Le cose, George Perec (1936 - 1982)
L’opera di Perec Le cose venne pubblicata nel 1965. L’introduzione, ad opera di Andrea Carobbio, contestualizza il testo e lo presenta così come era stato vissuto all’epoca. Nell’introduzione, Carobbio esordisce con una citazione dello stesso Perec, che cita Marcuse: Marcuse è un filosofo, sociologo e accademico tedesco che muore nel 1979, poco prima di Perec, ed è molto famoso per i suoi studi filosofici e sociologici sul boom, sull’economia e sulla società dei consumi.
Le cose per Perec è il primo romanzo, ed è un successo enorme, un successo “ingombrante”: l’opera ha un successo tale che oscura l’uscita di tutti gli altri libri. Ne vengono vendute 100.000 copie, viene tradotto in tutte le lingue, e solo un libro successivo, La vita: istruzioni per l’uso, raggiungerà e supererà il successo del testo precedente.
Le recensioni dell’epoca all’opera Le cose
Se si osservano le recensioni dell’epoca, sembra che Perec avesse assolutamente ragione a lamentarsi relativamente a ciò che era stato scritto sul suo testo, che non veniva assolutamente considerato come un romanzo. Le recensioni, infatti, dicevano che si trattasse di una testimonianza sociologica interessante, ma non di un’opera letteraria: si pensa a quell’opera come una fonte di riflessione, ma non come un’opera d’arte. Un’altra recensione dice che l’opera non ha nulla a che vedere con un romanzo, ma è il documento di un sociologo letterario.
Ci furono anche dei giudizi meno forti, ad esempio quello del quotidiano Le Monde, che almeno riconosce la qualità formale e la grande tensione letteraria del testo. A prevalere, comunque, è l’idea che si tratta di un documento, non di un romanzo.
Le cose racconta la contestazione della rivolta?
Era giustificato il timore che, alla luce della rivoluzione del 1968, questo testo diventasse una sorta di annuncio della rivolta? Più che raccontare la contestazione della rivolta, il libro di Perec ne racconta la fine e l’epilogo, cioè una sorta di accettazione di una vita che viene regolata esclusivamente dal lavoro e dalla macchina sociale.
Il desiderio delle cose
I due protagonisti, Jérôme e Sylvie, sono due giovani della grande città di Parigi, non hanno ancora 30 anni e desiderano tantissime cose; come viene scritto nel libro, sono incantati e quasi sommersi dalla vastità dei loro bisogni personali, dalla bellezza esibita e dall’abbondanza offerta. I due desideravano di essere ricchi: volevano essere ricchi perché pensavano di meritare questa ricchezza, perché avrebbero saputo “vestirsi, guardare, sorridere come persone ricche”.
Gli oggetti, infatti, sono codici sociali che denotano l’appartenenza a una determinata classe. Jérôme e Sylvie, per potersi permettere gli oggetti e le cose che tanto desiderano, però, non vogliono assolutamente mettere in discussione la loro libertà personale, i loro valori etici, il loro credo personale: la loro è una sorta di rivolta al modo di essere ricchi. “Chi non lavora non mangia, sì, ma chi lavora non vive di più”.
Jérôme e Sylvie vivono per alcuni anni come degli studenti in eterno, si assumono degli impieghi e degli impegni saltuari, aspettando che si avveri qualcosa. Il miracolo, però, nel caso di Perec, è il caso, la lotteria, un’eredità: essi sperano di vincere alla lotteria, di avere un’eredità, sperano che qualcosa succeda affinché possano comprare tutti gli oggetti che desiderano e possano appartenere a quello status di ricchezza a cui ambiscono proprio perché pensano di meritarselo. Vogliono godere in quel modo della loro vita, come coppia innamorata, La loro comunione, il loro stare insieme, coincide con la loro comunione insieme alle cose: una perfetta comunione di coppia che però si deve avverare insieme alle cose, agli oggetti.
La fuga in Tunisia
Nel frattempo avvengono molte cose: la guerra d'Algeria, le manifestazioni, il sostegno del fronte nazionale francese e il clima di guerra civile. A causa di tutti questi eventi ritardano le grandi decisioni dei protagonisti, quindi i due si sentono in qualche modo sconfitti e tentano una fuga in Tunisia, dove “il vuoto totale e il deserto li schiaccia in una vita senza niente”.
Il deserto è il luogo in cui si avvera il nulla delle cose, quindi il contrario di quello che i due avevano vagheggiato. I due protagonisti, infatti, si trovano smarriti rispetto al loro gusto per le cose: le cose che si trovano in Tunisia e nel luogo dove Jerome e Sylvie vivono non brillano della lucentezza immaginaria delle cose che loro desideravano. Si trovano quindi a essere privi di aura, “persi nelle macerie di un vecchissimo sogno”, quindi decidono di tornare a Parigi.
Il ritorno a Parigi e l’accettazione
Una volta a Parigi, si rendono conto che tornare alla vita precedente prima della fuga in Tunisia non è più possibile, quindi finiscono per accettare l’offerta di un posto di lavoro fisso e in provincia, non nella grande città di Parigi: questo rappresenta il contrario di ciò che essi avevano tanto desiderato.
Il finale triste e ambiguo
Si tratta di un epilogo che sconfessa tutto il romanzo, un epilogo che è stato definito “triste”: lo stesso Perec lo conferma nelle sue interviste, si tratta di un finale molto triste. Come dice Carobbio, però, si può anche non trovarlo necessariamente così triste: Perec nelle interviste dice che la fine non è positiva né negativa, sfocia nell’ambiguità, come anche tutti noi facciamo.
“Per me è una happy end”, un bel finale e insieme la fine più triste che si possa immaginare, una fine logica. “Cosa c’è di più naturale che lavorare per guadagnarsi da vivere?”.
Quando gli intervistatori facevano notare a Perec che non solo il finale del testo era ambiguo, ma anche tutta la narrazione lo era, Perec rispondeva che lui stesso rivendicava il diritto all’ambiguità: un testo può essere letto in moltissimi modi, e forse anche nella grande ambiguità di questo testo sta la grandezza del testo così combattuto ma anche così venduto in tutte le lingue del mondo e che si trova ancora oggi al centro della critica.
Il libro resta contraddittorio e ambiguo, e l'ambiguità, il non avere soluzioni certe, dà fastidio e ad alcuni non risulta tollerabile. Questa ambiguità sostanziale risulta meno intollerabile a una rivista, L’eton moderne (I tempi moderni), rivista che nasce nell’ambito dell’esistenzialismo grazie a Sartre.
Perec era in sintonia con i sogni di Jerome e Sylvie, ne era complice e condivideva i sogni dei suoi personaggi: quello che non condivide dei suoi personaggi, invece, è la loro malafede, le loro angosce. Inoltre, Le cose non vuole tanto essere una denuncia della società dei consumi: secondo i Tempi Moderni si trattava di un libro che aveva altre caratteristiche, che rotolava un po’ su se stesso, un libro che vede quella società da uno spigolo e la rintraccia.
La citazione di Marx alla fine del testo
Alla fine del testo di Perec abbiamo una citazione da Karl Marx: questa citazione, presa dal Capitale, compare forse come un modo per mascherare la mancanza di un vero pensiero critico nell’opera. “Il mezzo fa parte della verità, come il risultato. Occorre che la ricerca della verità sia vera a sua volta; la ricerca vera è la verità spiegata, i cui membri sparsi si riuniscono nel risultato”.
Un altro critico dell’epoca, del giornale Humanité, apprezza molto il libro da una parte, ma se la prende in modo totale per la citazione presa da Marx: dice che Perec non poteva appropriarsi in un libro del genere di una citazione di Marx, e suggerisce addirittura di censurare la citazione a partire dalle ristampe successive, prendendo piuttosto una citazione da Lenin o da altri. Nemmeno i critici, però, si accorgono che la citazione usata da Perec era approssimativa, perché si trattava della traduzione francese di una traduzione russa dell’originale tedesco di Marx.
Perec aveva trovato questa citazione nel famoso testo di Sergej Ejzenstejn sull’arte del montaggio. Perec usava Marx in modo superficiale, secondo i marxisti: ecco perché Perec risulta ambiguo, oppure Perec è molto ironico e prende in giro un po’ tutti. Nel frattempo, però, c’era chi sapeva che la frase era tratta da un saggio di Ejzenstejn: ma quale era il senso? Il senso era assolutamente metaletterario, cioè andava letto al di là della citazione stessa, e riguardava la letteratura.
“Il mezzo (cioè le parole letterarie, lo stile letterario) fanno parte della verità come il risultato”: il mio modo di scrivere, le mie parole, sono la storia che io racconto. Ejzenstejn usando quella frase stava parlando del montaggio cinematografico, e Perec la usa per parlare del montaggio letterario.
Il contenuto e la forma
Perec nel 1967, due anni dopo la pubblicazione di Le cose, tiene una conferenza all'Università di Warwick nel 1967 e spiega come, dal suo punto di vista, la letteratura francese fosse stata in qualche modo messa in gabbia e imprigionata da una contraddizione assolutamente inutile e falsa, cioè quella tra la forma e il contenuto.
Perec dice che da una parte c’è il contenuto, cioè quello che il romanzo conta, e dall’altra parte c’è la forma, cioè non la scrittura ma lo stile. Qui c’è anche una sorta di polemica: nel romanzo di Sartre che viene sostenuto dalla rivista I tempi moderni (rivista contro Perec), la scrittura in qualche modo è fine allo scopo del libro, la scrittura viene chiamata “stile” ed è propria solo di alcuni e non di altri, viene chiamata come quello stile che è dato a pochi, che è un dono e non deve essere mai messo a discussione.
Quindi, dato per scontato che Sartre deve avere lo stile innato, allo scrittore si chiede il contenuto, si chiede l’ideologia. Ovviamente questo non va bene a Perec, anche se lui aveva lavorato molto sullo stile. Perec in un’altra intervista dice: “come possiamo aspettarci di raggiungere la verità se i mezzi che utilizziamo sono falsi?”. La scrittura è soggettiva, quindi non si può dire la verità con la propria scrittura.
La coppia di Le cose usa mezzi veri o mezzi falsi? Usano dei mezzi falsi, quindi vivono nella menzogna, nella malafede, e se forse Perec, dice Carobbio, avesse preso questa citazione di Ejzenstejn e avesse voluto utilizzare questa citazione di Marx per essere contro quel Marx in quel momento?
Carobbio si chiede cioè se Perec avesse voluto dire che il mezzo, ovvero il desiderio inesauribile delle cose che ci viene dalla società capitalistica, fa parte della verità, cioè la felicità del capitalismo, come il risultato, cioè l’aumento dei consumi, del prezzo delle cose.
Quindi in questo modo Perec avrebbe spiegato in cosa consiste il successo del capitalismo: il capitalismo si nutre di questo desiderio, del desiderio inesauribile delle cose, e quindi la verità, la felicità, deriva da questo desiderio inesauribile delle cose, che conduce a una spesa infinita di sé nel proprio desiderio, e che invoglia per coloro che comprano continuamente, fa sì che si aumentino i consumi.
Quello che Perec ci tiene a dire in modo incisivo è che a lui interessava il modo in cui si doveva intendere la felicità alla sua epoca in questo sistema: voleva spiegare cosa si intendesse per felicità.
“Tra le cose del mondo moderno e la felicità che ne fa parte, vi è un rapporto obbligato: una certa ricchezza della nostra società rende possibile un certo tipo di felicità. Si può parlare in questo senso di felicità di Orly (intendeva l’aeroporto di Orly che venne inaugurato nel 1961 e che per gli anni successivi rappresentava il monumento più visitato di tutta la Francia), una felicità profonda; ma questa felicità resta una possibilità, perché nel capitalismo vale il detto “cose promesse non sono dovute””. Cioè nel capitalismo c'è posto per la grande menzogna.
Un biografo di Perec dice che per Perec era necessario farla finita con Marx perché questo rappresentava comunque una sorta di intesa con il lettore di sinistra, un segno di appartenenza, qualunque fosse il significato di appartenenza.
Il gruppo La Ligne Générale
Un lettore del 1965 poteva chiedersi se fosse stato proprio Perec a pubblicare sulla rivista intitolata Partisan il fatto che obbligo della letteratura era “rendere sensibile la necessità e la certezza di una trasformazione della società”. Proseguendo nella rivista, poi, si dice anche che ciò che ci aspettiamo da una letteratura come questa è chiaro: ci si aspetta la comprensione del proprio tempo, il superamento dei propri limiti.
Nel 1959 Perec fonda con alcuni suoi amici un gruppo letterario e sceglie il nome del gruppo: La Ligne Générale (La linea generale). Questo titolo voleva omaggiare ancora una volta Ejzenstejn, che era un grande punto di riferimento per questo gruppo; il loro obiettivo era quello di rifondare l’estetica marxista.
Da un lato il marxismo restava un orizzonte necessario, anche se assolutamente alcun componente del gruppo a partire da Perec aveva la tessera del Partito Comunista Francese, e anzi ogni componente del gruppo rivendicava l’autonomia, voleva stare assolutamente indipendente dal partito. Nessuno voleva sentir parlare di realismo socialista.
Questa rivista, chiamata come il titolo del famoso libro di Ejzenstejn, non uscì mai: rimase solo un sogno molto ambizioso, perché il Partito Comunista Francese la censurò. Il gruppo, però, continuò a riunirsi e a discutere, e insieme pubblicarono degli articoli su alcune riviste importanti come Le Partisan, La nuova critica, Chiarezza.
Perec e Paulette come Jerome e Sylvie
Di questo gruppo molto unito fanno parte tutta una serie di personaggi molto uniti nel loro modo di vedere le cose, persone anche con delle competenze specifiche molto diverse tra loro.
Una delle componenti del gruppo era Paulette Petras, l’amata di Perec che nel 1960 diventa anche sua moglie. Quando si sposano, Perec va ad abitare con lei nel suo appartamento in via Rue de Quatrefages, la via dove abitano anche i protagonisti del testo Le cose. Nell’appartamento, Perec e Paulette vivono una vita che somiglia molto a quella dei due protagonisti del libro: l’appartamento, i mestieri che praticano e il viaggio in Tunisia fanno parte anche della loro vita.
C’è, però, anche una differenza: il protagonista maschile del libro, Jerome, non ha ambizione letteraria, a differenza di Perec. Nonostante questo, è molto simile a Perec: non è più uno studente e non è etichettabile dal punto di vista sociale, come Perec che all’epoca non sapeva ancora che sarebbe diventato il famosissimo scrittore del libro Le cose. Non condividono la stessa vocazione: Jerome non ha la vocazione letteraria che ha Perec, ma ha una vocazione prepotente e assoluta nei confronti delle cose.
Perec inserisce nel testo una definizione sarcastica per descrivere i protagonisti: “potevano, proprio come gli altri, arrivare, ma loro volevano soltanto già essere arrivati”. Forse anche Paulette e Perec avrebbero voluto avere una vita più semplice ed essere già riconosciuti come scrittori.
La casa descritta nel libro è di 35 metri quadri, come quella di Paulette, ed è la casa dove gli amici di Perec si riunivano a parlare di letteratura, cinema e politica. Le riunioni duravano tantissimo, si protraevano fino a tarda serata e alcune volte erano talmente presi dalle discussioni che stavano insieme fino al mattino.
Si ricorda un episodio che è avvenuto in una di queste serate, in cui Perec cerca di convincere di qualcosa il critico cinematografico del suo gruppo: alla fine questo critico aveva deciso di dimettersi dalla sua funzione all’interno del gruppo perché non era stato in grado di difendere il proprio ruolo e compito.
I quattro articoli
Dalle discussioni di questo gruppo nascono 4 articoli che Perec pubblica su Le Partisans. I titoli sono:
- Le nouveau roman et le refus du réel (Il nuovo romanzo e il rifiuto del reale)
- Per una letteratura realista
- Impegno o crisi di linguaggio
- Robert Antelme ou la vérité de la littérature (Robert Antelme e la verità della letteratura)
Quando Perec decide di pubblicare questi articoli, il suo migliore amico dice che il tono di questi articoli è molto categorico e, come ogni cosa molto categorica, gli sembrano molto semplicistici. Questo rischiava di lasciare perplesso il lettore: noi lettori, infatti, rimaniamo abbastanza perplessi da questi articoli. Forse Perec voleva dare l’idea di un’evoluzione poetica di se stesso e della letteratura. In particolare il saggio su Robert Antelme può servire a comprendere il testo Le cose.
Il nouveau roman
Il 1900 è il secolo per eccellenza della critica letteraria: prima di allora, la critica letteraria non esisteva nel senso novecentesco del termine. Colui che viene ricordato per l’invenzione del “nuovo romanzo” è Alain Robbe-Grillet. Nel nuovo romanzo doveva essere bandita qualsiasi forma di ideologia e qualsiasi personaggio: sono i dettagli, le cose e gli oggetti che contano. Era una sorta di rimessa in gioco del realismo in ambito ottocentesco di Gustave Flaubert. Gli oggetti e le cose, che dovrebbero darci la dimensione del luogo in cui siamo, della narrazione che si fa e del carattere dei personaggi.
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