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linguaggio -> evento costituito da segni significativi e significati di questi segni, non esiste un

evento senza un’altro, nè uno prima/dopo un’altro; la parola è universale e si differenzia tra “questi

occhiali” e “gli occhiali”.

La virtù della parola è di creare il significato ideale: che è incarnale, infatti si disincarna dalla mente

e dalla struttura della percezione(=azione), mentre per la scimmia sta solo nella mente.

Tommasello -> grandi antropomorfi hanno riconoscimenti a una forma simile all’ingenerale,

avviene solo in determinate situazioni, non è un’oggetto separabile dalla struttura percettiva.

Dunque il significato si separa dalla mente e dall’azione, diventa cosí ideale e va altrove

teoria delle idee -> stanno nell’iperuranio dove pre-esistono, in seguito diventano operative nella

mente grazie alla sollecitazione, la questione platonica della reminescenza non è piú irreale.

2) genealogia del linguaggio: La condizione preliminare della categorizzazione avviene con un

passaggio ulteriore di scorporazione dello schema. Affrontiamo due ipotesi prese dall’opera di

Gehlen, egli cita la posizione di alcuni linguisti:

1) Fosler: supponiamo che un suono casuale avesse accompagnato un’attività. Tutto ciò non era

ancora un linguaggio. Ma se uno di questi esseri che levigavano produceva quel suono ancora

prima di intraprendere quelle azioni per indicare che lui o altri dovevano iniziare quell’azione, è già

un linguaggio.

2) Jaspers: Evento e canto si associano. In questo caso sono già poste le basi per un

collegamento tra il canto e la produzione dell’evento aggiungendo un determinato numero di

persone.

Non ci dicono come mai il passaggio è avvenuto, ma si limitano a dire che è avvenuto. Noi ci

chiediamo cosa implica questo passaggio. Viene identificato un suono che ha il compito di

esprimere quel significato, ma il significato esiste già. Un certo suono porta fuori qualcosa che era

già nella mente e nella situazione conosciuta. Gli uomini hanno isolato dei suoni e hanno potuto

esprimere, portar fuori, qualcosa che era già presente prima.

Ma quando un suono diventa segno linguistico, cosa succede? Che cosa viene indicato? Con

l’apparizione del segno linguistico abbiamo anche la comparsa di un significato che non è più uno

schema. Quando il suono diventa linguistico e il correlato viene significato dal segno, si stacca

dalla situazione concreta e dalla mente individuale schematizzante. Si va verso il significato ideale.

Se il suono non accompagna l’azione, ma viene prima di quella, succede che quell’azione diventa

l’azione. Levigare la pietra -> il levigare la pietra.

Dall’individualità si va nell’universalità.

Diventa un significato indipendente, non sta più nell’azione, né nella mente. Il significato si è

autonomizzato perché si è trasferito nel segno. Il segno diventa il medium di ogni rievocazione

possibile e sempre possibile. Il significato emigra fuori dalla situazione concreta e fuori dalla mente

individuale. C’è un’identità di significato che si è scorporata, disincarnata. Il significato si è

compiutamente idealizzato. Una lingua sarà allora un immenso archivio di significati ideali. Avere i

segni coinciderà con l’avere i significati: avere lo schema nel nome. Cosa vuol dire avere un

linguaggio? Sapere. Sapere significa avere significati ideali attraverso i nomi. Io ho significati

attraverso i segni. Al bambino manca il linguaggio. Ma se manca il linguaggio, manca il sapere

come l’avere il significato una seconda volta. Gli animali praticano il significato, ma non lo hanno a

disposizione. Lo vivono ma non lo dispongono a piacimento (il cane consola il bambino quando è

triste). Avere il significato significa averne fuori a disposizione. Come possiamo nominare il

passaggio dal praticare il significato (animale) ad averlo (uomo)? È il sapere. Il cane non ha il

significato, come qualcosa di cui dispone. Frequenta sempre dal vivo i significati, ma non li

possiede. Occorre una mente plasmata dai segni per accedere a un sapere. Avere un linguaggio

significa anche avere una mente riflessiva. Il saper parlare è un parlare sapiente di sé. Quando

dico, devo sapere cosa dico.

La riflessività nasce insieme al linguaggio (Vygotskij, Lurija). Ereditare una lingua, significa

ereditare un serbatoio di significati. Il linguaggio implica una riflessione perché quando parlo devo

avere in mente cosa indicano i segni. Con l’idea noi possiamo proiettarci nel futuro, costruire il

futuro. La scimmia non può. Il linguaggio inaugura la riflessività.

Com’è avvenuto il passaggio tra i due passaggi di Fosler?

1)Rendere per presupposto la voce. La teoria di Mead fa leva sulle caratteristiche della voce. Se

emetto un suono qualunque anch’io lo sento. Questo pone le basi ad una situazione di

accomunamento. Le voce è etero e auto-affettiva. È uno stimolo che attacca entrambi. La voce

favorisce quella situazione per cui si risponde allo stesso modo a uno stimolo. La voce

accompagna l’azione e pubblica: quando parlo, dico a tutti.

—————

Mead - Mind, Self and Society

In Mind, Self and Society, Mead descrive come la mente di ogni individuo e l’Io si presentano fuori

dal processo sociale, analizzando l’esperienza dal punto di vista della comunicazione come

necessaria all’ordine sociale.

Il processo di comunicazione implica due fasi, entrambi presuppongono un contesto sociale entro il

quale due o più individui interagiscono tra loro:

1) la comunicazione fatta di gesti

2) il linguaggio

Mead introduce l’idea della comunicazione fatta di gesti con il suo famoso esempio della lotta tra

cani (i cani si avvicinano in un atteggiamento ostile portando avanti un linguaggio, fatto di gesti, si

girano intorno, ringhiano e scattano in avanti e aspettano il giusto momento per attaccare; il

comportamento di ogni cane fa da stimolo all’altro cane a reagire, si stabilisce quindi una relazione

tra i due; il fatto stesso che un cane sia pronto ad attaccare l’altro stimola l’altro cane a cambiare la

sua propria posizione e il suo atteggiamento). L’ individuo è inconsapevole delle reazioni degli

altri ai suoi gesti ed è incapace di rispondere ai suoi stessi gesti dal punto di vista degli altri.

L’individuo che partecipa alla conversazione dei gesti sta comunicando ma non sa che lo sta

facendo perché la conversazione dei gesti è una comunicazione inconscia. Il linguaggio è

comunicazione attraverso simboli significativi. Mead descrive il processo comunicativo come un

atto sociale poiché esso richiede necessariamente almeno due individui che interagiscono tra di

loro.

——————

2) Collegamento linguaggio-gesto. È difficile immaginare che la significazione sia iniziata

d’improvviso senza appoggiarsi ad una comunicazione già aperta. Il linguaggio umano è così

complicato che non si può spiegarlo se non riconducendolo ad un innatismo. Ci dev’essere un

gene del linguaggio che appartiene al cervello umano. Sono condizioni preliminari che fanno da

culla al linguaggio, ma non ne spiegano la causa. C’è anche il problema dell’apparato fonatorio.

L’apparizione della voce viene con l’apparizione dell’uomo sapiens. Far leva sulla voce significa

datare la nascita del linguaggio con l’uomo sapiens. Ma una certa forma di linguaggio dev’esserci

stato anche prima per lo sviluppo tecnico di cui abbiamo fonti.

Comunque sia, è difficile immaginare una scissione tra gesto e suono. La voce si è sempre

intranata al gesto. Inizio gestuale affrontato da Tomasello: L’Indicare e il mimare -> Il bambino

indica, ma nessuno glielo ha mi insegnato. L’indicare è il primo gesto di formatore di mondo.

Infatti Heidegger diceva: “L’uomo è formatore di mondo”. L’indicare non è un gesto utilitaristico,

manipolante-usante: è un gesto speculativo e gratuito. I bambini fin dalla più tenera età fanno gesti

per indicare, mentre nessuno ha mai visto additare le scimmie. Anche quando sottoposte ad un

addestramento, le scimmie non lo colgono.

Teoria ricorsiva della mente

Dobbiamo supporre una capacità di immedesimarci con l’altro. Per Tomasello la nostra peculiarità

-> il nostro antenato come sarebbe più simile alle scimmie antropomorfe piuttosto che a noi. Noi

avremmo un patrimonio simile. Tomasello parla di un pensiero unicamente umano sarebbe la

nostra capacità cooperativa. Secondo lui ci sarebbe stata una sorta di cooperativa tra i nostri

antenati a seguito di mutate condizioni ecologiche. L’adattamento principale non culminerebbe in

una modifica del cervello ma in un’attitudine più cooperativa. Questa svolta cambiò tutto. La

necessità di cooperare avrebbe favorito forme di comunicazione adatte alla cooperazione. I gesti

naturali dell’indicare e dell’animare. Con una doppia tappa evolutiva, si sarebbe giunti a una sorta

di intenzionalità condivisa. Bisogna coordinare le azioni, si cerca il cibo in coppia, per cui bisogna

comprendersi. Nella prima tappa si forma la coppia, poi si aggiunge la competizione tra gruppi. La

necessità di un ulteriore affinamento della capacità comunicativa dev’essere perfezionata. Si parla

di intenzionalità collettiva. Emerge un’abilità detta lettura corsiva della mente. Se due vanno a

caccia insieme, bisogna accordarsi comunicando in qualche modo. Vogliono comunicare e far

sapere all’altro che si vuole comunicare. Nel comportamento delle antropomorfe che è

individualistico si cede all’altro quel tanto di comunicazione che serve per prendere il bottino. Con

la svolta cooperativa, non solo vogliamo comunicare all’altro ma anche cedere la forza. Non siamo

interessati a comprendere ciò che un altro sta pensando, la scimmia antropomorfa non è

interessata a quello che l’altra pensa ai propri pensieri. Un bambino è interessato a ciò che l’adulto

pensa dei propri pensieri. Noi siamo interessati a comprendere cosa gli altri pensano dei nostri

pensieri. Questa è la nostra capacità: entrare nella mente dell’altro, fare inferenze su ciò che gli

altri pensano dei nostri pensieri. Si sviluppa per coordinare interazioni con gli altri.

Perché è fondamentale leggere la mente dell’altro? Ogni volta che abbiamo questi pensieri, ci

guardiamo dal punto di vista degli altri. Questo avviene già nei bambini piccolissimi: molto sensibili

all’atteggiamento degli altri. È così fondamentale perché consente la formazione del “terreno

concettuale comune”. È la base indispensabile tanto dell’additare, quanto del mimare. Un gesto

indicativo può avere molti significati diversi a seconda del terreno concettuale comune. Il gesto tra

due persone acquista un senso solo se entrambi sanno di cosa stanno parlando (terreno

concettuale comune). Con gesti minimi si possono dire molte cose. In massimo di coordinazione lo

vediamo se interroghiamo i gesti iconici. Questi dovrebbero avere meno terreno comune, perché

danno più informazioni dei semplici gesti. I gesti iconici simbolizzano concretamente un’entità nella

forma di un’icona esterna. Tomasello aveva usato eccezionalmente “naturale”. Egli vuol dire che il

gesto è convenzionale. Non può essere arbitrario. Non c’è niente di meno naturale del

simbolizzare concretamente qualcosa nella forma che cerchi. Possiamo fare un segno in

qualunque modo, non c’è nessuna prescrizione. Siamo nel campo dell’invenzione, può essere

realizzato diversamente. Il gesto iconico non è un gesto indicativo che ti indica, ma dice:

“immagina qualcosa del genere”. Quando compio un gesto iconico, invito l’altro a immaginare

qualcosa di non presente. Sono sempre rivolto a qualcosa di presente quando indico. Il gesto

indicativo non può avvenire se non nella scena della presenza. Il gesto iconico invita a immaginare

qualcosa di non presente. Mediante un’imitazione, indirizzo l’immaginazione del ricevente verso

qualcosa che non è presente. Perché il gesto iconico abbia senso, c’è bisogno che l’altro sappia

che io sono esperto di ciò di cui sto facendo il gesto. Il gesto iconico implica interpretazione.

Quando simbolizziamo qualcosa nella forma di un’icona esterna, invitiamo l’interlocutore a

immaginarsi qualcosa del genere. Nel momento in cui simbolizzo un’icona esterna, inizia quel

momento di scorporazione dello schema del genere dalla situazione vissuta. Una volta che

un’icona ha fatto capire all’altro quel preciso oggetto lì (un ponte), diventerà un’icona universale

per qualunque oggetto come quello (il ponte). Il gesto estrae rendendolo visibile, lo schema

dell’oggetto e della situazione. Concorre alla situazione del significato ideale. Quel gesto può

essere riutilizzato per altri referenti del genere. Nel momento in cui imito lo schema si

autonomizza, emigra, si rende visibile. Si stacca dall’esperienza vissuta. È l’annuncio di quel

momento di costituzione che non potrebbe mai prodursi senza l’icona esterna. È questa che fa

venire il tipo, lo schema obiettivato.

È solo per rimbalzo di icona esterna che qualcosa del genere si rende riconoscibile. “Vediamo

l’idea con gli occhi della mente”, l’idea non è visibile sensibilmente. Possiamo già assistere alla

costituzione di un significato scorporato. I gesti raffigurano, rappresentano, significano il primo

esercizio di “pittura del mondo”. È una replicazione del mondo che possiamo chiamare

simbolizzazione. Questa permette l’emergere di un significato ideale. Con ogni gesto evoco

nell’altro l’immagine di uno schema. I gesti iconici tendono ad andare verso una

convenzionalizzazione. Perché un gesto abbia significato anche nel terreno convenzionale, deve

avere comunque radici iconiche. I gesti iconici sono molto stilizzati. Pian piano il gesto si

convenzionalizza. Tomasello ipotizza che il linguaggio che prima accompagnava gesti iconici e

deittici (quindi già esaustivi), li abbia poi soppiantati.Il gesto iconico è un gesto imitativo che

disegna nell’aria un oggetto, una situazione, un’azione… il supporto del segno è il corpo. Nel

momento in cui viene disegnato l’oggetto, non abbiamo più quell’oggetto, ma l’oggetto.

Se, per esempio, noi mimiamo la scena di spaccare le noci e non ci sono le noci, la scimmia

rimane interdetta, mentre l’uomo capisce. Lo schema emigra e scorpora dalla situazione.

Dall’imitare quell’azione, arriva a imitare l’azione. La dimora di tutte le scene sono i gesti. Il

linguaggio convenzionalizzato si apre al limite nella generalizzazione, ma è già inscritto. Se i segni

nell’aria sono davvero il dizionario primordiale di tutti i significati, vuol dire che il possesso di

questo rappresenta la prima grande forma del nostro potere. Entra in gioco l’autocoscienza

riflessiva. Perché con la significazione (oggettivizzazione) abbiamo anche la realizzazione di

questa autocoscienza?

Cosa succede quando il bambino impara a parlare? Quando impara a parlare comincia ad avere il

mondo, la cosa. È avvenuto il processo di idealizzazione.

parlare = avere il mondo e non solo esserci immersi, avere il significato, non solo praticarlo.

Per Platone il significato dev’essere da qualche parte e l’esperienza sensibile richiama qualcosa

che sta nell’iperuranio e che poi si trasferisce nella nostra mente.

Se la palla viene lanciata è perché deve essere ripresa. C’è già un significato nel lancio.

Il significato ha il suo medium nel segno, nel gesto che poi si evolve in un segno vocale.

Quando si costituisce un linguaggio, in quel momento emerge il correlato specifico che è l’universo

dei significati ideali. Emerge la cosa, la situazione. Il correlato del linguaggio non è la situazione o

la cosa dal mio punto di vista, ma appare la situazione, la cosa per tutti, nel suo significato

universalizzato. Quando dico “quell’albero”, il correlato del mio dire è il significato ideale, il per tutti,

non quello specifico a cui sto facendo riferimento. Quell’emergenza è possibile solo col costituirsi

dei segni. Il linguaggio traduce “l’oggettivazione” del mondo. Forse quest’oggettivazione si traduce

già nei gesti deittici e iconici. La piena astrazione del significato l’abbiamo solo quando non c’è più

nemmeno un residuo di gesti iconici. L’identità del significato può allora definitivamente

idealizzarsi. Noi parliamo come dei “letterati”: intraprendiamo un linguaggio astratto in seconda

analisi. La nostra lingua (greci) è logica perché passata attraverso il setaccio della scrittura.

Le cose e le situazioni diventano entità in sé. Possono essere combinate e ricombinate nella

mente linguistica (immaginazione). Noi possiamo costruire una scena a seconda della lingua che

abbiamo, se è da letterati la possibilità si ampia, ma è possibile anche con lingue più retrograde.

il potere proprio della lingua è l’avere il mondo tramite i segni e per questo progettare le condotte

future e trattenere il futuro o costituire gli eventi in quanto passati.

AUTOCOSCIENZA -> sapere di sé

Cosa diciamo quando diciamo: “io”? Ci riferiamo a un’identità che quindi diviene soggetto a sé

stessa. Aversi come oggetto significa guardarsi come ci guarda l’altro. È un’identità che si sa e che

si guarda da fuori.

Come si arriva ad aversi come oggetto? La proposta è che avvenga tutto questo per il linguaggio.

Con l’icona esterna e col gesto deittico, può essere colto da me che lo realizzo al modo del

ricevente. Quando col gesto comunico all’altro il significato, lo comunico anche a me. Nel momento

in cui comunico all’altro un mio pensiero, lo sto comunicando anche a me. In questo modo posso

cominciare a vedermi come mi vede l’altro. Non sto solo comunicando, ma sono anche nella

posizione del ricevente (dei miei gesti). Divento autocosciente. Posso cogliere dall’esterno il

significato del mio atto comunicativo come lo coglie l’altro, come mio oggetto. Parlando all’altro,

inevitabilmente sto comunicando a me. Posso pensare il mio stesso pensiero. Un conto è

esercitare i riconoscimenti, un altro è saperli. Per far questo è necessario averli nel segno. Per

sapere di sé e per pensare i propri pensieri, occorre l’obiettivazione dei significati che avviene

attraverso la mediazione dei segni linguistici. Per essere autocoscienti bisogna parlare, o passare

attraverso la mediazione del segno.

4 significati del sé, di cui l’ultimo è il sé verbale

Quando qualcuno ci maltratta abbiamo senso della nostra unicità, compattezza. Il senso del sé che

ipotizziamo come precedente al linguaggio lo concepiamo come divenire parlanti. Possiamo

distinguere un senso del sé verbale e uno pre-verbale. Ne parliamo sempre dalla prospettiva che

irreversibilmente usiamo (quella linguistica).

Il sé dell’autoriflessione è in cammino col linguaggio. Essere autocoscienti significa avere

coscienza della propria coscienza, pensare il proprio pensiero e che per poter realizzare ciò,

occorre parlare. La nostra autocoscienza in fondo è un dialogo. Quando cerchiamo di metterci

davanti gli occhi della mente, insceniamo un dialogo interiore in cui continuiamo a cambiare ruolo

tra mittente e ricevente.

Costituire gli eventi passati in quanto passati

Il costituirsi della memoria è connesso con l’uso dei segni. Tra questi vi è anche la scrittura.

La memoria si articola in modo diverso a seconda dei tipi di segni. Il resto di quel passato, in

quanto passato, è presso di noi grazie alle narrazioni. Senza il linguaggio non avremmo una

memoria autobiografica. La psiche è plasmata dagli eventi in proporzione, ma questo non è avere

il passato in quanto passato, ma averlo sempre presso di sé. Per avere coscienza del ritorno

dell’eguale (memoria), occorre parlare.

Ma che legame c’è tra i linguaggio, la concezione del tempo e la possibilità della memoria?

È solo quando il significato emigra nel segno, si astrae dalle menti individuali e dalla situazione

specifica che possiamo trattenerle. Dobbiamo avere una “codifica dell’informazione” che traduce i

significati degli eventi. Noi non possiamo ricordarci dell’insensato, dobbiamo significare e dunque

affidare ai segni. Per ricordare dobbiamo significare. Il bambino sotto i 3 anni non codifica niente

per cui noi ora non ne abbiamo memoria. Per codificare c’è bisogno del linguaggio. Parlare

significa quindi anche sapersi ricordare. Ma quanto può essere esteso un passato di chi parla

soltanto? Fin quando c’è la ripetizione delle parole, narrazione. Tanti dettagli sfuggono però, e il

passato tende ad essere simile al presente. Il passato di una società diventa mitico. La memoria

può essere affidata ai segni materiali. Attraverso la scrittura possono essere registrati quegli eventi

che prima erano solo mitici. È la traduzione scritta dell’accadere, significazione scritta degli

accaduti. È un trasferimento. In questo modo il passato si è quantitativamente espanso.

Capitolo 1

Gehlen denuncia l’atteggiamento polemico nei confronti della tecnica tipico del suo tempo. Si

riferisce in particolare alla Germania. Denuncia tutte le immagini utilizzate per segnalare il portato

negativo della tecnica, come lo “stato formicaio”, i “cervelli telecomandati”, la “perdita della

personalità”…

La tecnica è sul banco degli imputati. In questo atteggiamento secondo Gehlen, si nasconde

qualcosa di più oscuro. L’atteggiamento corretto è quello di comprendere la tecnica.

La proposta di Gehlen è il recupero di ideali ascetici, la proposta di un’auto-delimitazione della

volontà di conoscere e consumare.

“La tecnica è vecchia quanto l’uomo”. Per accertare la presenza di essere umani si ricorre a tracce

lasciate dai mezzi costruiti.

Già la più rozza pietra focaia della primitività era uno strumento da lavoro, ma anche uno

strumento omicida.

La tecnica è originariamente associata al dominio, alla lotta, all’antagonismo, alla violenza. Per

Slotedijk si trattava del mezzo duro e gli antagonisti erano soprattutto gli animali. Gehlen evidenzia

il conflitto interumano. La lotta interumana è legata allo sviluppo alto della tecnologia.

Come sciogliere il nesso tra tecnica e dominio? Con uno sviluppo alto tale da controllarsi a

vicenda. L’esistenza dell’uomo dipende necessariamente dall’azione. È un’impostazione teorica

che sostiene tutta l’opera.

L’uomo è un essere privo di armi naturali, è sprovveduto, e quindi è necessitato alla tecnica, a un

uso del corpo e dell’intelligenza atto a trasformare le condizioni naturali in cui si trova. L’uomo deve

agire per potersi esonerare poi dalle condizioni ambientali. In un certo senso l’uomo è condannato

all’azione.

Molti filosofi hanno fatto derivare la necessità della tecnica dall’imperfezione degli organi umani.

Ci sono tre dimensioni costitutive, che vanno viste nella loro cooperazione ( si fa sentire il concetto

di esonero=essere sciolti da..):

1) Sostituzione: ciò che non fa la mano, lo fa lo strumento tecnico.

2) Potenziamento: la pietra impugnata per colpire è più efficace del pugno.

3) Disimpegno: quando usiamo uno strumento che rimpiazza o potenzia, abbiamo un risparmio di

lavoro.

ESEMPIO: Chi viaggia in aereo ha i tre principi in uno:

L’aereo sostituisce le ali.

Batte tutte le capacità organiche di volo.

Risparmia tutte le fatiche al passeggero.

Anche l’intelligenza è fatta derivare dalla carenza. Possiamo pensare la carenza come situazione

iniziale o come risultante. Per Gehlen la carenza è la spiegazione della tecnica, mentre per


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DETTAGLI
Esame: Gnoseologia
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GinevraLindi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Gnoseologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Di Martino Carmine.

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