Lo stato italiano e la sua storia costituzionale
Le origini
Lo stato italiano attualmente esistente è l’evoluzione dell’antico Regno di Sardegna a seguito di una serie di annessioni nel periodo dal 1848 al 1918; le istituzioni del neonato Stato italiano erano infatti quelle del regno di Sardegna: lo Statuto concesso dal re Carlo Alberto nel 1848 continuò la propria vigenza anche successivamente alla proclamazione del Regno d’Italia e la stessa numerazione dei sovrani e delle legislature proseguì senza alterazioni successivamente al 1861 (il primo re d’Italia portava il nome di Vittorio Emanuele II).
Avendo riguardo al cambiamento delle istituzioni pubbliche, ossia delle forme giuridiche attraverso le quali si è storicamente manifestata la sovranità statale, è possibile ripartire la storia costituzionale dello stato italiano in sei fasi:
- Il primo periodo può coincidere con la vigenza delle istituzioni statuarie quali previste dalla costituzione piemontese del 1848 e copre la stagione dall’emanazione dello statuto all’avvento del fascismo 1922;
- La seconda fase coincide con l’esperienza fascista dalla presa del potere sino alla caduta della dittatura 1943;
- La terza fase copre la stagione nella quale, nel pieno del secondo conflitto mondiale, vi era incertezza sullo stesso assetto istituzionale e in cui la formazione di due distinte realtà nazionali in guerra tra di loro mise in discussione la stessa unità dello stato. In questa fase includiamo l’emanazione della carta costituzionale e la sua entrata in vigore nel 1948;
- La quarta fase coincide con l’epoca della guerra fredda, essa si caratterizza per un sistema costituzionale stabile, perseguito anche con l’esclusione dai processi decisionali dei partiti dichiaratamente ostili all’ordine costituzionale (c.d. conventio ad excludendum). Tale periodo va dall’entrata in vigore della costituzione all’introduzione del sistema elettorale maggioritario 1993;
- La quinta fase è caratterizzata da una maggiore stabilità dei governi ma costituisce altresì un momento di scontri istituzionali senza precedenti all’interno del sistema dei partiti ed in seno agli stessi poteri dello stato;
- L’ultima fase è in corso.
Lo Statuto Albertino 1848 – 1922
Lo statuto concesso dal re Carlo Alberto di Savoia sulla spinta dei moti rivoluzionari del '48 è stato la prima carta costituzionale dello stato piemontese prima e di quello italiano poi. Si ritiene lo statuto sia una costituzione flessibile, suscettibile cioè di essere modificata a piacimento dal legislatore ordinario, ma al momento della propria emanazione lo statuto era percepito sia dalla dottrina che dagli attori costituzionali come perpetuo ed immodificabile, definito dal suo stesso preambolo come legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile.
La costituzione piemontese risentiva dell’influenza della dottrina illuministica prevedendo un sistema istituzionale improntato ad una rigida separazione dei poteri in cui ciascun organo costituzionale non aveva possibilità di influenzare l’attività degli altri. Il sistema trovava però nel re il momento di unità politica e giuridica. Ad esso era attribuita la funzione esecutiva, il potere di promulgare le leggi, di nominare i componenti della camera non elettiva e l’iniziativa legislativa. In nome del sovrano era esercitata la giurisdizione sottoposta al governo e allo stesso re.
Si trattava di un documento con il quale il monarca si impegnava con lealtà di re e affetto di padre verso i propri sudditi a limitare i propri poteri secondo le forme disciplinate dalla carta costituzionale; anche tali vincoli furono ridotti a poco a seguito dell’attribuzione al governo dei pieni poteri in vista della guerra contro l’Austria. Il modello descritto venne tuttavia stravolto dalla prassi; la camera elettiva si arrogò sin dai primi anni il potere di esprimere il proprio gradimento al governo del re; tale gradimento acquistò un rilevante peso politico al punto da paralizzare l’attività del governo che non ne godesse obbligandolo alle dimissioni.
Emblematico è il proclama di Moncalieri del 1859 con cui il re chiedeva agli elettori di esprimersi nel senso di una maggioranza favorevole alla pace con l’Austria, stante l’opposizione della camera elettiva alla pace di Milano giudicata eccessivamente gravosa, il quale non avrebbe avuto senso in un sistema costituzionale improntato ad una mera separazione della funzione legislativa da quella esecutiva. All’indomani delle annessioni territoriali conseguenti alla seconda guerra di indipendenza venne avanzata l’ipotesi di un’assemblea costituente che decidesse il regime del costituendo stato italiano. Il Cavour, convinto della continuità istituzionale dello stato sabaudo, appoggiò la tesi per la quale il parlamento aveva il potere di emendare lo statuto e di adattarlo alle esigenze derivanti dalle modifiche territoriali.
Fu all’indomani della stagione della vittoria sull’Austria che venne abbandonata la visione di uno statuto perpetuo ed immodificabile e si affermò il principio della disponibilità di esso da parte del potere legislativo: la proclamazione del regno d’Italia fu effettuata mediante l’esercizio dell’ordinario potere legislativo l.17 03 1861. Con la presa di potere della c.d. sinistra storica si completa la transizione istituzionale verso il governo parlamentare, modello più idoneo a garantire il formarsi ed il dissolversi di alleanze partitiche in seno al parlamento nel contesto di un sistema partitico poco strutturato che consentiva frequenti transmigrazioni dalla maggioranza all’opposizione e viceversa, c.d. trasformismo.
Il governo subisce un rafforzamento divenendo indipendente dal re in ragione del suo legame con il parlamento, dotato di poteri normativi di autoorganizzazione per quanto concerneva l’assetto ministeriale. In questo clima di rafforzamento dell’esecutivo la natura flessibile dello statuto comportò un affievolimento delle garanzie dell’individuo e determinò una svolta autoritaria del sistema particolarmente a seguito degli attentati della fine del XIX secolo e dello scoppio della prima guerra mondiale concentrando nel governo e nel presidente del consiglio tutti i poteri decisionali. Tale processo giunse a compimento con l’esperienza fascista.
La costituzione fascista 1922 – 1943
All’indomani della marcia su Roma (dimostrazione di forza del partito fascista che tuttavia non si sostanziò in un’occupazione del potere manu militari derivando l’investitura a Presidente del Consiglio di Benito Mussolini da un atto del sovrano in conformità alle forme statuarie), il fascismo ebbe una prima fase parlamentare nella quale si presentava come un’esperienza di governo non dissimile da quelle che lo avevano preceduto. In questa fase l’unico provvedimento di rilievo avente una dimensione costituzionale fu l’introduzione del sistema elettorale maggioritario nel 1923.
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