Riassunti per esame di geografia edidattica della geografia
Cap.1: L’uomo e l’idrografia nel processo di territorializzazione regionale: Il caso delle Marche
È indubbio il nesso tra idrografia e insediamento, tra corsi d'acqua e popolamento e a questo scopo il riferimento va alle grandi civiltà potamiche. Ma anche nel piccolo territorio si rivelano forti e condizionanti le relazioni con la rete fluviale, come è accaduto nelle Marche, dove essa ha influito sulle relazioni socioculturali ed economiche fino a costituire un potente fattore di territorializzazione antica e recente.
Per inquadrare questo ruolo occorre premettere la posizione occupata dallo spazio marchigiano: inserito tra la Padania e la penisola e tra l’Adriatico e il versante tirrenico: verso la Padania confluivano i flussi d’oltralpe e verso la costa adriatica si dirigevano le rotte della Balcania e del Mediterraneo orientale. Pertanto, sulle Marche convergevano importanti correnti di traffico da nord, da est e da sud-est e anti tali flussi di uomini, merci e cultura, nello spazio marchigiano più settentrionale, confluivano in un unico fascio diretto verso la valle Tiberina e verso Roma, meta di commercianti, conquistatori e poi di pellegrini.
Non è certo accidentale che i romani, quando vollero allacciare il settentrione con una grande arteria, costruirono la Flaminia, che dalla conca spoletina scendeva lungo il Burano-Candigliano-Metauro per poi dirigersi a Rimini. Quindi i corsi trasversali delle Marche, ab antiquo furono anche corridori naturali di penetrazione e di collegamento tra le opposte sponde della penisola, ma nelle Marche settentrionali, essi costituivano contemporaneamente percorsi preferenziali verso la Padania e il mondo di oltralpe.
- Ad un nord a contatto con la pianura Padana e interessato da spiccata mobilità sociale e da continui influssi culturali in senso meridiano
- Si oppone un sud più frazionato e scompaginato, formato da ambiti vallivi cantonali ognuno con un suo mondo politico ed economico, distinto da un proprio sbocco al mare e relazioni verso ponente.
Dal nord giunsero i Senoni e da occidente i Piceni. La distinzione, all’inizio del V secolo, in due province, Flaminia e Picenum Annonarium a Settentrione e Picenum Suburbicarium a meridione, l’una che includeva Ravenna e afferiva i prodotti della terra a Milano e l’altra che aveva come mercato Roma, aggiungeva nuovi motivi di differenziazione tra un nord e un sud delle Marche,.
La graduale ascesa delle genti dal fondovalle alle colline e ai versanti montuosi, conseguente anche al cattivo drenaggio determinato dall’abbandono delle opere irrigue e dal conseguente impaludamento e inselvatichimento delle piana, venne accompagnata dalla risalita delle pievi verso l’alto, mentre l’affermarsi di castelli fortificati e di presidi murati diede motivo a nuove suddivisioni territoriali che si sovrapposero a quelle più antiche.
Poiché le sorti politiche si giocavano sugli spartiacque in questo momento il fiume divenne anche un asse di separazione fra gli opposti fianchi della vallata.
Inutilmente lo stato pontificio tentò di ricomporre in modo più unitario le Marche dovendo in più occasioni riconoscere autonomie e signorie locali.
Questo già complesso paesaggio si arricchiva per la presenza di nodalità idrografiche e principalmente: di gole, vere porte strategiche che condizionavano il passaggio dall’alta alla basse valle; di meandri, la cui sponda alta era una discreta difesa per costruzioni fortificate di fondovalle, come a Casteldurante, oggi Urbania; di confluenze, il cui sito elevato a dominio di due valli contribuiva non poso al successo di centri come Ascoli, Cagli, Acqualagna, Mercatello, Borgopace.
Nel 600, mentre il nord appariva ancora compatto sotto i Montefeltro-Della Rovere, che estendevano il loro dominio da Pesaro a Senigallia, fino a S.Leo e a Gubbio, il resto della regione appariva scompaginato in oltre sessanta unità tra stati, governi e numerose terre e città con i relativi contadi.
Con l’unità d’Italia sopravvivono solamente quattro province: Pesaro, Ancona, Macerata, Ascoli che hanno il pregio di una ristrutturazione più definitiva, ma rivelano la perdita di una perimetrazione geografica e, comunque, mancano di una più precisa correlazione con l’idrografia e dunque con i flussi economici, sociali e culturali.
Oggi le Marche possiedono 256 comuni e l’aggiunta di 12 comunità montane, di 24 unità sanitarie locali, di 18 distretti scolastici ed di 24 associazioni intercomunali.
Cap.2: Dall’ambiente naturale allo spazio organizzato: La viabilità delle Marche nel tempo
Geografia della circolazione
F. Ratzel, fondatore della geografia antropica e principale sistematore della geografia politica, nella sua opera “Politische Geographie” ha lasciato considerazioni destinate a esercitare una pesante influenza futura, e sintetizzabili in tre assiomi:
- L’importanza dello studio delle vie di comunicazione
- Profonda incidenza delle condizioni naturali e dello spazio circostante, da cui la viabilità non può prescindere nonostante il progresso tecnologico
- Viabilità e traffici come espressione del dominio della terra da parte dell’uomo e della progressiva dilatazione dell’ecumene
In Francia troviamo Capot Rey, che sostiene che è la volontà umana ad imporre le soluzioni ai problemi di viabilità e il genere di vita condiziona modi e vie di comunicazione attraverso le quali si propagano il popolamento e la cultura.
All’inizio degli anni Settanta, appare una "Geographie des transports" ad opera di J.Ritter, che segna il passaggio dalla geografia della circolazione a quella principalmente imperniata sui traffici. La differenza non è solamente formale, in quanto ormai si è superato lo studio della rete di comunicazioni, per quello dei sistemi di trasporto, imprimendo al discorso una finalità pianificatrice o comunque di riorganizzazione territoriale.
Il triangolo: Ambiente, territorio e viabilità
Potremmo definire l’ambiente come l’insieme di elementi fisici, climatici, edafici, geomorfologici e idrologici: ma è un insieme di entità dinamiche e strettamente compenetrate e pertanto la litosfera, l’idrosfera, l’atmosfera e la biosfera forma un unicum in continuo interscambio.
Alle leggi naturali si sovrappongono le leggi economiche (lo sfruttamento del suolo e sottosuolo) e le leggi sociali. L’ambiente diventa uno spazio razionalizzato su cui agiscono le regole e le norme della società, su cui si appoggia ed opera una rete amministrativa, su cui si articola e sviluppa la griglia delle comunicazioni, ossia un sistema di irradiazione dei flussi materiali e spirituali.
Perciò la strada rappresenta il più antico segno della presenza umana e una delle forme più caratteristiche di reazione dell’uomo all’ambiente fisico, strumento di penetrazione e dominazione dello spazio naturale.
La disparità distributiva delle risorse nella superficie terrestre, non sempre coincidente con la distribuzione del carico umano e dei bisogni, è comunque da annoverarsi tra le cause di sviluppo della viabilità. Questa si dispone lungo le linee di minore resistenza, sia fisica che umana, intendendo per resistenza fisica gli ostacoli da superare, come per esempio le catene montuose e i corsi d’acqua. Sul suo tracciato hanno influenza le forme del rilievo, la distribuzione dei centri abitati e delle aree economiche e le condizioni politiche del territorio attraversato.
Componenti ambientali e storiche della viabilità marchigiana
Una storia tessuta sulle valli
Montagna e collina ricoprono il territorio marchigiano lasciando ben poco spazio alle basse pendenze e spingendosi in un susseguirsi di alture fino alla costa. Una frangia litoranea, borda la regione verso l’Adriatico e fornisce un prezioso raccordo con i fondi vallivi, dalle fertili coperture alluvionali.
Si è scritto che il rilievo è innanzitutto un ostacolo per le comunicazioni e che comunque indirizza su determinati tracciati. Se ne ha conferma in questa regione in cui l’ossatura geologica evidenzia dorsali calcaree antiche circondate da formazioni terrigene, sia a levante che a ponente.
Ma il quadro va completato dall’esame dell’andamento delle dorsali, perché dal loro orientamento dipendono spesso gli assi vallivi e i percorsi viari. Le quinte marchigiane (quella interna del Nerone-Catria-Cucco, e quella esterna del Pietralata-Paganucci-S.Vicino) seguono una direzione da nord ovest a sud est a settentrione del Conero, mentre a meridione, si sviluppano da nord a sud annodandosi poi nel gruppo dei Sibillini.
Questo fenomeno avrebbe un modesto significato ai nostri fini, se non fosse accompagnato da un'altra condizione, cioè dal parallelismo delle dorsali. Infatti dal crinale appenninico alla costa, le forze che fanno inarcare il fondame del mare ripiegano gli strati in una successione di anticlinali e sinclinali con marcato parallelismo e con una energia che si va spegnendo gradualmente verso il litorale.
Ricapitolando, barriere parallele tra loro e con la costa significano difficoltà per le comunicazioni trasversali e facilità per i percorsi longitudinali. Il caso marchigiano testimonia, invece, proprio l’opposto e ciò chiama in causa un prodotto della dinamica esogena, cioè la rete idrografica che segue un percorso ortogonale agli assi montuosi.
I corsi marchigiani presentano numerosi requisiti che spiegano la loro capacità di polarizzazione e di canalizzazione lungo le loro valli della viabilità:
- Sono solchi allungati che vanno dalla costa al crinale, congiungendo ambienti a diversa morfologia, a differente altimetria, a varia geopedologia e quindi a diversa economia
- Essi si raccordano a vie naturali dell’opposto versante che spiegano l’intensità degli scambi con l’area tirrenica lungo piste e sentieri che risalgono almeno alla civiltà picena
Altri caratteri ricorrenti e strettamente correlabili allo sviluppo futuro della viabilità sono la discordanza orografica, le strozzature e la dissimetria valliva. Il fenomeno viene spiegato con una serie di modificazioni tettoniche: queste avrebbero portato al sollevamento dei nuclei calcarei intaccati dall’azione fluviale, che avrebbe avuto buon gioco nell’assicurare il drenaggio verso l’Adriatico.
Uno dei motivi morfologici di maggiore significato viario è comunque rappresentato dalle strozzature appenniniche, numerose e di vario sviluppo longitudinale, di varia imponenza e importanza. Talora queste chiusure vallive si restringono fino a diventare passaggi angusti, stretti tra pareti incombenti come al Furlo: da corridori comodi diventano passaggi insidiosi e temibili in epoca di insicurezza e di instabilità. Al Furlo i romani, per rendere più spedito il viaggio, scavano gallerie: quella di Vespasiano è tuttora utilizzata.
Quanto la funzione di una gola potesse mutare nel tempo è dimostrato proprio dal Furlo: una vera porta geografica tra la Padania e Roma che, nella guerra goto-bizantina, assume un ruolo strategico fondamentale. Petra Pertusa a lungo impedisce il transito all’esercito di Belisario, e solo lo stratagemma del bombardamento con massi, fatti rotolare dai greci dall’alto del Pietralata, risolve il problema. L’importanza delle gole, da passaggi di facile transito ad ambita località di difesa-offesa, è dimostrata dai tentativi effettuati per detenerne il potere.
Le correlazioni tra idrografia e circolazione si fanno sempre più frequenti quando si passa a considerare l’intermediazione dell’insediamento. Questo, infatti, è il risultato della viabilità come nel caso della Flaminia, grande arteria pianificata, divenuta asse di polarizzazione per i villaggi di altura e fattore di aggregazione urbana; ma in altre situazioni il rapporto si inverte e la rete stradale è il prodotto della necessità di collegare comunità più o meno lontane.
Il meandro stesso può fornire un sito prezioso per un centro di fondo valle in cerca di difesa naturale. La sua riva alta offre una scarpata che sarà motivo ai cittadini del distrutto Castel delle Ripe per costruire qui Castel Durante, oggi Urbania; anche se nella scelta ebbe influenza anche la vicina abbazia benedettina di s. Cristoforo, presso la quale i ripensi cercarono protezione.
Litologia, clima, vegetazione e viabilità
Carsismo
È un fenomeno di dissoluzione chimica in rocce carbonatiche, che ha lasciato nelle Marche soprattutto manifestazioni ipogee. Tutti conoscono le splendide grotte di Frasassi: si tratta di sistemi a sviluppo orizzontale correlabili con l’idrografia esterna e soggetti ad abbassamento, per mezzo di pozzi e condotti verticali, conseguente all’approfondimento del reticolo fluviale. Il fenomeno ci interessa sia per la probabile concorrenza nella genesi delle gole, sia perché spesso l’incisione valliva ha intaccato sistemi di grotte carsiche di cui si conservano le sezioni sulle pareti.
Litologia
Merita annotazione per i riflessi che ha con il suolo e con le acque sotterranee. È lo studio dei caratteri fisico-chimici macroscopicamente determinabili che definiscono l’aspetto e il tipo di una roccia. L’insediamento ascoltano nell’età del ferro è posto per lo più su suoli sabbioso-conglomeratici del Calabriano, più leggeri e fertili e a breve distanza da sorgenti di contatto con le sottostanti argille, e più asciutti e stabili dove i conglomerati sono prevalenti. La stabilità comunque dipende, oltre che dalle strutture geologiche, anche dalle condizioni climatiche, e in particolare dal regime pluviometrico che alterna siccità a intense e prolungate piogge nel semestre invernale. L’infiltrazione di acque nel suolo deriva anche dalla fusione delle nevi e quindi va considerata la nevosità.
Clima
Il clima è una realtà dinamica, fluttuante, e possiede proprie ciclicità, come dimostrano le grandi glaciazioni quaternarie cui si legano molte manifestazioni geomorfologiche. Al periodo freddo corrisponde un dominio di resistasia, cioè di scomparsa di vegetazione e di diffusione dell’erosione meccanica. Mentre al periodo caldo, interglaciale, con la ripresa delle precipitazioni e con l’innalzamento termico, corrisponde la biostasia, vale a dire alterazioni di tipo chimico e biologico.
Pertanto, nella resistasia si hanno accumuli detritici sui versanti denudati, che durante la biostasia vengono incisi, terrazzati e ricoperti da vegetazione: nella prima scarseggia il deflusso superficiale, mentre nella seconda i corsi si caricano di acque copiose; nell’una prevalgono l’inaridimento e l’erosione, nell’altra esplodono la pedogenesi e la vegetazione.
La glaciazione wurmiana, l’ultima del Quaternario, è la più fredda e la più lunga (60.000 anni) e produce sull’Appennino numerosi ghiacciai di vetta, nonché le deposizioni moreniche in cui ha trovato collocazione l’unico lago attuale delle Marche, il lago di Pilato, a 1940 m nel cuore dei Sibillini.
Con il postglaciale, iniziato nelle Marche circa 15.000 anni fa, si ha un miglioramento climatico che tocca l’optimum tra il 4000 e il 2000 a.C; questo significa l’arretramento verso nord della grossa fauna e il ripiego verso forme di vita più povere e sedentarie, il che porta all’avvento dell’agricoltura.
Nel primo millennio a.C, tra il 900 e il 300, si ha un inasprimento climatico, con abbassamento termino e raccolti sempre più magri. Nei secoli che precedono e seguono la nascita di Cristo, il miglioramento delle temperature e l’inaridimento favoriscono i traffici attraverso l’Appennino e attraverso valichi alpini oggi coperti da ghiacciai, nonché la costruzione di strade e acquedotti.
Il periodo tra 400 e 800 d.C è distinto da recrudescenza climatica, e al raffreddamento è da collegarsi il movimento verso l’Europa atlantica e verso il Mediterraneo di intere popolazioni: per le Marche è la fine di tante città prospere e soprattutto la spaccatura del territorio tra dominio bizantino e dominio longobardo.
Al ciclo freddo seguono quattro secoli distinti da innalzamento termico e gli anni tra l’800 e il 1150-1200 vengono ricordati come il periodo caldo dell’età medievale. Il livello del mare, a causa del regresso delle calotte glaciali, si innalza di circa 1 metro rispetto all’attuale, modificando le piane costiere che vengono invase dalle acque marine. La linea di costa varia frastagliandosi sensibilmente e determinando la scomparsa e l’arretramento di tante piccole sedi portuali.
In prossimità del litorale e delle confluenze della bassa valle si producono ristagni e paludi cui vanno riferiti il diffondersi della malaria e la fuga dalle aree malsane più basse. Alla necessità di ristabilire un reticolo drenante e di recuperare spazi agricoli del piano va collegata l’affermazione delle comunità benedettine e delle opere di bonifica, rese quindi necessarie soprattutto dal definitivo spopolamento e dalla risalita sui fianchi e sulle sommità collinari, sedi più salubri, prima ancora che strategiche.
Il decennio 1310-20, ricordato per la grande umidità e perdita di raccolti, prelude alle ondate pestilenziali che riducono di un terzo il contingente demografico marchigiano.
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