L'immaginario degli oggetti
Franca Franchi intervista Yves Hersant
Solo da un’epoca recente naturalia e artificialia vivono il trionfo della loro visibilità, potendo far sfoggio di sé nelle collezioni, musei, gallerie, mostre. Per secoli, però, all’oggetto prezioso, all’oggetto d’arte viene richiesto di privarsi della sua visibilità: l’oggetto, per salvaguardare il potere della prosecuzione della vita nell’aldilà, deve sottrarsi allo sguardo del vivente. Questo priva l’oggetto di un valore d’uso, per attribuirgli un valore di scambio. Come si declina l’aura negli oggetti?
Per rispondere, Yves Hersant fa riferimento al romanzo di Serge Rezvani L’Origine du monde, che porta il titolo dell’opera d’arte di Courbet (1866), il soggetto del testo: quest’opera rappresentava il sesso di una donna dalle gambe divaricate ed era stata commissionata da un diplomatico ottomano. Per anni era rimasta “nascosta” dal grande pubblico, fino a quando viene portata nel Museo d’Orsay, diventando di dominio pubblico.
Il romanziere, nella sua ricostruzione, ha provato ad immaginare il seguito: i quadri si vanno accumulando nei musei, dove si degradano, e, sperando di salvarli, il conservatore del museo decide di riprodurli all’infinito. Il protagonista, un ladro, progetta di rubare il quadro, perché ai suoi occhi anticipa tutte le violenze del XX secolo: la sua intenzione è quella di distruggerlo, di sottrarlo dalla sua riproduzione infinita.
La perdita dell'aura
Il romanzo di Rezvani sembra far proprie alcune analisi di Walter Benjamin, il quale sostiene che la riproducibilità tecnica ha come conseguenza la perdita dell’aura, perché la coppia sottrae l’originale al suo contesto, e lo trasforma in un oggetto commerciale. A questo si riferisce il saggio Opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica, che sostiene che l’opera è unica ed è caratterizzata dalla distanza (Benjamin definisce l’aura come “manifestazione di una distanza qualunque sia la sua vicinanza”); la riproducibilità dell’oggetto d’arte, poiché annulla l’unicità dell’originale, comporta la fine di questa aura che rendeva l’originale distante e insostituibile, e la perdita dell’aura consegna uomini e cose all’esistenza della massa.
Non si devono però prendere in considerazione solo gli oggetti preziosi e le opere d’arte: anche la relazione con gli oggetti quotidiani più comuni ha una sua inquietudine: inquietante è la chiave quando non si riesce ad aprire la serratura, inquietante è il feticcio, inquietante è l’oggetto del desiderio, che non è un oggetto, ma è caratterizzato dalla sua assenza.
Il rapporto con gli oggetti
Georges Didi-Huberman, sul rapporto tra lo spettatore e l’oggetto, sottolinea che non possiamo prescindere dal fatto che ciò che noi vediamo è ciò che ci guarda e che a sua volta ci interroga. Come ci interpella l’universo degli oggetti?
L’etimologia vuole che l’ob-jectum sia gettato davanti a un soggetto che agisce o percepisce: questo è ciò che distingue l’oggetto dalla cosa, in quanto è una cosa per un soggetto, legato a lui sul piano percettivo, cognitivo e emotivo. Oggi si è persa l’illusione di un soggetto sovrano che regna sugli oggetti tramite la conoscenza e la tecnica: l’universo degli oggetti recupera tutto il suo potere.
Yves Hersant sostiene di aver visto da poco a New York un quadro di Annibale Carracci, Il ragazzo che beve (1582-83): esso rappresenta un giovane che mentre con una mano sostiene una caraffa di vino, con l’altra beve le ultime gocce da un bicchiere. Ciò che colpisce di questo quadro è il fatto che il ragazzo guarda il fondo del bicchiere, ed è il bicchiere che ci guarda, poiché attraverso di esso vediamo gli occhi del bevitore.
Ognuno di noi ogni giorno sperimenta l’interpellazione da parte degli oggetti: l’oggetto di manifesta pienamente nella sua qualità di oggetto solo quando perde il suo aspetto familiare, quando la chiave non apre la porta, l’orologio non indica più l’ora. L’oggetto ci ricorda il suo essere oggetto proprio quando ci manca, e solo allora finalmente li vediamo.
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