Chapter 1 - Introduction
C. A. Bayly ha dichiarato provocatoriamente che “all historians are world historians now, though many have not yet realized it”. In effetti, negli ultimi decenni, e soprattutto nel contesto anglosassone (ma anche in Europa e nell’Estremo Oriente), la storia globale è stato il ramo della storiografia che si è sviluppato più velocemente, grazie soprattutto a una nuova generazione di studiosi.
Perché si verifica proprio ora?
Tra le varie ragioni:
- L’accresciuto interesse verso i fenomeni globali come chiave per capire il presente, dopo la fine della Guerra fredda e dopo l'11 settembre.
- Una rivendicazione di maggiore inclusività da parte delle comunità di emigrati.
- I cambiamenti nell’approccio accademico alla disciplina, dovuti anche alla rivoluzione delle comunicazioni (iniziata negli anni Novanta) che ha favorito la creazione di reti internazionali e di forum globali.
- Lo sviluppo dell’informatica, che spinge sempre di più gli studiosi a parlare di reti e nodi.
Why global history? Beyond Internalism and Eurocentrism
La storia globale nasce dalla convinzione che gli strumenti finora utilizzati dagli storici non sono più sufficienti per fornire risposte alle domande che provengono da un mondo globalizzato e interconnesso come quello attuale. In particolare, sono due i “birth defects” delle moderne scienze sociali e umanistiche, entrambi provenienti dal contesto in cui queste si sono formate, nell’Europa dell’Ottocento:
- Il legame con lo Stato-nazione: nelle loro tematiche e nei loro fini, le scienze sociali e umanistiche sono sempre rimaste legate a una società nazionale, fondando sul nazionalismo la loro stessa metodologia (“methodological nationalism”), ossia considerando lo Stato-nazione come l’unità di indagine fondamentale, il “contenitore” di una data società. La storia è stata quindi a lungo una storia puramente nazionale.
- L’eurocentrismo: le stesse discipline hanno considerato l’Europa come il centro e il motore della storia mondiale e hanno di conseguenza utilizzato molti concetti propri della storia europea (nazione, rivoluzione, società, progresso) come una chiave interpretativa universale.
La storia globale è un tentativo di rimediare a questi difetti, ed ha quindi un aspetto polemico, intendendo cambiare il modo in cui la storia è studiata e insegnata: la “Storia”, innanzitutto non è solo quella nazionale; ma anche quando si considerano altre realtà, queste non devono essere considerate come compartimenti stagni (“area studies”), perché altrimenti non si possono considerare parallelismi e intrecci.
La storia globale rimane comunque uno dei tanti approcci, ognuno ugualmente valido per studiare determinate questioni. Nel caso della storia globale, i fenomeni di mobilità e di scambio (di merci, persone, idee e istituzioni) che travalicano i confini nazionali e non solo, facendo del mondo uno spazio di interconnessioni.
In questo, sembra però sovrapporsi ad altri approcci, ugualmente focalizzati sulle connessioni nel passato, come la storia transnazionale, la world history, la “big history”, gli studi postcoloniali… In effetti, se pure ci sono certamente delle differenze, sono anche molte le affinità. Per questo è difficile definire quale sia la peculiarità che rende unica la storia globale, anche perché il termine è usato spesso a sproposito nella letteratura, come sinonimo di altre diciture.
Three varieties of global history
Sarà bene allora distinguere euristicamente diverse reazioni alla sfida del “global” che confluiscono nella storia globale. Essa può essere di volta in volta interpretata come:
- “History of everything”: Ovvero la storia di tutto ciò che è avvenuto nel mondo, scritta da una prospettiva panottica e onnisciente. In alcuni casi, essa ha prodotto fotografie su larga scala (“global biographies”) di tutto ciò che avveniva nel mondo in un dato periodo: a volte un solo anno, a volte interi millenni o l’intera storia dell’umanità o dell’universo (si entra nel campo della big history). In quest’ottica, ogni argomento, anche il più particolare e locale, diventa un contributo alla storia globale (del resto, anche una biografia di B. Franklin contribuiva alla storia degli USA), anche se non ci sono espliciti riferimenti a parallelismi in altre parti del mondo.
- Storia delle connessioni e degli scambi: L’approccio che ha conosciuto maggior successo negli ultimi anni. L’assunto di partenza è che nessuna società, nazione o civiltà esiste o è mai esistita in maniera isolata, perché la storia dell’uomo è sempre stata caratterizzata da mobilità e interazioni. Anche in questo caso, gli argomenti di ricerca possono essere molto vari, ma non devono per forza considerare il mondo intero.
- Storia della integrazione tra globale e locale: Un po’ diverso dagli altri due, questo approccio riflette su alcuni scambi, cospicui e regolari, che hanno modellato le società in maniera profonda (es. Christopher Hill considera come la tendenza globale all’imperialismo e al capitalismo abbia influenzato la narrazione storica in Francia, negli USA e in Giappone nel tardo Ottocento). In pratica, alle spiegazioni “tradizionali”, solitamente a livello nazionale, di certi eventi se ne aggiungono altre che si rifanno a processi globali.
Process and perspective
La storia globale ha due facce: è sia un oggetto di studi, sia un modo di guardare alla storia, quindi sia un processo che una prospettiva (così come la storia sociale, la gender history…): Come approccio, permette di porre domande e di ottenere risposte diverse da quelle derivate da approcci diversi (es. alla storia della schiavitù nel mondo atlantico ci si può accostare dal punto di vista della storia sociale, della storia di genere, della storia economica, ecc., prendendo in considerazione aspetti diversi. La storia globale si concentrerà sulla creazione di un “Black Atlantic”, sulla connessione della tratta atlantica con quelle interne all’Africa, sul confronto con altre forme di schiavitù…).
È ovvio poi che alcune tematiche sono più adatte di altre ad essere lette secondo il punto di vista della storia globale: in questo caso abbiamo gli “oggetti”. Una dimostrazione di come processo e prospettiva siano legati: i fenomeni di globalizzazione che stiamo vivendo, che sono oggetto di storia globale, stimolano ad utilizzare sempre più la prospettiva globale anche per eventi del passato.
Promises and limits
La storia globale è passata dall’essere una sottocategoria di nicchia a una tendenza sempre più affermata e ha già apportato notevoli cambiamenti negli studi storici (es. ha sempre maggior spazio nelle riviste di storia, nei dibattiti, nei curriculum universitari…), influenzando anche altre branche della storiografia. Data la dimensione globale del nostro presente, tale ascesa non sembra destinata ad arrestarsi entro poco tempo. Tuttavia, a livello burocratico e di finanziamenti, la storia globale fatica ancora a ottenere un posto accanto a quella più tradizionale. È anche vero, come si è detto, che non tutte le ricerche richiedono una prospettiva globale (non bisogna trascurare alcuni attori effettivamente più isolati), perciò questo non è sicuramente l’unico approccio valido, anche se risulta illuminante per evidenziare il ruolo di quegli attori che sono stati sempre dimenticati ai margini delle diverse tradizioni nazionali.
Chapter 2 - A short history of thinking globally
Anche se la retorica della globalizzazione è diventata solo oggi così insistente, e anche se una vera coscienza globale ha preso forma in certe regioni dell’Eurasia solo nella prima età moderna, durante tutta la storia i gruppi umani si sono considerati parte di contesti più grandi, dalle dimensioni variabili a seconda delle connessioni attive con l’esterno.
Ecumenical historiography
I più noti storici dell’antichità (Erodoto, Polibio, Sima Qian, Rashid al-Din, Ibn Khaldun) scrissero la storia della loro ecumene, esaltandone l’identità culturale e la presunta superiorità, ma considerarono anche ciò che gli stava intorno. Solitamente, per farne un barbaro contraltare alla loro civiltà, ma mantenendo comunque un certo interesse etnologico verso i costumi altrui (gli autori stessi, greci, cinesi o arabi, viaggiarono molto). In alcuni casi, dietro questo interesse c’erano anche progetti di conquista. Le categorie attraverso cui si considerava l’“altro” erano sempre quelle della cultura di appartenenza, e anche la storia del resto del mondo veniva interpretata secondo la propria chiave di lettura (il cammino verso il regno di Dio, la creazione della Dar-al-Islam…).
World-historical tableaus, the sixteenth-eighteenth centuries
I principi base della storiografia ecumenica si mantennero stabili fino al XIX secolo, anche se l’aumentare di contatti su scala globale stimolò l’interesse verso le altre culture e verso una collocazione della propria società in un contesto più ampio. Alcune opere di provenienza diversa dimostrano questa esigenza. L’integrazione delle Americhe nelle reti intercontinentali, a partire dal Cinquecento, produsse una sfida cognitiva e culturale, che spinse a produrre storiografia su larga scala (piuttosto che quelle dinastiche): nel 1580 a Istanbul fu scritta una Storia dell’India occidentale e quasi contemporaneamente, in Messico, Heinrich Martin of Hamburg scrisse una versione americana della storia del mondo…
Nei decenni e secoli seguenti, molti altri autori di tutto il mondo scrissero “a tavolino” delle storie che comprendevano tutto il mondo allora conosciuto, basandosi sui molti rapporti di esploratori. Sebbene avessero un carattere enciclopedico e poco incentrato sulle connessioni, essi non avevano più lo scopo primario di costruire delle differenziazioni per affermare un’identità. Man mano che le reti commerciali e le strutture imperiali si espandevano, i lavori divennero sempre più dettagliati. A Londra, tra il 1736 e il 1765, fu pubblicata una Universal History in 65 volumi: in essa venivano schedate quante più società possibile, sul cui presente e passato venivano date più informazioni possibili (era di fatto una raccolta di racconti di viaggio).
In molti seguirono un modello simile negli anni intorno al 1780: Voltaire, Edward Gibbon (Decline and Fall of the Roman Empire considerava l’intera area eurasiatica) e gli studiosi dell’Università di Gottinga (principale centro promotore di questa storia universale). In questi lavori rimanevano forti l’idea di “civiltà” separate e l’eurocentrismo.
World history in the age of western hegemony
Nel corso dell’Ottocento, l’età dell’egemonia dell’Occidente sul mondo, in molte parti del mondo si registra un cambiamento nella concezione del passato, che si conforma a quella occidentale. La storiografia tradizionale vedeva in questo un trionfo della razionalità illuminista sulle varie narrazioni mitiche; gli studi postcoloniali vi leggono invece un’imposizione di valori culturali, ma di fatto, continuano a interpretare questo processo come la diffusione di un’idea europea.
Tale interpretazione non è errata: in effetti, l’Europa, diffondendo i suoi testi e creando cattedre, associazioni, riviste ecc. su modello di quelle europee, impose al mondo la sua visione del passato, basata sulla nazione e sull’idea di progresso (positivismo). Tuttavia, questa concezione della storia era piuttosto nuova anche per gli stessi europei e una prospettiva globale può aiutarci a comprendere quale fu l’effettivo ruolo di questa esportazione culturale. Ci permette infatti di ricordare che:
- Gli storici, pur adottando i nuovi metodi, continuarono a portare avanti le proprie tradizioni e ad usare le proprie risorse, spesso proprio con un’ottica nazionalista (la “scuola nazionale – kokugaku” in Giappone, la “scuola critica” in Cina…).
- La nuova interpretazione della storia era dovuta anche ai mutati equilibri geopolitici, ossia all’egemonia europea, con la conseguente imposizione del modello dello stato-nazione. In un mondo eurocentrico, anche la storiografia lo diventa.
Sulla base della supremazia politica dell’Occidente, nell’Ottocento la world history (in Europa e nel resto del mondo) si fonda sul paradigma del progresso per raccontare un cammino dell’umanità in cui l’Europa precede tutte le altre parti del mondo (approccio universalistico). Per quanto a lungo egemonica, la narrativa eurocentrica non fu esente da critiche. Queste, che rimangono influenti ancora oggi, si basano su due punti principali:
- “Systems approach”: Deriva dal materialismo storico di Marx, che, sebbene in parte eurocentrico, pone l’accento sulle interazioni, cioè sulle condizioni “sistemiche” dello sviluppo sociale su scala globale. Il Manifesto del Partito comunista (1848) descrive il capitalismo come fondato su una “interdipendenza universale tra le nazioni”. Diverse scuole storiografiche (quella dei sistemi-mondo, i subaltern studies…) hanno ripreso questa concezione.
- “Concept of civilization”: Assunse popolarità nel mondo islamico e nell’Estremo oriente negli anni Ottanta del XIX secolo (Okakura Tenshin in Giappone; Rabindranath Tagore nel Bengala). Enfatizzava la differenza culturale (Oriente spirituale contro Occidente materialista) contro l’idea di un progresso lineare ed univoco. Era influenzato anche dai lavori di Johann Gottfried Herder (1744-1803), nei quali veniva postulata l’unicità di ogni cultura nel mondo. L’idea di cultura come ente discreto e immutabile si affermò a cavallo tra XIX e XX secolo, trovando una popolare esplicazione in Decline of the West di Oswald Spengler (1918).
World history after 1945
Il paradigma delle civiltà resistette fino alla seconda metà del XX secolo, ricevendo nuova linfa dall’opera in dieci libri di Arnold Toynbee, A Study of History (anni Trenta). L’autore divideva il mondo in 21 civiltà, ciascuna con caratteristiche peculiari che ne spiegavano il ciclo di ascesa e declino. Nonostante il vasto successo dell’opera, Toynbee rimase un outsider tra gli storici, così come lo status della world history all’interno degli studi storici rimase dubbio fino agli anni Novanta. Per le nazioni che guadagnarono l’indipendenza nella seconda metà del Novecento, la priorità era la creazione di una storia nazionale, che veniva giustapposta però al racconto occidentale.
The Rise of the West di William McNeill, uscito nel 1963 e divenuto un influente punto di riferimento, testimonia la permanenza della prospettiva eurocentrica: l’autore vede infatti il mondo come il frutto dell’esportazione della tradizione occidentale, quindi della modernizzazione (developed/underdeveloped). Particolarmente influente fu anche l’approccio marxista, improntato al materialismo storico, che si affermò in molti paesi (oltre che nel blocco comunista, in Italia, Francia, America Latina…) dopo il 1945. In Cina, in particolare, la world history trovò ampio spazio nelle università. Quella marxista era però una world history particolare, che studiava la storia di un paese inquadrandola nel modello marxista di sviluppo storico e che utilizzava le fonti per convalidare questo modello aprioristico.
Negli anni Settanta si affermò con successo la teoria dei sistemi-mondo, inaugurata dal primo volume dell’opera incompiuta di Immanuel Wallerstein (1974). Anche questa world history, però, rimaneva legata all’eurocentrismo (progressiva integrazione delle varie regioni nel sistema-mondo europeo).
I nuovi indirizzi della storiografia (storia delle mentalità delle Annales, storia dal basso, microstoria, storia di genere, linguistic turn…) contribuirono a minare il paradigma eurocentrico e le tendenze universalistiche. Anche gli “area studies”, oltre a fornire materiale per i world historians, agirono in questo senso.
Una critica radicale al sistema delle conoscenze occidentale venne però dagli studi postcoloniali (Frantz Fanon, Aimé Cesaire, Leopold Senghor), saliti alla ribalta dopo la conferenza dei paesi non allineati a Bandung (1955) e poi durante le proteste del 1968. In ambito accademico, si affermò ancor di più la teoria della dipendenza, sviluppata da alcuni scienziati sociali in uno scritto a proposito dell’America Latina. Caratterizzata da una forte accezione politica (critica agli USA), dal punto di vista teorico essa affermava che l’arretratezza non era il frutto di tradizioni locali non moderne che non erano ancora state toccate dalle dinamiche dell’economia globale, ma dipendeva proprio dall’integrazione di queste tradizioni nelle strutture del capitalismo globale.
Negli anni Ottanta si aggiunsero i “subaltern studies”. Nati in India con l’intento di scrivere la storia dal punto di vista delle classi subalterne, si rifacevano a Gramsci, Foucault, Said, Derrida… Molti degli studiosi ebbero successo nel mondo anglofono, contribuendo a diffondere la critica all’eurocentrismo. La rassegna di questo capitolo ha voluto quindi dimostrare che l’attuale interesse nei processi transnazionali non è affatto nuova né spiccatamente europea: gli storici hanno sempre raccontato il “loro” mondo, sulla base di quello che volevano provare e anche delle interazioni che avevano con il contesto globale. Ancora oggi, la storia globale rimane influenzata dal tempo e dallo spazio in cui gli storici vivono.
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