Viventi umani e non umani - Carmine Di Martino
Capitolo 1 - Pensare animali che pensano
Ma gli animali pensano? Questa è la domanda iniziale di questo libro, una questione non nuova che ha già avuto molte e diverse risposte.
La linea divisoria del pensiero
- Medioevo: l'animale è parzialmente responsabile dei suoi atti, "superiore" possiede sensitiva.
- Descartes (Cartesio), esclusione totale degli animali dal pensiero, gli animali sono macchine stimolo-risposta senza raziocinio.
- Fine '800/inizio '900, grazie alla teoria dell'evoluzione di Darwin e alla psicologia sperimentale, si ha un ripensamento. In particolare, è importante il contributo di Kohler che documenta esperimenti condotti sulle scimmie antropoidi.
- Tomasello, 2014, esperimenti al Planck Institute per l'Antropologia Evoluzionistica di Lipsia con l'articolo A Natural History of Human Thinking. Queste scimmie possono essere rappresentative del punto di partenza evolutivo dell'uomo prima che, circa 6 milioni di anni fa, si separasse dai primati.
Differenze e discontinuità
Tomasello spiega una parte della teoria generale della cognizione sottolineando come dalle reazioni riflesse si passi alle specializzazioni adattive non flessibili e di complessità variabile, passando a reazioni intenzionali flessibili e autoregolate individualmente. Affinché si producano queste risposte, occorre pertanto un organismo cognitivamente competente che operi come un sistema di controllo che ha scopi o valori di riferimento, ed è in grado di riconoscere le situazioni casualmente o intenzionalmente pertinenti. Le grandi antropomorfe sono, secondo Tomasello, dotate di questo livello di funzionamento cognitivo, cui dà il nome di intenzionalità individuale. Questo vuol dire che le scimmie pensano. La differenza con gli umani è il tipo di pensiero.
A questo proposito, Tomasello sottolinea due diversi ordini di difficoltà incontrate in questo tema: l'assenza di primati nel continente europeo. Il problema sarebbe stato liquidato e ridotto in un circuito pensiero (che è mediato dal linguaggio) -> bisogna sganciare pensiero-linguaggio e osservare i comportamenti dei primati non umani -> si giunge alla tesi discontinuità radicale. Per Tomasello, questa è un'affermazione indebita, perché il pensiero non è legato necessariamente al linguaggio.
Rappresentazioni cognitive, inferenze, automonitoraggio
Per ricostruire la strada che conduce al pensiero “unicamente umano”, Tomasello, nel quadro di ricerca sperimentale comparata, muove dagli esperimenti condotti sulle grandi antropomorfe allevate in cattività, procedendo a partire da ciò un confronto sia con il pensiero dei bambini piccoli, sia con aspetti del modo di vivere dei cacciatori raccoglitori contemporanei, avvalendosi all'occorrenza dei risultati della paleantropologia.
Nel secondo capitolo di A Natural History of Human Thinking, Tomasello afferma che un organismo può essere definito pensante se in grado di risolvere un problema e perciò di raggiungere uno scopo non agendo direttamente bensì immaginando prima di passare all'azione. E per fare ciò, l'organismo deve disporre di tre requisiti:
- Capacità di rappresentazioni cognitive off-line -> questa capacità è riscontrabile nelle scimmie antropomorfe, in particolare quando si tratta di ottenere qualcosa sul piano del cibo o del partner sessuale e ragionano attraverso schemi in forma generalizzata o astratta; è plausibile che le antropomorfe mettano in atto processi di schematizzazione delle esperienze.
- La capacità di simulare o fare inferenze trasformando queste rappresentazioni sul piano causale/intenzionale o logico -> tali categorie, schemi e modelli vengono in secondo luogo combinati tra loro per immaginare o inferire situazioni non presenti, in situazioni di ipotesi per cui se A allora B.
- La capacità di automonitorare queste esperienze simulate e di valutarne gli specifici esiti comportamentali, così da poter prendere una decisione comportamentale mediata -> le scimmie antropomorfe sono in grado di osservare e valutare il risultato delle proprie azioni.
Automonitoraggio -> è l'anticipare inferenzialmente una potenziale sequenza azione risultato e valutarne il risultato immaginato, orientando in base a ciò la decisione -> è l'essenza dell'intelligenza strumentale.
Pensare come le scimmie
A dimostrarlo sono molti esperimenti come, ad esempio, degli scimpanzé posti davanti a un problema di estrazione del cibo che richiedeva l'uso di strumenti con particolari proprietà, con strumenti posti in un'altra stanza, mostravano di comprendere la struttura causale del problema e di conservare la rappresentazione cognitiva di tale struttura nel momento in cui si recavano da una stanza all'altra con gli strumenti.
In un altro esperimento, alcuni bonobo giungevano addirittura ad accantonare uno strumento per riutilizzarlo in un momento successivo, forse immaginando la situazione futura in cui sarebbe potuta servire.
Altri gruppi di esperimenti evidenziavano invece delle inferenze all'indietro, dall'effetto alla causa. Ad alcuni scimpanzé veniva mostrato il cibo che veniva in un secondo momento nascosto in dei contenitori. Gli scimpanzé riuscivano ad arrivare alla soluzione precedente grazie al rumore fatto dalla scatola piena e al mancato rumore di quello vuoto.
Conclusione -> in questi esperimenti, le antropomorfe usano modelli cognitivi basati su principi causali generali, quindi si può ben dire che ciò che le grandi antropomorfe fanno in questi esperimenti è pensare. Occorre osservare che questi meccanismi cognitivi si sono sviluppati in un ambito competitivo: per avere la meglio sui rivali che essa insomma si è sviluppata. Ma non solo, gli scimpanzé non solo sono agenti intenzionali, ma concepiscono anche gli altri come agenti intenzionali. Grazie a ciò essi prevedono le mosse altrui e cercano di influenzarle. In queste situazioni riconducono gli aspetti essenziali dei problemi che via via si presentano a un certo modello cognitivo che usano per compiere simulazioni o inferenze su ciò che è accaduto o su ciò che potrebbe accadere, facendo leva su inferenze in avanti o all'indietro.
Ricerche recenti dimostrerebbero che le scimmie antropomorfe sarebbero in grado di possedere forme di autocontrollo pari a quelle di un bambino di 3 anni. In secondo luogo, oltre al monitoraggio comportamentale, hanno anche la capacità di un automonitoraggio cognitivo e in certi casi di autoriflessione. Esse sembrano sapere anche che cosa non sanno o che cosa non ricordano, sembrano cioè in grado di monitorare il bagaglio di conoscenza e di memoria di cui dispongono per le loro inferenze e simulazioni, in vista di decisioni convenienti ed efficaci. Ad esempio, un esperimento di Tomasello con le scimmie Rhesus dimostra come queste tendessero maggiormente a ritirarsi dinnanzi ai problemi in cui avevano la consapevolezza di fallire.
Questi esempi dimostrano che le grandi antropomorfe utilizzano tutte e tre le componenti principali - rappresentazioni cognitive, paradigmi intenzionali e automonitoraggio psicologico, insomma quello che può essere definito pensiero. L'ipotesi avanzata dallo psicologo evoluzionista statunitense è in sintesi che tali creature antenate delle grandi antropomorfe fossero capaci di intenzionalità individuale e razionalità strumentale, avessero cioè tutte le abilità cognitive attribuite alle grandi antropomorfe attualmente esistenti, allevate in cattività e rese oggetto di ricerca.
Chi pensa che le scimmie pensano
Ma filosoficamente parlando dobbiamo contestare i risultati non perché poco attendibili, ma perché da considerare all'interno di rivelazioni interne a un'esperienza, e non di qualcosa che si offre a prescindere da specifici vincoli manifestativi. In altri termini, si tratta di non dimenticarsi di chi pensa che le scimmie pensano, di coloro a cui si rivelano pensieri animali con tanto di rappresentazioni cognitive, inferenze e automonitoraggi. In primo luogo, perché si può far questione sul darsi o meno di un pensiero animale solo dalla prospettiva del pensiero umano, linguisticamente determinato, che si autorappresenta come capace di rappresentazioni cognitive, inferenze e automonitoraggi. Questo vuol dire che interpretiamo il pensiero animale secondo le nostre categorie, cioè secondo la nostra modalità di pensiero. In secondo luogo, perché è un determinato pensiero umano e non una realtà in sé, insomma il modo di vedere non è indipendente dall'osservatore, quindi occorre evitare un'indebita ontologizzazione dei risultati. Non dobbiamo inoltre dimenticare che le grandi antropomorfe sottoposte agli esperimenti sono scimmie allevate in cattività e sottoposte a un'involontaria umanizzazione, sviluppandosi all'interno di un contesto di vita e di comunicazione tipicamente umani. Le loro risposte insomma non erano separabili dalle nostre domande. In questo consiste l'antropocentrismo inevitabile di qualsiasi indagine sul pensiero animale.
Capitolo 2 - Per una fenomenologia dei viventi
La fenomenologia può aiutarci ad affrontare il problema del rapporto tra animalità e umanità con una più profonda consapevolezza filosofica?
Empatia e analgizzazione
In che cosa la fenomenologia può aiutare nella comprensione del rapporto che intercorre tra animalità e umanità? Descrivendo diversi tipi di strutture di coscienza e di esperienza. Nell'opera di Husserl, la tematizzazione fenomenologica di questo tema si inscrive in un quadro di chiarificazione della intersoggettività trascendentale che costituisce il mondo umano. Possiamo trovare questo lavoro svolto nel testo husserliano 11 del volume XV, dove viene affrontato il tema della costituzione trascendentale a partire dalla normalità umana e con riferimento alle anomalie di folli, bambini, malati, vecchi e anche gli animali. In particolare, la differenza tra coscienza umana e coscienza animale interessa dunque la fenomenologia in vista della chiarificazione sia dell'ego trascendentale sia della concreta intersoggettività trascendentale che costituisce il mondo (comunità trascendentale interspecifica). Il terzo motivo di interesse di questi temi risiede nella chiarificazione dell'esperienza concreta nella sua costituzione.
Alla riflessione di Husserl sul tema animale contribuisce la forte spinta dell'antropologia filosofica con Scheler, Plessner e Ghelen, in ambito scientifico von Uexkull, e l'etnologo francese Levy Bruhl. La ricerca husserliana si muove in una direzione metodologica: le peculiarità animali possono essere mostrate solo attraverso un'analisi dei rispettivi mondi. Bisogna analizzare il tipo di mondo correlato alla struttura dei viventi nella loro intenzionalità. Occorre stabilire cioè quali atti siano necessariamente implicati nella sua manifestazione o viceversa in mancanza di quali atti esso non potrebbe manifestarsi. Esempio: attraverso il miagolio del gatto comprendiamo la differenza di modo per la modalità diversa in cui si dà rispetto al linguaggio umano. Occorre ricordare però che ci muoviamo sempre da una prospettiva comparativa e assimilante, ossia non possiamo non interpretare se non con le nostre categorie quelle animali. È un'interpretazione analogizzante. I viventi non umani ci si offrono quindi in un'empatia. Ma non abbiamo alcun altro modo di coglierla se non questo.
Ich-Struktur animale
Occorre quindi addentrarci in un'analisi di mondo, ci troviamo nell'Appendice X "Il mondo e noi. Mondo-ambiente umano animale". Husserl chiarisce subito che gli animali possiedono una soggettività, una struttura egoica cui è correlato un mondo ambiente. Husserl non esita inoltre a riconoscere che la vita di coscienza degli animali è centrata: vi è cioè un centro degli atti, un soggetto dei vissuti.
Qual è allora la differenza tra una struttura egoica animale e umana? L'io animale è l'io della psiche, riferito ai vissuti psichici della sfera sensibile, implicato in tutte quelle operazioni che richiedono un'attività egoica e per le quali non sarebbe sufficiente appellarsi alla dinamica di inibizione-disinibizione delle pulsioni. L'io umano invece è un io che si autoappercepisce, l'io autocosciente. Si tratta insomma di mettere in risalto il darsi di una soggettività animale all'interno di un rapporto di comprensione empatica, anzitutto in riferimento agli animali superiori. Per gli animali inferiori è difficile parlare di un ego attivo, pur essendo ovviamente essi stessi provvisti di uno specifico mondo ambiente e del sistema costitutivo correlato.
Differenze di mondi
Che rapporti intercorrono tra una struttura egoica animale e umana e tra i rispettivi mondi ambiente? Per Husserl, il mondo ambiente umano non è soltanto un mondo ambiente umano particolare, semplicemente più differenziato. Il carattere essenzialmente diverso del mondo umano è che il soggetto umano è tale di un mondo culturale, che è il correlato di una comunità universale delle persone, in cui ogni persona si sa, e si sa in riferimento al suo mondo umano, al mondo culturale in cui vive. Tra tutti gli esseri dotati di coscienza solo l'uomo ha la cultura e un sapere di sé immerso in questa cultura.
Che cosa intendere con cultura? Per cultura non intendiamo niente altro che l'insieme delle operazioni realizzate da uomini accomunati nelle loro continue attività, operazioni che hanno natura permanente e spirituale nella coscienza della comunità e della sua tradizione mantenuta sempre viva. Solo l'uomo si pone sotto l'egida di idee coscientemente direttrici di scopi (e non di meri istinti permanentemente diretti) e ha di conseguenza orizzonti infiniti.
Essere uomo significare creare strumenti che recano in sé l'infinità della ripetizione possibile di finalità e del raggiungimento di beni, significa essere riferiti nel proprio tendere a orizzonti di infinità e di essere in rapporto con le generazioni passate e quelle future, con orizzonti di umanità aperti all'avanti e all'indietro.
Inoltre, questi strumenti che recano in sé l'infinità sono cose colte nel loro valore d'uso, come possibilità d'azione, con le loro finalità e i loro scopi permanentemente disponibili in età e spazi diversi. Il mondo circostante non è mai un in sé ma sempre un per me. La culturalità non consiste solamente nella produzione di oggetti secondo scopi, ma in una significazione che investe il rapporto con l'intero mondo ambiente. Questi oggetti sono provvisti di una spiritualità e come tali entrano nella sfera della cultura.
Riassumendo:
- Uomo è autocosciente, pensa il proprio pensiero, si guarda guardare.
- L'uomo ha cultura, ha questa spiritualità che si tramanda all'interno di una coscienza comunitaria, è un insieme di operazioni in attività che accomunano gli uomini.
- Esperiscono il mondo come significato, prendono gli enti naturali e li rivestono di un significato strumentale tanto è che il mondo non è più mondo in sé ma diventa il mondo per me.
E i viventi non umani? Gli animali invece non hanno mondo culturale, il che non significa non abbiano una "tradizione" intesa come complesso di comportamenti acquisiti trasmissibili. Sono innumerevoli gli esempi degli uccelli che apprendono dai genitori il canto tipico della loro specie, ai giovani scimpanzé che apprendono le tecniche d'uso di strumenti possedute dagli adulti intorno a loro.
In ultima istanza, sono sempre gli istinti animali nella situazione in cui si trova a suggerire all'animale la possibilità pratica inerente alla cosa: questa compare cioè sotto l'effetto di uno stimolo esterno e se la situazione che l'aveva fatta emergere cessa di manifestarsi, o non si manifesta o non compare null'affatto. Invece l'uomo, proprio in quanto ha a disposizione una totalità di possibilità pratiche, si libera dalla immediatezza della pressione dell'ambiente, travalica il mondo dato: mediante atti di presentificazione egli si sottrae alle attualità e diventa colui che sceglie liberamente. "L'uomo è libero, per lui la possibilità precede le realtà. Egli domina la realtà dominando la possibilità." Le operazioni e le opere umane sono quindi realizzate secondo possibilità rappresentate in anticipo e valutate: l'uomo può progettare, può scegliere tra tutti i possibili quel possibile che reputa più valido, decidersi per ciò che riconosce migliore. Egli pone non solo scopi individuali, ma anche scopi comunitari, in una comunione del volere in vista di essi sviluppa un agire comunitario. In tal senso, gli animali non agiscono, perché non si rappresentano in anticipo il loro scopo come possibilità continuamente identificabile; il loro fare resta debitore agli stimoli pulsionali e alle sollecitazioni della situazione esterna.
Quindi, l'uomo è un essere progettuale e comunitario.
Tempora mutantur
In terzo luogo, l'uomo è capace di mutare. La dimensione essenziale del mondo culturale umano nella sua distinzione dal mondo ambiente animale ha a che fare con il mutamento: "Un mondo culturale umano è in continuo sviluppo, la cultura di ogni presente umano è il terreno per le nuove produzioni culturali delle nuove generazioni di questa comunità umana". Al contrario, il mondo ambiente animale è caratterizzato dalla ripetizione, non muta. "Ogni generazione animale ripete nel proprio presente...
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