Roma: il senso del luogo
Geometrie originarie. La città storica entro le mura
Vedi frammento di Emile Zola riguardo il suo soggiorno a Roma → stesse sensazioni dei turisti salendo sul Palatino dopo aver percorso la Via Sacra. Ciò che colpisce l'immaginario ancora oggi sono le rovine dei palazzi imperiali che offuscano con la loro grandiosità il senso originario del luogo. Ogni romano dovrebbe recarsi almeno una volta nella parte sud-occidentale del Palatino, facendo un salto indietro di quasi tremila anni, tra storia e leggenda. Secondo Tito Livio, la data di fondazione di Roma è fissata al 21 aprile 753 a.C., giorno coincidente con quello in cui ogni anno si celebravano le Palilie, feste in onore della dea Pales, venerata sul colle come protettrice della pastorizia. In realtà le prime testimonianze (frammenti di ceramiche) di una presenza umana nell'area risalgono almeno alla metà del II millennio a.C. Sembra ragionevolmente certo che il sito di Roma fu abitato senza interruzione dal 1000 a.C. quando piccoli insediamenti a carattere di villaggio esistevano sul Palatino e, forse, su altre colline della piana tiberina. L'evidenza archeologica è costituita da un piccolo numero di tombe a cremazione rinvenute nella valle situata fra i colli, che era un acquitrino utilizzabile solo per le sepolture (solo in seguito diventerà il Foro).
"Per prima cosa Romolo fortificò il Palatino"
Questa notazione ha qualche riscontro grazie alla campagna di scavi archeologici condotta negli ultimi decenni del Novecento dall'equipe di Andrea Carandini: sono state rivenute tracce di un muro di cinta intorno alle pendici nord-orientali del Palatino (VIII sec. a.C. circa). Come sostiene Tim Cornell, i nuovi ritrovamenti sembrano testimoniare una comunità che aveva raggiunto un livello di autoconsapevolezza sufficiente da racchiudere il proprio spazio fisico entro un limite simbolico, separandolo dal mondo esterno; chiunque organizzò questa iniziativa aveva il diritto di essere considerato il fondatore di Roma. Il primo nucleo della città è di forma quadrangolare e occupa la sommità del Palatino (per questo "Roma quadrata").
Le mura arcaiche dovevano sorgere in prossimità del limite simbolico-religioso (e non una vera e propria fortificazione) coincidente con il pomerio, accanto al solco primigenio segnato con l'aratro secondo il rito di fondazione etrusco (con probabili radici indoeuropee) di cui ci parla Varrone: il solco veniva tracciato da un aratro guidato da un toro e da una vacca. Lungo il solco si accumulava la terra scavata, che andava a formare il "muro", una sorta di terrapiena. Il cerchio (orbis) tracciato dietro il muro (post murum → pomerium) contrassegnava "il limite degli auspici urbani", cioè il perimetro della zona destinata dagli auspici alla fondazione della città. Dunque all'inizio urbs coincide con orbis, il primo cerchio abitato e delimitato.
Attraverso gli auspicia (<avis spicio, cioè dall'osservazione del volo degli uccelli) da parte degli auguri, l'urbs era stata "inaugurata". Gli auguri inoltre liberavano l'urbs e l'ager Romanus (il territorio immediatamente adiacente) da qualsiasi influsso negativo attraverso la recitazione di formule simboliche. Il pomerio era quindi un limite immateriale dell'urbs, confine tra sacro e profano, ma anche tra interno ed esterno, tra prima e dopo. Esso implicava delle conseguenze sul piano giuridico, militare e dell'esercizio del potere. Al suo interno era vietato seppellire i morti, entrare in armi, esercitare il comando militare.
A quest'area era limitata all'inizio la sfera dei tribuni della plebe e solo in quest'area i cittadini potevano ricorrere al giudizio del popolo qualora ritenessero di volersi opporre alla sentenza di un magistrato (provocatio ad populum).
Col tempo le mura si ampliarono → allontanamento dal pomerio e alterazione (fino all'annullamento) dello stretto rapporto simbolico-religioso tra i due perimetri. Il pomerio divenne "fossile sacrale", si perse anche l'esatta cognizione del suo percorso. Il Palatino rimase la parte più ragguardevole del comune romano. La colonia cittadina non ha cominciato a insediarsi al di dentro della rocca, ma al di sotto, le più antiche colonie che conosciamo (più tardi i vari quartieri della città serviana) formano un cerchio attorno al Palatino. La città è in origine comunità di genti di diversa etnia e provenienza geografica e il loro punto di incontro è ai piedi del Palatino, nell'area del Velabro e dell'Isola Tiberina.
Le Mura Serviane
A sinistra della Stazione Termini (guardandola da Piazza dei Cinquecento) sono situati dei possenti, squadrati blocchi di tufo (il tufo è di Grotta Oscura, nei pressi della città etrusca di Veio) che costituiscono importanti resti della prima, completa cinta muraria di fortificazione, cioè le Mura Serviane (perché secondo la tradizione risalgono al VI sec a.C. → edificazione sotto Servio Tullio). In realtà gli studi sui ruderi li fanno risalire al periodo immediatamente successivo all'invasione gallica del 390 a.C. (→ IV sec a.C.). È probabile che prima fossero state fortificate le zone pianeggianti e poi i colli, fino alla formazione di una cinta di quasi 11 km. Anche scrittori latini ci forniscono testimonianze di queste mura, come ad esempio Cicerone (De repubblica).
Seguendo i vari affioramenti e le indicazioni fornite dagli studiosi (come Filippo Coarelli e Armando Ravaglioli) si può tracciare un pur approssimativo percorso delle antiche mura. Tale operazione può essere utile per farsi un'idea più precisa dell'estensione della Roma del IV sec (vedi cartina p.21). Si può assumere come punto di partenza il colle Capitolino: le mura cingevano il Campidoglio seguendo le sue pendici, come dimostrano alcuni resti lungo la via del Teatro Marcello.
All'incirca davanti al Vittoriano si apriva la porta Fontinalis, dove iniziava la via Flaminia ma sarà demolita nel Novecento per far posto all'Altare della Patria in onore di Vittorio Emanuele II. Poi le mura seguivano la sella tra Campidoglio e Quirinale (sella poi sbancata per far posto al Foro di Traiano). Alle pendici del Quirinale (dove termina l'asse di via Nazionale) si vede bene un tratto di quasi 10 m di blocchi di tufo molto probabilmente corrispondente al lato nord della porta Sanqualis (perché nelle vicinanze sorgeva il tempo del dio sabino Semo Sancus, protettore dei giuramenti).
Sulla cresta del Quirinale, accanto al tempio della dea Salus, si apriva la porta Salutaris. Poi le mura dovevano formare uno sperone che si spingeva fino alla vallata oggi occupata da Via del Tritone: lì, accanto al tempio del dio Quirino (IV sec a.C. In onore del dio sabino Quirino, poi identificato con re Romolo, a testimoniare la fusione tra romani e sabini), più o meno dove sorge il palazzo Barberini, si apriva la porta Quirinalis. Altri affioramenti fanno ipotizzare che il tracciato proseguisse lungo l'attuale via XX Settembre, e all'incirca al suo incrocio con via Piave doveva aprirsi la porta Collina, da cui si dipartiva il vicus portae collinae, origine della Salaria e della Nomentana.
Proprio verso la porta Collina era diretto il generale cartaginese Annibale (247-183 a.C), che aveva tentato l'avvicinamento dopo aver posto l'accampamento dei cavalieri a nord (fonte Livio). Le mura proseguivano tra il Quirinale e l'Esquilino, e dato che era il più esposto, le mura qui erano cinte anche da un vasto fossato, cioè rinforzate da un terrapieno (agger) e da una fossa (come tramanda Cicerone). La porta Viminalis doveva corrispondere con l'attuale piazza dei Cinquecento, mentre la porta Esquilina esiste ancora come Arco di Gallieno (la porta fu ricostruita da Augusto e oggi si chiama così per l'iscrizione apposta da M. Aurelio Vittore in onore dell'imperatore del 253 Gallieno e di sua moglie Salonina).
Il percorso seguente è quello più incerto: la cinta probabilmente volgeva verso il colle Oppio, scendeva nella valle dove sarebbe sorto il Colosseo e risaliva sul colle Celio, dove si aprivano le porte Querquetulana (Tacito spiega che inizialmente il colle si chiamava Querquetulano per il rigoglioso bosco di querce che lo ricopriva, Celio venne successivamente dopo il soggiorno del condottiero etrusco Cele Vibenna sotto Tarquinio Prisco) e Caelimontana. Le mura proseguivano nella valle tra Celio e Aventino, dove si apriva la porta Capena (da cui iniziava la via Appia), e circondavano le pendici dell'Aventino. Lungo il viale Aventino e in via di S. Anselmo si trovano i resti più imponenti: due lunghi tratti (di 42m ciascuno) in opera cementizia con paramento di tufo proveniente da Grotta Oscura.
Sull'Aventino, a ovest della basilica di Santa Sabina, si trovano ulteriori resti che dimostrano l'inclusione di questo colle nella prima cerchia muraria. Su di esso si aprivano tre porte: Naevia, Raudusculana, Lavernalis. Per la ricostruzione del circuito manca solo il tratto da Aventino a Campidoglio, di cui non ci sono testimonianze certe. L'ipotesi più plausibile è che il muro corresse parallelo al Tevere: le due porte Trigemina e Flumentana (nell'area del Velabro, accanto all'attuale chiesa di Santa Maria in Cosmedin e al tempio di Portuno) erano state restaurate sotto Augusto ma nel XV sec vennero distrutte.
Questo nucleo primigenio entro le Mura Serviane risalente al periodo monarchico (753-509 a.C.) si è poi espanso e ha accolto i quattro quartieri: Palatino, Suburano (la Suburra era il nucleo vallivo esteso ai piedi della rocca palatina fino alle pendici dell'Esquilino), Viminale e Quirinale (costituiscono insieme il quarto).
Le mura testimoniano un tempo della storia di Roma così lontano da confondersi col mito, un tempo in cui Roma stava sviluppando le proprie potenzialità che l'avrebbero portata a unificare molti territori europei e mediterranei, diffondendo la lingua, le leggi e la religione latine. Perciò questi ruderi andrebbero maggiormente valorizzati.
Petrarca e le Mura Aureliane
La canzone 53 di Petrarca “L'antiche mura ch'anchor teme et ama et trema 'l mondo, quando si rimembra del tempo andato e 'n dietro si rivolvet” testimonia la suggestione che nel Trecento la vista delle Mura Aureliane poteva suscitare e che è viva ancora oggi nei moderni turisti: queste mura fanno rivivere il mito di una città dal passato straordinario.
La città delle origini si popolava e sottometteva uno alla volta i popoli italici, così dilagò oltre le Mura Serviane. Nei primi secoli dell'Impero diviene talmente potente da non necessitare una nuova cerchia muraria, dato che i pericoli di invasione venivano arginati dalle truppe lungo i lontani confini → Roma doveva temere al massimo le lotte intestine. Ma nel III sec. la potenza dell'impero viene minata da problematiche di natura politica, sociale, economica e religiosa, rivelando i primi segnali di declino → si percepisce che truppe nemiche avrebbero potuto infiltrarsi fino ad attaccare Roma → l'imperatore Aureliano nel 271 d.C. ordina di costruire molto velocemente una nuova cinta difensiva.
Alla morte dell'imperatore (275) le mura erano quasi completate e avrebbero poi costituito un perimetro fortificato di circa 19 km → grande rapidità grazie all'apertura di più cantieri e l'uso di preesistenti strutture da incorporare nel perimetro (come la Piramide di Caio Cestio, il muro di sostruzione dell'Anfiteatro Castrense, le arcate degli acquedotti di porta Maggiore e di porta Tiburtina, il muro di cinta dei Castra Praetoria, accampamento dei pretoriani, il cosiddetto Muro torto che sosteneva gli Orti degli Acili e dei Pinci sulla sommità del collis Hortulum, cioè il Pincio).
A nord vengono incluse le estreme propaggini del Campo Marzio, allora disabitate (solo intorno all'anno Mille forte urbanizzazione, anche per la costruzione di Santa Maria del Popolo e altri edifici adibiti all'accoglienza dei pellegrini che giungevano da via Flaminia attraverso la porta Flaminia, l'attuale porta del Popolo).
L'aspetto di queste mura è diverso dalle Mura Serviane anche per i progressi tecnici intercorsi: non c'erano più i blocchi di tufo ma un paramento di laterizi. Le antiche Mura Aureliane erano alte 7,80 m ed erano coronate da merli per lunghi tratti, ma nel corso del tempo hanno subito varie modifiche, tra cui la più evidente attuata dall'imperatore Onorio nel 401: per difendere la città dall'imminente invasione dei goti fece raddoppiare l'altezza delle mura ed erigere possenti torri quadrate a una distanza di 30 m circa l'una dall'altra, ancor più alte, dotate di scale e di camere di manovra per le artiglierie.
Dopo l'ulteriore consolidamento ad opera di Belisario si contavano 383 torri, 14 porte principali, 2000 circa finestre esterne. Nella cinta era incluso anche il mausoleo di Adriano. Le mura erano il più ampio sistema difensivo → necessitavano onerosi interventi di restauro e adeguamento alle tecniche d'assedio → problematiche che furono evidenziate soprattutto dalla guerra greco-gotica, quando Roma fu persa e ripresa più volte a turno dai goti e dai bizantini.
Un intervento del tutto nuovo risale alla metà del IX secolo, quando l'incursione dei saraceni e il saccheggio della basilica di S. Pietro spingono papa Leone IV a far erigere intorno all'area vaticana una cinta muraria, collegata al Mausoleo di Adriano e alle Mura Aureliane → borghi trasformati in una cittadella fortificata, la Civitas Leonina. I papi altomedievali che più operarono interventi furono Adriano I e Leone IV (come confermano gli archeologi).
Questa architettura militare era più simile a quella applicata nelle città ai confini dell'impero, si allontanava molto dall'equilibrio classico e ornato delle costruzioni monumentali della città storica, mostrava un aspetto rude ma non privo di fascino esotico e ricco di effetti pittoreschi.
Racchiusa nelle Mura Aureliane, adattate alle asperità del terreno e alle strutture preesistenti, la forma di Roma assume quell'aspetto del tutto irregolare e indefinito che le conferisce una particolare caratterizzazione. Di questa forma parlava anche lo scrittore tedesco Johann Fichard durante il suo viaggio in Italia nel 1536, sottolineandone anche lo stato di degrado: "la cinta muraria segue l'andamento dei colli e la disposizione dei luoghi, cosicché fosse più sicura contro gli attacchi nemici e pericoli di altro genere. Le torri di queste mura sono 360, molte delle quali sono crollate e molte così degradate da minacciare il crollo da un momento all'altro".
Nel XVII secolo il papa Urbano VIII aggiunge un tratto murario lungo la dorsale del Gianicolo. Nel 20 settembre 1870 le mura subiscono un'ultima violazione militare, cioè la "breccia di porta Pia": bersaglieri e fanti dell'esercito italiano praticano una breccia di 30 m circa sulle mura, a poca distanza dalla porta Pia, ed entrano in città → fine del potere temporale dei papi e annessione di Roma al Regno d'Italia, divenendone la capitale. Lungo quel tratto ricostruito ci sono vari segni dell'evento: una palla di cannone rimasta incastrata tra i mattoni, lapidi marmoree e il Monumento del Bersagliere.
Con quella breccia le Mura Aureliane hanno dismesso la loro funzione difensiva. Esse oggi conservano una memoria geografica ancor prima che storica: sono la testimonianza dell'estensione raggiunta dalla Roma del III secolo e della potenza militare, politica e culturale dell'Urbe. Sono divenute il simbolo di una città ripiegata su sé stessa e sulle sue memorie, che stentavano a farle ritrovare l'antico fulgore. La storica breccia mette fine a quell'isolamento → Roma torna a essere sede della rappresentanza dell'Italia, aprendosi all'Europa e al mondo.
La funzione della Chiesa ne risultò esaltata, perché vennero agevolati la diffusione e il rafforzamento del messaggio spirituale → Roma torna a essere meta, oltre che di turismo culturale, anche di intenso turismo religioso, rinnovato da motivazioni e impulsi moderni e richiamato dalla presenza stessa del papa, soprattutto degli ultimi pontificati (specie di Papa Francesco). Ci sono oggi molte iniziative per una conoscenza più approfondita della cinta: all'altezza di porta S. Sebastiano è visitabile il Museo delle Mura, grazie al quale si può rivivere il significato perduto di un baluardo ormai simbolico che fornisce il senso profondo di una città che ha dominato un impero vastissimo.
Roma e le sue preesistenze
Roma ha dovuto sopravvivere alle sue gloriose preesistenze, imparare a convivere con le rovine, stratificando su di esse altre testimonianze della Storia e di storie, di stili architettonici e artistici, di trionfi e di cadute di coloro che hanno cercato di domarla e di dominare con essa il paese intero. È il senso "anarchico" che si respirava già nella città delle Mura Serviane, quell'impronta caotica che avrebbe caratterizzato il suo successivo sviluppo. Alla fine della repubblica l'assetto urbanistico era quello delle formazioni urbane "spontanee", caratterizzate da una forte irregolarità, da molti aspetti diversi e improvvisati e dall'opera di una comunità che rispondeva solo alle proprie esigenze.
La nascita di Gesù avrebbe improntato dei suoi valori e dei suoi segni anche molte configurazioni territoriali, in primis Roma. Augusto si assunse il compito di portare avanti il progetto di riassetto territoriale che Cesare aveva già sancito con una lex de urbe augenda (legge per lo sviluppo della città) ma non realizzato. Attua quindi quello che in termini moderni potrebbe definirsi un primo "piano regolatore". Provvede a riorganizzare in modo omogeneo l'iniziale area urbanizzata e dall'altra apre vedere possibili direttrici di espansione verso aree di nuovo insediamento.
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