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Capitolo 1. Il mosaico mediterraneo

I paesi del Mediterraneo nel sistema dell’economia europea

Le popolazioni del Mediterraneo per millenni si sono organizzate a breve raggio (nei campi, nei paesi sorti sui monti per difendersi dai pericoli) ma lentamente ha prevalso l’integrazione, facendo leva sui mercati, le fiere vicine, gli scali marittimi dove portare i prodotti da immettere nei circuiti di un commercio a lunga distanza. Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro che hanno permesso l’integrazione di aree economiche prima indipendenti le une dalle altre.

In tal modo da un’organizzazione economica elementare (dovuta alla chiusura e alla frammentazione) si è passati a forme di organizzazione dello spazio ad ampio raggio, basate sul controllo politico e sulla circolazione di uomini, merci, navi, portando alla strutturazione di mercati ampi (regionali e interregionali). L’integrazione economica delle regioni del Mediterraneo è proceduta a ritmi diversi; alcuni Paesi si sono collocati alla frontiera più avanzata delle possibilità tecnologiche dell’epoca, sfruttando con efficacia le innovazioni a disposizione e le risorse naturali, i capitali, il lavoro. Altri Paesi, invece, sono rimasti più arretrati e hanno subito quindi le decisioni politiche ed economiche dei paesi avanzati.

Analizzando l’evoluzione storica delle regioni del Mediterraneo nell’ultimo millennio, notiamo esempi di aggregazioni economiche con modalità asimmetriche, e spesso allo slittamento di alcune regioni dalla posizione di centro a quella di periferia (e viceversa). Il lavoro è diviso in tre parti per sottolineare le diverse funzioni che il mondo mediterraneo ha assunto nel sistema economico europeo (quello che F. Braudel ha definito come “l’economia-mondo dell’Europa”).

F. Braudel, storico per eccellenza nel Mediterraneo, ha elaborato un modello di sviluppo economico unitario e complessivo (economia mondo) che presuppone l’autosufficienza della vita economica nello spazio territoriale individuato. Il modello di sviluppo per l’Europa dello storico francese si focalizza sull’allargamento della dimensione territoriale-economica del vecchio continente fino a comprendere tutto il Mediterraneo e i paesi dell’Africa settentrionale impegnati attivamente negli scambi attraverso le acque del Mare Interno.

Nella prima parte si parla del ruolo centrale che il Mediterraneo ha avuto nel sistema economico europeo nei secoli XI-XVI, quando le città dell’Italia centrosettentrionale rappresentavano la punta più avanzata del sistema. Il ruolo del Mediterraneo nella cultura e nell’economia del mondo antico fu garantito dall’impero bizantino, poi dall’ottavo secolo la preminenza economica e culturale del Mediterraneo orientale continuò grazie alla civiltà arabo-islamica (per la vitalità dei territori occupati e le economie di scala ottenute dall’unione religiosa, culturale e linguistica dei popoli che si erano insediati nella ampia striscia di terra che, attraverso l’Africa, andava dalla Spagna all’Asia).

Le città del Mediterraneo occidentale presero il sopravvento sui rivali orientali all’inizio del secondo millennio, raggiungendo il controllo dei traffici tra Asia e Mediterraneo.

Nella seconda parte si mostra come, dal diciassettesimo secolo, le regioni del Mediterraneo da centrali diventarono periferiche nel sistema dell’economia Europea. Portogallo e Olanda, Inghilterra e Francia, impiantarono i loro commerci in America e deviare verso la rotta del Capo di Buona Speranza un volume crescente di merci, a spese dei mercanti arabi e italiani.

La terza parte del lavoro esamina l’evoluzione dei Paesi del Mediterraneo nella seconda metà del diciannovesimo secolo, quando l’Europa perse la centralità nell’economia e nella politica mondiale e la maggior parte degli stati del pianeta hanno dovuto modificare la propria politica economica e delle relazioni internazionali (in base all’appartenenza al blocco sovietico o a quello dei Paesi occidentali). In questo periodo il Mediterraneo riprende una funzione di primo piano nell’economia mondiale e la costruzione europea avviata intorno al polo franco-tedesco ha integrato i Paesi europei del Sud portando gran parte dei Paesi mediterranei (Italia, Spagna, e Grecia) a ottenere posti preminenti nell’economia mondiale, anche se ha accentuato le differenze con i paesi della sponda Sud (quelli che non hanno saputo sfruttare la posizione di vantaggio derivante dal controllo delle fonti di approvvigionamento energetico).

L’epoca della supremazia del mondo Mediterraneo nel sistema economico europeo

L’iniziale primato del Mediterraneo orientale

Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, le province romane dell’Europa centrale e occidentale (le regioni che oggi consideriamo come i Paesi avanzati per eccellenza) presentavano uno scenario drammatico: le proprietà fondiarie diventavano unità autosufficienti, nelle città poco numerose e poco popolate diminuivano i mercati e i commercianti stringevano rapporti con gli operatori più lontani, le manifatture lavoravano per la clientela locale, il consumo nel campo tessile (largo uso di pelli nel vestiario) veniva coperto quasi del tutto con la produzione domestica.

Invece, nelle regioni orientali del Mar Mediterraneo, l’impero bizantino aveva permesso di sopravvivere alla cultura e all’organizzazione economica del mondo antico; così a partire dall’ottavo secolo un vasto impero arabo musulmano aveva unificato l’area che si estendeva fino all’estremo oriente, inglobando parte dell’Europa mediterranea (Spagna, Portogallo, Sicilia, Sardegna, Corsica) e l’Africa del Nord. Questo impero divenne una delle aree più sviluppate del mondo, servendosi delle acquisizioni della precedente civiltà greco-romana e di Cina e India.

Questo sviluppo è testimoniato dalla crescita della popolazione che poteva abbandonare l’economia di autoconsumo per trasferirsi nelle città più vitali (fra queste nel nono secolo se ne contano varie mediterranee, tra cui Damasco). L’economia del Mediterraneo orientale era favorita anche da città interne, come Baghdad. Tale sviluppo urbano fu dovuto sia all’estensione degli scambi che ai progressi raggiunti nell’agricoltura. Gli arabi segnarono una rivoluzione agricola (dovuta ai contatti culturali e dai viaggi favoriti dall’omogeneità della religione) che introdusse fino in Spagna colture indiane. Le idee circolavano attraverso i libri e le città della Spagna musulmana con le loro università e biblioteche contrastavano il monachesimo spartano che dominava a Nord dei Pirenei.

Nel mondo musulmano del decimo secolo la produzione tessile superò quella dell’impero romano; la domanda della corte del mercato urbano, del mercato militare, dell’industria navale (vele e cordami) e del mercato religioso stimolava una varia produzione industriale (in Siria, a Cipro, nell’Africa del Nord e nel Delta del Nilo lino/Siria e seta). Alessandria, Damietta e Tinnis formavano una forte area industriale; in Spagna e in Sicilia (avamposti dei musulmani nell’Europa occidentale del decimo secolo) si fabbricavano tessuti in seta di pregio.

Dal decimo secolo in poi la supremazia navale araba si sostituì definitivamente a quella bizantina e si intensificarono i traffici; le merci circolavano dall’estremo oriente via mare o via terra, grazie ai mercanti orientali (persiani, indiani, ebrei) che arrivavano nei porti del levante e raggiungevano i mercati arabi (Oceano Indiano e Mediterraneo formavano una sola rete commerciale).

Questa situazione beneficiò le città del Mezzogiorno d’Italia. Nei secoli X e XI, alcune regioni costiere del Mezzogiorno sfruttarono bene i loro legami politici con il mondo orientale; esse erano interessate dalla circolazione monetaria bizantina e musulmana e mantenevano rapporti commerciali con i Balcani, la Sicilia musulmana e l’Africa del Nord. I mercanti campani furono tra i primi occidentali a disporre di un quartiere a Costantinopoli, Durazzo e Antiochia; gli amalfitani erano i principali intermediari del commercio fra oriente e occidente (frequentavano spesso il Cairo).

L’affermazione delle città occidentali nell’economia del Mediterraneo (secc. XII-XVI)

A partire dall’XI secolo, con la fine delle invasioni barbariche e la relativa instabilità, le campagne europee conobbero un notevole slancio demografico ed agricolo, il che favorì gli scambi commerciali. Inizialmente furono le città del Mezzogiorno ad avere il primato del commercio con il Mediterraneo orientale, poi la posizione di rilievo fu ottenuta dal Nord (nel XII-XIII secolo Pisa sostituì Amalfi nei traffici e nel potere marittimo; successivamente Genova sostituì Pisa).

Gli avamposti arabi e bizantini scomparvero gradualmente dal territorio europeo, mentre in Africa e Oriente si diffondevano gli insediamenti italiani. Il movimento delle crociate (religioso e commerciale) segnò la ripresa del Mediterraneo occidentale; le crociate, secondo gli stessi studiosi arabi, ebbe un ruolo decisivo nel declino della civiltà islamica (tuttavia a tale declino influirono le scorrerie mongole – che si ebbero contemporaneamente alle crociate – e all’instabilità politica). L’Islam ebbe quindi una risposta rigida nei confronti dei cristiani: si diffuse la dottrina della gihad.

Con le crociate e lo stanziamento degli europei in Terra Santa inizia il colonialismo delle città marinare dell’Occidente in ambito del Mediterraneo. Le colonie fornivano non solo un punto d’appoggio per la rete internazionale del commercio marittimo, erano empori e centri di smistamento di tale rete, ma offrivano anche risorse naturali e umane alle economie delle città dominanti. Le colonie che Venezia creò dopo la Quarta Crociata avevano, ad esempio, un aspetto feudale: i territori riconoscevano la sovranità veneta ma godevano di autonomia, beneficiando della produzione agricola locale. A Cipro e a Creta (colonie venete) si formarono grandi piantagioni specializzate (es. canna da zucchero) mantenute dagli schiavi. Genova anche era al centro di un impero coloniale, con possedimenti sul Mar Nero, a Tana e Caffa. Questo tipo di insediamento fu diverso rispetto a quello veneziano, col predominio del traffico delle spezie e lo sfruttamento delle risorse locali. I mercanti del Mediterraneo, comunque, controllavano i traffici tra l’Asia e l’Europa (la Via della Seta).

Dai poli commerciali del Mediterraneo partivano i flussi che attraversavo le vie interne collegavano l’Europa marittima del Sud con l’interno del continente, la Germania, la Francia e i Paesi del Nord. Il predominio commerciale, comunque, si accompagnò a quello manifatturiero. Nell’Europa del XIII secolo tutti i settori erano vitali: quello tessile, minerario e metallurgico, oltre che i settori della produzione di lusso. Le industrie iniziarono ad originare dei distretti industriali e nell’Italia centro-settentrionale emergeva una regione industriale considerata una delle più dinamiche del continente.

Il XVI secolo: l’apogeo dello splendore del Mediterraneo e la sua divisione in due blocchi

Nel XVI secolo il centro economico e politico dell’Europa è il mare Interno: qui vi sono i principali centri di scambio, oltre che la maggior parte delle città europee (parliamo del Mar Mediterraneo). Il Mediterraneo subì anche i vantaggi delle scoperte territoriali di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Magellano. Lo spostamento economico europeo dall’Italia settentrionale verso Amsterdam e poi Londra si avrà solo ad inizio XVII secolo.

Nel Mediterraneo del XVI secolo nascono le grandi monarchie di Spagna e Francia: si affermò in questi paesi la sovranità dello Stato e il suo diritto di intervento come regolatore e propulsore della vita economica e nazionale, sostituendosi alle forme di organizzazioni politica (come le città-stato e le repubbliche marinare). Prese piede il mercantilismo, per cui lo Stato (spinto da necessità finanziarie) esercitò una propria politica monetaria, doganale, coloniale, marinara. In questo contesto, la burocrazia professionale esercitò un ruolo importante.

L’assorbimento delle grandi città mercantili entro gli stati nazionali ebbe conseguenze negative: queste città infatti rappresentavano delle oasi di libertà, sedi di colonie straniere, centri cosmopoliti, dove la politica doganale e finanziaria era rivolta a favorire i traffici. L’annessione portò ad una forzata aderenza alle logiche nazionali (politiche legate soprattutto alla protezione dell’industria nazionale) e ciò ostacolò la sopravvivenza degli empori.

La Spagna divenne un impero, assorbendo gli Stati della penisola italiana, anche se il suo predominio fu ostacolato dall’espansione dell’impero ottomano. All’inizio del XVI secolo, infatti, il paesaggio politico del Mediterraneo orientale era stato unificato dai turchi, i quali si erano assicurati il controllo dei luoghi santi dell’Islam e rivendicavano autorità sul mondo musulmano. L’impero ottomano aveva ripreso il ruolo commerciale dell’impero bizantino e Costantinopoli (chiamata ora Istanbul) e aveva così riottenuto una posizione di dominio.

La prosperità della Turchia in questo periodo era dovuta anche al ruolo secolare avuto nel commercio tra Asia e Europa e si fondava sui gruppi di mercanti arabi, armeni, ebrei, indiani, greci e turchi che contrastavano la penetrazione dei mercanti occidentali. Il XVI secolo fu florido anche dal punto di vista demografico, visto che la Turchia (il cuore dell’impero) visse un tasso annuo di crescita demografica che oscillava tra lo 0.23 e lo 0.27% (la popolazione passò da 6 milioni ad 8 milioni di abitanti nel Seicento). Il tasso di urbanizzazione, intorno al XVII secolo, era altrettanto positivo essendo dell’ordine del 16-20%. Fino al XVI secolo, vi era un equilibrio tra i bisogni della capitale e quelli delle province, successivamente però si passò ad uno sfruttamento intensivo delle province da parte della capitale, e ad un protezionismo che sfociò nel monopolio di stato.

Il Mediterraneo periferia del sistema dell’economia europea (secc.XVII – prima metà XX)

Le nuove gerarchie economiche dell’Età Moderna: il delinearsi di un centro fuori dal Mediterraneo

Cinquecento secolo di splendore del Mediterraneo. Seicento secolo di decadenza del Mediterraneo (crisi di sussistenza, guerre, pesante fiscalismo, decremento della popolazione e delle attività economiche).

Un primo passo importante per lo spostamento del centro dello sviluppo europeo si compie con l’affermazione di potenti monarchie in Spagna, Francia e Inghilterra. Da questo processo restarono escluse le città stato del Mediterraneo. In tale contesto si sviluppò il nuovo centro dell’economia europea (Olanda, Inghilterra, Francia) mentre i Paesi dell’Europa meridionale presero il ruolo di periferia.

Nel Mediterraneo (esclusa la Francia) l’economia si specializzò nella fornitura di prodotti agricoli, e divenne importatore dei manufatti industriali dell’Occidente. Il Mediterraneo cessò di essere il luogo degli scambi commerciali più intensi e proficui (l’Atlantico lo aveva superato per importanza e volume dei traffici). L’arrivo delle flotte atlantiche nel Mediterraneo contribuì a formare una nuova divisione internazionale del lavoro: Olanda, Inghilterra e Linguadoca (territorio del sud della Francia) imposero la vendita dei loro panni, a discapito di quelli della manifattura italiana. Alcuni studiosi, tra cui Sergio Anselmi, considerano questo periodo un declino non assoluto del Mediterraneo, bensì relativo se paragonato allo slancio iniziale: nel XVII secolo perse di velocità e i concorrenti del Nord poterono recuperare.

Spagna e Italia nella nuova divisione internazionale del lavoro

Spagna e Italia furono ben indebolite dalla nuova divisione internazionale del lavoro; inoltre, vissero un declino demografico, un disordine monetario, l’aumento dei prezzi, la dura concorrenza delle altre manifatture europee, la decadenza dello spirito di iniziativa, lo spreco di denaro dei ricchi in fasto e la debolezza dei poteri pubblici. La domanda interna, durante il Seicento, subì un arresto (per la crisi demografica, dovuta anche alle epidemie); inoltre i due Paesi persero importanti sbocchi nel Levante e nelle colonie americane.

In Spagna, la situazione fu peggiorata nel 1609 dall’espulsione dei moriscos (i musulmani) il che danneggiò le attività artigianali (le imprese manifatturiere furono discreditate anche per il disprezzo del lavoro manuale, l’ossessione della purezza di sangue, i privilegi di razza). Solo la Catalogna e la zona di Madrid resistettero: nella prima, ci furono progetti di riforma ed iniziative industriali e commerciali; nella seconda orafi, carrozzieri, mercanti di seta e merletti conservarono – grazie alla corte – prosperità e privilegi.

L’Italia perse clientela, giacché le sue stoffe costose furono soppiantate dai drappi di lana olandesi o inglesi. La Francia visse un periodo positivo, sfruttando la nuova produzione tessile della Linguadoca che fu molto apprezzata perché delicata, vivace, decorativa ed economica, la quale fu facilmente smerciata permettendo agli esportatori marsigliesi di ottenere una posizione di rilievo nel Levante. La Francia, inoltre, si impose all’interno dell’Impero ottomano con le capitolazioni (trattati commerciali), inizialmente di validità limitata alla vita del sultano e poi divennero definitive nel 1740 (a seguito del sostegno che la Francia diede alla Turchia durante il conflitto con Austria e Russia).

Declino del Mediterraneo occidentale e orientale

Il declino del Mediterraneo occidentale sarà accompagnato da quello della sua parte orientale e settentrionale. La prosperità della Turchia del XVI secolo era dovuta al suo ruolo di potenza coloniale e al secolare ruolo di...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/02 Geografia economico-politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Morgana393 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia politica del Mediterraneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Viganoni Lidia.
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