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unico paradigma evolutivo, ma con ritmi diversi; in quest'ottica le nazioni occidentali fungerebbero

da modello per quelle “più arretrate”, e indicherebbero loro la via per lo sviluppo materiale, politico

e culturale, quindi la via per la modernità.

Naturalmente vi furono delle opposizioni: lo storico-economista Prebish ribatté, per esempio, che il

sottosviluppo non dipendeva da cause endogene, bensì da era il risultato di delle politiche di

inclusione dei paesi del cosiddetto terzo mondo nel libero commercio delle società capitalistiche

(teoria della dipendenza), che si erano tradotte in nuove forme di sfruttamento (sviluppo dello

sviluppo).

La teoria della dipendenza rappresentò una delle più solide premesse per l'emergere dell'analisi dei

sistemi-mondo (Wallerstein): il sistema-mondo moderno, originatosi nel XVI secolo costituisce

un'economia-mondo capitalistica, caratterizzata principalmente da una divisione assiale del lavoro

tra processi produttivi centrali e periferici, in cui gli stati centrali si trovano in un costante stato di

tensione economica e militare, in concorrenza per lo sfruttamento delle zone periferiche,

permettendo a talune aree il ruolo di mediazione come potenze semiperiferiche. Waller.. introduceva

così un nuovo paradigma per la storia del mondo: abbandonava lo stato nazionale come categoria di

analisi fondamentale, e lo sostituiva con il sistema-mondo, inteso come ambito spaziale/temporale

che taglia trasversalmente molte unità politiche e culturali, rappresentando un'area integrata di

attività e istituzioni che obbediscono ad alcune regole sistemiche.

Benché sia alla base della World History moderna, la world-system analysis è stata in seguito

oggetto di distanziamento da parte degli storici successivi: individuando nei meccanismi del

capitalismo internazionale il fattore chiave della vicenda storica moderna, tende a negare la agency

dei popoli non occidentali, ovvero la loro capacità di porsi in qualità di soggetti attivi di una

interpretazione dinamica con gli stati colonizzatori o comunque centrali. Invece è proprio la

valorizzazione delle varie risposte degli stati extraeuropei all'avanzata del capitalismo globale che

rappresenta, negli intenti della Wolrd Histoy, un antidoto alla master narrative eurocentrica.

Alcuni dati, ora, sulle prime iniziative in direzione della formalizzazione della World History: al

1982 risale la fondazione della World History Association; al 1990 il Journal of World History

(entrambi fondati da Bentley); al 1994 il sito web H World; al 2003 la rivista World History

Connected.

Naturalmente la istituzionalizzazione della disciplina ha incontrato resistenze, soprattutto in

America, dove soprattutto in ambienti conservatori, si è temuto che una prospettiva storiografica di

stampo culturale potesse minare il patriottismo americano e screditare il patrimonio storico

occidentale.

2. World/global History: un confine mobile

Si è visto il processo di genesi di questo campo storiografico nuovo, distinto dalla tradizione della

storia universale (per quanto da essa discenda). Si può ora avanzare una definizione: la wolrd

history, intesa come storia delle connessioni all'interno della comunità umana globale, privilegia la

dimensione transculturale e transregionale del divenire storico, eleggendo a proprio specifico

oggetto di analisi tutti quei processi che innescano significative interazioni tra diversi gruppi umani.

Tratto distintivo della WH consiste dunque nel fatto che trascende il tradizionale concetto dello

stato nazione, e lo sostituisce con una prospettiva regionale: l'alternativa al nazionale non si

configura tuttavia come uno spazio coincidente con l'intero globo, bensì alla stregua di regioni che

attraversino in maniera trasversale i confini politici nazionali. Per questo c'è chi ha preferito parlare

di storia trans-nazionale.

Altra espressione molto di moda negli ultimi anni è quella di storia globale, che si distinguerebbe

dalla WH per il suo focus sulla storia della globalizzazione, e il cui elemento di specificità sarebbe

la sua attenzione all'accelerazione senza precedenti del processo di integrazione planetaria alla fine

degli anni '90. Per molti storici tuttavia la differenza tra global e world history si basa per lo più su

una sfumatura di significato.

Quel che è certo è che WH, Global e Transnational History condividono il desiderio di trascendere

la dominante categoria d'analisi dello stato nazione, nonché l'etnocentrismo propri della tradizione

occidentale.

Obiettivo della WH è la costruzione di una storia policentrica, in grado di registrare, all'interno di

una prospettiva multipolare, sia i differenti, originali e dislocati apporti allo sviluppo di un ecumene

globalizzata, sia i fenomeni di appropriazione o resistenza alla modernità europea nei territori non

occidentali.

3. Oltre il miracolo europeo: per una storia del mondo policentrica

(=> da qui in poi, aree tematiche della WH: area studies, ibridazione esperienza storica,

studi atlantici, migrazioni, globalizzazione, environmental history e big history..)

Uno dei primi sentieri battuti dai world historians è quello che si snoda a partire dagli area studies,

programmi di studio specificamente dedicati a particolari regioni del mondo (Africa, America

Latina, Medio Oriente, Asia orientale, Asia del sud). Per quanto, come di vedrà, vi siano delle

differenze, questo approccio ha contribuito lasciato emergere storie inedite, che impongono di

ripensare radicalmente il tradizionale racconto eurocentrico.

Per esempio, per quanto riguarda la storia cinese, studi volti ad analizzare le esperienze occidentali

e non su una base analiticamente più egualitaria, hanno fornito un quadro della storia cinese

settecentesca radicalmente nuovo (Wong, Pomeranz). La società cinese di quel secolo emerge infatti

come protagonista di sviluppi assimilabili alle rivoluzioni industriose europee (riorganizzazione dei

modelli di lavori e di consumo). Cosa ne deriva? L'immagine di un mondo, all'epoca della

rivoluzione industriale, policentrico sul piano della localizzazione di vitali economie fondate su un

ruolo rilevante delle attività di mercato; immagine eversiva rispetto all'idea di un sistema

economico mondiale strutturato fin dalla prima età moderna dallo sviluppo capitalistico europeo, e

che propone una variante in termini di esteso sistema multipolare.

La riconsiderazione critica del mondo moderno ha determinato nuove prospettive.

Il lavoro di alcuni studiosi giapponesi (Sugihara) ha avanzato un originale interpretazione relativa a

un peculiare paradigma di sviluppo economico in Asia orientale, basato su un modello

labour-intensive contrapposto a quello capital-intensive occidentale. Ciò va contro la tradizionale

idea che l'innalzamento dello standard di vita della popolazione orientale sia da ricercarsi

nell'introduzione di tecnologie occidentali.

Allo stesso modo, per quanto riguarda il sub continente indiano e parti del medio oriente, un ampio

filone storiografico ha preso le distanze dalle interpretazioni tendenti a riconoscere agli inizio del

settecento un ampio divario tra il livello economico delle nazioni dell'Europa nord-occidentale e

quello dell'india e dell'impero ottomano, paralizzati da presunte economie tributarie. Al contrario è

evidente l'esistenza di una popolazione rurale dotata di uno spiccato spirito imprenditoriale e quindi

di modelli produttivi orientati al mercato, oltre che lo sviluppo di industrie locali.

Altro colpo assestato all'idea che l'Europa nord occidentale avesse staccato notevolmente le altre

zone del mondo nella corsa alla modernità, sono stati gli studi che hanno evidenziato l'importanza

dell'oceano indiano nell'ambito del sistema di scambi in epoca antica e premoderna e ancora nel

XIX secolo.

Tutto ciò ribalta l'idea sostenuta per secoli che le regioni asiatiche fossero prive di vitalità

economica, o almeno che l'economia fosse prepotentemente arretrata rispetto a quella occidentale.

Ma perché, ci si chiede, l'Europa alla fine ha vinto (almeno, probabilmente, temporaneamente)?

Per taluni, una serie di fortuite (per l'Europa) crisi in oriente. Le motivazioni dei differenti destini

che attesero l'Europa e le società afroasiatiche sono oggetto di animato dibattito. Forse la risposta

più completa, per ora, è stata data da Bayly (lo si vedrà meglio in seguito), il quale, pur

considerando valide le tesi relative ai vantaggi di cui poté godere l'Europa all'epoca della

rivoluzione industriale (disponibilità di materie prime e opportunità di un efficiente sfruttamento del

carbone), ha esteso il campo d'analisi a fattori riguardanti la sfera politica e sociale dei paesi

occidentali.

Quel che conta per ora è che l'immagine che tutti questi studi vanno componendo è ben lontana da

quella veicolata dal racconto monocorde dello sviluppo capitalistico europeo.

4. Incontri e transfer culturali: l'ibridazione dell'esperienza storica

Rivedere poi: incontri culturali esempi

5. Il mondo in movimento. Migrazioni e diaspore.

I processi di globalizzazione culturale sono stati legati in passato (molto più che in epoca odierna,

dominata dalla comunicazione di massa), alla dimensione della mobilità: i fenomeni migratori si

prestano molto bene agli studi della WH, in quanto consentono di seguire le persone che si spostano

all'interno di una spazialità non convenzionale, costituita dallo spazio stesso del movimento. La

WH, trascurando i tradizionali focus sull'impatto di tali migrazioni sul luogo di origine e sul luogo

di destinazione, ha incentrato la sua analisi sul concetto di rete, al fine di indagare le interazioni

tra i diversi spazi e le varie dimensioni dell'esperienza storica implicate nei fenomeni migratori.

Precursore di queste indagini è stato Curtin, che nel suo Atlantic Slave Trade ha non solo rilanciato

il dibattito sul numero effettivo di africani che attraversarono l'atlantico in catene tra il XVI e il

XIX sec., ma ha anche posto l'attenzione sulla funzione svolta dal commercio transatlantico degli

schiavi in relazione al processo di integrazione del nuovo mondo oceanico.

In effetti quelli che oggi vengono definiti studi atlantici, che vedono il bacino atlantico come

coerente unità di analisi, è stato originariamente legato proprio agli studi sul commercio

transoceanico degli schiavi. E grazie a questi studi (cominciati con Thornton), per esempio, si è

messa in discussione la semplicistica rappresentazione degli africani come vittime del sistema

schiavistico del nuovo mondo, evidenziando come alcuni di essi siano stati protagonisti attivi del

business schiavistico. L'Atlantico non è più visto, quindi, come veicolo della circolazione, ma come

unico spazio all'interno del quale beni e persone venivano creati, definiti, trasformati. Da qui

diverse indagini si sono dipanate sui diversi processi concorrenti alla creazione di una comunità

atlantica.

Se si parla di schiavi, la WH in ogni caso non è interessata alla sola tratta transatlantica, bensì

all'intero universo della schiavitù: tra gli studi più interessanti, quelli sulle rotte schiavistiche

transsahariane (dal sud al nord al medio oriente), che ebbero inizio circa otto secoli prima e che

ancora nella metà del XIX secolo costituivano oltre i due terzi del valore dell'intero commercio

carovaniero. Tratta trascurata da una storiografia tendente a privilegiare una dimensione atlantica.

Altri flussi migratori oggetto degli studi della WH sono gli quelli in ambito diverso rispetto a quello

schiavistico (lavoratori, soldati, intellettuali, missionari). In particolare, ci si è soffermati sulle

diaspore commerciali, ovvero su quelle comunità di mercanti organizzate su base familiare, etnica o

religiosa per sostenere gli scambi sulla lunga distanza. A caratterizzare tali comunità (ebrei sefarditi,

multani..) era la capacità dei loro membri di muoversi agevolmente almeno tra due culture, data la

funzione di intermediazione culturale che erano chiamate a svolgere. Ad esempio, i maltesi

riuscirono a gestire gli scambi tra asburgici ottomani grazie alla compresenza nella loro cultura di

religione cristiana e semitica.

Se il tema delle migrazioni è tanto utile agli studi di World History è perché esso lascia emergere in

maniera evidente le interazione tra il livello locale e quello globale, e consente l'analisi dei processi

di integrazione dei migranti all'interno delle società d'approdo, a loro volta modificate dal loro

arrivo, o dell'impatto del loro ritorno ai luoghi d'origine; inoltre permette di cogliere le dinamiche

globali messe in moto dal movimento delle persone nello spazio (Manning ha parlato di

Cross-community migration).

6. Il passato globale del nostro presente (importante)

I processi di integrazione economica e socioculturale su scala planetaria definiti a partire dai primi

anni '90 in termini di globalizzazione sono stati a lungo appannaggio di economisti, sociologi,

politologi e antropologi. Solo recentemente gli storici si sono dedicati al tema, e i loro contributo ha

schiuso nuovi orizzonti interpretativi, in virtù della precedente enfasi pressoché esclusiva per un

verso sula dimensione economica, per un altro sull'orizzonte della contemporaneità. Due le

principali tendenze di fondo.

In primo luogo la volontà di cogliere la diversità storica della globalizzazione, ovvero di ricostruire

le varie forme che storicamente, dunque in momenti e all'interno di scenari regionali differenti, essa

ha assunto. L'analisi delle diverse fasi della progressiva estensione nella scala dei processi sociali da

un livello locale a uno mondiale mira quindi da un lato a scomporne le parti costitutive, ovvero le

diverse forze globalizzanti, ciascuna dotata di uno specifico sviluppo storico; dall'altro a far

emergere rotture e discontinuità che ne hanno accompagnato il dispiegamento. In questo modo la

globalizzazione viene liberata dal rischio di una interpretazione in termini di processo lineare.

Questo approccio consente inoltre di rilevale inoltre la portata delle componenti non occidentali

attive nel processo di globalizzazione: la storia della globalizzazione non è storia dell'espansione

dell'Europa o dell'ascesa dell'occidente, ma creazione congiunta; anzi il ruolo occidentale è stato,

come si vedrà, sostanzialmente marginale prima del XVI secolo.

All'interno di tale ambito di ricerca, che trova uno dei soggetti più attivi nel Global Economic

History Network, coordinato dagli storici economici della London School of Economics, ad essere

approfonditi sono in particolare i temi dell'imperialismo e degli imperi, sia in qualità di forze

globalizzanti, sia per il loro impatto sullo sviluppo economico delle ex colonie, e quello sull'origine

dell'industrializzazione, rivisitato di recente alla luce dei dati emersi da recenti ricerche sulle storie

africana e asiatica.

Berg ha per esempio attribuito al commercio globale il ruolo di motore primo dello sviluppo della

industrializzazione europea: sarebbero stati i beni di lusso di provenienza asiatica (seta, porcellane)

a stimolare nuovi desideri presso le classi medie. I nuovi modelli di consumo invalsi in Europa tra il

tardo XVII e il XVII secolo avrebbero poi trasformato le economie del continente, innescando un

processo di produzione indigena di imitazioni dei manufatti provenienti da oriente; ma in assenza di

un trasferimento di conoscenze tecnologiche asiatiche, il processo di imitazione dei prodotti

orientali si sostanziò di tentativi di adattamento delle tecniche di produzione europee, che finirono

per generare una gamma di prodotti di consumo, questa volta però britannici.

A sottolineare la relazione tra la domanda europea, la conquista di basi commerciali e

l'organizzazione della produzione all'epoca dell'espansione coloniale è stato anche lo studio di

Capuzzo (Culture del consumo) che ha analizzato in maniera ampia e approfondita il processo di

sviluppo dei consumi nella società europea tra il Seicento e la grande guerra, ponendone in luce

anche il nesso con la strutturazione di nuovi assetti del potere mondiale.

Altri studi sono partiti dalla domanda: a partire da quando è possibile parlare di globalizzazione?

Spiccano anzitutto, per il loro carattere radicale, gli studi dei new global historians, secondo cui è

possibile parlarne a partire dagli anni cinquanta del XX secolo: secondo Mazlish è stata

assolutamente eccezionale la novità dell'estensione e dell'accelerazione dell'interconnessione su

scala globale a partire dal secondo dopo guerra. Altri, invece, sostengono l'esistenza di un

sistema-mondo risalente 5000 anni fa: Gunder e Gills ridimensionano l'eccezionalità attribuita a tale

creatura moderna e sostengono la validità di categorie quali il primato dell'accumulazione di

capitale, la strutturazione centro-periferie, l'alternanza tra egemonie e rivalità, presenti sin dai tempi

della mezzaluna fertile, nel 3000 a.c.

Si tratta delle posizioni più estreme, vi sono anche delle vie di mezzo: sarebbero stati, dicono

alcuni, la crescita dei flussi migratori e l'idea dell'esistenza di diritti umani universalmente validi, il

punto d'avvio del processo di globalizzazione. Per Bayly il 1750 è stato l'anno del passaggio dalla

globalizzazione arcaica alla protoglobalizzazione, con l'espansione delle produzioni capitalistiche

della centralità del mercato e del riorientamento dei consumi.

Per quanto riguarda il discorso sulle esperienze globalizzanti precedenti quella occidentale, studi

interessanti sono quelli di Bennison, secondo cui l'ecumene islamica a partire dal VII secolo costituì

a tutti gli effetti un sistema-mondo integrato nell'orbita afroeurasiatica, dando vita a una delle forme

probabilmente più durevoli ed esemplificative di globalizzazione arcaica. Solo l'imperialismo

europeo ottocentesco avrebbe sovvertito il suo equilibrio, inglobando violentemente i soggetti di

quel “sistema protoglobale condiviso” all'interno di un sistema imperiale egemonico.

E prosegue facendo altri esempi di protoglobalizzazione in altre zone geografiche come Asia e

Africa.

Fino alle soglie della globalizzazione moderna, intorno cioè agli anni '80 del XIX secolo, ad

emergere è dunque la storia di una serie di fasi caratterizzate da vari livelli di interconnessione

globale, dominate da svariati protagonisti, e anche durante l'egemonia europea, altri soggetti

continuarono a svolgere una funzione che non si può definire marginale.

Se si guarda per esempio all'esportazione del modello di nazionalismo europeo, è vero che molte

zone del mondo finirono per adottare forme di stato simili alle moderne nazioni europee, ma è

anche vero che queste sono state declinate sui suoli extraeuropei in manieri differenti e in modi

originali, frutto dell'integrazione con il peculiare sostrato locale, in questo modo sussunto ma non

annullato nelle nuove forme di ideologia nazionale.

Interessante: questi adattamenti locali del modello politico statal-nazionale inducono ad estendere la

riflessione ad altri aspetti del processo di globalizzazione, che non si identifica quindi

necessariamente con un meccanismo di progressiva omogenizzazione, ma che può invece generare

una serie di varianti locali dei paradigmi oggetto di mondializzazione, in una dialettica definita dal

concetto di glocalizzazione. La world history dovrebbe allora porsi all'intersezione tra globale e

locale, sottraendosi tanto alla tentazione di un discorso totalizzante quanto alla frammentarietà delle

storie regionali.

Che è il nodo più complesso della questione: accanto alla storicizzazione del processo come

antidoto, da un lato al rischio di un racconto lineare e teleologico della progressiva integrazione

planetaria, e dall'altro a d una storia totalizzante dell'ascesa dell'occidente che ignori il ruolo

rivestito da attori non occidentali, è necessario tener conto del fatto che la globalizzazione della

modernità è stata accompagnata dalla sua frammentazione in spazi culturali reinventati, ed eleggere

quindi la dimensione liminare tra globale e locale come quella più appropiata ad una storia della

globalizzazione.

7. La storia dell'uomo sul pianeta terra: la environmental e la big history

Finora abbiamo considerato le implicazioni della prospettiva globale per l'analisi delle interrelazioni

umane. Ora si giunge a un ulteriore ampliamento di scala proposto dalla world history, quello della

relazione tra storia umana e storia naturale: essa è oggetto delle due history del titolo, ma in modo

diverso.

La environmental history (storia ambientale) si definisce come analisi dell'interrelazione tra mondo

umano e mondo naturale, in una prospettiva in cui la natura, intesa come physis, perde il ruolo

passivo di mero contesto del divenire storico per assurgere a quello di soggetto di una relazione

dinamica con la comunità umana. L'approccio è pur sempre antropocentrico, ma c'è la profonda

consapevolezza che le vicende storiche dell'essere umano non possono essere considerate in

maniera indipendente rispetto all'ambiente fisico. Questo tipo di approccio sottolinea l'appartenenza

della specie umana ad una community of life, in cui gli esseri umani sono coinvolti in un processo

di co-evoluzione con il resto della biosfera. Il profilo della storia ambientale è dunque

marcatamente interdisciplinare (con la genetica, la biologia molecolare ed evolutiva, geologia,

archeologia..). Ovviamente essa si muove in estesi scenari che oltrepassano i confini degli

stati-nazione, non basati su criteri politici o socio-economici.

Le origini della storia ambientale risalgono agli anni '60 e '70 del 900, dopo la formazione del

movimento ambientalista in ambito statunitense; il suo processo di istituzionalizzazione disciplinare

fu avviato con la fondazione nel 1976 della american society of environmental history e della

relativa environmental review (in europa il tutto sarebbe arrivato nel 1999).

Pioniere della disciplina fu Crosby, con il suo Columbian exchange, in cui lesse l'incontro tra

vecchio e nuovo mondo in termini di omogeneizzazione biologica.

Huges ha individuato, da qui in poi, tre filoni d'indagine della storia ambientale.

Il primo è quello che si è focalizzato sull'influenza, nell'evoluzione della storia umana, di clima,

variazioni del livello del mare, attività vulcanica, distribuzione e circolazione di specie vegetali,

inondazioni, malattie (tutti fattori ambientali, appunto).

Se ne citano alcuni: Armi, acciaio e malattie, di Diamond, che ha riflettuto sulla superiorità

occidentale a livello planetario, sostenendo che se l'agricoltura, primo motore dei successivi destini

dell'umanità, si sviluppò in Eurasia anziché in altri continenti, ciò fu dovuto alla distribuzione di

piante e animali addomesticabili in quella zona e non in altre, il che conferì un vantaggio storico

determinate per i futuri dominatori europei. Altro esempio è Il miracolo europeo di Eric Jones,

secondo cui la struttura topografica del continente europeo (ampie pianure circondate da barriere

naturali) da un lato, e la peculiare e complementare distribuzione di risorse da un altro, hanno

assicurato all'Europa lo sviluppo di una feconda economia, da cui deriva la sua sua superiorità nei

confronti dell'Asia, sì più progredita a livello tecnologico, ma più povera e quindi più debole. Il

nodo centrale per comprendere il diverso destino dei due continenti è però, per Jones, il fatto che in

Europa non vi furono dispotici regimi militari, bensì un sistema di stati liberali, che stimolò una

progressiva offerta di servizi, garanzie, beni, diritti; da cui, l'industrializzazione.

Altri studi hanno invece riflettuto sulla risposta delle società umane al clima, sulla loro capacità di

adattamento; ricorda Collasso, sempre di Diamond.

Il secondo filone della environmental history pone invece al centro dei propri interessi i

cambiamenti indotti dall'azione umana sull'ambiente naturale e il modo in cui gli effetti di tali

mutamenti di ripercuotono sulle stesse società umane. É un approccio che riconosce maggiore

valore alla cosiddetta human agency, quale fattore centrale nel processo di interazione uomo-natura,

azione che non riguarda solo le società industriali e tecnologiche, ma che è stata costantemente

esercitata, a partire dalle tribù di cacciatori, dalle società agricole e dai primi insediamenti umani.

Visto l'attualità del tema, molta produzione. Alcuni storici sono tacciati di catastrofismo, altri invece

sono riusciti a bilanciare la consapevolezza delle profonde trasformazioni innescate dall'intervento

umano sul pianeta terra con un'apertura positiva alle possibilità di compromesso tra un ambiente

indubbiamente modificato e un atteggiamento umano ecologicamente sostenibile.

I catastrofisti, o radicali, sono storici come Schafer, che ha parlato di una Pangea II, intendendo una

seconda natura in cui l'umanità si è sostituita alle forze biologiche e geologiche.. Invece una visione

più moderata è quella di McNeill, autore della prima storia ambientale del XX secolo: egli

riconosce l'impatto umano ma è ottimista riguardo la possibilità di arginare le tendenze

maggiormente distruttive.

Il terzo filone concerne la storia del pensiero umano in relazione all'ambiente e, per quanto riguarda

periodi più recenti, la storia delle politiche ambientali.

Riguardo la storia ambientale occorrono una precisazione finale: il fatto che essa riguardi tematiche

così attuali e sensibili, nonché politiche (è il grande problema del riscaldamento globale), offre delle

insidie: un rischio per esempio è quello di proiettare sul passato l'odierna sensibilità ambientalista,

in maniera anacronistica, laddove quella che è stata definita crisi ambientale ha avuto inizio negli

anni 60 e 70 del 900. Occorre attenzione.

Di natura differente rispetto alla environmental history è la big history, che si configura alla stregua

di una storia totale dell'esistenza umana, a partire dalle origini dell'universo fino ai nostri giorni. Per

i world historians, che avevano eletto lo spazio mondiale a proprio campo di indagine, si trattava di

compiere una scelta altrettanto radicale sul piano temporale.

Maps of time di Christian si propone come tentativo di rappresentare un atlante del tempo, in grado

di costruire per la storia l'equivalente di un mappamondo per la geografia. L'obiettivo sarebbe la

costituzione di una visione più unificata della storia, attraverso un'analisi che gioca su differenti

scale temporali, da quella del cosmo (13 bln di anni fa) a quella della modernità. Naturalmente la

big history è stata oggetto di numerose critiche, sia perché rischia di sconfinare nell'ambito della

storia naturale, sia perché, ponendosi in fondo come moderno mito della creazione, può apparire

come una riproposizione della storia universale tradizionale di matrice religiosa. I maggiori

problemi sono quindi i rischi connessi alle sue aspirazioni onnicomprensive e alla riabilitazione di

una concezione lineare ed evolutiva del tempo.

In ogni caso, le due storie analizzate costituiscono un passo avanti e un significativo aiuto nel

percorso di costruzione di una storia non eurocentrica.

8. Una nuova geografia per la storia

Oltre ai temi e ai modi, la novità della world history sta nella geografia delle istituzioni

storiografiche: fino a qualche lustro fa a svolgere un ruolo significativo in questo senso era quasi

esclusivamente il mondo atlantico, o meglio, il mondo europeo in età medievale e moderna, e quello

atlantico-occidentale in quella contemporanea. Questa visione storica corrispondeva

intrinsecamente con l'idea di progresso, , per cui oggetto della storia dovevano essere soprattutto, se

non esclusivamente, quelle aree del mondo che la rivendicavano come tratto distintivo della propria

civiltà. Gli altri, più o meno esplicitamente, erano popoli senza storia, società che a un certo punto

avevano smarrito il percorso; ed erano oggetto di discipline più specifiche come etnologia e via

dicendo. Discorso che vale soprattutto per quelle epoche che qui sono state periodizzate come età

contemporanea e moderna, ma che è valido anche per gli studi di storia antiche medievale: a lungo

oggetto degli studi storici sono stati il solo mondo romano e greco classico, con scarsa se non nulla

attenzione a quello orientale (africano e asiatico); così come per quanto riguarda il medioevo, fatte

salve le povere aperture a oriente per fenomeni come le crociate o Marco Polo, lo sguardo si fissava

su un Europa bloccata in una sorta di fase incubatrice che precedeva il decollo che l'avrebbe

contraddistinta nell'età moderna.

Oggi, viceversa, non solo si scrive storia riguardo a ogni parte del mondo, tenendo corso di tutti i

fattori di interconnessione possibili, ma anche in ogni parte del mondo: emblematico, per esempio,

che il journal of world history non si stampi a new york o londra, bensì a honolulu. Ciò si nota

soprattutto in stati come America, Olanda, Belgio, Francia, multiculturali in quanto fino a qualche

decennio fa titolari dei più grandi imperi del mondo, dove da tempo le università si sono dotate di

appositi settori dedicati agli areas studies.

Novità determinante è, oltre al fatto che si sia accordata maggiore attenzione agli stati extraeuropei

(e quanto si è visto finora), che si sia presa consapevolezza che la loro storia è parte fondamentale e

sostanziale della storia tout court (come si vedrà bene nella trattazione successiva).

Ora, da dove è derivata, anche, questa consapevolezza? Tanto per cominciare i mutamenti di

prospettiva maturati all'interno della comunità scientifica, ma anche e soprattutto alcuni eventi

materiali come il radicale mutamento dello scenario politico planetario seguito alla seconda guerra.

Con la decolonizzazione, certo lenta e progressiva, negli stati extraeuropei è poi cresciuto il bisogno

di raccontare una propria storia onorevole.

Si pone un problema: è sbagliato (e su questo sono stati scritti fiumi di inchiostro) applicare quelle

categorie di riferimento che a lungo si sono imposte come normative all'interno del discorso storico

occidentale (stato e nazione), a quelle zone in cui esse sono state sconosciute fino all'epoca della

colonizzazione. E del resto la stessa applicazione di queste categorie alla nostra contemporaneità è

stata messa in discussione: essa andrebbe ripensata, dicono molti, nei termini trans-nazionali e

spesso post-statali che i processi di globalizzazione propongono.

Sostanzialmente va superata, sia rispetto al passato che al presente, l'equiparazione tradizionale tra

storia e storia degli stati-nazione.

9. Crisi della nazione e crisi dello stato: tra storia e storiografia

Il più illustre sostenitore di tali tesi è Reinhard (Storia del potere politico in Europa): “l'europa ha

inventato lo stato. Ma lo stato non è una necessità antropologica. Non è originario. L'antropologia

politica ha trovato numerose società senza stato e l'esportazione dello stato europeo nel resto del

mondo, avvenuta col colonialismo, ha dato risultati così problematici che ormai questa forma di

stato non ha più valore di regola ma di eccezione nella storia del mondo.” Rehinard fa anche di più.

Si chiede: quali sono i tratti che individuano lo stato moderno? “Primo: un territorio come esclusivo

ambito di dominio”. Secondo: un popolo come stabile unione di persone legate da un solido senso

di appartenenza. Terzo: un popolo sovrano che: all'interno significa monopolio dell'uso legittimo

della forza fisica; all'esterno indipendenza giuridica dalle altre istanze.” Ora, secondo Reinhard,

questo stato moderno è esistito tra la fine del XVIII e i primi due terzi del XX. Ma ora esso non

esiste più! Non si tratta dunque di un istituzione astratta senza tempo, bensì di un epifania di una

particolare fase della storia mondiale. Creature in buona sostanza ottocentesche, gli stati-nazione.

Ma il fatto ancora più significativo è che queste non erano per nulla ovvie nemmeno allora: nel

settecento, e tanto meno nel cinquecento e nel seicento, esse erano una possibilità, un divenire tra le

altre, non un copione obbligagtorio. “lo stato e la nazione non sono né sostanze metafisiche né un

organismo naturale, ma costruzioni mentali formatesi attraverso processi di potere dell'agire

umano.” Essi presero forma compiuta nell'epoca della rivoluzione francese, in un contesto cioè in

cui c'erano società senza stato, ma non per questo senza storia. Perché dunque per le zone

extraeuropee non dovrebbe valere la stessa cosa?

Così tutte le visioni eurocentriche basate su una presunta superiorità in virtù dell'esistenza degli

apparati statali diventano sbiadite e inconsistenti, tanto nei confronti di una società in mutamento

come quella della globalizzazione, tanto nei confronti di quelle medievale e moderna.

Oggi si è consapevoli invece, e si studia in questa direzione, che c'è molto più oriente in occidente

(per dirla con Goody) di quanto si pensasse in passato, e che a contare è più l'aspetto della rete

relazionale orizzontale tra le persone che quello della sovranità territoriale verticale.

Middel ha osservato che, in questa nuova fase, quella nazionale è solo una delle opzioni di

territorializzazioni tra le molte, in un contesto contraddistinto dalla prevalenza di “arcipelaghi di reti

globali”.

Tutte questioni che sono oggetto di diverse storiografie che sono nate nel corso del '900: storia

sociale, microstoria, storia di genere, storia culturale, geostoria (forse la più efficace).

É in atto il superamento, per dirla con i termini radicali di Ascione, di un discorso, la storia, a

sostegno di un progetto, la modernità occidentale, che rispondeva alle esigenze di un particolare

gruppo di eterosessuali maschi anglofoni cristiani bianchi.

Segue l'illustrazione di alcune delle proposte interpretative alternative scaturite negli ultimi decenni

dai cantieri storiografici.

3. Le sorprese della prospettiva globale

1. Eurocentrismo e alterità

Secondo Wallerstein quando si vuole fare storia globale è precauzione salutare cercare di

dimenticare preventivamente tutto quello che si è imparato a scuola a proposito di storia. In verità, a

conti fatti, di tessere extraeuropee nella storia tradizionale ve ne sono molte (crociate, marco polo,

diaz e magellano, colombo e le americhe, oceania, imperialismo..). O si tratta di un effetto di

distorsione ottica?

Il fatto, secondo lo storico e gli autori del libro, è che nel racconto tradizionale l'asia, l'africa, le

americhe e l'oceania, e le culture che vi fioriscono, non vivono di vita propria; entrano, viceversa, a

far parte del disegno solo in quanto man mano toccate, e solo allora illuminate e rese visibili,

dall'espansione europea. Quella da dimenticare, dunque, è la storia dell'espansione europea, storia

necessariamente asimmetrica. Esempio inequivoco in questo senso è il caso delle americhe e

dell'africa subsahariana, ingaggiate nel racconto canonico dell'età moderna essenzialmente come

partner passivi di una triangolazione governata dall'iniziativa europea.

A scaturire dalla vecchia prospettiva sono due conseguenze.

La prima è che la storia eurocentrica chiama in scena l'altro o come nemico attivo (vedi il rapporto

con l'islam), o come nemico sconfitto e soggiogato (vedi gli africani prima razziati e portati in

america, e poi colonizzati in modo sistematico).

La seconda conseguenza è che il senso generale della storia consiste nell'assunzione pregiudiziale di


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze storiche
SSD:
Università: Bologna - Unibo
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher paolo.terni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bologna - Unibo o del prof Capuzzo Paolo.

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