Appunti di Grammatica storica di L. Serienni
Preliminari fonetici
La fonetica è la scienza che studia e classifica i suoni del linguaggio. Iniziamo col distinguere i fonemi dai foni: i primi sono unità linguistiche dotate di valore distintivo, ossia unità che possono produrre variazioni di significato se scambiate con altre unità: ad esempio, la differenza di significato tra tetto e detto in italiano è il risultato dello scambio tra il fonema /t/ e il fonema /d/. Viceversa, tutte le realizzazioni della /r/, compresa la cosiddetta "erre francese" ([ʁ], fricativa uvulare sonora), concorrono in italiano a veicolare lo stesso significato, cioè /r/. Non c'è, insomma, differenza di significato tra la resa [ʁoma] e [roma]. [ʁ] e [r] sono foni e precisamente allofoni del fonema /r/. Il fonema è, quindi, un'astrazione mentale, che categorizza singole realizzazioni articolatorie (i foni) secondo un unico significato.
I foni individuano la "qualità sonora delle parole", ma in quanto permettono di distinguere una parola da ogni altra, essi hanno un carattere astratto e una funzione distintiva. Intesi in tal modo sono indicati come "fonemi".
L’International Phonetic Alphabet è un sistema convenzionale di segni elaborato in Francia a partire dalla fine del XIX secolo che permette la rappresentazione dei suoni di tutte le lingue. Molti dei suoi simboli sono presi dagli alfabeti latino e greco, ma alcuni sono stati creati ad hoc.
La verifica principe sulla fonematicità di un fono è la prova della sostituibilità. Le care-coppie di parole che si distinguono solo per la differenza di un diverso fonema (dare) sono dette coppie minime o coppie unidivergenti. In base al numero di parole ottenuto dalla sostituzione di due fonemi, può cambiare il rendimento funzionale di una coppia minima (per esempio, cambiando /f/ e /d/ otteniamo tantissime parole come fare/dare, data/fata, dune/fune, quindi un alto rendimento funzionale).
L’italiano utilizza, per produrre i suoni, l’aria polmonare in fase di espirazione. Dai polmoni, l’aria passa alla trachea e nella laringe, e a livello della cartilagine tiroidea incontra le corde vocali. Quindi:
Polmoni→Trachea→Laringe→Corde vocali
Le corde vocali sono un organo centrale nella fonazione, sono costituite da due pliche muscolari con margini liberi, il cui spazio interno è detto glottide. È qui che avviene la prima modificazione significativa nella produzione dei suoni: se la colonna d’aria passa senza vibrazione delle corde vocali (glottide in posizione espiratoria), stiamo producendo suoni sordi; se è presente vibrazione, si parla di suoni sonori.
Superate le corde vocali, il flusso d’aria raggiunge la faringe, dove si ha un’altra importante distinzione tra i fonemi:
- Fonemi orali, prodotti nel caso in cui l’aria può uscire all’esterno solo attraverso la bocca se il velo palatino, la parte posteriore e mobile del palato, detta anche palato molle, è sollevato.
- Fonemi nasali, prodotti quando il velo palatino è abbassato e l’aria può uscire sia dalla bocca che dal naso. L’italiano ha solo tre fonemi nasali /n/, /m/ e /ɲ/.
Polmoni→Trachea→Laringe→Corde vocali→Faringe→Bocca→Naso
Un'altra distinzione è quella tra vocali e consonanti. Possiamo dire che nelle vocali domina il fattore acustico del suono, mentre le consonanti sono tipici “rumori”. Tutte le vocali italiane sono suoni sonori. Le diverse vocali si realizzano mediante i movimenti della lingua, organo fonatorio per eccellenza. Le vocali si distinguono in:
- Toniche
- Palatali o anteriori
- La /a/ è la vocale più naturale e istintiva, è centrale.
- La /ɛ/ aperta.
- La /e/ chiusa.
- La /i/.
- Velari o posteriori (dette anche labiali)
- La /ɔ/ aperta.
- La /o/ chiusa.
- La /u/.
- Palatali o anteriori
- Atone
- Protoniche
- Postoniche
Una vocale si dice in sillaba aperta o libera quando è alla fine della sillaba e sillaba chiusa o implicita quando la sillaba termina per consonante.
Le semiconsonanti o semivocali sono due foni che si impostano come le vocali /i/ e /u/ ma hanno una durata molto più breve in quanto l’articolazione passa subito alla vocale seguente:
- Ieri, piano - semiconsonante palatale iod /j/
- Uomo, buono - semiconsonante velare wau /w/
Perché sia una semiconsonante, il fono deve soddisfare due requisiti:
- Non deve essere accentato.
- Deve essere seguito da vocale (accentata).
Le consonanti si possono classificare in base a tre parametri:
- Modo di articolazione: relativo al tipo di ostacolo che si frappone alla colonna d’aria ascendente
- Occlusive (o esplosive o momentanee): chiusura momentanea del canale, [p] e [b].
- Costrittive (o fricative o spiranti): restringimento del canale, [f] e [v].
- Affricate: rapida chiusura seguita da un restringimento del canale, [tʃ] di gelo e [dʒ] di.
- Luogo di articolazione: punto del canale in cui si verifica il blocco o la modificazione della colonna d’aria
- Labiali: generate a livello delle labbra, [p], [b], [m].
- Dentali: generate a livello dei denti, [t], [d], [n].
- Palatali: generate a livello del palato, [ɲ], [ʎ].
- Velari: generate a livello del velo palatino, [k], [g].
- Posizioni intermedie:
- Labiodentali, [f], [v].
- Alveolari, [ts] di e [dz] di.
- Prepalatali, [tʃ] di e [dʒ] di.
- Tratti accessori: sonorità/sordità oppure oralità/nasalità
Classificazione delle consonanti
- Occlusive
- /p/ labiale sorda
- /b/ labiale sonora
- /m/ nasale labiale sonora
- /n/ nasale dentale sonora
- /ɲ/ nasale palatale sonora
- /t/ dentale sorda
- /d/ dentale sonora
- /k/ velare sorda
- /g/ velare sonora
- Costrittive
- /f/ labiodentale sorda
- /v/ labiodentale sonora
- /s/ alveolare sorda o sibilante sorda
- /z/ alveolare sonora o sibilante sonora
- /ʃ/ prepalatale sorda o sibilante palatale
- /r/ alveolare sonora o vibrante
- /l/ alveolare sonora o laterale
- /ʎ/ palatale sonora o laterale palatale
- Affricate
- /ts/ alveolare sorda
- /dz/ alveolare sonora
- /tʃ/ prepalatale sorda
- /dʒ/ prepalatale sonora
Molte consonanti, in posizione intervocalica, possono realizzarsi come tenui o intense (oppure scempie o doppie), in base all’energia articolatoria adoperata. In alcuni casi, casa-cassa, cari-carri, micia-due gradi generano vere e proprie coppie minime, come in miccia etc. In altri casi è possibile una sola realizzazione:
- La sibilante sonora /z/ è sempre tenue.
- Le seguenti consonanti sono sempre doppie: /ʃʃ/, /ɲɲ/, /ddz/, /tts/, /ʎʎ/.
Il sistema alfabetico di una lingua storico-naturale non riflette mai con precisione il relativo sistema fonetico. In italiano i principali casi di divergenza sono la mancanza distinzione tra:
- Vocali aperte e chiuse
- Sibilante sorda e sonora
Inoltre, un grafema può rappresentare più fonemi diversi. Per esempio:
- La velare sorda e sonora è rappresentata in modo diverso a seconda della vocale che la segue: davanti alla vocale centrale (a) e alle vocali velari (o, u) si adoperano <c> e <g>, davanti alle vocali palatali i digrammi <ch> e <gh>.
- La nasale palatale /ɲ/ è resa con il digramma <gn>, la laterale palatale /ʎ/ è resa con il digramma <gl> a fronte di <i> e con il trigramma <gli> a fronte delle altre vocali.
- La sibilante prepalatale sorda /ʃ/ è resa con il digramma <sc> davanti a vocale palatale e con il trigramma <sci> davanti alle altre vocali.
- L’affricata prepalatale sorda /tʃ/ e l’affricata prepalatale sonora /dʒ/ sono rese con i digrammi <ci> e <gi> davanti a vocale centrale e vocale velare.
Sono detti segni diacritici i grafemi che hanno la funzione di determinare il valore di un grafema contiguo, sono indicatori di pronuncia. In italiano sono due:
- <i> coefficiente di palatalità che può distinguere:
- Vocale piena: <pino>, <sassi>
- Semiconsonante: <>Ionio>, <notaio>
- Diacritico: <pancia>, <foglia>
- Puramente grafico: segno diacritico per distinguere gli omografi come in <cielo> e <cielo> /’tʃɛlo/, per il prestigio del latino, per esempio, la parola scientia <scienza> /’ʃɛntsa/ deriva o da tradizione ortografica, come per <valigie> e <acacie>
- <h> coefficiente di velarità che può distinguere:
- <o> ho
- Gli omografi: <>e> anno hanno
- Gli omofoni: <>e> ah, eh, uh
- Le interiezioni: …
Il numero di fonemi dell’italiano è 43 (45 includendo /j/ e /w/).
Preliminari storico-linguistici
L’italiano, ossia il dialetto fiorentino trecentesco, deriva dal latino volgare, del volgo, latinoparlato dal popolo, che si contrapponeva al latino classico degli scrittori. Il classicus è quello usato dalle persone appartenenti alla prima classe dei cittadini tra il III-I a.C. Fu l’erudito Aulo Gellio (II d.C.) ad applicare alla classificazione della letteratura la divisione della popolazione in varie classi sociali legate al censo: “scriptor classicus” erano gli scrittori di prim’ordine come Cicerone, Virgilio o Orazio, come alla prima classe appartenevano i cittadini emergenti per censo e potere.
Col decadere delle tradizioni aristoteliche, però, il latino classico ha cessato di esistere come normale strumento espressivo, rimanendo soltanto come lingua ufficiale.
Il latino volgare, come si può vedere sia da un punto di vista sincronico che diacronico, si mostra diversamente a seconda di quando lo si osserva nella vita di Roma: in Età Repubblicana (509 a.C.-27 a.C.) il latino parlato dalla plebe era diverso dal latino parlato dai ceti superiori, in Età Imperiale il latino non si distingue più per ceti sociali ma diventa una differenza diamesica, ovvero di mezzo, tra parlato e scritto. Arrigo Castellani, un importante storico della lingua, è l’autore della prima grammatica storica della lingua italiana, in cui cerca di spiegare attraverso un esempio la differenza tra latino volgare e latino classico. Fa quest’esempio:
Paragona il latino classico al fiorentino colto e il latino volgare al vernacolo fiorentino: l’uno parlato dal popolo, l’altro parlato dai colti.
Piano sincronico
Già le fonti classiche attestano la percezione da parte dei parlanti di una distinzione tra un latino classico, alto, e diverse varietà di latino parlato, analizzate a seconda del sermo plebeius parlato dalla plebe, sermo militaris parlato dai soldati, sermo rusticus parlato dai contadini rurali, sermo provincialis parlato nelle province. Queste diverse varietà si distinguevano non solo per il lessico, ma anche a livello sintattico e grammaticale.
Sempre Castellani:
La linea verticale indica il 27 a.C., anno che separa l’Età Repubblicana da quella imperiale. All’inizio dell’epoca repubblicana il latino volgare e quello aristocratico erano molto simili e corrono, infatti, paralleli. È evidente come il latino classico rimanga invariato, tant’è che è uguale a quello tutt’ora studiato, a testimonianza del fatto che la lingua scritta non subisce variazioni dato che viene tramandata intatta, diversamente dalla parola orale che è in continua evoluzione.
Il latino volgare nasce già in epoca repubblicana con due linee parallele tra il latino aristocratico e quello volgare, ovvero quello popolare. Si trattava di due forme di latino tutto sommato molto simili. Ben presto, però, il latino popolare inizia ad allontanarsi sempre di più da quello aristocratico anche se le due frecce indicano che rimaneva un passaggio di lessico tra i due. Le due lingue non erano a compartimenti stagni, isolati, ma erano in continua evoluzione e commistione.
Dopo il 27 a.C., il latino aristocratico inizia ad avvicinarsi sempre di più a quello volgare, che non è più quello popolare ma semplicemente la lingua parlata, fino a divenire la stessa cosa. Il divario tra il latino classico, quello ormai esclusivamente scritto, e quello parlato, va inesorabilmente ad ampliarsi.
Piano diacronico
L’uso del latino volgare, soprattutto in Età Imperiale, testimonia l’emergere di usi linguistici all’origine degli sviluppi romanzi.
Il latino, come tutte le lingue vive, mutava col passare del tempo nel corso del tempo e lo testimonia il fatto che nei territori dell’Impero conquistati in epoca più tarda si parlava un latino in parte differente oppure non furono mai raggiunte dalle innovazioni che si svilupparono attorno alla capitale. L’Impero Romano imponeva la cultura, le leggi e la lingua latina anche alle sue colonie periferiche, ma un territorio così esteso non sempre permetteva alle innovazioni della lingua di raggiungere anche le periferie dell’Impero.
In Epoca Repubblicana il latino era già parlato in vari territori ma la situazione era, per lo più, omogenea con Roma come centro propulsore della lingua. Nei primi due secoli dell’Età Imperiale si attua un consolidamento delle lingue già esistenti, cioè varietà differenziate della stessa lingua. Trascorsi questi due secoli si succedettero eventi molto importanti che influirono anche sulla capacità di Roma di indottrinare con il latino i popoli conquistati, come la Costituzione Antoniniana, l’editto di Caracalla, e la riforma di Diocleziano che divide l’Impero Romano in Oriente e Occidente: Roma non è più il centro propulsore della lingua (nemmeno geograficamente, considerato che ha due capitali, Milano e Istanbul) questo accade. Alla fine di questo differenziamento ci sono proprio le lingue romanze, considerato che la zona che stavamo considerando è quella della Romania.
Man mano che il territorio dell’Impero si ingrandisce, la forza con cui le innovazioni della lingua arrivano nelle periferie di Roma si indebolisce. Un esempio è dato dal comparativo, che in latino classico si forma con il suffisso -ior all’aggettivo, ma da un certo punto cronologico si inizia ad aggiungere magis all’aggettivo. In seguito viene sostituito da plus. Nella cartina che segue è evidente come la forma plus, la novità, è presente nella zona centrale dell’Impero, dove è arrivata prima, ma non è arrivata nelle periferie dell’Impero come in Spagna (magis > más) o in Romania (inalt). Nessuna delle zone continua con altiore perché, essendo latino classico, dal grafico di Castellani si evince come non sia più utilizzato nel parlato.
Variabili della lingua
Per descrivere una varietà linguistica si hanno diversi parametri: lo spazio geografico e il tempo.
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