Italo Svevo e la scrittura infinita: testi sospesi, testi conclusi, testi ripensati
Il non finito in letteratura
Il non finito può essere dovuto alla morte (= causa più diffusa) ma anche al fatto che l’autore considera quell’opera esaurita come esperienza creativa. In quest’ultimo caso il sospeso è volontario e può spingere il lettore a completare gli elementi incompiuti e frammentari. Il problema del non finito è stato affrontato da diversi critici:
- Ferroni, che intreccia il discorso al tema del postumo (= pubblicazioni dopo la morte). Il postumo può dipendere da varie cause: l’insicurezza dell’autore verso ciò che sta scrivendo, la volontà di riprendere il testo in un secondo momento (che poi non ci sarà), ecc. NB: postumo però è diverso da non finito.
- Anna Dolfi, che parla del non finito soprattutto nell’ottica di un atto volontario. Secondo la Dolfi questa sarebbe una caratteristica del post-modernismo. Riprendendo il concetto di opera aperta di Umberto Eco, la Dolfi ci spiega che il lettore quando legge un libro si dispone anche ad accettare il concetto di indeterminatezza o interminabilità.
Anche solo da questi pochi accenni capiamo quindi che il problema del non finito è un problema molto vasto (dipende da varie cause, si può manifestare in vari modi).
Nei racconti sveviani c’è un vero e proprio abuso del non finito. Questo dipende da motivi molto diversi tra loro. Talvolta è anche difficile capire se il non finito è volontario o no. Quindi: in Svevo c’è la continuità del non finito + la multiformità del non finito.
Non finito e novelle sveviane
Poiché il non finito è tanto presente nei testi sveviani, piuttosto che indagare le ragioni di questa caratteristica, molti critici si sono impegnati a considerare tutti questi materiali nell’ottica di un lavoro tendente al finito. Il capostipite di questi studi probabilmente è un testo di Gabriella Contini che ha classificato i vari testi come pienamente configurati, laterali, sussidiari o preparatori. In realtà non sappiamo se Svevo avrebbe davvero voluto riunire tutti questi testi frammentari in un romanzo. Inoltre, la Contini considera come un La rigenerazione testo preparatorio: questa non è un’ipotesi convincente, data l’importanza del testo.
Più oculato è il giudizio di Montale, che crede che il non finito sia una sorta di attitudine sveviana (Svevo sarebbe un autore inconclusivo come la vita lo è).
Molti critici (Ferroni, Lavagetto), a torto, credono che Svevo possa essere diviso in due fasi in cui il non finito acquista sensi diversi:
- Prima della Coscienza possederebbe il tocco magico del non finito = non trova delle fini che lo soddisfino e lascia perdere.
- Dopo la Coscienza ha in mente un disegno narrativo omogeneo che però non riesce a concludere.
Un altro fine di studi sul tema è costituito da quei testi che esplorano la frammentazione come metodo di lavoro di Svevo. Carrai, ad esempio, che appartiene a questo filone, si discosta dalla Contini (= che crede che Svevo proceda attraverso espansioni progressive o allargamenti laterali) e afferma invece che Svevo procede secondo sostituzioni (ritornando, per esempio, sul già scritto). Il continuo ritorno al già scritto causa ovviamente problemi di datazione.
Edizioni di questi materiali
- Gabriella Contini: criterio di tipo tematico (racconti politici, fantastici, quarto romanzo ecc). In questa organizzazione il non finito diventa una sorta di qualità altra del modo di scrivere racconti di Svevo.
- Clotilde Bertoni = edizione Meridiani. Raccoglie i racconti incompiuti in una stessa sezione evidenziando caso per caso se si tratta di un non finito effettivo o se si tratta di un racconto mutilo (di cui cioè non possediamo le carte successive). La Guidotti prende posizione: secondo lei andrebbe aggiunta un’ulteriore categoria: quella del non finito intenzionale perché si è esaurita la spinta motivazionale del racconto stesso. C’è anche da dire, riguardo ai finali non trovati, che si tratta di un elemento tanto ricorrente nella produzione sveviana da inficiare la reale possibilità che si tratti di racconti conclusi ma di cui sono state disperse alcune pagine.
Tutti i frammenti del Quarto Romanzo sono inseriti in un altro volume della stessa collana, secondo una lettura che li vedrebbe come possibili prosecuzioni della Coscienza. Da un confronto tra le datazioni emergerebbe una sorta di tendenza, in Svevo, che va dal mutilo al certamente incompiuto (quasi come se facesse sempre più fatica a concludere).
Tesi Guidotti
La scrittura di Svevo è una scrittura ad esaurimento, che non decide di fermarsi arbitrariamente ma esaurisce il proposito di quell’applicazione letteraria.
- Novelle che sperimentano con la scrittura tematiche importanti di natura culturale, filosofica + che parodizzano modelli letterari. In questo caso la scrittura si interrompe quando si è esaurita l’esemplificazione. Qui l’intreccio predomina e non lascia pensare che il racconto potrebbe rimanere sospeso. Forma del racconto paradossale.
- Novelle che hanno il senso di un autochiarimento, di riflessione interiore su un argomento riguardo a cui Svevo non ha chiare le idee. Sono le novelle in cui compare il tempo misto. L’intreccio è più debole. In questo caso il non finito serve ad approfondire alcuni temi (che possono essere già stati indagati da Svevo) su cui l’autore vuole riflettere in modo meditativo e non provocatorio.
Esempi di racconto paradossale
La morte
Tema = preparazione alla morte. Il personaggio principale, Roberto, pensa di continuo alla morte. Ha una moglie, Teresa, che esorcizza il pensiero attraverso la fede (= meccanismo di difesa, di intima compensazione). Il protagonista crede di starsi preparando alla morte ma, quando si rende conto che sta arrivando, la vive con spavento. Il punto di vista si sposta progressivamente alla moglie => la fine, incompiuta, racconta proprio il pensiero paradossale di lei: che si sia convertito. Il racconto è solo apparentemente non compiuto: in realtà ha detto tutto quello che doveva dire.
Problemi di datazione
- Contini => crede che sia tra il ’23 e il ’28, sebbene non possa essere inquadrato nel quarto romanzo.
- Clotilde Bertoni ipotizza che si tratti di un testo su cui Svevo è tornato molte volte. La sua proposta è ’23–’25. La Bertoni richiama inoltre un altro saggio di Svevo (= di datazione incerta + incompiuto) per segnalare una serie di affinità: si tratta di Ottimismo e pessimismo. Entrambi i testi fanno riferimento, per esempio, al comportamento dello scrittore Caldéron davanti alla morte: questi, sebbene religiosissimo, visse il momento della morte in modo drammatico. Il riferimento a questo saggio quindi potrebbe essere reale, ma ci sono problemi di datazione. Infatti, il saggio dovrebbe essere di molto precedente. Sechi (= critico) crede di poter ovviare alla questione spiegando che il modus operandi di Svevo stia tutto nel continuo ripescaggio di certe tematiche, anche a distanza di tempo (tanto che non si preoccupa di collocare la novella cronologicamente).
NB: episodio di Caldéron:
- Nel saggio l’episodio viene seguito da un’interrogazione al lettore che induce a credere che Caldéron abbia agito così perché spinto da qualcosa che macchiava la sua coscienza;
- Nella novella l’assunto muta intonazione: il protagonista si rivolge alla moglie per persuaderla di come sia necessaria una preparazione stoica (= rassegnazione) alla morte anche per il religioso. È come se ci sia qui una sorta di giudizio sul comportamento di Caldéron: ha paura di morire e vorrebbe allontanare la morte.
La Guidotti parte proprio da questo riferimento per la sua proposta di datazione e dalla constatazione che Svevo tende a scrivere di questioni e avvenimenti cronologicamente vicini alla composizione di un’opera. Innanzitutto prende posizione: sebbene ottimismo e pessimismo facciano parte di un dibattito tardo-ottocentesco che si esaurisce ai primi del ‘900 quel saggio non intende parlarne in quel senso lì, ma piuttosto in quanto termini antitetici di un possibile confronto con la morte. Svevo inoltre in entrambi i testi farebbe riferimento a Metchinikoff:
- Nel saggio lo include nella categoria dei realisti (e dice di averlo letto “tempo fa” => il libro esce nel 1903);
- Nel racconto ne esemplifica il pensiero (= paura della morte è costante in ogni essere umano) attraverso Roberto.
Prende inoltre di nuovo posizione contro chi crede che il testo appartenga al periodo di senilità di Svevo: in quel periodo è vero che vengono trattati personaggi vecchi ma vi sono due temi che qui non compaiono: il sesso e il tentativo di ringiovanimento. Quindi non è detto che appartenga a quella fase lì.
Altro elemento da considerare riguardo Metchinikoff, che può aiutarci nella datazione => posto che il racconto deve essere portato almeno dopo il 1915 (= data in cui viene inventata la macchina da scrivere a caratteri piccoli), proprio nel 1916 si discute molto della morte di M (avvenuta alla fine del 1915). Egli, infatti, affrontò la morte in maniera stoica. Roberto invece affronta la morte in maniera diametralmente opposta, in un modo che sfiora il grottesco. Il racconto potrebbe quindi collocarsi intorno alle riflessioni sulla morte dello scienziato.
C’è però un ultimo elemento da considerare: nel 1920 esce una biografia dello scienziato, a cura della moglie, che parla proprio del suo modo di affrontare la morte. Una copia di questo testo si trova in una biblioteca di Trieste. È a questa altezza quindi che bisogna collocare la novella. Sarebbe stato questo libro a portare Svevo a recuperare le tesi che aveva già affrontate nel saggio (= che avrebbe abbandonato, forse, perché aveva esaurito l’impianto del suo discorso teorico e si stava avvicinando a tematiche, come quella del ringiovanimento, che non avevano molto a che fare col tema principale del saggio stesso).
I due personaggi del racconto sono due anziani, abitudinari, con tesi diverse. Nessuno dei due riesce a convincere l’altro, forse anche perché Svevo vuole fino all’ultimo mostrare due prospettive diverse sulla morte: quella di chi la affronta e quella di chi la vede da fuori e sopravvive. Il tipo di scrittura sembra quasi naturalista (perché il narratore alterna la propria voce a quella dei personaggi), tuttavia lo sguardo di chi narra è sempre deformante: sebbene sia indulgente verso questo personaggio (= che infatti è a tratti autobiografico), va alla ricerca di ciò che è nascosto nel personaggio, oltre la maschera del contegno sociale. Il tema della maschera è molto forte, ma è comunque diverso da quello pirandelliano: quest’ultimo parla per lo più di una maschera subita; Svevo riflette invece sulle dissonanze, sul contrasto tra corpo e volontà (ex: corpo rivela i sentimenti). Il malato “bene educato” alla morte infatti alla fine si scontra con il peso della realtà => quasi come se il caso ne irridesse questa ossessiva preparazione, evidentemente inutile. Il paradosso del racconto sta nel fatto che alla fine la moglie si convince che Roberto si sia convertito => questa conversione rimane l’ultima memoria dell’altro. Una volta esaurito questo tema, Svevo termina il racconto.
Proditoriamente
Incompiuto solo perché manca il punto fermo. Svevo è ormai arrivato fino in fondo al tema che voleva esemplificare, soprattutto se consideriamo la riflessione finale di Maier. Il sembra infatti spiegarsi proprio facendo riferimento a questa frase: il caso ha operato a titolo tradimento sul protagonista che non può più ottenere nulla dall’amico, ma l’amico è anch’esso capito a tradimento dalla morte improvvisa (= e vanifica così quanto è accaduto a Maier).
La buonissima madre
Amelia si dimostra fin da subito una buonissima madre decidendo di sposare un uomo che è portatore di un difetto fisico nonostante conosca la teoria dell’ereditarietà. Il narratore della storia interviene con commenti che lasciano emergere punte di crudele distacco più che di partecipazione. È come se ci fosse una sorta di sadismo descrittivo, soprattutto quando compare Achille (= che appartiene a una tipologia di personaggi, quella dei bambini, che è molto cara a Svevo, tanto da ritrovarsi anche nel teatro con le stesse caratteristiche) ma anche verso Amelia (= è una buona madre al di là di qualsiasi buon senso). Alla morte di Achille inizia quella che potremmo definire la seconda parte del racconto: Amelia recupera le sue convinzioni darwiniane per riuscire ad essere davvero una buonissima madre (= avendo figli sani): tradimento. Questo interesse è confermato anche dalla fine del racconto: il fatto che i due bambini vengano chiamati “animali” non è un caso => termine che appartiene alla teoria darwiniana. C’è chi crede (= Clotilde Bertoni) che questa spinta verso la teoria darwiniana derivi da saggi dello stesso periodo, ma probabilmente questo racconto è più un vago rimando che un collegamento a essi.
Il racconto corrisponde alla tipologia delineata in partenza => racconto paradossale che, una volta esaurita la spinta esemplificatrice, condotta in chiave grottesca, termina (solo apparentemente) incompiuto. Il forse allude a una commedia molto famosa in quel periodo => La moglie ideale di Marco Praga. Si tratta di un testo che si svolge secondo lo stesso andamento grottesco: questa donna tradirà il marito per essere una moglie migliore. Svevo assistette alla rappresentazione di questa commedia, nel 1903. La data potrebbe essere quindi considerata termine post-quem per la del testo. La differenza tra i due testi sta nel cambio dei personaggi, che corrisponde anche a un diverso obiettivo da colpire: mentre Praga vuole colpire la famiglia borghese, solo apparentemente esemplare, Svevo vuole colpire la teoria dell’ereditarietà.
Il malocchio
Il testo venne pubblicato da Umbro Apollonio, a cui si deve il titolo. In molti sostengono che si tratti di un racconto mutilo, ma non è così (secondo la Guidotti).
Datazione
Difficile. Clotilde Bertoni individua una serie di elementi-guida:
- 1901 => data di fondazione del Premio Nobel, citato dal protagonista come istituzione ormai consolidata (“non capitò giammai”).
- Dirigibili, costruiti e sperimentati in Italia dopo il 1905 => dalla Prima guerra Mondiale in poi la loro importanza va diminuendo.
- Lingua piena zeppa di arcaismi e scorrettezze ortografiche => tipica di una fase intermedia di Svevo.
Quindi => datazione non va oltre il primo decennio del ‘900. Il racconto è visto dalla Bertoni come un racconto di matrice fantastica: il clima del meraviglioso ottocentesco aveva infatti portato, durante il primo novecento, a approfondire le sue tematiche e a intersecarle alla scienza. È un filone a cui partecipa anche Svevo => Lo specifico del dott. Menghi. La formula adottata è ottocentesca: diario in prima persona, offerto ai lettori da un personaggio mediatore. La narrazione è condotta però in maniera comica, rovesciando così i modelli di riferimento. Anche ne Il malocchio c’è questa commistione tra comico e tragico. Tuttavia qui a dominare è la terza persona.
Modelli
- La Bertoni cita “La patente” di Pirandello => la Guidotti non crede che il parallelismo sia giusto, dato che il fine e lo stile sono di altra matrice. Pirandello si interessa dello sguardo degli altri, Svevo invece guarda alla reazione soggettiva all’evento.
- Jettatura, Gautier => il registro che domina è il tragico.
- I fatali, Tarchetti (racconto) => riprende Gautier. Si tratta di una racconto che rimanda a Hoffmann. Questi è ispiratore anche di Svevo. In questo racconto si parla da una parte del progresso scientifico (che arriva a chiarire ciò che ci sembra assurdo) e dall’altra della tacita coscienza che le persone possano esercitare una certa influenza su di noi (= questa coscienza ha creato la jettatura). Da questo punto di partenza si sviluppa l’idea che ci siano degli individui che sono capaci di esercitare un qualche potere negativo (gli iettatori, appunto): questi vengono guardati con sospetto e stigmatizzati. Ovviamente i presunti iettatori ne soffrono.
Questi ultimi due modelli sono sicuramente ripresi da Svevo, ma in senso antitetico. Il protagonista non soffre, anzi arriva a compiacersi del suo potere iettatorio. Paradossalmente, però, più colpisce e più gli altri lo considerano buono => nessuno crede che sia uno iettatore.
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