La speculazione di H. e la libertà
La speculazione di H. parte dalla considerazione che non si può ridurre tutto al livello psichico, se no dove starebbe la libertà? Inoltre, H. osserva che non si ha a che fare con meri stimoli, ma con significati. E per comprendere certi significati non c’è bisogno di ricorrere al vissuto psichico: le ragioni dei nostri comportamenti si trovano nel mondo, ovvero in una certa apertura al mondo, che è tipica dell’uomo (es premio Nobel, p9).
Il problema dell'IO secondo H.
Il problema di fondo da cui si muove H. riguarda la concezione tradizionale dell’IO. Esso è solitamente assunto come astratto soggetto trascendentale, mentre per H. dovrebbe essere considerato come un SE’ CONCRETO. Bisogna superare la contrapposizione tra esperienza esterna, che è considerata come oggettiva e fondatrice delle scienze obiettive, e quella interna, che rimane appalto della psicologia, per poter davvero avere un’esperienza piena.
L’obiettivo di H. è quello di comprendere la vita, tuttavia, con un atteggiamento teoreticistico si rischia di oggettivare l’inoggettivabile, di obiettivizzare la vita: serve una scienza che non la tradisca, che la descriva fedelmente ma senza irrigidirla. Creare una filosofia del genere è un compito arduo, per il quale H. utilizza l’INDICAZIONE FORMALE. Per non compromettere la ricerca basta non TEMATIZZARE I CONTENUTI, ma i MODI DELL’ESISTENZA, ovvero il ‘come’, ‘l’in che modo’.
Temporalizzazione e attesa
Il come fondamentale è identificato da H. nella temporalizzazione, che in un primo momento si identifica nell’attesa, quindi nella propensione verso un momento futuro. L’indagine si concentra quindi sul come che però non va coperto d’oggettività. H. è convinto che il modo in cui io ho me stesso (che vedremo, sarà il punto di partenza), non emerge attraverso i contenuti oggettivi che metto in atto. In ogni caso, la vita umana possiede se stessa a partire dal come, dai suoi contenuti intenzionali: io capisco chi sono a partire dal come, ovvero dal modo in cui realizzo tutti i contenuti.
Comprensione e praxis
La vera novità di H. sta però nel fatto che questa comprensione avviene nella praxis, è nella prassi che la vita si dispiega e che la vita può essere compresa. NB non confondere la ‘filosofia pratica’ di H. con un pragmatismo. Come dicevo, realizzare una filosofia che non tradisca la vita è un compito difficile, infatti biologia, psicologia e altre scienze, nonostante i risultati fruttuosi, non ci sono riuscite.
Ontologia e fenomenologia
Il vero problema (che riguarda anche la filosofia precedente), sta nell’utilizzare un’ONTOLOGIA GIÀ FATTA, già data, ovvero quella greca. Per l’ontologia tradizionale, il soggetto è come un sostrato, come una semplice presenza. Per potersi liberare da questa ontologia precostituita, si deve disporre di una DETERMINAZIONE ONTOLOGICA DI FONDO. A tale proposito, si devono distinguere due termini, ampiamente usati nel vocabolario heideggeriano:
- Ontico: ciò che è concreto, empirico, può essere esperito.
- Ontologico: ciò che si riferisce effettivamente all’essere.
Si può ripudiare onticamente un’interpretazione naturalistica dell’io, però finché dal punto di vista ontologico, non ci si rifà ad un’ontologia dell’uomo nuova, non si faranno passi avanti.
Concetto di Dasein
Per capire più a fondo il problema dell’essere, meglio chiarire alcuni termini presenti nell’opera:
- Dasein: esserci. Ci sono due tipi di enti, in una divisione molto generale: quelli che fanno parte dell’esserci e quelli difformi dall’esserci. A tale proposito si può fare un’ulteriore distinzione:
- Essere costituente: è l’esserci, quell’ente in riferimento al quale tutto prende senso.
- Essere costituito: quell’ente che non può svelarsi senza il costituente, quindi senza l’esserci.
NB: qui si ha una critica al maestro Husserl, il quale aveva esplicitato solo la sfera del costituito, ovvero ciò che si manifesta in relazione ad una soggettività trascendentale. In realtà, si deve esplicitare anche l’essere del costituente.
Zuhandenheit e il vero essente
- Zuhandenheit: ciò che ha senso, che è utilizzabile.
È quindi evidente che il problema di base, sta nell’EPLICITARE IL VERO ESSENTE, che per H. è l’UOMO. Il grande errore dei fenomenologi è stato quello di aver trattato l’essere dell’uomo indistintamente dall’essere degli altri, e questo è accaduto sempre per il fatto di essersi appoggiati ad un’ontologia già fatta. Husserl, ad esempio, parlava della persona come un’ESECUTRICE DI ATTI INTENZIONALI raccolti in unità di senso: si parla di atti, ma non si esplicita il loro senso ontologico. Qual è il loro significato unitario? Gli atti non possono essere trattati come qualcosa di meramente psichico, se lo si fa si attua una spersonalizzazione.
Critica alla tradizione cartesiana
L’accusa mossa da H. è quindi quella di AVER LASCIATO INDETERMINATO L’ESSERE DELL’UOMO, che deve essere assunto come punto di partenza. Tradizionalmente l’uomo è visto come unità di CORPO, ANIMA e SPIRITO, termini che H. non utilizzerà mai, in quanto parlarne così è inadeguato, questi sono tutti termini che devono essere ancora determinati, non possono rappresentare un modo originario di parlarne. La domanda che bisogna porsi è ‘CHE COSA CARATTERIZZA L’ESSENTE?’, la risposta è CIO’ CHE è INVARIATO, ovvero l’EIDOS, la FORMA.
Il problema, a tale proposito, sta nel predominio dell’antropologia antica e cristiana: la prima vede l’uomo come un VIVENTE+LOGOS, la seconda come ANIMA+CORPO+SPIRITO, credendolo fatto ad immagine e somiglianza di Dio, facendo così partecipare il finito dell’infinito. Queste visioni sminuiscono l’essere dell’uomo, in quanto hanno l’aspetto di una somma. In questa visione la somma delle parti va a costituire il tutto, quando in realtà L’ESSERE DELL’ESSERCI DEVE ESSERE COLTO COME UNA TOTALITÀ CHE PRECEDE LE PARTI. Si sbaglia, perché si parla dell’uomo non a partire da se stessi, se ne parla come guardandolo da fuori.
Invece il punto di partenza deve essere proprio il soggetto, l’uomo appunto. Se utilizziamo la somma sopracitata, noi partiamo da qualcosa che è esterno all’esserci, dobbiamo invece prendere in considerazione l’unità, ovvero da tutti quei come che caratterizzano la vita effettiva dell’uomo nel mondo. Antropologia, biologia, psicologia, invece vedono l’uomo come una summa, ecco perché la loro visione è limitata. DEVO PARTIRE DA ME STESSO, si tratta sì di un ANTROPOCENTRISMO, ma di carattere metodologico (es mollusco). Qui H. si scaglia contro il proprio maestro: il vero punto di partenza per la costruzione dell’ontologia, sta nella VITA MEDIA, nella quotidianità di ogni uomo.
Essere nel mondo e cura
Ritornando all’essere dell’uomo, la forma del rapporto con il proprio essere non affatto quella contemplativa, predicata dai fenomenologici precedenti, ma è quella PRATICO-MORALE. Nel rapporto con se stessi si è inevitabilmente sempre coinvolti, non si può mai stare tranquilli, si viene sempre ‘tirati in mezzo’. Non possiamo optare se occuparci o meno di noi, anche quando decidiamo di non curarci di noi, in realtà lo stiamo già facendo. L’essenza dell’uomo è qualcosa che è ‘sempre da fare’, non è mai conclusa. H. identifica anche una tendenza intrinseca all’essenza dell’uomo: quella dell’ESISTENZA. L’uomo è sempre una possibilità per se stesso. In ogni momento può decidere se perdersi o trovarsi, in ogni momento può scegliere. Non si può diventare ciò che non hai deciso. Tutti questi aspetti mostrano che questo ente (l’uomo), non può avere il carattere di una semplice presenza.
NB: LA VIA GIUSTA PER LA COMPRENSIONE È QUELLA CHE PARTE DAI DIVERSI MODI DI ESISTERE DELL’ENTE (DAL COME). Quindi ricapitolando: l’errore che sta alla base delle visioni passate è quello di aver trascurato di esplicitare l’essere dell’uomo, che non è un essere come tutti gli altri. Questo accade perché si utilizza un’ontologia già data, quella greca che non fa distinzione alcuna tra i vari esseri. La domanda che bisogna porsi è: cosa caratterizza l’essere dell’uomo? E la risposta è l’EIDOS, ciò che non varia. Anche qui bisogna allontanarsi dalla tradizione classica e anche cristiana, che vedono l’uomo come una somma di aspetti, non rendendosi conto che è dall’unità che si deve partire, perché se no l’uomo è ridotto a semplice presenza. Ma l’uomo, che è il vero punto di partenza nella speculazione, colui che riesce a conoscere se stesso, che decide per se stesso la cui essenza si dà in continuazione, non può essere visto come presenza e basta. Esso, assunto in un contesto di ‘vita media, media quotidianità’, è il punto di partenza. In particolare, bisogna concentrarsi sui suoi COME, ovvero sui diversi modi in cui può esistere.
L’essenza, dal punto di vista concreto presenta due caratteri fondamentali, che ora andremo ad analizzare: l’ESSERE NEL MONDO e la CURA. Facendo un passo indietro, H. si scaglia contro Cartesio sulla concezione di soggetto (ed in conseguenza anche contro Husserl, dato che H, riteneva ben evidenti nel suo pensiero, residui di cartesianesimo). Cartesio infatti, dopo aver esteso il dubbio trova l’ego come RESIDUO dell’epochè, ego che poi viene assunto come punto originario anche da Husserl. Husserl imita Cartesio partendo dalla proposizione ‘il mondo esiste’, che è però una certezza empirica e non apodittica, in quanto il mondo esiste e io lo esperisco, tuttavia potrebbe finire da un momento all’altro. Ciò che nel pensiero di Husserl gode di certezza assoluta è invece l’ego, del quale non si può dubitare neanche in preda ad un’allucinazione. H. si oppone a questa visione del soggetto come dato originario, soprattutto circa l’aver interpretato l’ego come una RES, ovvero, ancora una volta, come semplice presenza. (Cartesio e i successori: mens sive animus sive intellectus..).
Dopo questa critica, cosa propone H? egli vede come dato davvero originario l’essere nel mondo. La grande differenza con l’io di Cartesio è che l’ego cartesiano è un io isolato, che deve ancora approcciarsi al mondo. Prendendo anche Husserl e l’intenzionalità, essa sembra essere una proprietà del soggetto, qualcosa che il soggetto attua nei confronti del mondo. In realtà, secondo H, l’intenzionalità non è affatto una proprietà dell’io psichico, al contrario è la coscienza una proprietà dell’intenzionalità, che viene prima. L’intenzionalità va compresa nell’ambito dell’essere nel mondo. Ogni soggetto è imprescindibilmente legato al suo mondo, non si può dare soggetto senza mondo. Per questo parlare di intenzionalità come aveva fatto Husserl è equivoco: essa lascia presagire ancora una certa distanza, una separazione tra soggetto e mondo. È come se il soggetto ‘si rivolgesse’ all’oggetto, al mondo.
Essere nel mondo e cura
H. articola il concetto di ‘essere nel mondo’, secondo gli elementi che compongono questo concetto: ‘chi’, ‘mondo’ e ‘in-essere’. Noi l’io (chi), lo vediamo NEL MONDO, in senso puramente spaziale. Ma l’in essere non è semplicemente l’essere dentro di una cosa in un’altra (l’io nel mondo), il rapporto è più complesso: è un rapporto di FAMIGLIARITÀ, VITALE, non di implicazione spaziale. La parentela è molto più originaria. Qui è presente anche una critica all’empirismo: gli empiristi vedrebbero l’in essere dell’io e del mondo come un rapporto meramente percettivo, come un ‘toccare’, un ‘vedere’. In realtà per H. l’unico modo per descrivere e caratterizzare l’in essere è con LA CURA.
Come dicevo, questo rapporto è un rapporto VITALE, perché è l’uomo uno dei due soggetti di questo rapporto e l’uomo HA IL MONDO, solo lui tocca il mondo, non ci sta dentro come possono starci dentro altri enti. Noi abitualmente siamo abituati a pensarci come cose. È questo il grande errore, che si può evitare ponendo l’intenzionalità al primo posto.
Per caratterizzare l’in essere serve la cura. La cura dice l’esserci dell’esserci, più profondo di essa c’è solo il tempo, che sarà il senso dell’esserci dell’esserci. La cura è la STRUTTURA D’ESSERE FONDAMENTALE DELL’ESSERCI E IL PRENDERSI CURA NE È LA CONTINUA REALIZZAZIONE. Prendersi cura, ha diverse accezioni, che sono tutti modificazioni dell’in essere (approntare, curare, ordinare, abbandonare, intraprendere, imporre..).
Il prendersi cura è accompagnato a sua volta dall’aver cura, che non riguarda le cose ma gli altri. Ma da dove arriva questa cura? In questo H. è stato influenzato dal pensiero agostiniano, anche se queste tracce vengono cancellate, in quanto H. si considerava ateo. Ma COSA IMPLICA IL CURARE, COME MODO PROPRIO DI ESSERE DELL’ESSERCI? Proprio qui si vede l’influenza di Agostino, da cui H. prende in prestito l’idea che IL NOSTRO CUORE È INQUIETO (la frase di Agostino termina con un riferimento a Dio che H. elimina).
Secondo H. infatti l’uomo ha sempre qualcosa di cui angosciarsi, noi attribuiamo la preoccupazione a qualcosa, quando in realtà È IL NOSTRO ESSERE AD ESSERE PREOCCUPATO (quindi NB l’essere dell’esserci). La maniera originaria del prendersi cura non è un puro guardare, perché essa in prima istanza deve essere di carattere pratico morale: questo perché è proprio il rapporto con il mondo ad essere di carattere pratico morale ma anche PATICO, perché vi è sempre un patire, un soffrire. Solo quando sospendiamo le operazioni pratiche allora può sopraggiungere un aspetto della cura che è puramente intenzionale. Ma questo avviene solo in un secondo momento, perché non è la modalità originaria. Infatti il mondo ci è dato come CORRELATO DELLA CURA, non dell’intenzionalità. Il rapporto che l’uomo ha con il mondo è un rapporto pratico non di contemplazione. L’uomo deve prendersi cura di se stesso in modo effettivo, non solo sul piano teorico. Come già detto nell’essenza dell’uomo vi è la tendenza alla sopravvivenza, la morte è un problema reale per l’essere umano, è un problema che accompagna l’essere dell’esserci. La cura è fondamento dell’essere dell’esserci, è un suo modo che fonda tutti gli altri, perché in prima istanza, per poter vivere, l’uomo deve occuparsi di se stesso.
Prima sono state elencate una serie di modalità in cui la cura si presenta, esse vengono definite da H. come ‘SIGNIFICATI PRESCIENTIFICI’. Queste diverse modulazioni del prendersi cura sono possono essere colte ad un livello ontico, quindi concreto, della pura esperienza. Ma il prendersi cura, insieme all’aver cura, è una STRUTTURA, fondata anche da un punto di vista ontologico.
Conoscenza e essere nel mondo
H. fa i conti con la tradizione cartesio-husserliana anche per quanto riguarda l’aspetto del conoscere. Queste direzioni filosofiche ritrovano nel conoscere la modalità originaria dell’in essere: quando si tenta di conoscere l’essere nel mondo, che tutti noi sappiamo, in quanto è una precondizione di ognuno, erroneamente eleviamo la conoscenza a modalità primaria dell’in essere, a così facendo offuschiamo il NOSTRO FENOMENO PROPRIO dell’essere nel mondo.
Questa visione sbagliata trova le sue radici nel pensiero di Cartesio, il quale aveva descritto il rapporto tra uomo e mondo con il rapporto tra un’anima e il mondo, facendogli così prendere l’aspetto di un rapporto tra soggetto e oggetto. Con Cartesio avviene una psicologizzazione della coscienza, il cogito è il luogo della certezza ed esso viene CHIUSO IN SE STESSO. Ecco perché nasce quel problema del passaggio dall’interno all’esterno (luogo di inganno). Problematicità a tale proposito è anche la questione del trasferimento e della concordanza delle immagini: come si possono trasportare le immagini prodotte internamente all’esterno, se c’è questa netta divisione? E come può esserci concordanza? Questa è una concezione COSTRUTTIVISTICA. H. risolve questo problema affermando che il conoscere è un modo d’essere dell’esserci già ESTERNO. È un ‘esser fuori’, (non essendo un modo originario è qualcosa che viene dopo????), per questo non ha senso domandarsi come dal dentro si possa arrivare al fuori.
Il concetto di mondo
Ma cosa si intende con mondo? H. si interessa alla sua struttura, perché è di questo che si occupa la fenomenologia, non a come si presenta empiricamente. Le strutture rappresentano il fenomeno originario. Il mondo può essere inteso secondo varie accezioni:
- Come complesso di enti/cose a livello ontico;
- Struttura profonda del complesso di enti, da un punto di vista ontologico;
- Ciò in cui viviamo effettivamente, l’a....
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