Glottologia
Classificatori
I classificatori sono un aspetto morfo-sintattico interessante che accomuna lingue come il cinese, il giapponese e il coreano. Tra i testi più importanti riguardanti l’aspetto teorico dei classificatori:
- Il testo più importante che ha fondato il cognitivismo linguistico: Lakoff, “Women, Fire, and Dangerous Things”, 1987
- Sui classificatori giapponesi: Downing “Numeral, Classifier Systems: The Case of Japanese”, 1996
- L’aspetto del cinese che riguarda i classificatori visti da una prospettiva teorica differente, che non è propria del cognitivismo ma è del connessionismo, in: Myers, “Rules vs Analogy in Mandarin Classifier Selection: Language and Linguistics”
- Necessario per avere un quadro di cosa ha significato nel panorama della linguistica generale, in particolare alla nascita del cognitivismo: Dirven, “Cognitive Linguistics” (The Linguistics Encyclopedia), voce di enciclopedia linguistica che tratta della linguistica cognitiva in modo molto sintetico e tecnico-linguistico.
In lingue come il giapponese, il cinese, il coreano, il vietnamita la sequenza numero-sostantivo deve comprendere un classificatore, cioè un morfema che indica la classe dei fenomeni a cui appartiene il nome a cui il numero è collegato.
Esempi di classificatori giapponesi
- iti-mai + sostantivo = mai: classificatore per oggetti piatti (iti=1)
- yo-nin + sostantivo = nin: classificatore che indica le persone (yo=4)
- yon-kai + sostantivo = kai: classificatore riferito ai piani di un edificio (yon=4)
Sequenze: numerale + classificatore + sostantivo.
Questi classificatori numerali sono estremamente diffusi, anche nelle lingue del Sud-Est Asiatico, in Australia, in Oceania e nelle lingue amerindie. Nelle lingue bantu, anche in assenza di numerali, un sostantivo è sempre accompagnato da un classificatore.
La presenza di classificatori è un fenomeno molto ampio di tipo morfologico-sintattico che ha suscitato interesse fra i linguisti, soprattutto a partire dalla nascita del cognitivismo.
Cognitivismo
Nasce grazie allo studio dei classificatori. È una corrente linguistica che sorge a partire dagli inizi degli anni ’80 del 1900, grazie agli studi di:
- George Lakoff
- Ronald Langacker
La teoria cognitivista sovverte la teoria generativista di Chomsky. La teoria generativista era stata la dottrina imperante in tutta la linguistica generale, soprattutto nei paesi anglofoni. Dal punto di vista teorico esisteva solamente l’approccio generativo.
Il generativismo era concepito in maniera così teorica ed apodittica per cui non poteva essere messo in discussione attraverso l’evidenza di esempi tratti da altre lingue, perché Chomsky aveva sempre sostenuto che le lingue reali (quelle che esistono e si parlano), sono solo cose esterne rispetto alla grammatica universale insita nella mente di tutti i parlanti, che invece è uguale. Tutte le teorie generativo-trasformazionali sono basate sull’idea di questa grammatica universale.
Motivo per cui tutta la linguistica storica era esautorata/privata di autorità dal generativismo e poteva essere messo in discussione solo dall’interno. L’approccio è stato scardinato dall’interno. Lakoff e Langacker sono generativisti pentiti.
All’interno della teoria generativista erano gli aspetti semantici a creare problemi: semantica esclusa totalmente. La teoria generativo-trasformazionale opera attraverso simboli logico-matematici per cui:
una “x” sta per qualsiasi elemento di lessico. Semantica considerata a livello puramente superficiale. Questi elementi singoli matematici si ricoprivano di valore semantico solo a livello di frase reale pronunciata. (però questo non tornava per una serie di aspetti, ad esempio un verbo può avere certe costruzioni ed altre no)
Il cognitivismo parte da questo punto debole (relativo all’aspetto semantico del generativismo) e sottolinea che il linguaggio non è un sistema formale autonomo (come sostengono i generativisti, sistema indipendente da qualsiasi altro tipo di conoscenza), ma una parte interattiva delle abilità cognitive umane, che lo ricollegano alla mente. Con abilità cognitive della mente umane si intendono: percezione sensoriale, memoriale, ragionamento, emozione…
Confronto tra teorie
| Teoria Generativista | Teoria Cognitivista |
|---|---|
| Chomsky | Lakoff, Langacker |
| Linguaggio: sistema formale autonomo | Linguaggio: parte interattiva delle abilità cognitive umane (percezione sensoriale, memoria, ragionamento, emozione…) |
| Sistema indipendente da qualsiasi altro tipo di conoscenza (semantica esclusa) | Riconnessione alla mente |
La presenza dei classificatori (tipo morfologico e semantico), ha suscitato grande interesse nei cognitivisti e difatti la nascita della teoria si deve in grande parte allo studio di questi.
I classificatori numerali in questo quadro destano l’interesse dei linguisti per una serie di motivi.
Primo motivo
I classificatori sono morfemi che esplicitano il modo in cui i parlanti raggruppano in categorie i fenomeni. Per il cognitivismo è fonte di interesse il nesso tra la categorizzazione linguistica e noetica (arbitrarietà del segno), quindi si ridiscute anche l’arbitrarietà tra segno e referente (referente → ciò di cui si parla, elemento extralinguistico).
L’arbitrarietà del segno come ha specificato Hjemslev riguarda vari aspetti. Il rapporto tra significante (immagine acustica) e significato (contenuto noetico) è arbitrario, così come il rapporto tra segno e referente. Il rapporto segno-referente è la parte che interessa ai cognitivisti. Concetto che tutti i linguisti accettano: rapporto tra segni e referenti arbitrario.
Il fatto che uno stesso campo semantico sia suddiviso in modo diverso in lingue differenti (peraltro alcune culturalmente affini), dimostrerebbe arbitrarietà del segno linguistico rispetto ai referenti. Non vi è un motivo logico o naturalistico per cui ci debbano essere tanti segni quanti referenti perché:
- I referenti non sono suddivisi in modo uguale da tutti i parlanti in tutte le lingue del mondo (esempio: “bois” in francese → “legno, legna, bosco” in italiano)
- Le cose non vengono percepite in modo diverso se uno ha un termine solo, ne ha due o ne ha tre (esempio: “polvere” in italiano, si può intendere sia la polvere che si deposita sui mobili, sia il latte in polvere; in francese per esprimere questi due concetti si utilizzano termini diversi. → aspetto che dimostra l’arbitrarietà linguistica)
L’arbitrarietà linguistica dal cognitivismo viene un po' messa in discussione (ridiscutere l’arbitrarietà tra segno e referente): per loro la classificazione noetica (del segno) a livello concettuale non è così arbitraria.
È importante occuparsi di quante siano le categorie mentali dell’essere umano, capire quanto possono contare i classificatori: i sostantivi possono essere arbitrari, mentre i classificatori (che sono meno rispetto ai sostantivi) rappresentano una specie di traccia di questa classificazione noetica del segno linguistico.
A partire da Saussure, i linguisti sostenevano che il nesso tra segno e referente fosse arbitrario e che questi nessi fossero diversi, immotivati nelle singole lingue a prescindere dalle culture. A livello di lessico ci sono modi di raggruppare i referenti in maniere differenti e questo è appunto arbitrario, cioè ha motivazioni che non dipendono dalla natura delle cose. Se non fosse così (se il modo in cui si suddividono gli spazi semantici a livello di lessico non fosse arbitrario), tutte le lingue avrebbero lo stesso numero di parole; se tutte le lingue si uniformassero in una specie di principio noetico generale per cui gli esseri umani suddividono i referenti in un certo modo, tutte le lingue avrebbero dal punto di vista del lessico solo delle etichette diverse da porre a dei referenti che sono naturalmente nominati in tutte le lingue.
Nella traduzione si verifica spesso questo problema: ad un certo termine nella lingua di arrivo in cui si deve tradurre ne corrispondono vari ed ognuno ha senso in un certo contesto → non vi è una corrispondenza biunivoca tra parole di una lingua e parole di un’altra.
Tutti i linguisti hanno sempre sostenuto l’arbitrarietà radicale del segno linguistico. Non vi è nessun motivo logico naturale per cui le lingue debbano raggruppare i significati in un modo o nell’altro: quindi per i linguisti la classificazione a livello semantico è arbitraria.
Questa posizione è stata ampiamente discussa da vari linguisti generali che si interessano alla ricerca degli universali linguistici. Ad occuparsi di universali linguistici:
- Carl Grimberg
- Cognitivisti (discutono l’arbitrarietà in modo molto più serio rispetto a Grimberg)
Per i cognitivisti è valida l’ipotesi che quest’arbitrarietà non sia così radicale; cioè che forse ci siano dei tratti comuni nelle categorizzazioni semantiche, dovuti al fatto che tutti gli esseri umani hanno gli stessi organi sensoriali e vivono più o meno nello stesso habitat.
Ad esempio tutta una serie di metafore si spiegano solo per la fisiologia dell’essere umano: quando si dice “stare su” o “stare giù” si indicano cose positive o negative di salute, di umore, di morale, e dipendono dal fatto che l’essere umano ha una posizione eretta e che quindi quello abbattuto o ammalato non sta in piedi; dunque il concetto è legato a come è fatto l’essere umano.
Secondo motivo
Ammesso che ci possa essere un legame di qualche tipo tra la categorizzazione linguistica e quella mentale, i classificatori sono prova del fatto che è necessario ridiscutere il concetto di categoria.
Nella logica classica si usano delle categorie che vengono definite dagli americani categorie aristoteliche. Categoria aristotelica → classe di enti che condividono tutti allo stesso titolo una o più proprietà simmetriche e i cui limiti sono ben definiti. Un ente dunque fa parte di una categoria oppure non ne fa parte (non ci sono vie di mezzo), e all’interno di quella categoria tutti gli elementi hanno lo stesso status.
A parte ambiti come la matematica, è difficile o quasi impossibile nel linguaggio trovare delle categorie di questo tipo, cioè in cui i membri abbiano tutti lo stesso status ed abbiano dei confini così netti.
In italiano, si può considerare per questo l’opposizione di genere → maschile e femminile.
Le due categorie (maschile e femminile) non sono del tutto arbitrarie: qualsiasi parlante ha l’idea che il maschile sia connesso con enti di genere maschile e il femminile con enti di sesso femminile, ma si presentano tuttavia casi anomali:
- “La guardia” è femminile, ma immaginandola è per lo più riferita ad un uomo
- “Il soprano” è maschile, ma tendenzialmente una voce soprana è una donna
Capita che ci sia un unico genere per i due sessi:
- “La tigre” non è detto che sia necessariamente femmina, così come “la pantera” o “il pescespada”
Può capitare anche che il maschile e il femminile possano corrispondere a due semantemi diversi:
- “Il collo” e “la colla” dove “colla” non è ovviamente il femminile di “collo” ma vi è una relazione etimologica
- “Lo scalo (di S.Lorenzo)” e “la scala” sono semanticamente connessi.
Queste sono eccezioni in cui i membri della categoria maschile o della categoria femminile non hanno tutti lo stesso status, perché certi si adeguano a quest’idea che siano enti di sesso femminile o di sesso maschile, in altri l’opposizione di genere è legata ad una differenza semantica (collo/colla) in altri ancora il genere non dice niente riguardo al sesso dell’animale (la tigre).
Terzo motivo
Alcune lingue hanno la necessità di un’ulteriore categorizzazione. Per le lingue che hanno i classificatori, i linguisti hanno osservato una stretta affinità con il genere grammaticale (cioè tra il genere grammaticale e i classificatori). Se una lingua ha due o tre classi di nomi, allora è il genere di solito maschile, femminile e neutro; se ne ha più di tre sono classificatori, ma somigliano soprattutto a classificatori nominali: cioè a classificatori che vanno sempre con il sostantivo, non i numerali che ci sono solo quando c’è un numero e un sostantivo.
L’italiano, il francese ed altre lingue europee hanno maschile e femminile come morfema obbligato per tutti i sostantivi; altre lingue hanno maschile, femminile, neutro come greco, latino, tedesco e russo. Neutro = né femminile, né maschile; nelle lingue in cui è presente, il neutro è il genere degli inanimati.
In inglese non esiste un’opposizione di genere che si manifesta come morfema aggiunto a tutti i sostantivi, e l’opposizione di genere si vede dalla riprese anaforica (quando mi riferisco al soggetto o al topic di una frase e ne parlo successivamente, uso un pronome per parlarne e devo scegliere tra un maschile, un femminile, un neutro).
Quando vi è una categoria linguistica, questa categoria deve essere presente e applicata sistematicamente: se ho il maschile e il femminile in italiano non posso dire che c’è un gruppo di parole che non hanno il genere, lo hanno necessariamente.
Da qui vengono fuori una serie di incoerenze perché in natura non esistono categorie aristoteliche. L’assegnazione di genere può avvenire nei modi più strani.
(esempio) dire “la mail” non comporta il fatto che ci sia un motivo linguistico → dal punto di vista dell’inglese non avrebbe senso classificarlo come un femminile, ma ha senso perché attribuisce la lettera nella mente dei parlanti e tutti concordemente dicono “la mail” in italiano. [dire “il mail” è giusto, ma è fastidioso]
Quando si hanno due classi sono maschile e femminile, oppure animato e inanimato. Quando si hanno tre classi sono i genere grammaticali maschile, femminile, neutro con tutte le eccezioni, (le parole del lessico di una lingua vanno sistemate in una delle classi → arbitrario).
Quando si hanno quattro classi, si parla di classificatori (è una cosa un po' empirica). Lingue che ne hanno quattro sono:
- Una lingua australiana (il dyrbal) che ha quattro classificatori nominali, che vanno sempre con il sostantivo → uno fa riferimento agli esseri maschili, un altro agli esseri femminili, uno a tutte le cose che si mangiano (il neutro) e una quarta classe in cui va tutto il resto;
- Lo swahili, che ha una serie di classificatori nominali.
Lo swahili presenta i seguenti classificatori che si prepongono al sostantivo:
- -m + sostantivo singolare
- -mi + sostantivo plurale → “-m” e “-mi” è per esempio una classe che indica gli enti viventi e mobili, ma non umani: “mto” è “fiume” è considerato vivente, mobile ma non è umano e “mito” è plurale
L’altra classe, vista anche per l’adeguamento morfologico dei prestiti, ha:
- “ki” al singolare
- “vi” al plurale
“kitabu” è “libro” (dove “ki” non era un classificatore ma è stato interpretato come tale), “vitabu” è “libri”.
Tutte le incongruenze vengono spiegate dai linguisti in vario modo, secondo le diverse scuole di pensiero.
Meillet
Scuola di pensiero francese. Meillet ha scritto vari articoli per spiegare il passaggio dell’opposizione indoeuropea animato/inanimato all’opposizione maschile/femminile/neutro del greco, del sanscrito, del latino. Ad esempio nel passaggio dal latino alle lingue romanze, ha dato conto di una serie di fenomeni fonetici che hanno causato la confluenza del neutro singolare e del maschile singolare.
In latino la desinenza –um del neutro e la desinenza –us del maschile, sono diventare entrambe “o” (la s e la m finali non si pronunciavano in epoca classica). Ha spiegato come dal neutro plurale del latino si siano creati molti femminili singolari nelle lingue romanze con il fenomeno di categorizzazione.
In latino il neutro plurale “a” (a breve) è uguale al femminile singolare in “a” ed ha portato in italiano a casi come “la foglia” che sarebbe il neutro plurale di “folium” (neutro singolare), “folia” (neutro plurale), e poi è diventato due parole diverse, in quanto si è preso il legame (“la foglia” / “il foglio”).
Quindi Meillet ha dato una serie di giustificazioni/spiegazioni sul fatto che le classi di genere nelle lingue indoeuropee erano delle volte abnormi o inspiegabili, ma lo erano in chiave diacronica e questo approccio diacronico è quello che si contrappone un po’ all’approccio sincronico inaugurato da Saussure, il quale impone di trascurare la diacronia nella spiegazione della “langue” e spiega come il sistema funziona in sincronia.
A livello di base un sincronicista si limita ad affermare che tali incongruenze nell’assegnazione del genere grammaticale sono arbitrarie perché appunto non sono spiegabili se non facendo ricorso all’evoluzione diacronica.
Sapir
Linguista americano. Nel 1921 scrive un volume “Language”, in cui usa casi simili di incongruenze nell’assegnazione di genere per dimostrare che forma e funzione non sono isomorfe: essendo queste incongruenze una buona spiegazione di forme senza funzione.
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