VOCI SUL PAESAGGIO
CAPITOLO 1
MONICA UGOLINI - PAESAGGIO E GEOGRAFIA. UN SINERGICO CAMMINO TRA TEORIA E POTENZIALITA’
APPLICATIVE
INDRODUZIONE
Nella geografia una tematica importante e feconda è il paesaggio. Questo concetto, infatti ne rileva le aspirazioni, gli
orientamenti, i travagli e le fasi evolutive.
Questo tema ha rappresentato dall’ 800 il fulcro della disciplina e ha continuato a costruire uno dei capisaldi più
caratterizzanti. Nell’ultimo periodo assistiamo al ritorno in auge di questa tematica, e la causa la rintracciamo
soprattutto nella presa di coscienza che il paesaggio rappresenta un bene comune sottoposto a rapido consumo e
bisognoso di attenzione. La geografia, nel suo perenne adeguamento ai sempre nuovi scenari che legano gli spazi agli
uomini e alle loro attività, si è spesa su due versanti:
Da un lato, teorico: è stata capace di aggiornare concetti e metodi.
Dall’altro, empirico: ha promosso studi, progetti, programmi e piani di intervento.
Si è anche impegnata nell’informazione e nella formazione di cittadini sempre più responsabili e rispettosi dei diritti e
dei doveri: verso il resto dell’umanità e verso gli ecosistemi. In tal modo ha consolidato ancora più la propria vocazione
interdisciplinare, intensificando il dialogo con altri saperi e con le istituzioni. Solo dalla pluralità di approcci, metodi e
propositi, possano scaturire un provvido dialogo e una feconda collaborazione capaci di cogliere e rilevare le variegate
anime e i diversi ruoli del paesaggio, ricomposti in un’azione comune, sinergica e unitaria.
Soffermarsi sul concetto di spazio diventa opportuno per fare luce sulla grande varietà di significati attribuiti a questo
termine che sovente è ridotto a un aspetto troppo parziale e restrittivo, quale insieme di elementi fisici, morfologici o
fito-climatici.
Il termine paesaggio è entrato nelle lingue indoeuropee tra il 1400-1500, mentre nei secoli precedenti assume il
significato di “sentimento della natura”. Il concetto prende forma in ambito pittorico, visto come PANORAMA, insieme
di bellezze naturali, per passare più tardi alla geografia. In pittura i primi paesaggi compaiono già nel periodo ellenistico,
come semplici elementi decorativi (primi pittori paesaggisti: Demetrio e Serapione), in funzione del soggetto principale
rappresentato. Anche nei quadri rinascimentali, il paesaggio è semplice atmosfera, commento e supporto delle virtù
attribuite al personaggio ritratto. Con il romanticismo il paesaggio diventa soggetto, si carica di valenze e di significati,
specchio del sentimento soggettivo.
Il termine paesaggio deriva dal latino PAGUS che in origine indicava il cippo di confine, poi villaggio. Il termine ricorda il
termine francese paysage, che in campo pittorico è una rappresentazione in cui predominano elementi naturalistici.
Proprio dalla pittura probabilmente deriva il senso comune di intendere il paesaggio come semplice veduta e come
scenario gradevole e positivo con eccezione dei fenomeni calamitosi (tempesta, esplosioni vulcaniche).
Un paesaggio, osserva Domenico Patrizi, non è mai qualcosa di negativo: esistono paesaggi anche brutti e brutti che
diventano belli. Non cambia la loro condizione, cambiano gli occhi di chi li guarda.
Il paesaggio è qualcosa di MUTABILE e presuppone una SOGGETTIVITA’: presume l’occhio che guarda con parametri di
giudizio. Dobbiamo aspettare il 1552 per far sì che la visione di paesaggio si distacchi dalla pittura. Questo avviene
quando Tiziano Vecellio utilizza il termine PAESE (nella lettera all’imperatore Filippo II), usato fino ad allora come
sfondo non invasivo della rappresentazione, a una diversa e più compositiva valenza. Con Tiziano il paesaggio diventa
espressione di un’idea o di uno stato d’animo: panorami e tramonti non sono più semplici comparse, ma accompagnano
le scene, diventano attori. Il paesaggio non è più solamente sfondo, inerte rispetto alla rappresentazione, ma diventa
interfaccia e complementarietà tra soggetto e contesto.
La rappresentazione del paesaggio nasce dall’assenza di qualcosa, qualcosa che c’era al momento della composizione
pittorica e che oggi è perduto o dal tentativo di fermare in un’immagine ciò che non può durare. Quindi possiamo
pensare che anche i dipinti dei giardini di Tebe costituissero uno scenario, un paesaggio; rappresentassero ciò che si
teme perdere: il defunto teme l’assenza del suo giardino e lo porta con sé nell’aldilà, per immagine.
IL PAESAGGIO TRA ILLUMINISMO E POSITIVISMO
Non esiste una definizione univoca di paesaggio, dal momento in cui ALEXANDER VON HUMBOLDT, nella prima metà
dell’800, ne fa un tema geografico, si sviluppa una pluralità di posizioni in rapporto all’approccio adottato. Tutto questo
giustifica le diverse articolazioni interpretative proposte dai vari studiosi.
La pittura rimane invece ferma alle sue posizioni iniziali cosicché CARL GUSTAV CARUS, continua a proporre il concetto
di paesaggio come momentanea condizione e sensazione dell’anima.
Con il geografo VON HUMBOLDT, il concetto passa, per la prima volta, dall’aspetto estetico, pittorico e poetico a quello
scientifico, in grado di assicurare una spiegazione razionale e analitica del mondo. Egli è cosciente che per trasformare il
sapere artistico in scienza della natura è necessaria la mediazione della visione, perciò non nega il momento estetico,
ma lo declassa riducendolo a un oscuro e indefinito sentimento.
Il geografo tedesco sposta il concetto dal linguaggio comune a quello scientifico, senza contestare il significato attribuito
al termine dalle arti e dalla letteratura. L’idea di paesaggio come concetto astratto ed artistico gli rimane utile per
introdurre le sue idee scientifiche. In pratica egli si serve del momento estetico e lo riduce ad “oscuro sentimento” in
contrapposizione alla “chiara conoscenza”, frutto di un ragionato processo scientifico. Quindi oscuro sentimento visto
come condizione prescientifica, che diventa chiara conoscenza dopo essere stata sottoposta al vaglio di criteri e
procedimenti rigorosamente scientifici.
In definitiva il geografo tedesco distingue il paesaggio come impressione sensibile, sentimentale (che non ha niente di
scientifico e rappresenta il primo stadio della conoscenza) dal paesaggio sottoposto all’esame analitico-scientifico e
quindi alla scomposizione degli elementi, misurati e valutati nelle loro sequenze relazionali. Per lui il paesaggio come
veniva inteso in precedenza è punto di avvio e implica un metodo di studio scientifico, di analisi e frammentazione per
poi approdare ad una visione d’insieme, dinamica e funzionale alla comprensione.
Il modo con cui egli divulga le sue idee di paesaggio: tramite i salotti. Quasi assecondando le idee correnti, comincia a
far filtrare le sue nuove idee scientifiche. Grazie alle sue idee di matrice illuminista, il concetto di paesaggio passa dalla
letteratura artistica alla geografia.
Egli procede con la logica illuministica e ogni pensiero e procedimento è basato sulla ragione, e con questo
orientamento si accosta al paesaggio definito come un ordinato complesso di componenti naturalistici e di interventi
umani guidato da logiche spiegabili. Non è pensabile nessuna azione sulla natura e della natura senza conoscere prima
le sue leggi e ogni conoscenza si basa sulla misurazione e sull’ordine, così come è necessario riconoscere l’unità della
molteplicità. Tale unità si attua nel paesaggio: nella porzione di spazio terrestre che vediamo, si riflette il TUTTO. E
poiché l’uomo è un tutt’uno con la natura egli è in grado di comprendere sentimentalmente le manifestazioni, ma
questo è uno stadio prescientifico. Deve intervenire la scienza per effettuare il salto di qualità verso la conoscenza del
paesaggio, come un complesso di ordinati elementi fisici, di componenti naturali e di azioni umane legate dal principio
di causalità (Andreotti).
HUMBOLDT riesce pertanto a collegare il mondo sensibile con il mondo del logos e solo così è possibile per il geografo
apprezzare le bellezza della natura. I due piani, artistico-letterario e scientifico, si incontrano e interagiscono.
Per HUMBOLDT il paesaggio consiste:
Nelle forme che il territorio assume in conseguenza di nessi di causa-effetto tra le strutture fisiche e il modo di
abitare e sfruttare le risorse locali.
E’ frutto di rapporti di causalità tra le condizioni naturali e le modalità d’insegnamento e di produzione,
valorizzando le vocazioni ambientali.
Quindi per studiare il paesaggio basta cogliere le condizioni essenziali e l’ordinata organizzazione con cui si sviluppa
grazie all’investigazione ragionata e al metodo scientifico. Il che è reso possibile in quanto esterno all’osservatore e allo
studioso guidato dai principi oggettivi.
Diverso il paesaggio inteso da CARL RITTER, contemporaneo di Humboldt. In entrambi compare la stessa idea di
ambiente naturale, ma per RITTER la realtà territoriale non poteva essere spiegata e compresa in termini di rapporti di
causa-effetto, poiché egli parte dall’esistenza di una realtà non visibile: condizione ideale dalla quale i fatti materiali
sono profondamente influenzati.
Studioso più teoretico che pratico, RITTER si rivela sensibile alle tematiche del Romanticismo e il suo ragionamento è
influenzato da una profonda convinzione religiosa: DIO ha costruito tutto per l’uomo e quindi al geografo non rimane
che riconoscere, svelare il senso e l’origine della Terra. Tutto ciò che si manifesta, paesaggio compreso, è già
precostituito e si riferisce alla legge immutabile del Tutto. La Terra è una costruzione provvidenziale, voluta da DIO,
quindi il paesaggio non è una parte qualsiasi di spazio esteticamente piacevole, MA “il più rilevante messaggio che la
terra offre all’interpretazione dell’uomo” (Andreotti), il palcoscenico, lo scenario dei suoi ruoli, delle sue azioni nel
tempo. E’ coscienza della storia e dunque una realtà in evoluzione, prodotto dei tempi e delle culture e così il paesaggio
diventa qualcosa che va oltre il visibile perché impregnato e condizionato dalla presenza divina.
Per HUMBOLDT il paesaggio è una realtà oggettiva, esterna al soggetto, misurabile, indagata, analizzata e
studiata con la logica analitica.
Per RITTER è una realtà soggettiva, che nasce dall’interno soggetto, conseguenza e risultato delle sue capacità
di vedere nel paesaggio quello che non è materialmente manifesto, di individuarne segni e valori, intuendo o
avvertendo quanto è immateriale e ben presente per una comprensione di ciò che ci circonda.
“Paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la osserva e la contempla con sentimento: né i campi, né il torrente,
né i moneti sono, in quanto tali, ‘paesaggio’: lo diventano solo quando l’uomo si rivolge ad essi senza uno scopo pratico.
Intuendoli e godendoli liberamente.” (Ritter).
Nel panorama tedesco va ricordata la figura di FRIEDRICH RATZEL
Culturalmente e storicamente, vive un periodo complesso e tormentato: la crisi del romanticismo e l’affermazione del
positivismo.
Influenzato dall’evoluzionismo di Darwin, sottolinea come l’ambiente e il paesaggio determinano l’uomo e il suo
comportamento: l’uomo è figlio dell’ambiente e quindi anche del suo aspetto visibile, il paesaggio. Questo non è più la
parte dove si riflette il tutto ma rappresenta il momento conclusivo di una complessa evoluzione in cui la natura emerge
in tutta la sua grandezza e forza condizionante. Ma il paesaggio è anche una sorta di commozione, emozione che prende
l’osservatore, da cui nasce una conoscenza- esperienza.
Ben presto il concetto di paesaggio avrebbe conosciuto una radicale trasformazione, che partendo dalla geografia
tedesca, ne rifiuta ogni riferimento deterministico. Ma per questo dobbiamo spostarci in un’altra sfera politico-
culturale, quella della geografia francese.
IL PAESAGGIO E LA SCUOLA POSSIBILISTA
Il pensiero geografico francese è segnato da una svolta totale e si identifica col riscatto del paesaggio, in questo caso
umanizzato, grazie all’opera di PAUL VIDAL DE LA BLACHE.
La sua regola di lavoro era descrivere, poi definire e infine spiegare. Il paesaggio assume un ruolo ideologico e sembra
confermare l’idea che esso nasca per colmare un’assenza e, in questo caso specifico assicura alla Francia la presenza
virtuale dell’Alsazia e la Lorenza, sottratte dalla Germania.
Il messaggio di VIDAL viene abitualmente riassunto nell’assioma che la natura offre l’ordito, ma è l’uomo a ricavarne il
disegno, cogliendo le risorse ambientali e ponendole in valore secondo le sue conoscenze e possibilità tecnologiche.
Egli quindi non rinnega l’elemento naturale che viene considerato importante nel produrre paesaggio e ritiene che la
geografia e il geografo debbano porre attenzione alle caratteristiche fisiche su cui l’uomo realizza le sue opere.
Il paesaggio è qualcosa di esterno al soggetto e la sua rappresentazione, se fosse stata compiuta in modo
analitico, avrebbe generato conoscenza oggettiva.
Ma il geografo francese è sensibile alla filosofia spiritualistica e all’idea che le leggi non possano avere un valore
assoluto; queste infatti, prodotte dal metodo di indagine ritenuto scientifico (cartesiano), pretendono di trasformare
quantitativamente ciò che è qualitativo.
Il geografo francese sembra esser collegato alla scuola tedesca, in particolare a Humboldt, per le sue idee di partenza e
per l’attenzione e la considerazione degli elementi naturali, ma il suo discorso si articola su un doppio binario costituito
da natura e collettività sociali. La natura non è considerata in se per se, ma in rapporto alla influenze e interazioni con le
comunità umane. Tali influenze possono essere positive o negative e tale dualità muta nel corso del tempo sia perché la
natura evolve, sia perché cambia il modo di interagire degli uomini, in rapporto alle conoscenze scientifiche e ai possibili
strumenti impiegati per intervenire sul territorio. Nel suo pensiero, VIDAL, chiama in causa un altro e importante
elemento: le opere e i componenti delle comunità umane che agiscono proprio in base alla loro cultura.
Per VIDAL le azioni sono importanti nel determinare le forme del territorio e al geografo spetta il compito di
individuarne le forze in campo e di spiegarne l’interazione e la trasformazione.
I quattro elementi, due naturali (OPPORTUNITA’ E TRASFORMAZIONE) e due sociali (CULTURA E TECNOLOGIA)
producono lo spazio organizzato le cui forme visibili sono i paesaggi. Questi formano una realtà non statica, ma
soggetta ad evoluzione perché se è in evoluzione la natura lo è anche la società.
Il PAESAGGIO è l’effetto di processi naturali e storici ed è sempre unico perché costituito dalla cultura delle comunità
locali che hanno interloquito con la natura. È per questa unicità del paesaggio che si riesce a dare forma alla regione, a
caratterizzarla e a distinguerla l’una dall’altra. Il paesaggio si lega al concetto di regione in quanto è espressione di
questa. La regione viene definita come la parte di territorio con originalità colturale perché espressione di esigenze di
insediamento-produzione-relazione: è un organismo con una sua individualità, con una sua personalità che si esprime e
manifesta nel paesaggio. Le regioni sono il risultato delle relazioni tra comunità umana e natura.
Il nuovo concetto di paesaggio, in realtà sarebbe stato usato per la prima volta da ELISÉE RECLUS: egli però avrebbe
risentito dell’influenza tedesca. Nel suo studio sulla Francia egli rileva lo stresso rapporto tra suolo e uomini. E tale
studio, per essere attendibile deve considerare l’evoluzione storica a cui il suolo è andato incontro. Ma la ricostruzione
storica è una possibilità in rapporto e in dipendenza del libero arbitrio umano. Questo procedimento porta ad
apprezzare l’ordine e l’armonia che innerva il paesaggio.
Per VIDAL e molti suoi seguaci il paesaggio è un processa in divenire, dipendente da dinamiche imprevedibili, e da
rapportare sempre alle possibili opzioni dell’essere umano che sceglie tra le diverse possibilità offerte dall’ambiente.
L’uomo ha un ruolo attivo e creativo nella costruzione del paesaggio, ed in esso si colgono i fatti umani, frutto
della cultura e tecnologia, che intervengono sempre più sull’ambiente.
Appartiene alla cultura l’impronta lasciata dalle comunità nel tempo sul territorio.
Regione e paesaggio coincidono anche in JEAN BRUNHER che, come Vidal, parla di “fisionomia del paesaggio”, cioè
come realtà oggettiva che identifica un territorio e arriva a dire che “in ogni luogo l’uomo iscrive il suo paesaggio con
delle impronte che sono l’oggetto dei suoi studi”. Il paesaggio è quindi l’impronta e anche gli elementi naturali sono
umanizzati e vengono modificati dall’uomo.
Regione e paesaggio, per entrambi i geografi francesi, costituiscono uno spazio a misura d’uomo, percorribile a vista.
Egli infatti scrive che lo spirito geografico è caratterizzato, al primo stadio, dal sapere aprire gli occhi e vedere le forme
precise della realtà territoriale.
Lo sguardo viene chiamato in causa anche da un altro allievo di Vidal, EDOUARD ARDAILLON, che sottolinea non solo il
guardare, ma il saper guardare utilizzando le tecniche visive per cogliere l’oggetto e l’andare a vedere, il che implica il
viaggiare, il conoscere attraverso la ricognizione autoptica: “Niente vale quanto la vista e lo studio diretto dei fenomeni
sul campo. L’osservatore esercitato può cogliervi
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Geografia e didattica della geografia, prof Ugolini, libro consigliato Voci sul paesaggio
-
Riassunto esame Geografia e Didattica della Geografia, prof. Ugolini, Libro consigliato Spazi della geografia. Geog…
-
Riassunto esame Geografia e didattica della Geografia, prof. Ugolini, libro consigliato Ambiente, territorio e poli…
-
Riassunto esame Geografia, prof. Ugolini, libro consigliato Spazi della geografia. Geografia degli spazi, Persi