L'occhio del Novecento
Introduzione
Il secolo attuale sarà sicuramente il secolo del cinematografo, poiché nessuna opera d’arte, invenzione scientifica o tendenza economica potrà contenere per vastità di azione, profondità di penetrazione, universalità di consenso ciò che possiede il mezzo cinematografico.
Oggi il cinema ha ormai festeggiato i suoi primi cento anni, è attualmente un cinema che non si appoggia più necessariamente sull’immagine fotografica. L’occhio non viene più considerato come un organo di senso in sé, non a caso il sottotitolo di questo libro fa riferimento all’esperienza, suggerendo così un orizzonte a cui riportare il vedere. Tuttavia non va nemmeno dimenticato che nella coscienza sociale, il cinema è sempre stato visto come un dispositivo ottico: ed è su questo che esso viene giudicato. Al cinema tutti gli occhi, sia miopi che presbiti vedono perfettamente; ecco l’originalità primordiale dello spettacolo cinematografico.
Il dibattito più recente tende a inserire il fenomeno del cinema nel quadro più vasto dell’intrattenimento, dei fenomeni urbani. Il cinema è stato riportato ad altro: il teatro, la letteratura, la pittura… Ma che tipo di sguardo ha costruito il cinema? E dove riposa la sua efficacia?
Le ragioni della sintonia del cinema con il suo tempo
Il primo capitolo esamina le ragioni della particolare sintonia del cinema con il suo tempo e quindi della sua rilevanza rispetto ai processi culturali coevi. Tre fatti sembrano giocare un ruolo cruciale. Il primo è la sua natura di medium, oltre che di arte, in un’epoca che ha privilegiato soprattutto la dimensione comunicativa, vista come garanzia di immediatezza, di vicinanza, di accessibilità. Il secondo fatto sono i riti e i miti che il cinema ha costruito sullo schermo e nella sala, in un’epoca che ha avuto bisogno di nuove immagini e di nuovi comportamenti, in grado di tener conto delle emozioni, ideali, preoccupazioni o degli ordini sociali emergenti. Il terzo fattore è la negoziazione che il cinema è riuscito a compiere fra le diverse istanze della modernità; esso è riuscito a far convergere spinte contrastanti fra di loro, fornendo così ad un'epoca dilacerata da conflitti e da dilemmi, possibili soluzioni e fornendogliene nella quotidianità.
Soprattutto questo ultimo fattore è decisivo per capire che tipo di sguardo il cinema è stato in grado di costruire. Si tratta di uno sguardo all’insegna dell’ossimoro e cioè capace di operare su fronti contrapposti riuscendo a compenetrarli fra loro. I capitoli dal secondo al sesto approfondiscono questo argomento. In sintesi il cinema ha lavorato su alcune scelte per così dire di parte, che riflettono alcune delle grandi misure tipiche della modernità.
Lo sguardo del cinema
In particolare, esso ha lavorato su uno sguardo personale, legato all’emergenza di un punto di vista. Il cinema ha anche perseguito una visione in grado di restituirci la totalità del mondo, e non solo attraverso dei frammenti; una visione strutturata diversamente a seconda della realtà incontrata, se mentale o effettiva e dunque operare delle distinzioni; una visione dotata di una sua naturalezza, modellata sull’occhio dell’uomo e non solo su una macchina; una visione che cerca di mettere ordine tra gli stimoli forti prodotti da un mondo in tumulto, senza per forza abbandonarsi ad essi.
Nel costruire il suo sguardo, il cinema è riuscito a realizzare alcune esigenze introducendo dei diversivi che le hanno rese praticabili. Un po’ come se, nel campo della psicanalisi, avesse lavorato su spostamenti e condensazioni. Il cinema non è mai stato una realtà fissa, in particolare il cinema di mainstream che coincide largamente con la produzione hollywoodiana cosiddetta classica, ha espresso il bisogno di ricongiungere gli opposti in modo quasi ossessivo; mentre il cinema moderno ha fatto emergere una dimensione più conflittuale, in questo senso il compromesso si è aperto alla frattura e al disequilibrio.
Resta il fatto che il cinema ha elaborato il suo sguardo lavorando a fondo sulle spinte presenti nella modernità del ‘900. Questo fa del cinema uno sguardo fortemente rivelatore: mettendo a punto un certo modo di osservare le cose, i film ci hanno aiutato a vederle nello spirito del tempo. Si tratta anche però di uno sguardo vincolante nell’aprirci gli occhi, i film ci hanno suggerito cosa guardare e come guardarlo. In questo senso il cinema non ha solo offerto una chiave di lettura dell’esperienza moderna; ha ugualmente cercato di promuovere la sua azione e dunque sé stesso.
Il cinema ha contribuito a riarticolare le categorie mentali con cui viene affrontata la realtà; esso ha anche offerto ulteriori schemi mentali con cui osservare il mondo. È sullo sfondo di una dialettica composta di prestiti, restituzioni che il cinema ha lavorato. È dentro questa dialettica che esso ha costruito il suo sguardo, dandogli una forma ossimorica. Il cinema esprime la metafora di essere l’Occhio del Novecento.
Capitolo 1. Lo sguardo di un'epoca
Balazs lo dice chiaramente: il cinema ripristina la visibilità dell’uomo; restituisce la realtà allo sguardo. Ma lo stesso concetto trova negli anni Venti anche altre riformulazioni. Prendiamo per esempio Sebastiano Lucani: “L’arte del cinematografo ci ha resi così sensibili a questa bellezza dinamica del volto umano, nella stessa maniera in cui il teatro ci aveva reso sensibili alla voce.
Il cinema ci insegna ad osservare il mondo come non eravamo più in grado di fare da tempo, anzi come mai avevamo fatto prima. Questa idea è ricorrente ma ad essa se ne affianca un’altra che in qualche modo la precisa e la radicalizza. Se il cinema rilancia e riafferma il senso della vista, non è solo perché mette l’occhio e le immagini al centro del proprio operato: piuttosto, è perché sa incarnare perfettamente lo sguardo del XX secolo. C’è infatti una certa corrispondenza nell’osservare le cose tipico dell’epoca e la maniera in cui il cinema osserva e ripropone l’universo circostante: le forme con cui la macchina da presa scandaglia ciò che ha di fronte, rivelano gli atteggiamenti e gli orientamenti con cui gli uomini sono ormai spinti a guardarsi intorno.
Non è detto che questa attitudine del cinema a mettere a nudo lo spirito dell’epoca lo costringa a funzionare da semplice specchio: sempre in questi anni Kracauer dedica molta attenzione alle storie tra il banale e l’irreale che i film sembrano prediligere; questi racconti mostrano come la società ama vedersi; per quanto essi risultino plausibili, essi risultano assolutamente rivelatori. Sullo sfondo opera la convinzione che il cinema sia nel suo complesso il segno dei tempi.
Walter Benjamin sostiene che, ogni fase della storia dell’uomo ha una maniera particolare di cogliere il reale. Si modificano i modi e i generi della loro percezione. Il tipo di sguardo adottato manifesta direttamente le preoccupazioni e gli interessi che caratterizzano l’epoca e in parallelo rinvia ai processi sociali sottostanti. La fase presente è dominata da due tendenze, entrambe connesse con la crescente importanza delle masse e la crescente importanza dei loro movimenti.
Da un lato c’è l’esigenza di rendere le cose più umanamente vicine, dunque vincere la lontananza per essere più vicini al mondo. Dall’altra c’è l’esigenza di riconoscere ciò nel mondo è dello stesso genere, anche se si presenta con facce diverse; dunque smontare l’unicità per vedere ciò che permane e ritorna. In un tale quadro, il cinema ha una funzione esemplare. Il suo sguardo è in grado di rompere le barriere tradizionali e di renderci liberi di affrontare la realtà. Lo sguardo del cinema è uno sguardo capace di farci entrare nel tessuto delle cose e di rivelarcene la composizione, è uno sguardo capace di sorprendere e colpire per la sua penetrazione e la sua rapidità. È uno sguardo capace di smontare vecchi privilegi, e di inquadrare ogni cosa e chiunque, secondo un principio di egualitarismo. Infine è uno sguardo capace di spezzare il vincolo dell’unicità, poiché può essere replicato in ogni copia del film e a ogni proiezione l’attore non è obbligato ad esibirsi ogni sera.
Benjamin evidenzia con grande esattezza i termini della questione: c’è il cinema; c’è una fase storica contrassegnata almeno in superficie da un senso di maggior familiarità. Il cinema è un luogo di pacificazione, sia pur nel tumulto delle sue proposte: ci mette in contatto con la realtà, ma favorisce anche l’evasione spesso presenta figure esagerate, ma poi le riconduce a vicende plausibili.
Negli anni Venti si sviluppano alcuni dibattiti teorici all’interno dei quali possiamo trovare l’intervento di Louis Delluc; il dibattito che si avvia dopo la prima guerra mondiale può costituire un ausilio importante per far emergere alcune linee di forza. Questa fase del dibattito si colloca dopo due decenni in cui il cinema si è interrogato nei suoi aspetti di esperienza particolare, da riportare nella sua esperienza moderna. E viene prima di una stagione, che fiorisce negli anni Trenta, in cui il cinema è “normato” nei suoi aspetti linguistici ed espressivi. Gli anni Venti e dintorni, apparentemente dominati dal bisogno di riportare il cinema al sistema delle arti, costituiscono una cerniera essenziale tra una iniziale sorpresa e una conseguente sistematizzazione.
Certo, Delluc non riassume da solo questo dibattito ma il suo atteggiamento di fondo, preso tra difesa di valori tradizionali e l’attenzione per qualcosa che pure sembra contraddirli, e dunque più sottilmente contraddittorio rispetto ai visionari e agli entusiasti. Ricciotto Canudo dà una nuova definizione di cinema, ovvero quella di settima arte. Il cinema possiede degli aspetti che colpiscono in modo diretto, per esempio la sua capacità di intrattenere larghi strati di popolazione, grazie a racconti o a documenti di sicura presa; la sua abilità nel mettere a punto un linguaggio universale che consente una lettura immediata di quanto appare sullo schermo.
In questo contesto, un breve saggio di Louis Delluc nel 1919, in Cinema & Cie con il titolo L’art du cinema, può risultare in qualche modo esemplare. Delluc inizia il suo scritto con il consueto melange di insoddisfazione per quello che sul piano estetico il cinema è, e di speranza per quello che potrà essere. Dopodiché elenca una serie di caratteri che evidenziano un altro fronte. Innanzitutto l’estrema diffusione del cinema, il cinema va dappertutto, poi la sua straordinaria forza di persuasione, infatti lo schermo è più efficace di un discorso politico; il rapido successo che il cinema assicura ai suoi interpreti: un anno e sei mesi sono sufficienti per imporre agli abitanti del globo un nome, una smorfia, un sorriso.
Infine il rilievo che vi assume non solo la dimensione commerciale, ma anche quella tecnica: la supremazia degli americani è legata al fatto che il progresso tecnico della fotografia, dell’illuminazione, dell’arredamento, delle sceneggiature dona un carattere armonioso alla loro scienza. Delluc sostiene che il cinema ricopra anche il ruolo di medium e dunque ci si interroga sul significato di medium. Il medium è soprattutto un mezzo di trasmissione di sensazioni, pensieri, parole, suoni, figure; il suo obiettivo principale è quello di far sì che l’informazione venga diffusa e, nel caso dei mass media, venga diffusa il più largamente possibile.
Questa finalità motiva tre aspetti strettamente collegati fra loro. Innanzitutto per diffondere l’informazione, un medium deve saperla anche raccogliere, riadattare, conservare ecc. In secondo luogo, diffondendo l’informazione, un medium dà anche l’opportunità a chi la riceve di entrare in contatto sia con quanto gli viene offerto, sia con la fonte o con l’agente che glielo offre. Infine per consentire la diffusione dell’informazione, un medium deve anche utilizzare una serie di strumenti adatti. In questo senso esso lavora su un insieme di tecniche. Delluc in questo modo aiuta il cinema a conferirgli una posizione ancor più di forza.
Delluc non ha piena coscienza del medium, Benjamin qualche anno dopo sì. È l’intero orientamento del discorso di Benjamin che porta a completare un quadro che in Delluc è ancora seminale. In breve, il tratto centrale di un medium è il suo impegno a costruire rappresentazioni largamente fruibili, relazioni accessibili e tecnologie efficienti. I media sanno rispecchiare e riproporre le misure del tempo; mentre è semmai l’arte a trovarsi in difficoltà, con il suo lavorare su opere uniche e spesso difficili, sull’idea di una creazione individuale, su forme di fruizione che favoriscono il momento contemplativo.
Ne deriva una sola conclusione: nell’epoca che Benjamin chiama della riproducibilità tecnica, è giusto considerare esemplari gli strumenti che perseguono una aperta esibizione dei propri contenuti, che accentuano la rapidità e l’ampiezza della fruizione e che valorizzano al meglio la presenza della tecnologia; se si vuole, gli strumenti dell’esposizione e dello scambio; appunto i media. Benjamin scrive pagine illuminanti su questa trasformazione dell’arte, nell’epoca della riproducibilità tecnica, in qualcosa che il termine medium riempie bene.
In questo quadro, il ruolo del cinema diventa chiaro. Non più solo arte, esso si scopre medium: ed è in quanto medium che esprime il meglio di sé. La sua azione infatti appare esemplare, il cinema offre appunto contenuti fortemente fruibili, costruisce legami largamente accessibili, usa una macchina in modo perfettamente funzionale. Se il cinema nel suo osservare il mondo manifesta una forte sintonia con il suo tempo ciò non significa che ne assorbe passivamente le indicazioni. Al contrario, le sue risposte agli stimoli che vengono dall’esterno, sono spesso assai personali: in questo senso costituiscono dei contributi attivi, che a loro volta incidono sul quadro generale, perlomeno tanto quanto questo ultimo incide sul cinema.
Louis Delluc nel gennaio 1929, interviene con un’apparizione “Le cinéma, art populaire” l’intervento comincia con “Signori e signore, il cinema non esiste ancora”. Ma come al solito, l’attenzione si spinge anche altrove, e in particolare verso la larga e profonda adesione di pubblico che il cinema riscuote dappertutto.
Questa adesione trova le sue ragioni in un triplice dato. Innanzitutto il cinema parla una lingua universale, grazie a cui può proporsi come tribuna per tutti. In secondo luogo il cinema coltiva un vero e proprio gusto universale, basato sull’affermazione dei valori apparentemente elementari, ma largamente condivisi, come l’amore, la vendetta, il dovere. In terzo luogo il cinema sviluppa quella che possiamo chiamare una “sincronia universale”, evidenziata dalla partecipazione collettiva e simultanea, allo stesso spettacolo da parte di migliaia di spettatori.
È possibile rileggere questi spunti di Delluc in chiave mediatica. Ciò che infatti il suo brano mette in luce, attraverso il richiamo alla capacità dei film di rinnovare miti e riti, è un altro tratto di fondo del cinema in quanto mezzo di comunicazione: è il suo essere in grado di avanzare proposte sia sul piano dei contenuti sia su quello delle forme di fruizione, il suo essere in grado di collegare queste proposte nel tessuto di una società.
Ogni medium interviene su quanto trasmette, se non altro per consentirne la trasmissione. Ciò significa che quando riceve delle sollecitazioni provenienti dall’esterno, si trova sempre ad adattarle alle proprie esigenze. Il cinema possiede la caratteristica della messa in forma, ovvero ciò che viene portato allo scoperto sia pur in modo ancora seminale, è appunto il lavoro di messa in forma sociale del cinema, e cioè la sua disponibilità a intercettare indicazioni, a ripensarle e a...
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