realtà sempre più profondo. Il narratore, esterno e, come altre volte in Aldani, dalla

voce poco marcata, quasi invisibile, adopera il tempo presente, e vuole esprimere

l’inconsistenza, la vacuità delle situazioni umane descritte, con un brusco passaggio

al passato remoto nella chiusa, quando il tragico finale riporterà alla coscienza. La

prima coppia a entrare in scena è composta da Amanda e John. Lei fuma una droga,

l’ipnofene, che scaturisce sogni e fantasie guidate dal sognatore. John e Amanda

discutono a lungo della sorella di lui, Edith. Il lettore è inizialmente tenuto all’oscuro

del quadro completo. I due si riferiscono a Edith come se fosse malata, e fanno

allusioni alla cosa che tiene in casa, a ciò che lei chiama Victor. La sorella vive con

un doppio psicosomatico del marito defunto, un automa. L’automa fu creato

dall’omonimo marito di Edith, come progetto sperimentale. L’epilogo è tragico: Edith

intuisce che John vuole porre fine alla situazione, e far sequestrare l’automa dalle

forze armate, così Edith prima che ciò avvenga danneggia irreparabilmente Victor e si

toglie la vira. Le analogie con il racconto di Sartre si fermano al sentimento di

nausea, al senso generale di impotenza e vacuità. Inutile dire che il tema dell’uomo

artificiale può contare, nel 1960, su numerosissimi precedenti nel mondo europeo e

anglosassone: Hoffmann, Williamson, Asimov, etc. Uno degli spunti più interessanti

legati all’automa nel racconto di Aldani è nel tema dell’identità: questa può crearsi

per ripetizione, abitudine e stratificazione dei comportamenti. Così il doppio

psicosomatico di Victor è giunto all’apprendimento e ha sviluppato un istinto di

autoconservazione. John interviene per eliminare il doppio psicosomatico quasi per

una questione di decoro borghese.

Il romanzo “La croce di ghiaccio” ricorda “Doppio psicosomatico” per le dinamiche

psicologiche e per l’adozione di di una voce narrante esterna. Una prova decisamente

matura per l’autore, in cui si coniugano elementi tipici e costruzione di una trama

coinvolgente, l’attenzione psicologica del protagonista, alla riflessione su grandi temi

come quello della religione e della fede, del colonialismo culturale, del monopolio

dei mezzi di produzione da parte di un élite sociale. Il romanzo è costruito alternando

due piani di narrazione: il presente degli eventi vissuti e il passato dei ricordi. Padre

Francisco, missionario della Congregazione De Propaganda Fide, è impegnato

nell’evangelizzazione sul lontano pianeta Geron. La narrazione si apre ritraendo il

finale di una partita a scacchi (caratteristica presente anche in “Spazio amaro”), dove

Padre Francisco perde per la prima volta contro padre Eusebio, indigeno del pianeta

Geron ribattezzato dal missionario con un nome cristiano. Di Eusebio, il narratore

esterno non descrive l’aspetto fisico, limitandosi a indicare che saltellava. Gli scacchi

si caricano di significati che vanno chiaramente oltre al gioco, diventano metafora del

rapporto di forza tra i due personaggi, che vede l’indigeno guadagnare una posizione

dominante. Viene dunque narrata la vita passata del prete e il suo presente su Geron,

sinché i due piani non si sovrapporranno definitivamente nell’ultimo capitolo.

Andando nel passato, Francisco rivela, accanto alla tematica religiosa, l’interesse per

quella sociale e politica. Lo strapotere delle compagnie minerarie trova nei funzionari

del clero una sponda legittimante. La svolta avviene quando il corridoio spaziale che

collega Geron alla galassia terrestre si chiude: Francisco decide di rimanere su Geron.

Per guadagnarsi l’ascolto dei geroniani, Francisco scende a compromessi con le loro

usanze e ricorre, pur malvolentieri, a qualche stratagemma per impressionarli: l’uso

di un’arma laser, la consacrazione di un frutto, e accetta di misurarsi a scacchi per

dimostrare la sua superiorità al gioco e la sua autorevolezza. Per mantenere il proprio

status di nuova guida spirituale della tribù, egli piega sempre più la sua condotta

morale. Francisco arriva ad accettare di prendere moglie, e quando l’indigena fugge,

si assoggetta all’usanza di sfidare chi voglia farsi avanti, per difendere il proprio

onore. Sarà proprio Eusebio a pugnalarlo. Solo parte del pubblico potrà apprezzare le

citazioni da Teilhard de Chardin o la trasfigurazione fantascientifica dei problemi di

traduzione culturale.

Scritto pochi anni prima con Daniela Piegai, il romanzo “Nel segno della luna

bianca” ha un protagonista simile per valenza politica. Aldani e Piegai arricchiscono

di risvolti politici una vicenda ambientata in un mondo fantastico, parallelo, simile a

un’Europa medievale, divisa per censo nei sistemi di governo tra signoria e tirannide.

Il protagonista compie un percorso di presa di coscienza delle ingiustizie sociali che

sfocia nell’organizzazione di una vera e propria rivoluzione.

“Nemico invisibile” è un racconto lungo del 1963, uno degli esempi più riusciti di

tutta la narrativa di Aldani. Ha una forma di un diario tenuto dal protagonista. Il

diario e la forma dello sguardo soggettivo del protagonista, ma, dando la parola a un

personaggio che si rivelerà un narratore inattendibile, anziché ottenere un effetto di

presa diretta sulla storia, viene raggiunta, al contrario, un’estrema distorsione degli

event narrati. C’è un’estrema cura per la verosimiglianza degli elementi tecnici. La

vicenda si svolge all’interno di una base su Marte, nel corso di circa due mesi.

L’intreccio è lineare, scandito dalle date. Le due missioni precedenti sono fallite per

motivi che si possono ricondurre a un solo problema: insufficienza di adattamento.

Lo spazio esterno viene progressivamente e rapidamente trasfigurato dallo sguardo

del personaggio: da un’ottimismo iniziale si trasforma in un ballardiano spazio

interiore. Il fallimento della seconda spedizione sembra addebitabile a un sabotaggio,

che non può che essere avvenuto dall’interno. La mente del protagonista subisce un

primo blackout, è convinto di percepire una presenza esterna in grado di dominarlo.

Una manifestazione schizofrenica via via più distruttiva. La scrittura mima la

progressiva perdita di controllo sul pensiero: ricordi, proiezioni, commenti si

frammischiano ormai a ruota libera. Infine, la decisione di sabotate la base. Il

racconto termina poco prima che il narratore prema il pulsante che innescherebbe

l’esplosione.

Nella narrativa di Aldani l’attenzione non è mai puntata direttamente sull’aspetto

scientifico. Una parte importante della sua produzione tende a riaffermare i valori di

umanesimo che si sente minacciato dall’avvento della modernità industriale, come ad

esempio il ruolo negativo assegnato ai medi audio-visivi. C’è poi l’estrapolazione

distopica, satirica e amara, a cui spesso sottostà a una riflessione politica. Il lavoro di

Aldani spicca per la capacità di coniugare questi temi all’uso smaliziato del repertorio

di genere, senza trascurare la consistenza delle trame e la leggibilità della pagina.

3. Gilda Musa

3.1 L’esperienza poetica e l’approdo alla fantascienza

C’è una pluralità di aspetti in tutta la narrativa di Gilda Musa: dall’invenzione

linguistica alla riflessione su aspetti della modernità, dal senso del meraviglioso

all’osservazione della psicologica individuale. Il suo esordio nella fantascienza

italiana, avviene nel 1963 col racconto “L’unico abitabile”, sulle pagine

dell’antologia “Esperimenti con l’ignoto”. Musa ha tuttavia già all’attivo una

cospicua produzione poetica e critica: tra cui la traduzione e curatela di alcune poesie

di Brecht e un saggio sulla poesia tedesca del dopoguerra. Alcuni aspetti chiave dei

suoi testi: la cura della parola, e in particolare dei nomi, l’attenzione per il suono e la

risonanza dei vocaboli, l’attitudine descrittiva concreta e l’uso di neologismi. Lo

stesso approdo alla nativa fantascientifica è l’esito di un percorso cominciato nella

poesia, con temi derivati dall’esperienza della modernità industriale e della grande

città. La narrativa fantascientifica si configura da subito, almeno per Musa, non solo

come strumento di invenzione e riflessione adatto alla realtà contemporanea, ma

anche come forma indicata per tentare un dialogo con un pubblico più ampio di

quello della poesia. Spesso collabora col marito Insiero Cremaschi. Nel 1968 esce la

prima antologia personale, intitolata “Strategie”. Nel 1978 compare il racconto “Gli

ex-bambini” sul n.22 di “Robot” (premio Italia per la narrativa breve). I critici

tenderanno a collocarla ai margini del territorio fantascientifico, per accostarla ad

autori che, come Levi o Buzzati, si servono del repertorio di genere in modo libero e

strumentale a una ricerca creativa colta. Nel 1981 esce il romanzo “Fondazione ID”

per la Nord (premio Italia 1982). Musa non adopera alcun pseudonimo, un fattore

significativo per una fantascienza italiana in grado di rivendicare un proprio spazio.

Una fantascienza che può assurgere, in alcuni casi, a essere la nuova poesia della

scienza nell’epoca dell’esplorazione dello spazio e dell’urbanesimo industriale.

3.2 I racconti dell’io: narrativa logico fantastica

Fu Lino Aldani a rivelare a Musa la sua vocazione e predisposizione per la

fantascienza.

“Memoria totale” resta un caso relativamente isolato rispetto ai racconti e romanzi

seguenti. In tutta la produzione successiva, Musa fa un uso di stilemi di genere più

tipici (alieni, viaggio spaziale, colonizzazione di pianeti), mentre in “Memoria totale”

l’elemento scientifico è derivato, più che dalle scienze dure, dalla psicologia, in una

versione dell’inconscio collettivo junghiano. La protagonista, Anna, si trova a casa da

sola, il marito è lontano per lavoro. Il gorgoglio di un pentolino sul fuoco richiama

rumori analoghi perduti nei ricordi del suo passato. Il suono diviene così l’elemento

scatenante di una catena di libere associazioni. Ma ai ricordi personali, ne seguono

ulteriori, che sovvengono ad Anna come fossero suoi, ma che ella è incapace di

rintracciare nel proprio passato. Anna si trova a precipitare in un gorgo di ricordi

attinti direttamente dall’inconscio collettivo della specie, andando indietro nel tempo

attraverso le generazioni sino all’origine dell’uomo. Lo shock finale le sarà letale.

“Memoria totale” è uno degli scritti più notevoli dell’autrice per l’abilità compositiva

e la ricercatezza stilistica. Mettendo a confronto la prima edizione su rivista, con

quella riveduta nell’antologia, si nota un minuzioso lavoro di lima svolto dall’autrice

principalmente per sottrazione e sintesi. Un’attenzione minuziosa alla scelta del

vocabolo. La novità di una simile ricerca formale nel campo della fantascienza

italiana è notevole.

Quanto al livello formale, gli altri racconti non vedranno sperimentazioni altrettanto

radicali.

Un buon esempio è il secondo scritto dall’autrice, “Unico abitabile” pubblicato nel

1963, capostipite di una serie di racconti concentrati su un singolo protagonista e sul

suo dramma interiore. Richiard, il protagonista, è un giovane geoastrofisico francese.

È partito per una lunga missione spaziale. La missione dell’astronave Juno era

l’esplorazione e lo studio del pianeta Vert Primo, potenzialmente abitabile. Richard

ha avvistato anche un altro piante vicino al sole Proxima, quindi parte per una

missione esplorativa. Gli antefatti sono esposti a poco a poco nel corso della

narrazione tramite analessi. Il racconto si apre invece nel pieno dell’azione.

Un’inspiegabile variazione deve essere intercorsa nell’orbita, e Richard, allo sbarco,

trova la superficie di Vert Primo desertica e arsa, quando prima era rigogliosa di

vegetazione. Neanche la base è stata risparmiata che Richard trova infatti annientata

rinvenendo anche il cadavere di uno dei compagni. La desertificazione di Vert è

dovuta all’eccessivo avvicinamento a Proxima. Una morte ciclica e totale vanifica

dunque le speranze di colonizzare, e la navicella non è in grado di riportare Richard

sulla Terra. Il destino dell’uomo è segnato. La flora aliena è descritta con gusto di

invenzione lessicale, utilizzando svariati neologismi. Il Leopardi delle “Operette

morali” è sicuramente presente all’autrice, è il precedente nobile di questa riflessione

sulla cecità della natura, della quale il protagonista sente la tragicità inesorabile.

In “Tempi diversi”, lo sguardo dall’alto di un narratore esterno e impersonale

permette una visione distaccata dei fenomeni e una certa ironia. In questo racconto,

segnalazioni elettromagnetiche servivano per la ricerca di un contatto con pianeti

appartenenti a sistemi in rotazione attorno a determinati astri. Sondaggi simili

vengono compiuti dagli abitanti del quarto pianeta Sirius. La conclusione è che non

siamo l’unica razza intelligente di tutto l’universo. Elencazioni e ripetizioni dei nomi

propri di sistemi solari e pianeti dipingono l’immagine di un cosmo sterminato.

In “Trenta colonne di zeri” un narratore in terza persona si muove liberamente

dentro e fuori la mente del protagonista. Il lettore ricompone la vicenda sul piano

presente narrativo nelle varie analessi. Nikol, l protagonista, si è imbarcato su

un’astronave, un cargo civile di proprietà di una grossa compagnia. La vicenda si

svolge tutta a bordo dell’astronave, ma l’azione principale avviene sul piano

psicologico e interiore. Nikol ha superato tutti i test e gli esami. Ma ciò che i test

fisici e psicologici non potevano mostrare, e che sarà letale per il giovane, è la fobia

del vuoto. La permanenza sulla nave è trasfigurata dall’operazione deformante della

paranoia, che prende il sopravvento. Nel sogno di Nikol, i vegetali simboleggiano

quell’esistenza radicata alla terra, cui il protagonista agogna. Quest’attenzione

particolare alle forme della vita vegetale culminerà nel romanzo “Giungla

domestica”, in cui la protagonista studia botanica e si prende cura delle piante che

cresce in un’ampia serra. Quando l’uomo con cui ha una relazione approfitta di lei e

la maltratta, un grosso vaso cade da un ripiano colpendolo alla testa e lo uccide: le

piante hanno acquisito coscienza e capacità d’azione. Non sarà altrettanto fortunato il

protagonista di “Trenta colonne di zeri”. La narrazione subisce una svolta: con un

brusco cambiamento, le ultime pagine ospitano un racconto a posteriori. Qualcosa è

accaduto su cui il comandante sta indagando. L’equipaggio ha notato l’uomo in

comportamenti sempre più strani, sul tavolo davanti al calcolatore teneva un foglio

che aveva riempito di zeri. Un colpo è partito per sbaglio durante un momento

delirante, causando la morte del protagonista. A Nikol, sorte crudele, spetta una

sepoltura spaziale.

Secondo Curtoni, racconti come “Trenta colonne di zeri”, “L’unico abitabile” e

“Memoria totale” testimoniano il prevalere nella narrativa di Musa di un interesse per

lo sviluppo intimo dell’individuo. Tuttavia, è importante anche la matrice filosofica,

quella riflessione leopardiana sulla collocazione dell’uomo nel cosmo in senso

esistenziale ma anche gnoseologico.

Il racconto “Max” si può leggere come racconto filosofico. L’inizio, nuovamente, è

in piena azione e gli antefatti sono ricostruiti tramite analessi. Max sta fuggendo. Un

amico quella stessa sera lo ha avvertito del fatto che il dottor Deana ha dato ordine di

ucciderlo. Max si risveglia dopo un incidente tra paramedici e poliziotti. Il

commissario non crede ovviamente a nulla di quanto raccontato, e gli propone di

tornare al Centro per chiarire la situazione. Qui la spiegazione di Deana è più

plausibile: Max è il frutto di un suo amore illegittimo, la storia di una sua creazione in

vitro è stata inventata dal professore per evitare le ire della moglie. Il ragazzo viene

fatto passare per mentalmente incapace e ricoverato. La verità viene poi svelata: le

ultime pagine del racconto ci dicono che il ragazzo è davvero frutto degli esperimenti

del professore sulla materia genetica, la sua eliminazione era stata decisa dal

momento che il governo sarebbe presto giunto a reclamare uomini artificiale per

combattere le sue guerre. Meglio il sacrificio di uno solo, anche se crudele, piuttosto

che una carneficina di molti. Il riferimento alla poesia (sempre Leopardi, dalle

“Odi”), resta in sospeso fino allo scioglimento finale. L’espressione poetica della

visione del cosmo: il primo homo artificialis raccoglie il testimone dell’homo

naturalis in ciò forse questi ha di più peculiare, ossia l’arte. Max rappresenta così,

nella relativa semplicità della trama, un bell’esempio dei percorsi creativi che portano

l’autrice dalla poesia alla prosa narrativa.

3.3 I romanzi dell’alterità: innocenza e oppressione

I romanzi pubblicati dall’autrice, tutti a partire dal 1972, presentano, rispetto ai

racconti, sistemi di personaggi naturalmente più articolati e trame più mosse, e la

centralità del tema della violenza e della sopraffazione, che trova nella figura

dell’alieno e nelle dinamiche del confronto tra specie i suoi correlativi immancabili.

“Festa sull’asteroide”, il romanzo breve che dà il titolo all’omonima antologia del

1972, costituisce assieme a “Esperimento donna”, romanzo del 1979, un dittico

speculare, con forti analogie. In “Festa sull’asteroide” il protagonista, Lorenzo, è un

astronauta umano naufragato durante una missione diretta a Giove. Sull’asteroide

dov’è riuscito ad atterrare è stato accolto dalla popolazione umanoide degli Zetiani.

Lorenzo è diventato un oggetto di studio per la comunità scientifica zetiana, e dopo

due anni ha intrecciato una relazione amorosa con Syl. L’indole degli zetiani è

caratterizzata da innocenza, limpidezza etica, intelligenza. I dialoghi tra Lorenzo (che

parla italiano) e gli zetiani sono ricchi di fraintendimenti linguistici. Ciò che

interviene a turbare il tutto è la nostalgia dell’uomo per il suo pianeta di origine. Ma

la comunità zeitiana non vuole lasciarsi sfuggire la possibilità di studiare il giovane:

la maturità, la vecchiaia, la riproduzione. La partenza gli viene impedita negandogli

gli ausili tecnici. Lorenzo scopre che gli Zeitiani sono incapaci di vedere il bianco, e

il giorno seguente propone una scommessa al capo della comunità scientifica Gornis:

la posta in gioco è la riparazione della sua nave. Uno zeitiano dovrà leggere le carte

che lui preleva dal proprio mazzo. Ma ciò che lo sfidante Gort non può sapere o

indovinare è l’esistenza, in ogni mazzo, di una carta bianca che vale a Lorenzo la

vittoria. L’astronave viene riparata. Lorenzo sarà incapace di riadattarsi alla vita tra i

suoi simili. L’intreccio di questo racconto lungo (o romanzo breve) è lineare: una

vicenda semplice, una sola analessi. La narrazione risulta movimentata dai molti

dialoghi. È significativo che a più riprese Lorenzo venga definito “alien” e

“extrazetiano”, assumendo il punto di vista degli “altri”. Ciò che caratterizza “Festa

sull’asteroide” a livello formale è l’estrema leggibilità.

Il romanzo breve può considerarsi come un precedente preparatorio per

“Esperimento donna”. Un’astronave fa naufragio su un pianeta sconosciuto, abitato

da una razza simile a quella umana, ma con la caratteristica di non provare emozioni,

di vivere in una sorta di apatia di sentimenti, sia positivi che negativi. L’azione

comincia a bordo dell’astronave Diamante. Il comandante Leòn è il primo a entrare

nella cabina-infermeria per sottoporsi a controlli di routine, eseguiti dal medico di

bordo dottor Grumani. Poco dopo il medico ha un infarto e un marinaio semplice,

Untertan, accorre e annuncia un guasto al generatore centrale. Le anomalie

elettromagnetiche continuano. Il comandante resta fulminato da una scarica elettrica.

Il narratore avverte che la tempesta magnetica è generata da un’astronave aliena, i

cuoi scopi non verranno mai spiegati. Tre sono i sopravvissuti: l’ingegner Valdemaro,

il biologo Manfred e Untertan. Questi riescono a guadagnare l’interno di una

scialuppa e a staccarsi dalla nave. Un’ellissi lascia immaginare al lettore l’atterraggio

sul pianeta e il primo incontro con l’ambiente e gli abitanti del pianeta Ekram.

Valdemaro, immobilizzato da una frattura, è impaziente di riparare i trasmettitori.

Manfred, il biologo, ha cominciato a studiare le caratteristiche di Ekram. I due

uomini discuton. Senza che il narratore suggerisca qualcosa, la posizione di Manfred

è evidentemente sospetta. Untertan continua a svolgere meccanicamente le mansioni

che gli vengono assegnate. Si scopre infatti che Untertan è un androide. Il narratore si

compiace di lasciare, nei dialoghi trascritti come anche nelle descrizioni, termini

indigeni (cioè neologismi). Caillois ha parlato, per alcuni racconti di fantascienza, di

rari casi di “complicità tra il fantastico e la fantascienza”, si può parlare nel caso di un

romanzo come “Esperimento donna” di una complicità tra fiaba e fantascienza,

accanto agli elementi propri del repertorio di genere. Altri presupposti narrativi fanno

parte del mondo finzionale della storia aggiungendosi al mondo reale senza

aggredirlo e senza distruggerne la coerenza, come gli elementi fiabeschi. Manfred si è

innamorato di Vila-Vila e l’impossibilità che questa lo ricambi ne aumenta sempre

più lo sconforto. Il biologo continua inoltre a boicottare la riparazione della

trasmittente, con un accanimento sempre più sospetto e che giunge alla

prevaricazione violenta del compagno. L’innamoramento del biologo per l’aliena

assume risvolti tragici. Manfred reagisce all’estraneità profonda degli alieni,

individuandola come causa della propria insoddisfazione. La frustrazione sfocia in un

istinto di prevaricazione: sarà l’ambiente a doversi adeguare all’uomo e non

viceversa. Manfred sottopone così Vila-Vila a un esperimento che ne modifica la

struttura genetica. Un’analessi mette il lettore a parte dell’oscuro passato del biologo.

L’ambizione sregolata l’aveva portato a sperimentare un metodo di propria

concezione su tre pazienti. Le tre cavie umane erano decedute, senza rimorsi da parte

di Manfred. Valdemaro decide di fronteggiare Manfred con una pistola, ma il biologo

lo sopraffà e Valdemaro resta ucciso. I primi segni di terrestrizzazione di Vila-Vila

sono descritti in alcune delle pagine più notevoli. La ekramiana nota la bellezza di un

frutto ma la nuova consapevolezza umana mostra il suo risvolto più oscuro: si chiede

come mai le cose siano così complicate. Da ciò deriva la dolorosa percezione di un

distacco tra superficie e realtà. L’acquisizione di una coscienza umana coincide con

l’irrimediabile perdita dell’innocenza. L’autocoscienza porta Vila-Vila alla precoce

scoperta del potere e del sentimento di possesso, e così anche all’insoddisfazione.

Alcune creature aliene indigene, gli zut, smantellano la teletrasmittente e ne

disperdono per sempre i componenti. Vila-Vila spinge Lycos a uccidere Kora per

gelosia, le creature che prima dell’incontro con l’uomo erano innocenti, ora sono

state trasformate e corrotte. Alla vista del cadavere Manfred capisce le conseguenze

delle proprie azioni. Incapace di dominare la propria frustrazione, l’uomo si volge

contro Lycos, e Vila-Vila, presa una pistola lo uccide. Vila-Vila, ormai folle, tenta di

uccidersi, ma verrà salvata. Untertan subisce una grave ferita alla testa, ma dal suo

cranio fuoriesce un piccolo congegno. Si scopre essere un vero essere umano,

condizionato artificialmente a credere di essere un automa. Untertan è in realtà

Damiano Markoni, uno zoologo e botanico, condannato alla robotizzazione per via

della sua dissidenza politica. Damiano ha quindi delle buone ragioni per fermarsi tra

gli ekramiani. L’equilibrio si ristabilisce. Il messaggio di fondo rimane chiaro:

l’equilibrio naturale non va violato, non bisogna soggiogare le creature, e non

bisogna usare la scienza a scopo di dominio. La scrittura, come nel romanzo breve

precedente, si distingue per la sua semplicità. L’ordine espositivo dell’intreccio è

sostanzialmente lineare, l’unica analessi di rilievo è quella che svela il torbido passato

del biologo. È un romanzo fortemente eco-centrico.

Prende forma nei romanzi, ancora più che nei racconti brevi, un’esigenza di

comunicazione aperta a un pubblico vasto e a fasce anche di giovani lettori. Una

lettura attenta offrirà sottili momenti di poesia, come ad esempio la descrizione di

alcuni paesaggi alieni, o nel portato filosofico della terrestrizzazione.

Molte di queste riflessioni proseguono in “Fondazione ID”, ultimo romanzo

dell’autrice pubblicato da Nord nel 1981. Questo si presenta, però, come più maturo.

Tra gli elementi di continuità va posto sicuramente il tema della violenza e della

coazione. Strettamente connessa a questo tema è nuovamente la riflessione sulla

scienza adoperata per scopi di dominio. Il romanzo rimane su un fronte pienamente

fantascientifico, più lontano dai precedenti dall’effetto sospeso del meraviglioso

fiabesco. L’azione si pare su una Terra sovrappopolata. In “Fondazione ID” c’è un

narratore esterno, il cui punto di vista è però mobile, e mette il lettore a parte di

pensieri e stati emotivi dei protagonisti. La giovane donna Nereide si reca presso una

grande struttura istituzionale, un CERIL (Centro Ricerca Lavoro), dove stabilità il

suo livello professionale a seconda delle sue capacità. Contemporaneamente, nello

spazio si combatte la guerra tra umani e qunn per il possesso del pianeta Héteros, che

il lettore vive attraverso gli occhi del tenente Rakeni su un’ammiraglia umana.

Nereide è un’esobiologa, e le viene chiesto di munirsi di un Super Id, ritenuto ormai

indispensabile per le missioni spaziali. Nelle prime pagine il lettore viene quindi

sollecitato dai numerosi interrogativi. Il Super Id è un dispositivo che, piantato alla

base del cranio, potenzia le facoltà mentali. Nel frattempo, sulle astronavi che

combattono la guerra, il Super Id permette agli uomini di lavorare in simbiosi con le

macchine. I militari scendono su Héteros e installano un presidio (Mira-City).

L’ambiente naturale è molto diverso da quello terrestre: tra la fauna esistono gli alieni

definiti lemuri. Gli elementi comporranno presto un inquietante quadro: i lemuri

catturati vengono potenziati con il Super Id per essere rapidamente istruiti e impiegati

nella raccolta del plasma. La competizione tra i pionieri è alimentata dalla cupidigia

di ciascuno, e sfocia in risse e un omicidio. Sulla Terra Nereide si è sottoposta

all’impianto e ha fatto la conoscenza di Basil. Le viene quindi assegnato un lavoro

proprio su Héteros. I due constatano che il Super Id sembra non aver attecchito su di

loro, cosa non frequente. Le due situazioni narrative si ricongiungono sul pianeta

Héteros. Qui la ragazza viene impiegata nel laboratorio dove si eseguono gli impianti

sui lemuri. Si verificano alcuni avvenimenti di crescente gravità: tre lemuri si

rifiutano di obbedire agli ordini, viene ritrovata una sonda sconosciuta, e un uomo e

un lemure scompaiono. Il corpo dell’uomo viene poi ritrovato orrendamente mutilato.

Seguono altri omicidi e panico. Nereide ha scoperto nel frattempo che i lemuri sono

dotati di facoltà empatiche, e ipotizza che il comportamento violento degli umanoidi

sia influenzato da qualcosa di esterno. Riesce a comunicare con un lemure ferito, e lei

e Basil si recano nel posto indicato dal lemure. È un agguato, e i due si perdono di

vista. Nereide comprende che l’origine dei disordini sono i Super Id riciclati, che

fanno emergere nei lemuri le caratteristiche degli uomini che li avevano usati in

precedenza. Basil si ritrova in delle grotte, una vera e propria città dove vivono degli

esseri femminili immateriali. Nel frattempo i qunn hanno attaccato nuovamente e

occupano Mira-City. Nereide fa impiantare ai qunn dei dispositivi adatti ai lemuri,

che li farà impazzire. La battaglia finale ha luogo nella città delle creature definite

Invisibili. Per i sopravvissuti delle tre razze che rimangono sul pianeta si apre

un’epoca di coesistenza pacifica. Il finale ristabilisce una situazione armoniosa come

in “Esperimento donna”. Al centro di “Fondazione ID” si trova una dura critica alla

logica capitalistica del profitto.

In conclusione, la scienza nella fantascienza di Musa gioca nel complesso ruoli

differenti, sintetizzabili attorno a due poli: la riflessione filosofica e leopardiana sulla

posizione dell’uomo nel cosmo che caratterizza i racconti della prima fase, e della

riflessione su scienza e tecnica come strumenti di conoscenza e controllo della natura,

con i relativi problemi etici. La tematizzazione dell’elemento tecnologico rimane

sempre in secondo piano. La fantascienza di Musa può essere considerata come un

esempio di quel neofantastico italiano che Cremaschi ha tentato di promuovere su

“La Collina” nei primi anni Ottanta. Tuttavia circoscrivere Musa entro la categoria

dei “fantascienza umanistica” non rende giustizia alla sua produzione: uno degli

aspetti più notevoli nella narrativa di questa autrice è la proposta di un’ottica non

antropocentrica, quanto piuttosto bio- ed eco-centrica.

4. Vittorio Curtoni

4.1 Una formazione tra il fandom e l’accademia

Nella versione di Curtoni, il novum si identifica con l’idea fantastica in senso lato,

dove nel gioco dialettico tra il realistico (o il mimetico) e il fantastico si innesca la

molla della fantascienza: un’interazione dalla quale può scaturire di tutto.

Vittori Curtoni appartiene a una generazione di scrittori successiva a quella di Aldani

e Musa. Esordisce come autore nel 1966, ma la sua attività di scrittore e curatore si

concentra soprattutto dagli anni Settanta fino ai Duemila, progressivamente sostituita

da quella di traduttore. Nella sua formazione hanno un peso particolare l’attivismo

nel fandom e la collaborazione a pubblicazioni amatoriali. La narrativa di Curtoni è

particolarmente legata a modelli stranieri, letterariamente consapevole e

stilisticamente ardita. Curtoni rappresenta un’eccezione alle dinamiche che hanno

caratterizzato tra anni Settanta e Duemila il mercato della fantascienza in Italia:

svolgendosi tutto in sedi specializzate è la conferma della ghettizzazione letteraria del

genere, mentre insolita è stata la sua capacità di tradurre la propria passione per la

fantascienza in una carriera professionale. Lettore da ragazzo dei “Romanzi di

Urania”, fa la conoscenza dei principali animatori del fandom di quegli anni:

Sandrelli, Cozzi, Leveghi, Naviglio, Cerosimo, Fossati. Sarà anche nel direttorio del

Movimento Fandom Attivo. In questa occasione conosce Gianni Montanari, col quale

formerà un soalizio intellettuale che sfocerà nel lavoro presso “Galassia”. L’esordio

come scrittore avviene nel 1966 con il racconto “Danzate, morituri!” Pubblicato su

“Oltre il Cielo”. Curtoni e Montanari assumono la guida di “Galassia” già dal 1970, e

portano un’idea diversa della fantascienza per una fascia di pubblico particolare: testi

mediamente più sofisticati di quelli voluti da Fruttero e Lucentini per “Urania”, e

fanno conoscere in Italia le correnti più sperimentali. Loro sono le traduzioni di

Bruner, Denaly, Dick, Zelazny. Una fantascienza adulta e problematica che riscopre

nuove dimensioni anche di sperimentazione stilistica. L’interessa per la produzione

dei suoi connazionali porta Curtoni nel 1973 a discutere una tesi di laurea dedicata

agli autori italiani di fantascienza, poi rivista e pubblicata da Nord nel 1978: “Le

frontiere dell’ignoto”. Tra le fasi alterne che comprendono lunghe pause dalla

narrativa, Curtoni si dedica al lavoro di traduttore. Scoprendo di essere ancora molto

popolare nel circuito del fandom, nel 2000 Curtoni riprende l’attività di scrittore e

pubblica l’antologia “Retrofuturo” per la Shake, con i migliori racconti del passato e

altri più recenti. Curtoni condivide con Aldani e Musa l’attenzione per la psiche del

singolo essere umano nei rapporti con modernità e progresso, ma introduce anche

elementi nuovi. Rappresenta in Italia un’assimilazione della New Wave inglese.

Barry Malzberg è il modello per l’espressione dell’interiorità che caratterizza il primo

romanzo, “Dove stiamo volando”, mentre Ballard e Dick per quanto riguarda i

migliori racconti degli anni Settanta, in cui inconscio collettivo, allucinazione, realtà

e finzione fanno da corrispettivo sul piano formale a un linguaggio violento e a una

frammentazione dei punti di vista. Infine si può individuare un filone di racconti sul

sovrannaturale e sul mostruoso. Lo scrittore difendeva una concezione dei generi

decisamente aperta.

4.2 Mutanti e mondi postatomici, tra neorealismo e New Wave

Il racconto lungo “Ritratto del figlio”, apparso nel 1970 su “Galassia” è uno dei primi

dell’autore a essere ospitato su una pubblicazione non amatoriale. Conserva intatta

sino a oggi l’efficacia della scrittura, della resa psicologica, del ritratto ambientale. Il

tema delle mutazioni genetiche causate dall’uso di armi nucleari verrà poi sviluppato

nel romanzo “Dove stiamo volando” apparso due anni dopo.

Ritratto del figlio è ambientato nella campagna italiana, dopo un conflitto atomico

mondiale. L’Italia è ridotta a un protettorato statunitense. Il racconto realizza un

interessante esperimento di neorealismo fantascientifico: il panorama distrutto e

desolato, l’occupazione di un esercito straniero, il colonialismo economico e

culturale. Sono neorealisti i principali modelli della scrittura: il narratore è per lo più

esterno e impersonale, rivela la sua presenza con commenti rari e secchi, mentre largo

spazio è dato alla registrazione dei dialoghi tra personaggi. Il finale è aperto. I modi

della cronaca mostrano le incrinature date dalla resa dell’inquietudine psicologica del

protagonista, e il narratore così abbandona a tratti la sua imparzialità. Il protagonista,

Antonio, vive il dramma in prima persona: suo figlio è un mutante, che non presenta

stranezze fisiche quanto caratteriali, non comunica e mostra inquietanti istinti

distruttivi. Tutto il racconto si articola attorno ai rapporti di Antonio con suo figlio e

con un soldato americano di nome Peter. Il rapporto con Peter si apre all’insegna

della conflittualità ideologica. L’americano afferma che insistere a voler coltivare la

terra è anacronistico. La connessione esclusiva che il bambino sembra stabilire con la

cugina della stessa età non fa che rinfocolare la preoccupazione di Antonio, che il

narratore descrive con una metafora di morte (idee come sudari, il respiro

paralizzato). La compagna del fratello cade per le scale: un filo è stato teso su uno dei

gradini, non possono che essere stati i due ragazzini. Un cartello annuncia

l’esposizione di uno dei tendoni della donna dai sei sessi. Antonio ha un moto di

indignazione e rimprovera Peter, sostenendo che non sia un trattamento umano.

Quando Antonio torna a casa scopre che il figlio è fuggito. Antonio sa che lo

cercherà, sa anche che il timore per le azioni malvagie di cui il figlio è capace non lo

abbandonerà mai. Il racconto termina con queste considerazioni, lasciando la vicenda

sospesa.

Il tema dei mutanti viene ripreso e sviluppato nel romanzo “Dove stiamo volando”,

accomunato al racconto anche da uno scenario post-atomico (eppure con

un’ambientazione francese) Il romanzo traduce in Italia tendenze ereditate dagli

autori della New Wave inglese, compiendo un’opera di svecchiamento sul piano

formale e tematico.

La struttura ha elementi tipici del romanzo di formazione e del romanzo picaresco di

viaggio: il protagonista, Charles, vive col padre nella campagna francese, in un

mondo dove la civiltà è stata quasi azzerata da un conflitto atomico. Charles è un

mutante e rischia di essere linciato, poiché gli esseri umani rimasti normali discrimina

i mutanti, e sono stati creati dei ghetti appositi. Il padre convince Charles a mettersi in

viaggio verso il ghetto di Nuova Parigi, dove sarà al sicuro. Il protagonista è anche il

narratore della vicenda, tutta raccontata in prima persona. Il lettore non viene messo a

conoscenza di quale sia la mutazione di Charles, ma l’io narrante si riferisce a se

stesso con verbi e aggettivi di genere maschile, mettendone poi fra parentesi la

versione femminile. Si può quindi intuire una mutazione genitale. Quando Charles si

mette in viaggio parte con lui anche Ivo, un amico di dimensioni tanto piccole da

stare nella tasca di una camicia. Lungo la strada vedono il mondo massacrato dalla

guerra e dalle radiazioni. Una serie di incontri scandisce i primi capitoli. Il titolo di

ciascun capitolo riprende un film di Ingmar Bergman. Il collegamento semantico

risiede nel senso letterale dei titoli: ad esempio “Il volto” o “L’ora del lupo”. In capo

ad ogni capitolo compare un’epigrafe tratta dal testo di una canzone, come quelle di

Paul Simon, King Crimson, David Crosby, Leonard Cohen e Bob Dylan. Il primo

capitolo si intitola “Come in uno specchio”, e il protagonista è costretto a misurare le

conseguenze della propria diversità. Il racconto ha inizio retrospettivamente: un

monologo svolto al passato, rispetto a un presente narrativo cui si giungerà solo alla

fine. L’idea di lasciare la casa d’origine assume i connotati di un distacco traumatico

ma anche di una brusca presa di coscienza, la scoperta di un mondo esterno segnato

dalla distruzione. Nel primo capitolo si può rintracciare anche una spiegazione del

titolo del romanzo: il volo è una metafora dell’esistenza. Nel secondo capitolo,

“Persona”, il leader di una piccola comunità di sopravvissuti, Jacques, afferma la

parità tra normali e mutanti. L’incontro con Jacques precede quello con la moglie di

lui, che indossa una maschera. La maschera è un’usanza funebre inventata dalle

donne del villaggio: nuove superstizioni si affacciano nelle piccole comunità.

Nonostante il comportamento ostile della donna, una volta tolta la maschera si

rivelerà bellissima. Altri incontri aspettano Charles: un ragazzo che viaggia da tre

anni e un vecchio morente, Charles non vuole abbandonare il vecchio, finché non

compare un suo misterioso amico: un cane. L’ultimo rappresentante dell’umanità e

della fratellanza è un animale. A pochi giorni da Nuova Parigi Charles e Ivo

incontrano una processione religiosa (il capitolo è “Il volto”), e si rafforza nel lettore

l’impressione di un clima millenaristico, di civiltà allo sbando. Mentre continua il

viaggio crescono i dubbi di Charles verso l’idea del ghetto. Nuova Parigi è l’ultimo

baluardo di un potere organizzato. Resta da superare un ostacolo finale: il posto di

blocco, la schedatura, l’obbligo e l’umiliazione di mostrare la propria deformazione. I

mutanti vengono accomunati alle minoranze discriminate in altri momenti della

storia, per motivi razziali o politici. Il fatto che la mutazione di Charles sia

normalmente invisibile rischia di farlo accogliere con sospetto dagli altri. Il capitolo è

titolato “La vergogna” ed è la prima occasione in cui la difformità del protagonista

viene esplicitamente descritta. In seguito Charles si integra nella piccola comunità. Il

film “Freaks” di Tod Browning è sicuramente presente all’autore, anche nel ritratto di

specifici personaggi. La nuova situazione di equilibrio è presto interrotta: Charles si

innamora di Pierre, ma la sua malformazione gli nega un rapporto completo. La sua

attrazione svela a Charles la propria natura femminile, e decide di definire il suo

sesso con un’operazione. Nel mezzo del romanzo il narratore diventa una narratrice, e

il mutante diventa allora inteso come umano portatore di diversità. Un vecchio amico

di Pierre li mette al corrente di un’imminente rivolta contro il governo dei normali.

Subito dopo l’operazione, la guerra tra mutanti rivoltosi e soldati regolari scoppia nel

ghetto e Pierre rimane ucciso. Il romanzo si avvia a una conclusione tragica. Charles,

sconvolta dal dolore prende il suo furgone e fugge senza una meta. Ritroverà suo

padre e Ivo. Il padre le farà una rivelazione: non è il padre biologico, ma adottivo

perché era stato abbandonato. Appena il padre scopre che Charles è diventata

femmina, la violenta. Lei lo uccide tagliandogli il membro, quindi si toglie la vita

facendosi un’incisione perpendicolare a quella vaginale. È solo nell’ultima pagina

che la narrazione passa al presente, e il lettore comprende che tutto quanto avvenuto

in precedenza è stato l’ultimo monologo di Charles in attesa della fine. Infatti anche i

dialoghi sono scritti per via indiretta. La figura della protagonista assume in questo

quadro i connotati di una martire.

4.3 Collasso dell’inconscio collettivo, disgregazione della forma

“La sindrome lunare” il racconto da cui prende il titolo la prima antologia di Curtoni,

può essere considerato un racconto. Manifesto in cui è decisiva l’importanza del

modello ballardiano, il Ballard catastrofico in particolare.

La struttura del racconto è sfaldata: si susseguono paragrafi differenti in cui la

parola è lasciata a diversi personaggi, che si esprimono in prima persona. Unico

segno dell’intervento di un autore implicito sono i nomi posti all’inizio di ciascun

paragrafo. I discorsi di Antonio, Angela, Renato e Claretta, sebbene mantengano una

parvenza di logica sintattica, si nutrono di idee deliranti. Ciascuno parla a un

intervistatore, e il lettore intuisce che il contesto è post-catastrofico. L’andamento è

quello di un monologo orale, con domande retoriche, apostrofi all’ascoltatore,

autocorrezioni. Emerge evidente la mancanza di logica di Antonio, il suo essere

soggetto ad allucinazioni. Il personaggio è dunque immediatamente screditato. Nei

monologhi di Angela il tema sessuale balza in primo piano. Il monologo di Renato

aggiunge al ritratto implicito tratti contraddittori rispetto a quelli suggeriti da

Antonio: per l’uno l’ascoltatore registra, per l’altro scrive, Claretta invece si rivolge

al padre morto. Chi sta intervistando queste persone ha lo scopo di ricostruire che

cosa sia accaduto. Le allusioni dei personaggi lasciano progressivamente intravedere

una detection. Sotto il nome di Notte prende la parola il misterioso intervistatore. Il

suo intervento diretto conferma lo stato allucinatorio, ma non ne chiarisce le cause. Il

quadro si compone poco a poco: l’installazione di una base sulla Luna avrebbe creato

delle alterazioni incontrollabili nell’inconscio collettivo, che avrebbero portato la

società al caos e avrebbero indotto al suicidio larga parte della popolazione mondiale.

Gli ultimi monologhi, dell’intervistatore e Claretta, danno dei fatti una versione

duversa e più inquietante: secondo le allusioni di Notte, l’ondata di follia e suicidi fu

causara in realtà da gas allucinogeni, adoperati per fare piazza pulita di un’umanità

ormai corrotte e poter riedificare una nuova e migliore società. Curtoni ha affermato

di ritenere di aver espresso al meglio il suo concetto di fantastico: rarefazione degli

ambienti, sbalzo a tutto tondo dei personaggi, caos reale/immaginario/ipotizzato

oggettivo/ipotizzato/soggettivo. Il tutto mescolato da una lingua per metà sommessa e

per metà urlata.

Nella stessa raccolta, ancora più rappresentativo dell’assimilazione del modello

ballardiano è “La Luce”, rielaborazione di un racconto pubblicato precedentemente


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in dams (discipline delle arti, della musica e dello spettacolo)
SSD:
Docente: Weber Luigi
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cooling85-votailprof di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura Italiana Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Weber Luigi.

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