Estratto del documento

Università degli studi di Messina

Facoltà di Scienze della Formazione

Corso di Laurea Magistrale in Psicologia

Quaderno di interventi psicoeducativi del ciclo di vita

Libro: “Mente e comportamento”

Anno accademico 2011-2012

Indice dei capitoli

  • Cap. 1 Dalla terapia del comportamento alla terapia cognitivo-comportamentale
  • Cap. 2 I fondamenti dell’assessment
  • Cap. 3 Il modus operandi della terapia cognitivo-comportamentale
  • Cap. 4 I disturbi d’ansia
  • Cap. 5 La depressione
  • Cap. 6 La terapia sessuale
  • Cap. 7 I disturbi alimentari
  • Cap. 8 La schizofrenia
  • Cap. 9 Le tossicodipendenze
  • Cap. 10 Medicina comportamentale e psicobiologia della salute
  • Cap. 11 La psicologia della salute nell’ottica della psicoterapia cognitivo-comportamentale
  • Cap. 12 L’approccio cognitivo comportamentale all’età evolutiva
  • Cap. 13 La verifica della terapia
  • Cap. 14 Le prospettive

Introduzione

Prima di parlare dell’approccio cognitivo comportamentale è necessario fare alcune precisazioni. Iniziamo subito con il dire che non esiste un unico tipo di psicoterapia ma esistono invece diversi modelli di psicoterapia. La varietà di questi modelli di intervento psicoterapeutico comporta una difficoltà a trovare una definizione univoca di psicoterapia che possa essere condivisa da qualsiasi scuola o da tutti i terapeuti.

La maggior parte di questi modelli anche se diversi concorda però almeno su un aspetto fondamentale e cioè che: “l’obiettivo di ogni psicoterapia è quello di portare cambiamenti personali del paziente che implichino uno sviluppo del suo modo di vedere, pensare, sentire e agire.”

A parte questo aspetto generale, ogni approccio terapeutico differisce dagli altri per molteplici punti di vista:

  • Assunti teorici diversi e riferimento a uno specifico modello di uomo e del suo funzionamento psichico.
  • Differente impostazione del setting e utilizzo della relazione terapeutica.
  • Uso di sistemi diagnostici diversi per definire la psicopatologia.

Cap. 1 Insoddisfazione per il paradigma psicoanalitico

La prima terapia, in ordine di tempo, che è stata sviluppata è quella che deriva dalla psicoanalisi. Infatti, Freud che è il suo ideatore è stato il primo ad attirare l’attenzione su aspetti del comportamento umano prima allora trascurati. La terapia psicoanalitica, nonostante la sua popolarità, è stata però molto criticata. In particolare, la comunità scientifica non la considera un modello terapeutico scientificamente fondato per tre ordini di problemi:

  • In primo luogo, è formulata in modo da essere inconfutabile.
  • In secondo luogo, non esistono metodi adeguati per accertare i dati sui quali è fondata la teoria né per controllare le previsioni che ne derivano; e non viene usata una metodologia scientifica.
  • Non esiste una conferma dell’efficacia terapeutica della psicoanalisi e delle terapie psicoanalitiche.

L’insoddisfazione per il paradigma psicoanalitico spinge così molti psicologi e psichiatri a ricercare un ulteriore approccio terapeutico che utilizzi un metodo scientifico per rispondere ai bisogni clinici. Nasce così la terapia del comportamento.

La terapia del comportamento

La terapia del comportamento trova le sue origini sul finire degli anni '50 come diretta applicazione al campo clinico dei risultati delle ricerche condotte da Pavlov e Watson. Nello specifico, si tratta di un approccio terapeutico che piuttosto che analizzare le cause inconsce che motivano il comportamento dell’individuo si occupa di aiutare il paziente a modificare i comportamenti sintomi/problematici. In un primo momento dunque nella terapia comportamentale non si presta attenzione al ruolo che i processi cognitivi potrebbero avere nello sviluppo e mantenimento della psicopatologia.

Inoltre, diversamente dalla psicoanalisi la terapia del comportamento è basata su scoperte scientifiche, cioè sui risultati ottenuti mediante l’utilizzo di un metodo sperimentale e non attraverso il metodo filosofico.

Per imporsi e diventare psicoterapia dominante la terapia del comportamento ha dovuto intraprendere una lotta dura contro due avversari:

  • L’opposizione di natura ideologica. A quei tempi si credeva che il male fosse di indubbia provenienza capitalistica e quindi essendo il comportamentismo una psicoterapia proveniente da paesi a caratterizzazione capitalistica doveva essere rifiutato.
  • Lo snobismo con cui l’altra forma di psicoterapia per secoli dominante quale è la psicoanalisi guardava alle altre forme di psicoterapia e il conseguente disprezzo di quest’ultima per la ricerca scientifica.

La storia della terapia del comportamento

La nascita della terapia del comportamento viene generalmente fatta risalire a due momenti: da un lato all’estensione in campo clinico dei principi dell’apprendimento derivanti dalla ricerca di laboratorio (Pavlov e Watson). Uno dei contributi fondamentali per la nascita della terapia del comportamento è stato quello di Pavlov con la scoperta del condizionamento classico. Egli ha utilizzato un metodo sperimentale per lo studio del comportamento dei cani in situazioni da laboratorio. Mentre conduceva le indagini sul funzionamento delle ghiandole digestive, alcune osservazioni spinsero lo psicologo a interessarsi di quelli che chiamò «riflessi condizionati».

Inizialmente il cane produceva saliva solo in risposta allo stimolo che per natura provocava salivazione: il cibo in bocca. Nel linguaggio del condizionamento il cibo in bocca era uno stimolo incondizionato (SI), la salivazione così provocata era una risposta incondizionata (RI) e l’intero processo costituiva un riflesso incondizionato. Un altro stimolo che non era il cibo in bocca, non produceva salivazione. Il suono di un campanello, ad esempio produceva altre risposte: risposte di attenzione “il cane drizza le orecchie”. Questo stimolo era definito «neutro» (SN) perché non interferiva con il riflesso incondizionato.

Fino a qui nulla di strano per Pavlov. Lo psicologo vide però che se il suono del campanello veniva accoppiato al cibo in bocca, dopo un certo numero di prove, smetteva di essere neutro. Era in grado di provocare salivazione, anche senza il cibo. Da stimolo neutro era diventato stimolo incondizionato (SC). La salivazione provocata dallo stimolo condizionato prendeva il nome di risposta condizionata (RC).

Sempre sulla stessa scia, nel 1924 Watson e Rayner studiarono questo paradigma utilizzando come soggetto dell'esperimento non la solita cavia ma un bimbo di 11 mesi. Questo esperimento è conosciuto come: “il caso del piccolo Albert”. Posto che un suono violento produce normalmente nei bambini una risposta di paura, fu inizialmente presentato al bambino un topolino, che fu piacevolmente accolto, tanto che Albert ci si mise subito a giocare. Appurato che il topolino non suscitava nel bambino alcuna risposta di paura, si fece in modo che ogni volta che Albert toccava il topolino, venisse prodotto un suono improvviso e violento alle sue spalle. Il risultato fu che il bambino, alla fine, scoppiava a piangere alla sola vista del topolino, sviluppando un' analoga risposta di paura nei confronti di stimoli che assomigliavano in qualche modo al topolino, quali batuffoli di cotone, conigli, cani, ecc.

Questo è quindi il meccanismo con il quale il primo comportamentismo spiegava, ad esempio, la generalizzazione delle paure e lo sviluppo delle fobie.

Dall’altro lato, dalla crescente insoddisfazione verso le terapie di stampo psicoanalitico. Si deve ad Eysenck, (1959) il riferimento alla terapia del comportamento come un approccio terapeutico sistematico ed alternativo alla psicoanalisi. In primo luogo, Eysenck cercò di fornire una visione sistematica della terapia del comportamento presentando un Manifesto che evidenziava i punti di fondamentale disaccordo con l’approccio psicodinamico.

Il secondo contributo, forse ancora più rilevante per il nascere della terapia del comportamento, fu dato dalle ricerche valutative sull’efficacia della terapia psicoanalitica, a partire dal 1952.

La prima generazione di terapeuti del comportamento (anni ’50-’70)

Al di là del momento temporale in cui si parla per la prima volta di terapia del comportamento, comunque la sua nascita viene generalmente ricondotta all’operare di tre gruppi di lavoro distinguibili sia dal punto di vista dell’orientamento epistemologico che geografico:

  • Gruppo di H J. Eysenck che operava in Sud Africa.
  • Gruppo di J. Wolpe che operava a Londra.
  • Gruppo di B. F. Skinner che operava negli Stati Uniti.

Gruppo di H J. Eysenck

Eysenck fornisce almeno tre contributi alla nascita della terapia del comportamento:

  1. Il primo contributo riguardava l’introduzione della ricerca valutativa all’interno della psicoterapia. Nel 1952 lo psicologo condusse una ricerca che diede un duro colpo alla credibilità della psicoanalisi ed alle sue pretese di efficacia. Nello specifico egli confrontò un gruppo di soggetti sottoposti a trattamento psicoanalitico ed uno di controllo, evidenziando che l’intervento psicoanalitico, nonostante costi estremamente elevati, non produceva risultati migliori da quelli prodotti dalla remissione spontanea che si verificava nel gruppo di controllo.
  2. Il secondo contributo riguardava il confronto articolato tra teoria del comportamento e psicoanalisi.
  3. Il terzo contributo riguardava l’elaborazione di una teoria della personalità sufficientemente articolata.

Gruppo di J. Wolpe

Negli anni '50 del secolo scorso il dottor Wolpe spinto dai risultati deludenti nel trattamento del disturbo stress-post traumatico con la terapia psicoanalitica e influenzato da Hull e Pavlov si accinse a fare degli importanti esperimenti per curare l'ansia, ma anche le paure, gli attacchi di panico e le fobie. In cosa consistevano questi esperimenti?

L'esperimento consisteva nel mettere alcuni gatti nella loro gabbia e dopo un suono ad un gruppo fu somministrata una scossa elettrica crudele e ad un altro gruppo il suono annunciava del cibo ed in seguito veniva applicata una scossa. Il risultato fu alquanto strano: i gatti in seguito a quello stimolo negativo si rifiutarono di mangiare.

Al dottor Wolpe venne la brillante idea di sostenere il contrario, ovvero: "Se un gatto che ha ricevuto uno stimolo negativo (stress, ansia) è inibito nel mangiare, può uno stimolo positivo (cibo) inibire lo stimolo negativo (Ansia)?"

L'esperimento si fece così interessante! I gatti che vennero messi in gabbie molto dissimili da quelle abituali riuscivano ad assumere il pasto. Successivamente, quando si sentirono a loro agio, vennero introdotti in gabbie sempre più simili alla loro. A distanza di tempo avvenne qualcosa di sorprendente: i gatti messi nelle loro gabbie non avevano più i sintomi dell'ansia, finché potevano mangiare tranquillamente anche nelle loro stesse gabbie. Nacque così quella che oggi conosciamo come 'desensibilizzazione sistematica', da Wolpe chiamata «inibizione reciproca». Naturalmente non si poté operare sugli esseri umani allo stesso modo, occorreva qualcos'altro che sostituisse il cibo. Un metodo efficace fu il rilassamento muscolare secondo la tecnica di Jacobson.

Gruppo di B. F. Skinner

Grazie alle ricerche di B. F. Skinner furono scoperte numerose leggi che governano il nostro comportamento. Ma la genialità dello psicologo consiste nell’aver verificato sul piano applicativo le deduzioni provenienti dalle ricerche da laboratorio e dei suoi esperimenti. È quanto va sotto il nome di ABA (Applied Behavior Analysis), ovvero l’insieme delle strategie derivate dalle ricerche sperimentali che sono orientate a identificare e/o modificare le relazioni che esistono tra il comportamento e le situazioni che ne precedono e ne seguono la comparsa.

Viene così invertita l’ottica psicologica tradizionale, secondo la quale i comportamenti sarebbero il risultato di processi interiori di natura cognitiva, inconscia ecc... È l’ambiente invece che deve essere modificato in modo tale che la sua modificazione provochi quella del comportamento. Skinner infatti parte dal presupposto che:

  • Operare sul piano comportamentale consente di ottenere dei dati molto più espliciti e verificabili rispetto a quelli che fanno riferimento all’universo cognitivo.
  • I comportamenti non consistono solo in azioni visibili ma anche di risposte private accessibili da parte della persona che le vive.
  • L’ambiente fornisce stimoli che agiscono nel modellare risposte interne ed esterne alla persona.

Perché una psicoterapia cognitivistica?

La psicoterapia cognitivistica appare e si consolida intorno agli anni '60-'70 per tre ragioni fondamentali:

  • La prima ragione riguarda la maggiore disponibilità da parte di molti terapeuti comportamentali a riconsiderare con attenzione il ruolo dei processi cognitivi nel funzionamento mentale sano e patologico. Questi ultimi sono accessibili non solo all’indagine psicologica ma anche all’indagine sperimentale.
  • La seconda ragione riguarda l’evoluzione all’interno dello stesso comportamentismo e della terapia del comportamento di ricerche diverse da quelle tradizionali che includevano al loro interno l’analisi e l’intervento sui processi cognitivi.
  • La terza ragione si identifica con un nome solo quello di Albert Ellis che già negli anni '50-'60 aveva indicato un percorso terapeutico il cui nucleo consisteva nel cambiamento dei cosiddetti pensieri o idee irrazionali che poi saranno denominati pensieri o idee disfunzionali.

Questo nuovo approccio non ha messo da parte le teorie e le tecniche proprie della terapia comportamentale, ma le ha integrate in un insieme di interventi psicoterapeutici più articolati, in cui confluiscono procedure mirate alla modificazione non solo dei comportamenti manifesti, ma anche dei convincimenti, degli atteggiamenti, degli stili cognitivi e delle aspettative del soggetto.

Psicoterapia cognitiva razionalista

I modelli psicoterapeutici cognitivisti possono essere rappresentati in maniera abbastanza esaustiva, sia nei loro presupposti teorici che nelle loro modalità applicative, dall’opera di Beck e da quella di Ellis.

Albert Ellis

Albert Ellis propone un approccio che chiama “terapia razionale emotiva comportamentale” in acronimo (RET), che più che una psicoterapia è una filosofia di vita, ovvero il proprio modo di stare al mondo non seguendo dicotomie dogmatiche e ideologiche (giusto-sbagliato; bianco-nero; bello-brutto) ma un’autorevisione costante del proprio modo di essere protesa al benessere personale che porta a vivere meglio dentro il mondo e in armonia con gli altri. Questo presuppone la presenza di aspettative realistiche in linea con le proprie possibilità, con i propri mezzi e spazi temporali.

Questo modello terapeutico non è limitato alla sfera cognitiva, ma considera le complesse interazioni tra cognizioni, comportamenti ed emozioni (non a caso Ellis ha cambiato per ben tre volte nome alla terapia da lui ideata passando da terapia razionale a terapia razionale emotiva, (RET), a terapia razionale emotiva comportamentale (REBT).

Per quanto riguarda la costruzione teorica in questo approccio si individuano i seguenti nuclei:

  • Le persone hanno una tendenza biologicamente determinata a creare belief (credenze) profondamente radicati che riguardano loro stesse, gli altri e il mondo che le circonda.
  • Questi belief sono in grado d’influenzare le emozioni ed i comportamenti in modo significativo.
  • Alcuni tipi di belief contribuiscono a dar vita ad emozioni e a comportamenti positivi e orientati all’obiettivo mentre altri producono emozioni e comportamenti negativi che portano allo scacco.
  • È possibile modificare quei pensieri che contribuiscono a creare emozioni negative e comportamenti disadattavi.
  • La modificazione di questi pensieri può aiutare la persona ad essere meno vulnerabile ai disturbi emozionali ed ai comportamenti disadattavi.
  • Dato che questi belief sono profondamente radicati nelle persone, il loro cambiamento richiede uno sforzo intenso e prolungato.

Secondo A. Ellis esistono due categorie di concetti:

  • Una categoria di concetti di natura irrazionale, illogica e non vera, talvolta di impronta superstiziosa, a cui molte persone credono devotamente e vi si attengono continuando a soffrire.
  • Un’altra gamma di concetti che sono invece logici e razionali e ci permettono di stare bene.

I pensieri irrazionali sono:

  • Doverizzanti = insieme di doveri disfunzionali, che la persona ha accettato in conseguenza alla sua educazione ed attorno ai quali fa ruotare la sua esistenza. Un esempio potrebbe essere il seguente: “Io devo primeggiare in tutto”.
  • Catastrofizzanti = è la convinzione che qualsiasi azione si intraprenda il risultato sarà penosamente negativo. Tipiche affermazioni sono: “è tremendo, sarebbe orribile”.
  • Insopportabilità = è la convinzione che se un evento particolare dovesse verificarsi, la persona non si sentirebbe in grado di farvi fronte. Tipiche affermazioni sono: “Non valgo nulla, sei uno stupido”.
  • Condannevoli = è la convinzione radicalmente negativa espressa nei nostri confronti nel momento in cui non riusciamo a raggiungere un traguardo che a nostro avviso sarebbe stato alla nostra portata.

Il modello A-B-C di Ellis

Le innovazioni che Ellis ha portato alla psicoterapia sono strettamente legate alla sua teoria e all’importanza da lui attribuita a...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vane84sr di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Interventi psicoeducativi del ciclo di vita e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Cuzzocrea Francesca.
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