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La scrittura

La scrittura è la trasposizione accessoria di una lingua su un supporto. Friedrich, a fine '800, a proposito della scrittura classifica una:

  • Forma esterna: aspetto grafico dei simboli, direzione della scrittura...
  • Forma interna: regole sulla corrispondenza tra simboli grafici ed elementi linguistici, cioè il valore dei grafemi

Grafema (termine introdotto da De Courtenay): unità minima di un sistema di scrittura. Es. c

Anche quando la forma esterna è uguale non è detto che lo sia anche quella interna (es. it. cena e ing. circus).

Tipi di scrittura

  1. Scritture ideografiche e logografiche: i grafemi rappresentano entità noetiche, di prima articolazione.
    • Ideografiche: i grafemi rappresentano concetti, idee
    • Logografiche: i grafemi rappresentano parole
  2. Scritture fonografiche: i grafemi rappresentano entità foniche, di seconda articolazione. Si dividono in:
    • Sillabografiche: i grafemi rappresentano sillabe
    • Alfabetiche: i grafemi rappresentano suoni. Le scritture alfabetiche si dividono in:
      • Alfabeti consonantici, che rappresentano solo suoni consonantici
      • Alfabeti in senso stretto, che rappresentano sia suoni vocalici che consonantici
  3. Scritture miste. Es. il giapponese, che è in parte ideografica, in parte logografica e in parte sillabaria.

Storia della scrittura

Prima dell'invenzione della scrittura è tipica la cosiddetta comunicazione pittografica, che si basa su una raffigurazione pittorica, non regolata da alcun tipo di norma standard, dell'oggetto da rappresentare.

Un'altra forma di pre-scrittura sono i tokens, pezzi di argilla usati per la contabilità, che dopo un po' iniziano a essere sigillati in "buste" d'argilla su cui vengono impresse le forme dei tokens stessi, finché dopo un lungo processo non ci si rende conto che non sono necessari simboli tridimensionali, ma basta la rappresentazione bidimensionale.

Il più antico sistema di scrittura è quello del IV millennio a.C., cuneiforme, creato dai Sumeri. Il supporto di scrittura erano tavolette di argilla morbida su cui erano incisi con uno stilo dei simboli a forma di cuneo (proprio di questa forma perché sull'argilla morbida era più agevole tracciare simboli tondeggianti che spigolosi). La forma esterna è dunque cuneiforme, mentre quella interna è ideografica.

Successivamente si sviluppa, in Egitto, la scrittura geroglifica, dalla forma esterna estremamente figurativa e poco stilizzata e dalla forma interna mista, sia ideografica che fonologica (alcuni simboli ideografici potevano essere utilizzati per indicare la propria iniziale, ad esempio nei nomi propri che non avevano un simbolo apposito).

Dal II millennio si sviluppa anche la prima forma di scrittura ideografica cinese.

Sempre in Mesopotamia, stavolta a opera degli Accadi e successivamente degli Assiro-babilonesi, avviene l'invenzione del sistema di scrittura sillabografico, costituito da circa 400 segni di forma molto più stilizzata e semplificata; questo è il caso anche della lineare B micenea. Solitamente in un alfabeto sillabografico i simboli possono rappresentare i gruppi CV (consonante + vocale) e V (vocale), mentre per rappresentare i nessi consonantici si usano le vocali quiescenti (che si scrivono ma non si leggono; è il parlante che deve sapere come leggere quella sequenza).

Es. greco miceneo ti-ri-po-te = grecoptoliV greco cipriota po-to-li = greco.

La scrittura alfabetica consonantica è invece inventata in area cananaica (Israele, Siria) e anatolica (Turchia) e prevede la scrittura delle sole consonanti senza specificazione della vocale, operazione che riduce ancora considerevolmente il numero di grafemi. La più antica testimonianza di questa scrittura è attestata tra 1400 e 1200 a Ugarit ed è ancora una scrittura graficamente cuneiforme, ma che ha la forma interna di alfabeto consonantico. In seguito, nell'XI secolo, i Fenici inventano un nuovo tipo di alfabeto, sempre consonantico, più semplice graficamente (non più cuneiforme), che è diffuso in Europa e Asia dagli Aramei.

Il sistema alfabetico consonantico è solo apparentemente ambiguo, in quanto per far capire il tipo di suono vocalico che deve essere inserito tra le consonanti si utilizzano, in particolare per le vocali lunghe, grafemi consonantici posti in alto, detti matres lectionis. Col passare del tempo alcune lingue di origine semitica hanno integrato nel loro sistema di scrittura anche le vocali, altri no, continuando questa tipologia di scrittura e relegando l'utilizzo delle vocali solo a contesti didattici e religiosi (non si può permettere che in un testo sacro vi sia ambiguità).

Successivamente, nel IX secolo, i Greci acquisiscono l'alfabeto fenicio e lo adattano alla propria lingua, introducendo simboli per i fonemi vocalici utilizzando alcuni grafemi dell'alfabeto fenicio che non avevano corrispondenza fonologica in greco. In realtà, il greco presenta diverse varianti anche nell'alfabeto, ma quella convenzionalmente studiata è la variante ionico-attica adottata ad Atene ufficialmente nel 403-402, che gradualmente prende il sopravvento su tutti gli altri alfabeti; in ogni caso il filologo Kirchhoff propone una cartina che mostra la distribuzione per zone dei vari alfabeti, dividendole per colori in 4 gruppi:

  • Verdi, meridionali
  • Azzurri chiari, attici
  • Azzurri scuri, orientali
  • Rossi, occidentali

In particolare poi, la variante che si diffonde maggiormente in Magna Grecia è la variante occidentale (rossa), che è adottata dagli Etruschi (prima questi parlavano una lingua genealogicamente isolata) e riadattata in base alle regole fonologiche etrusche: per esempio, l'etrusco non presenta la correlazione per sonorità, ma per aspirazione sì, dunque per le occlusive non aspirate gli Etruschi scelgono i grafemi che in greco corrispondevano alle G, occlusive sonore (es. in greco occlusiva velare sonora, in etrusco è usato per la sorda [k]).

Successivamente il sistema grafico della lingua latina arriva, in epoca arcaica, a segnare anche la differenza tra allofoni. Es. fonema /k/ è attestato:

  • <k> davanti a /a/ e consonanti
  • <c> davanti a /e, i/
  • <q> davanti a /o, u/

Inoltre, per indicare l'occlusiva velare sonora /g/ si utilizzava, senza discriminazione, la C che deriva dal grafema etrusco <G>, infatti è attestato fino in età classica l'uso di Cneus per Gneus o Caius per Gaius.

Oltre che dagli Etruschi, l'alfabeto greco è stato adottato da tanti altri popoli, facendo nascere:

  • L'alfabeto copto (discendente dell'egiziano antico)
  • L'alfabeto gotico, in Germania orientale
  • L'alfabeto battriano, parlato nella regione della Battriana, in Asia centrale
  • L'alfabeto (chiamato impropriamente) cirillico, nato nell'Impero bulgaro nel X secolo d.C. (riprende integrando l'alfabeto greco con nuovi grafemi per suoni slavi, che in greco non esistono)

In ogni caso, in un sistema di scrittura ideale c'è corrispondenza biunivoca tra grafema e fonema, e ogni volta che tale biunivocità è violata si parla di incoerenza della scrittura. Tale concetto è molto presente in inglese, in cui per esempio ogni vocale ha almeno due letture diverse. È infatti necessario a tal proposito fare distinzione tra:

  • Ortografia fonologica: corrispondenza biunivoca tra grafema e fonema. Ne è un esempio quasi perfetto l'italiano.
  • Ortografia etimologica, in cui si preserva la prima forma in cui le parole erano scritte, nonostante queste nel tempo abbiano cambiato pronuncia. Ne è un esempio l'inglese, che era inizialmente una lingua dall'ortografia fonologica, una volta fissata con l'alfabeto latino, ma poi col passare del tempo è diventata etimologica.

Traslitterazione e trascrizione

Traslitterazione: operazione che crea un rapporto biunivoco tra i segni della scrittura di partenza e quelli traslitterati, preservando la forma scritta anche quando non se ne conosce l'effettiva resa fonetica. Lo scopo è rendere un testo scritto in una lingua fruibile e perfettamente leggibile anche nella lingua d'arrivo. È chiaro che le lingue che si possono traslitterare sono solo quelle alfabetiche, in quanto è impossibile traslitterare ideogrammi.

Trascrizione: operazione che mira a rappresentare la realtà fonetica di una sequenza grafica, non biunivoca rispetto al testo di partenza (non è possibile risalire al testo originale a partire dalla trascrizione). Nelle lingue alfabetiche in senso stretto, cioè che segnano ciò che si pronuncia, traslitterazione e trascrizione tendono a coincidere.

Forma esterna della scrittura

Direzione della scrittura: Attualmente la maggior parte delle scritture basate sugli alfabeti greco, latino e cirillico si scrivono da sinistra a destra, mentre gli alfabeti consonantici semitici, come l'ebraico e l'arabo, da destra a sinistra. Esistono poi le scritture bustrofediche, in cui si alternano righe destrorse e sinistrorse. In cinese e giapponese, invece, si scrive dall'alto verso il basso.

Sociolinguistica

Normalmente si tende a considerare una lingua un blocco unico, ma sono presenti tantissime microvariazioni, sempre di carattere socio-linguistico. La lingua è sincronicamente variabile (assi di variazione), infatti può variare:

  1. Nello spazio, in diatopia (variazione diatopica). Es. brioche vs cornetto; papà vs babbo.
  2. In base al contesto, in diafasia (variazione diafasica), cioè oscillare tra più formale e meno formale, in base al contesto. Es. cesso vs toilette.
  3. In base al mezzo di comunicazione, in diamesia (variazione diamesica), tra due poli, scritto e orale. Es. “k” al posto di “ch”.
  4. In base alla classe sociale del parlante (variazione diastratica). Es. italiano delle classi agiate vs italiano delle classi popolari.
  5. Da parlante a parlante (variazione idiolettale), in base a come questo intende una parola (quando una persona utilizza una parola diversamente dalla regola canonica).
  6. (variazione diacronica), quando in una lingua coesistono due varianti, una più arcaica, che si è conservata, e una contemporanea. Es. annunzio vs annuncio.

È anche necessario specificare la differenza tra:

  • Variazione: movimento sincronico di una lingua.
  • Variabile (sociolinguistica): punto del diasistema soggetto a variante sincronica.
  • Variante: come la variabile si realizza concretamente. Es. toilette, bagno, cesso sono tutte varianti.
  • Varietà: singoli sistemi linguistici caratterizzati da certi valori delle variabili. Es. italiano standard e italiano popolare.

Variazione: italiano standard/ italiani regionali/ dialetti

I confini tra queste tre variazioni sono stabiliti in modo convenzionale da due criteri:

  1. Distanziamento (abstand): misura di quanto due varietà differiscono sul piano strutturale (cioè tutti gli elementi di una lingua, dalla fonetica alla sintassi).
  2. Elaborazione (ausban): una varietà è tanto più elaborata quanto più possiede strumenti per far fronte alle difficoltà comunicative; in ogni contesto sociale c'è una sola varietà con un massimo livello di elaborazione.

Le varietà regionali non sono completamente altrelingue, ma solo come si declina l'italiano standard in ogni regione con l'influenza dei dialetti.

Repertorio linguistico: insieme delle varietà disponibili per una certa comunità linguistica. Es. per l'italiano il repertorio è italiano standard + varietà regionali + dialetti.

Diglossia (termine coniato nel '59 da Ferguson): repertorio in cui ci sono due varietà abbastanza diverse da essere considerate sistemi differenti; queste varianti si trovano in distribuzione gerarchica (la varietà A, tipica dei contesti formali, e la varietà B, tipica dei contesti informali). Es. distribuzione tra arabo standard e varietà locali.

Dilalia (termine coniato da Berruto): progressiva invasione della varietà A anche nei domini comunicativi bassi in cui si troverebbe la varietà B. Dall'unità d'Italia fino agli anni '50, per esempio in Italia si è assistito ad una scolarizzazione di massa che ha portato l'italiano standard a soppiantare le varietà regionali. Stessa cosa è accaduta col greco attico e con il latino di Roma, due varietà che si sono imposte sulle altre.

Mutamento

Il mutamento è la generalizzazione di varianti in competizione. Quando avviene un mutamento, inizialmente l'innovazione è circoscritta ad alcuni parlanti, ma si può affermare che è avvenuto il mutamento quando tutti iniziano a usare la seconda variante. Es. factu > fatto.

Il mutamento è intrinseco nel concetto di lingua, dunque è impossibile controllarlo o impedirlo, anche se:

  • Esistono organi che tentano di preservare la "purezza" di una lingua, come l'Accademia della Crusca italiana o l'Académie française.
  • Sono stati fatti tentativi da parte di governi fortemente accentratori di annullare i dialetti per imporre un'unica lingua nazionale. Es.
    • La russificazione messa in atto dall'Impero zarista a danno delle lingue slave, baltiche e finniche, provocando addirittura l'estinzione di alcune lingue indigene della Siberia.
    • L'eliminazione delle lingue celtiche messa in atto a partire dal governo accentratore di Enrico VIII.
  • È stato fatto un tentativo di purismo linguistico durante il ventennio fascista con l'obiettivo di "ripulire" l'italiano dai prestiti stranieri, soprattutto inglesi, sostituendoli con parole italiane (alcune di queste prendono piede, ad esempio "tramezzino" anziché "sandwich").
  • Esiste anche il concetto di programmazione linguistica, come ad esempio il processo attuato dall'Italia del XX secolo.

Le cause del mutamento sono:

  • Passaggio generazionale: ogni generazione parla diversamente da quella precedente.
  • Tendenze generali, es. principio di economia.

Mutamento lessicale

Il mutamento lessicale è quello più visibile di tutti perché il lessico si rinnova continuamente per seguire tendenze linguistiche o per motivi generazionali ecc... Tre sono i fenomeni principali relativi al mutamento lessicale:

  • Prestiti
  • Calchi
  • Conî

Interferenza linguistica

È l'acquisizione da parte di una lingua di parole e/o caratteristiche provenienti da un'altra lingua ed è uno degli esiti possibili del contatto linguistico. Essa è analizzata a fondo da Weinreich e la nascita dell'interesse verso tale ambito è un fenomeno che inizia solo a partire dagli anni '50 e affiora così tardi per due motivi:

  1. Impostazione saussuriana, basata sul rigido sistema della langue, ritiene tale sistema quasi impermeabile agli influssi esterni.
  2. La linguistica storica e il metodo comparativo-ricostruttivo ignorano i prestiti, e anzi fondano le loro corrispondenze anche su di essi.

Contatto linguistico: combinazione o sovrapposizione di sistemi linguistici diversi nell'uso concreto a opera di un parlante bilingue, vale a dire l'inserzione in una lingua A di elementi lessicali, morfologici, strutturali, provenienti da una lingua B; questo può avvenire a livello della L1 ma anche a livello della L2 ecc...

L'interferenza avviene a livello di parole in quanto quando poi si sistematizza entrando a far parte della langue è ormai tanto parte del sistema linguistico che i parlanti non se ne accorgono più.

L'interferenza può essere:

  • Di discorso: fatti che occasionalmente capitano ad un bilingue nella sua produzione linguistica; a sua volta si divide in:
    • Commutazione di codice: quando un bilingue si ritrova involontariamente a passare da una lingua all'altra. Es. ho preso un nuovo... fernseher.
    • Citazioni occasionali di parole straniere, anche chiamate glosse. Es. quando nella filosofia latina si devono introdurre termini della filosofia greca, autori come Cicerone e Lucrezio utilizzano tali termini senza che essi siano ancora veri e propri prestiti in latino.
  • Di sistema: quando una certa caratteristica della lingua modello entra stabilmente a far parte della lingua replica, e si parla in questo caso di prestiti.

Il contatto interlinguistico, per Thomason e Kaufman, dà vita a tre tipi di esiti diversi:

  • Borrowing: incorporazione di elementi stranieri nella lingua nativa del parlante con adattamento delle parole straniere alla morfologia e alla fonologia della lingua d'arrivo. Per far ciò non serve un alto livello di bilinguismo: basta un solo parlante bilingue per introdurre un prestito lessicale, mentre serve una buona comunità e anche un po' di tempo per introdurre prestiti strutturali.
  • Substratum interference: si verifica quando un gruppo di parlanti abbandona la propria lingua a favore di un'altra nell'arco di un breve tempo (massimo due generazioni) apprendendo quest'ultima in modo imperfetto. I primi elementi che si acquisiscono sono quelli lessicali, mentre la parte più difficile da abbandonare è quella fonologica, ovvero le abitudini articolatorie. Tale processo, portato alle estreme conseguenze, può portare addirittura alla creolizzazione o all'estinzione della lingua. Va chiarita, tra l'altro, la differenza di tale fenomeno con il concetto di sostrato; la causa della differenziazione delle lingue romanze dal latino si spiega con la diversità delle lingue di sostrato del latino (sostrato italico, etrusco, celtico, greco...) e con la sovrapposizione di popoli diversi in aree in cui si parlava latino.
  • Un altro concetto è l'adstrato, che designa una lingua che è rimasta a contatto con altre lingue nel tempo, mantenendo alcune influenze reciproche senza che una si imponga completamente sull'altra.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgiazucchi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Dedè Francesco.
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