1. L'Analitica Esistenziale heideggeriana
giovedì 9 agosto 2018 10:02
La critica alla Fenomenologia husserliana.
Nell'epoca di Heidegger (prima metà del '900), sta iniziando a diffondersi per l'Europa la branca
dell'Antropologia Filosofica (Arnold Gehlen, Max Scheler), una filosofia che si interessa di studiare
l'uomo in quanto tale (nella sua essenza) e in quanto lo distingua dagli altri essenti, anche con legami
alle scienze biologiche e antropologiche in senso stretto (etnologia ecc.).
A questo progetto il giovane Heidegger si oppone fermamente, proponendo quella che sarà la sua
Analitica dell'Esistenza (esistenziale) nella sua opera più imponente: Essere e Tempo (1927).
Ora, secondo alcuni Heidegger fu discepolo diretto di Husserl, secondo altri iniziò a collaborarvi quando
aveva già delineato le linee fondamentali del suo primo pensiero; fatto sta che Husserl era convinto di
aver trovato in lui il suo "bambinone fenomenologico", un enfant prodige della filosofia fenomenologica,
tanto da chiedergli di redigere a quattro mani un articolo con la definizione di Fenomenologia per
l'enciclopedia britannica. I due si ritrovano per giorni in montagna a pensare su come impostarlo, e al
termine (1927), dopo averlo ringraziato, Heidegger espone in una lettera le sue obiezioni filosofiche a
Husserl.
Dice infatti di concordare sul fatto che non si possa spiegare la costituzione trascendentale di un ente
(cioè spiegare cosa fondi il mondo che si dà, in questo caso) regredendo ad un ente che esso stesso "è"
nel modo in cui è il mondo (la psiche nel caso specifico, visto che Husserl contrapponeva il suo pensiero
fenomenologico o di psicologia descrittiva alla psicologia empirica che pretende di spiegare gli eventi
psichici come fatti reali a fondamento della realtà stessa). Tuttavia, e qui sta la critica, non è vero che ciò
che fonda il mondo non sia esso stesso ente (come pensava Husserl, che puntava a spiegare fenomeni
irreali, che non-sono): semplicemente, è da chiarire in cosa consista questo essere dell'ente di cui il
mondo si costituisce, che è diverso dall'essere del mondo stesso.
Per questo, spiega Heidegger, "Il tipo di essere dell'esser-ci umano è del tutto diverso da quello degli
altri enti, ed è tale da includere la possibilità della costituzione trascendentale del mondo".
E, prosegue, "questi (l'uomo concreto, come essente) non è mai un fatto mondano, perché non è
semplicemente-presente, bensì esiste." E il meraviglioso (termine heideggeriano) di ciò risiede nel fatto
che la Costituzione Esistenziale dell'Esserci rende possibile la costituzione trascendentale di tutto il
positivo -> Per questo, scienze come la somatologia o la psicologia (che studiano l'uomo come puro
corpo o pura psiche) giungono ad affermazioni unilaterali che presuppongono, ma non indagano, la Introduzione all'opera Essere e Tempo
totalità concreta dell'uomo che determina il suo modo d'essere. A partire dalla lettera a Husserl, e poi nelle prime pagine di Essere e Tempo, troviamo
a chiare lettere quale sia l'obiettivo della filosofia, e della sua opera, per Heidegger.
Ancora contro Husserl (che aveva colto l'importanza della scoperta del Cogito, della natura pensante Infatti, per non essere risucchiati nell'errore obiettivante di Cartesio, che ha reificato
dell'Io e aveva poi contestato però a Cartesio di averlo frainteso rendendolo una Res, una parte del l'anima dell'uomo, è necessario porsi con grande forza il problema dell'essere, che
mondo, una cosa tra le cose, mentre la psiche assumeva, in Husserl, il valore di soglia manifestativa sembra essere caduto in dimenticanza (perché lo si dà per scontato in quanto
trascendentale del mondo), Heidegger gli contesta di non aver indagato questa totalità, e tentando di generalissimo e dunque indefinito ed indefinibile) dagli albori della filosofia entro cui
"disentificare" il cogito "cosale", entificato, lo ha ridotto a non-essente, a nulla, mentre esso (inteso da era nato. Due sono gli obiettivi primari:
lui come Esserci) è eccome, ed è il suo tipo di essere che va indagato (come spiegato poi nei primi
paragrafi di Essere e Tempo). Riproporre e ripetere il Formulare un'ontologia
senso del problema dell'Esser-ci, dell'unico tipo
Cosa è stata e cosa deve essere l'Ontologia. dell'Essere (in generale) di essere che ha la possibilità
Fin dalle prime pagine dell'opera (e poi al paragrafo §6 nel dettaglio) Heidegger tenta di mostrare quello caduto in dimenticanza da della costituzione
che fino ad allora è stata l'Ontologia, per poi concentrarsi su quello di cui effettivamente essa debba secoli (Questo è un tavolo) trascendentale, rendendo
occuparsi. ed affrontarlo (cosa che possibile il senso dell'essere
L'occidente ha infatti pensato l'Essere come pura presenzialità, come una semplice-presenza ≠
resterà incompiuta). in generale (Il cielo è terso
(Vorhandenheit, ciò che è sotto mano), riducendolo ad un ente, ad una cosa tra le cose che, pur che bella giornata!)
appartenendo alle cose stesse del mondo, le fonda. Per H. fraintendere l'Essere come semplice-presenza
implica immediatamente il fraintendere l'Esser-ci dell'uomo, che viene entificato e ridotto a cosa.
Spiegherà invece, nel §2, che un senso dell'essere deve in qualche modo esser già presente (altrimenti
non potremmo indagarlo), e che per cercarlo bisognerà utilizzare come interrogato l'Esserci, ossia Il retroterra filosofico di Heidegger
quell'ente che ha la possibilità di essere l'ente che si pone il problema dell'essere stesso. Viste le sue vicissitudini biografiche sul noviziato gesuita, ha modo di studiare da
E dunque, il cercante (l'Esserci) si pone il problema dell'Essere (il cercato) attraverso l'interrogazione di vicino la cultura protocristiana (lettere di Paolo) ed il tema dell'Esistenza Deietta
un interrogato (ossia l'Esserci stesso), che deve essere quindi indagato egli stesso: è questo il vero (Confessioni di Agostino), oltre all'impianto di Aristotele. E' da questo sostrato che
compito dell'Ontologia, che sarà dunque una Ontologia Fondamentale (vedi §3) basato su una Analitica Heidegger trova le basi per porsi la domanda sul senso dell'essere:
dell'Esistenza (X E' universale il problema dell'Essere? Cfr. H. e un Giapponese). 1) In Paolo trova una concezione di Temporalità Cairologica (<καιρός, evento
risolutore), lì intesa come attesa della Seconda Venuta di Cristo, che porta
l'uomo protocristiano a "vivere al futuro", ad infuturarsi nell'attesa di un
Dizionario di termini Heideggeriani. imminente evento determinante che fa acquistare ad ogni istante la densità
dell'attimo, la pregnanza dell'attimo, ed al contempo l'inquietudine dell'essere.
2) Proprio l'inquietudo, l'inquietudine dell'essere è ciò che ancor di più ritrova in
Agostino, la tentazione della vita mondana ed il timore di disperdersi in essa,
nell'inautenticità, che renderà perennemente inquieta l'esistenza umana.
Gnoseologia Pagina 1
2. Essere e Tempo: Propositi (§§1-5)
venerdì 28 settembre 2018 22:42
Ripetere il problema dell'essere e strutturarlo formalmente, §§1-2
Vedremo ora nel dettaglio, leggendo paragrafo per paragrafo Essere e Tempo, i nuclei del pensiero heideggeriano
che da qui emergono. Nei primi due, H. si sofferma (come abbiamo visto) sulla necessità di esplicitare il problema
dell'essere, che la Filosofia si era posta all'inizio e che poi ha dogmaticamente preteso di superare, limitandosi a
dire che l'essere, in quanto generalissimo e dunque vuoto, era indefinibile e indefinito, poiché comunque "tutti lo
impiegano continuamente e anche già comprendono che cosa si intende con esso".
Tre sono i pregiudizi che Heidegger combatte:
1) L' "essere" è il concetto "più generale di tutti", per il quale cita la Metafisica aristotelica e Tommaso
d'Aquino ("Una comprensione dell'essere è già implicita in tutto ciò che uno coglie dell'ente"). Ma la
"generalità", dice H., dell'essere non è quella del genere, perché l'essere oltrepassa ogni possibile
generalità degli altri generi (come aveva impostato Aristotele), e va indagato quindi quale sia il senso
effettivo di esso.
2) Il concetto di "essere" è indefinibile. Falso anche questo, perché si è banalmente incappati nel
tentativo di applicarvi delle definizioni al pari di un ente qualsiasi, cosa che non è; per questo, la
difficoltà della sua definibilità rimarca ulteriormente la necessità prima di trovarne il senso (vedi 1).
3) Il concetto di "essere" è ovvio, immediato. E' falso, perché (come vedremo qui) quella che noi
pensiamo di avere come comprensione dell'essere è in realtà una pre-comprensione di esso, una sorta
di intuizione che ci fa intendere tra di noi quando diciamo "Il cielo è azzurro", "Questo è un tavolo" ma
non per questo può essere definita come chiara e trasparente, ma anzi viviamo in un'oscurità del suo
senso profondo pur adoperandolo quotidianamente. ("Questa comprensione media e vaga
dell'essere è un factum").
Per riproporre dunque il problema va seguito un rigore metodologico preciso: porre un problema significa
innanzitutto cercare un cercato (l'essere), ciò che determina l'ente in quanto ente, un ricercato (termine finale
della ricerca, ossia il senso ultimo dell'essere) attraverso l'interrogazione di un interrogato (ossia l'ente stesso).
Dal fatto che l'interrogato sia l'ente, occorre indagare quindi preliminarmente quale sia l'ente da
interrogare, visto che utilizziamo il termine per molte cose diverse: in quale potremo cogliere il senso
dell'essere? La risposta è che l'ente esemplare da interrogare è quell'ente che noi stessi, cercanti,
siamo, ossia quello che possiede come modi d'essere quelli di comprendere, concettualizzare e
ricercare che sono anche i modi di ricercare.
Quest'ente, che noi siamo e che ha la possibilità di porsi il problema dell'essere, è l'Esser-ci, il Da-Sein.
Gnoseologia Pagina 2
Il Primato ontologico del problema dell'essere, §3 Il Primato ontico del problema dell'essere, §4
Qui Heidegger introduce la distinzione tra ontico e ontologico. E' ontica ogni considerazione dell’ente Le scienze sono "modi di comportamento" da parte dell'uomo di rapportarsi al mondo
che si ferma al piano dell’ente, senza metterne in questione l’essere, e che indica la fatticità, l'effettività che viene incontro all'uomo stesso. Ma non sono né il primo né il più immediato modo
dell'essere (come l'oggetto diretto delle scienze empiriche); è ontologica invece la ricerca che si pone il possibile di essere dell'ente: qui Heidegger attacca il riduzionismo cognitivista che
problema sorgivo, originario e costitutivo della realtà ontica, di ciò che rende possibile l'ente fattizio pretende di ridurre l'Esserci ad una dimensione puramente razionale.
(buono scienziato è dunque quello che, prima ancora di dedicarsi allo studio dei dati ontici, si chiede
quale sia il principio che ne rende tale la fatticità). (fine §4: La scienza, come le altre ontologie, resta • Per questo ente, nel suo essere, ne va di questo essere stesso (p.24). Con questa
cieca se non si pone il fondamento delle categorie che esplora) frase H. suggerisce che la assoluta peculiarità dell'Esserci (rispetto a tutti gli altri
Tuttavia, tutte le possibili ontologie regionali (per usare un termine husserliano) restano anch'esse enti) è quella di andarne del proprio essere sempre: il suo essere è sempre in
ingenue (pag. 23) se non si elevano ulteriormente al livello dell'indagine dell'Ontologia dell'essere in gioco, in qualunque sua azione egli può disattendere o realizzare esso stesso,
cosa che lo rende in perpetua trepidazione (e, in qualche modo, inquietudine).
generale, del senso dell'essere senza cui nessuna altra ontologia può aver senso, un'Ontologia • E' proprio di questo ente che, con e mediante il suo essere, questo essere è aperto
fondamentale. ad esso. In riferimento a quanto detto sopra, proprio per l'andarne dell'essere,
Per questo il compito fondamentale della filosofia è il Problema dell'essere che mantiene un Primato l'esserci è in una relazione attiva con l'essere in quanto in qualche modo (più o
Ontologico nella ricerca, e che si collega strettamente al problema del paragrafo successivo. meno esplicitamente) si comprende nel suo essere.
• La peculiarità ontica dell'Esserci sta nel suo esser-ontologico; concretamente,
l'uomo, proprio perché strutturalmente aperto all'essere, ha la prerogativa di
essere ontologico, cioè di possedere la prerogativa "innata" della possibilità della
L'Analitica ontologica dell'Esserci, §5 comprensione dell'essere, e ciò vale per il contadino del 10000 a.C. come di oggi.
Nella prima parte del paragrafo, Heidegger si sofferma sulla necessità di comprendere quale sia la via Per questo, specifica, qui ontologico non indica la ricerca teoretica che tenti di
d'accesso corretta per indagare l'ente interrogando che si è individuato nei paragrafi precedenti (ossia esplicitare il senso dell'essere, e pertanto se si vuole si può parlare di un esserci
l'Esserci, il cercante stesso), spesso anch'essa fraintesa per delle oggettive difficoltà di discernimento come pre-ontologico (avverte il senso di "questo è un tavolo" ma non lo
della comprensione dell'essere che possono far sembrare immediata l'accessibilità al suo modo rischiara), cioè costitutivamente aperto al senso dell'essere. La nonna avverte in
d'essere. qualche modo di essere qualcosa ma non è poi in grado di esplicitare questa
• L'Esserci è onticamente vicinissimo a se stesso, ontologicamente lontanissimo, ma comprensione implicita.
pre-ontologicamente non-estraneo. (p.29) Con grande chiarezza qui Heidegger chiarisce quale sia • Noi lo chiamiamo esistenza (p.25). La definizione che qui Heidegger dà di
la difficoltà di una comprensione chiara e non opaca dell'essere nell'Esserci: esso è infatti Esistenza è "l'essere stesso verso cui l'Esserci può comportarsi in un modo o
onticamente vicinissimo a se stesso (anzi, esso è se stesso, concretamente, empiricamente), ma in nell'altro e verso cui sempre in qualche modo si comporta": con queste parole,
questa vicinanza "concreta" esso non riesce ad avvicinarsi neppure lontanamente alla intende dire che l'Esistenza è quanto di più proprio abbia l'Esserci, tanto che esso
comprensione profonda e teoretica del suo modo e senso d'essere (ontologicamente deve sempre scegliere se fare A o B (vedi nota giù) nel dispiegare il proprio
lontanissimo): tutto quello che l'Esserci percepisce è una comprensione pre-ontologica, cioè Esserci stesso.
avverte quasi istintivamente un senso dell'essere, capisce di essere qualcosa e in qualche modo, L'Esistenza è dunque quanto di più lontano caratterizzi l'Esserci rispetto alla
ma non riesce a rischiarare questa nebulosa e spesso inconsapevole comprensione (vedi esempio semplice-presenza, alla mera sussistenza passiva.
della nonna). • Poiché la determinazione dell'essenza di questo ente non può aver luogo
• Non è lecito pensare che la via di accesso a questa "chiarificazione" del modo dell'essere possa mediante l'indicazione della quiddità di un contenuto reale, la sua essenza
esser costruita dogmaticamente desumendola da un'idea casuale dell'essere e della realtà, per consiste nell'aver sempre da essere il suo essere in quanto suo. Qui rimarca
quanto ovvia, banale e immediata questa possa sembrare. Non si può partire dalla visione di un ulteriormente l'equivalenza Esistenza = Esserci differenziando quindi la
uomo "ente fra gli enti", individuandone un'idea che lo accomuni ad altri enti (per es. l'essere un prerogativa esclusiva dell'Esserci di esistere (cioè nel suo essere-nelle-possibilità,
animale vivente) per poi semplicemente differenziarlo con le proprietà che lo peculiarizzano nel suo infuturarsi in maniera assolutamente propria ed irriducibile, mia e solo
(l'uomo è un animale, però parla, pensa, ragiona ecc.). Bisogna costruire un'idea del tutto nuova. mia, tua e solo tua (in quanto suo), pur nel suo aver universalmente ancora da
• La modalità d'accesso deve essere scelta in modo che questo ente possa mostrarsi da se stesso e essere. Per spiegare questa prerogativa ha scelto il termine Da-Sein, l'essere
in se stesso, così com'è innanzi tutto e per lo più, nella sua quotidianità media. (p.30) E' quindi la strutturalmente aperti all'essere stesso nel proprio "qui" (irriducibile, individuale)
quotidianità media dell'Esserci che va indagata come via d'accesso al modo quotidiano ma autocomprendente: non a caso l'essenza dell'uomo non può essere ridotta
dell'esserci, e non alle sue eccezionalità, fenomenologicamente. alla quiddità di un contenuto reale (l'essenza di un tavolo lo accomuna a tutti i
• L'analitica dell'Esserci così intesa è completamente orientata nel senso del compito conduttore tavoli in quanto sostrato "tavolinità", e così via) bensì va ricondotta
dell'elaborazione del problema
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